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#1 giorno al via della Superlega di pallavolo
► NELLE GARE Questo testo è un’illusione ottica. Questo testo è un’illusione ottica. Questo testo è un’illusione ottica. Questo testo è un’illusione ottica. Questo testo è un’illusione ottica.
◇ Max Verstappen partirà dalla pole position anche dal GP di Austin in Texas. È stato il più veloce davanti alla McLaren di Lando Norris, la Ferrari di Charles Leclerc, la Mercedes di George Russell. La scuderia che ha messo una seconda macchina più avanti delle altre è Maranello: Hamilton 5°. Segnali. Si corre alle 21. Verstappen ha già vinto la Corsa Sprint e si è portato a -55 dalla testa della classifica. Il Corriere della sera lo definisce un capolavoro, e papocchio quel che hanno combinato i due della McLaren.
◇ La settima giornata di serie A si è aperta con un doppio 0-0, la sconfitta del Napoli in casa del Torino e la vittoria dell’Inter sulla Roma nella partita di spicco del turno.
◇ Jannik Sinner ha vinto l’esibizione di Riad battendo in due set Alcaraz in finale. Gaia Piccardi sul Corriere della sera scrive che questo torneo da nababbi “meritava uno show diverso: nessun incontro invece è andato al terzo, Djokovic ieri è durato appena un tie-break, si sono visti 103 game in tre giorni e 11 set”. Anche Stefano Semeraro su La Stampa considera: “Tanto rumore e tanto denaro per poco”. Jasmine Paolini ha la certezza aritmetica di essere qualificata per le finali WTA
◇ Milano ha vinto la Supercoppa femminile di pallavolo battendo al quinto set Conegliano – che non si faceva sfuggire un titolo in Italia dal 2019. Paola Egonu ha messo a terra 30 palloni, 10 soltanto nel tie-break.
◇ Joel Embiid è tornato in campo dopo 8 mesi di assenza. Ha fatto in tempo a giocare l’ultima partita di pre-campionato di Philadelphia con MInnesota: nell notte tra martedì e mercoledì comincia la NBA
◇ Due record del mondo alla Coppa del mondo in vasca corta: Mollie O’Callaghan è diventata la prima donna a scendere sotto il muro del minuto e 50 secondi nei 200 stile libero [1:49.77], Regan Smith ha eguagliato il suo primato nei 100 dorso [54.02]
I poveri hanno preoccupazioni, i ricchi hanno problemi
Marcello Marchesi
Le due facce dell’America in Liverpool-Manchester United
Quando il 15 ottobre 2010 la Fenway Sports Group — allora New England Sports Ventures — completò l’acquisto del Liverpool per 300 milioni di sterline, il club era in ginocchio. I debiti lo trascinavano verso l’amministrazione controllata, dopo gli anni devastanti di Tom Hicks e George Gillett. John W. Henry, il nuovo proprietario, si presentò con un sorriso sommesso: «Sono orgoglioso e onorato – disse – siamo qui per vincere».
Due giorni dopo, assistette al derby perso 2-0 con l’Everton. Il Liverpool era penultimo. Quell’afosa domenica di ottobre mostrò con chiarezza l’abisso in cui il club era caduto. Henry ha mantenuto la promessa. Ma la rinascita non è stata né lineare né immediata. Come hanno ammesso qualche giorno fa lui, Tom Werner e Mike Gordon in una nota ufficiale, «ci sono stati momenti in cui abbiamo sbagliato. Lo sappiamo, e abbiamo imparato».
The Athletic racconta come in quindici anni il Liverpool sia diventato un “super club” moderno, e che cosa lo aspetta adesso. La mente silenziosa dietro la trasformazione è stata quella di Mike Gordon, l’uomo che per oltre un decennio ha preso ogni decisione calcistica da Boston. Henry lo ha definito «una delle menti finanziarie più brillanti d’America». Ma Gordon, discreto e stanco della gestione quotidiana, ha passato il testimone a Michael Edwards, oggi CEO del settore calcistico. Edwards, ex direttore sportivo, è stato l’architetto di quel triangolo virtuoso con Jurgen Klopp e lo stesso Gordon: un equilibrio di poteri che aveva restituito visione al club.
Non è andata sempre così. Il primo esperimento, con Damien Comolli nel ruolo di direttore sportivo, era finito male. Poi Brendan Rodgers si oppose alla figura di un dirigente tecnico e nacque un transfer committee caotico, in cui diffidenze e rivalità rallentavano tutto. FSG non abbandonò la sua fede nei numeri. Klopp, al contrario di Rodgers, abbracciò la logica dei dati, con Edwards arrivò l’era dell’efficienza. «Il giorno in cui inizi a seguire quello che è di tendenza su X», ha detto un dirigente a The Athletic, «sei fottuto». Vale anche per altri ambiti. Per esempio i giornali.
Nel 2012, quando Andy Carroll venne ceduto e nessuno arrivò al suo posto, i tifosi si sollevarono. Henry rispose con una lettera aperta: “Il nostro obiettivo non è tagliare i costi, ma ottenere il massimo valore da ciò che spendiamo”. Non gli credettero ma quella filosofia non è più cambiata. Il Liverpool ha rifiutato di competere con club finanziati da Stati e oligarchi, puntando su una crescita organica, sostenibile. Fino all’estate scorsa, quando hanno comprato Florian Wirtz per 116 milioni, Alexander Isak per 125, Hugo Ekitike per 79. Una finestra da 449 milioni complessivi, la più costosa della storia del club — bilanciata da 260 milioni incassati in cessioni. «È un circolo virtuoso – ha spiegato l’amministratore delegato Billy Hogan – investiamo per vincere, ma non ipotechiamo il futuro”.
Per capire la portata della trasformazione bisogna ricordare da dove si partiva. Nel 2010, il club rischiava il collasso: 200 milioni di debiti con la Royal Bank of Scotland, salari fuori controllo e interessi che in due anni avevano bruciato 65 milioni di sterline. In quindici anni con FSG, il Liverpool ne ha pagati appena 50. Henry e soci hanno investito circa 170 milioni nei primi anni, per stabilizzare i conti e ricostruire Anfield. Da allora il principio è stato l’autosufficienza. Niente fondi illimitati, ma una crescita strutturata. È così che il Liverpool è riuscito a superare il Manchester United anche sul piano commerciale. L’errore più grande dei predecessori era stato credere che le finanze potessero vivere scollegate dai risultati sportivi. FSG ha dimostrato il contrario.
Il rapporto con i tifosi resta complesso. Bill Shankly diceva: «In un club di calcio c’è una trinità sacra — giocatori, allenatore e tifosi. I dirigenti servono solo a firmare gli assegni». L’eredità di quell’idea pesa ancora. I sostenitori rispettano FSG, ma non la amano. Gli errori — i biglietti a 77 sterline e l’adesione iniziale al progetto Superlega — hanno lasciato delle ferite. Eppure, nessuno onestamente può accusare FSG di aver usato il club per arricchirsi. Quando sono arrivati, il rischio era finire come il Manchester United dei Glazer. Nel messaggio pubblicato questa settimana, la proprietà ha scritto: “Siamo orgogliosi di quanto abbiamo fatto, ma il nostro lavoro non è finito. Ci sono ancora molte vittorie da conquistare, molti ricordi da creare”.
Dopo aver valutato la vendita di una quota nel 2022, FSG non ha intenzione di lasciare. L’investimento iniziale di 300 milioni vale oltre 4 miliardi, ma Henry e Werner guardano avanti. Vogliono ampliare il modello con l’acquisto di un secondo club europeo — Bordeaux è sfumato, Malaga e Getafe sono ancora in ballo. Nel frattempo, hanno portato Anfield da 44.000 a 61.000 posti, hanno costruito il centro di Melwood per la squadra femminile e progettato un’accademia da 20 milioni di sterline. «Il potenziale commerciale è enorme – ha spiegato Ben Latty, direttore commerciale – siamo solo all’inizio di ciò che possiamo diventare come impresa globale».
Da Boston, dove tutto è cominciato, il parallelismo con i Red Sox resta evidente. Henry ha 76 anni, ma non sembra voler rallentare. Dopo quattro World Series vinte dal 2004, i tifosi di baseball lo accusano di pensare troppo al calcio. Eppure, negli ultimi anni, ha investito in entrambe le squadre. Accanto a lui, Linda Pizzuti Henry, 47 anni, gestisce il lato mediatico; Sam Kennedy, CEO dei Red Sox, e Mike Gordon, sessantenne, incarnano la nuova generazione di dirigenti. FSG possiede i Penguins, investe nel golf, guarda all’NBA e alla NFL. Non è solo questione di soldi — è un modo di vivere lo sport.
Come scrive The Athletic, “non puoi stare in questo mondo se non credi davvero nell’idea di vincere”.
Il Liverpool lo ha capito. Dopo quindici anni di costruzione paziente, è pronto per cominciare un nuovo ciclo — diverso, forse più ambizioso. Eppure, paradossalmente, la stagione spendacciona e l’auto-celebrazione del quindicennio casca in un momento condito da tre sconfitte consecutive, il peggiore da quando in panchina siede Arne Slot.
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Dai Glazer a Ratcliffe è sempre un tormento
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Se questo sia un vantaggio o meno per il Manchester United lo scopriremo solo stasera. Se il Liverpool è la parabola di un progetto che ha saputo costruire pazientemente un super club, il Manchester United resta il racconto di un’enorme macchina che ha perso parte del motore. Cinque lustri dopo la rivoluzione mancata, i soldi non sono bastati a rimodellare la sostanza: il club è diventato più grande nelle cifre non nelle sue certezze sportive né nella fiducia popolare.
La sua storia rispetto a FSG è quella che Lucio Dalla direbbe l’altra faccia dell’America. I Glazer presero il controllo con una leveraged buyout, caricando il club di debiti che per anni hanno vincolato le scelte strategiche. La strategia societaria è stata una corsa per monetizzare il brand: diritti commerciali mastodontici, quotazione in Borsa e introiti record troppo spesso serviti a tappare buchi o a distribuire dividendi, più che a costruire una rosa stabile. Il risultato è un paradosso visibile: utili e ricavi che aumentano, prestazioni e cultura tecnica che arrancano. I conti raccontano una verità scomoda — investimenti enormi e scarsa linearità nella strategia calcistica, con troppi cambi di guida tecnica e una governance che per anni è stata distratta dai ritorni economici. In più: appena un calciatore lascia lo United si trasforma. Gli ultimi sono Hojlund e Rashford.
Il rapporto con i tifosi ne è uscito incrinato. Il Guardian ha scritto che “i tifosi sono clienti catturati: leali per natura, tolleranti verso il fallimento, intrappolati dalla logica strutturale del tifo”. Ma questo sentimento di appartenenza che dovrebbe essere l’ingrediente primo del progetto è spesso scambiato per passività; il club ha approfittato della fedeltà con scelte che hanno irrigidito le proteste e non hanno ricucito il legame. Dal dicembre 2023 l’ingresso di Sir Jim Ratcliffe e del suo gruppo ha introdotto un diverso respiro operativo: più pragmatismo, tagli di costi, la promessa di una nuova era tecnica.
Ma la pazienza è scarsa nel football moderno e Ruben Amorim è di nuovo sotto pressione, sebbene rassicurato che gli saranno concessi tre anni per dimostrare il suo valore segnale. Il vero nodo, dice il Times, resta culturale: il Liverpool ha costruito un ecosistema — scouting, academy, infrastrutture, manager responsabili — lo United ha oscillato tra scelte aziendali e soluzioni tampone, incapace di trasformare enormi risorse in un progetto sportivo coerente.
Jonathan Liew mette a confronto una foto di Hojlund felice con la maglia del Napoli e una di Benjamin Sesko in rosso, scrivendo che non se ne trova una in cui non sembri triste. “Così funziona il calcio d’oggi – scrive sul Guardian – una ruota senza freni, tra statistiche, meme e commenti virali, dove il tempo necessario a Sesko per giocare, sbagliare, capire, è sempre troppo poco. I social, i giornali, gli account anonimi e i canali dei club lavorano contro: ogni minimo movimento diventa una sentenza, ogni errore una condanna definitiva. Un ecosistema esplicitamente orientato alla provocazione”.
Il ragazzo che a Lipsia era un’auto scatenata, al Manchester United è intrappolato tra due forze impossibili da conciliare: il dovere di concedere del tempo per capire dove sei finito e crescere con l’imperativo di giudicare subito, trasformare ogni tocco di palla in un contenuto da commentare. Due gol in quattro partite, 116 tocchi, “ma la narrazione ha già deciso per lui”. La sua esistenza sul campo – dice Liew diventa veicolo di discussione e indignazione, mentre le partite reali continuano a esistere solo sullo sfondo. “Forse non abbiamo ancora ben compreso come la narrazione del calcio abbia iniziato a sostituire il calcio stesso”.
ore 17.30 su Sky Sport
Gli inglesi sono diventati dei mangia-allenatori
I tifosi del Chelsea glielo hanno cantato. You’re getting sacked in the morning. Domani mattina ti cacciano. Si sbagliavano. Ange Postecoglou è stato esonerato di pomeriggio, senza neppure dormirci sopra. Lo hanno mandato via dalla panchina del Nottingham Forest un attimo dopo la fine della partita, a quaranta giorni dalla firma sul contratto per l’assunzione. Deve essere l’eredità del passaggio di Massimo Cellino in Inghilterra. La Premier League si sta adeguando. Postecoglou aveva preso il posto di Nuno Espirito Santo, passato una decina di giorni dopo al West Ham per rimpiazzare Graham Potter. Ora Ange è di nuovo disoccupato o disponibile, dipende dal punto d’osservazione.
È l’allenatore che ha vinto l’ultima Europa League qualificando così il Tottenham per il bancomat della Champions League. Non era bastato per essere confermato. Così Barney Ronay sul Guardian racconta come sia andata in frantumi quella sua “fede fatale nell’idea di essere sempre l’uomo più intelligente nella stanza. Anche quando non è più nella stanza”.
La versione ufficiale racconta che Postecoglou è stato mandato via diciotto minuti dopo l’ultima sconfitta al City Ground. In realtà, dice Ronay, “è stato esonerato in tempo reale, un licenziamento in diretta, visibile dalla linea laterale”. Il proprietario Evangelos Marinakis si era già alzato e allontanato a metà del secondo tempo, “con l’aria di un guardiacaccia chiamato a torcere il collo a un fagiano morente”.
Dopo il fischio finale, Ange è rimasto in campo con gli occhi vuoti davanti alle tribune quasi deserte. Un’immagine nella quale c’è tutta la contraddizione del personaggio: l’uomo che si è sempre presentato come un realista disincantato, colui che intuisce tutto, e che invece stavolta “sembrava cieco – dice il Guardian – di fronte a ciò che tutti gli altri avevano davanti”.
Ronay non lo dipinge come un uomo cattivo. Chi lo conosce, scrive, dice che è davvero gentile, anche se in conferenza stampa “sembra un vice ispettore costretto controvoglia a parlare con una sala piena di pregiudicati”. Ma l’esperienza al Nottingham Forest era destinata al disastro: un incarico nato sbagliato, tolto a un allenatore popolare, consegnato a uno che non ha mai capito dove fosse finito.
«Datemi tempo, possiamo ricostruire il progetto», avrebbe detto. Ma il progetto c’era già, e funzionava, sottolinea il Guardian. “Naiveté, forse. O la rigidità fatale dell’uomo”. In quattro mesi, due esoneri. Trentuno sconfitte e tredici vittorie nelle ultime cinquanta partite di Premier League. E anche se nel mezzo ha vinto l’Europa League, nota Ronay, “quel Tottenham aveva il budget più alto della competizione. Il vero compito lì era non fare disastri”.
A fine corsa, i suoi Forest sono diventati “non solo una squadra senza successo, ma una squadra senza fascino nell’insuccesso”. La parte più divertente, ironizza Ronay, era ormai la sua convinzione granitica che tutto fosse colpa degli altri. Per lunghi tratti, la gestione Postecoglou ha assunto il tono di una commedia imbarazzante, “il management calcistico reimmaginato da Ricky Gervais”. Il Guardian domanda allora qual è stato il nostro episodio preferito. “Chiedere di smetterla con l’ossessione per i calci piazzati, e perdere la partita successiva proprio su un calcio piazzato? Andare in vantaggio in cinque partite consecutive e perderle tutte? O, ancora, superare Brian Clough al contrario, essere licenziato in quaranta giorni, non in quarantaquattro”.
C’è una lezione amara nella parabola inglese di Postecoglou. Il carisma e i successi raggiunti altrove non bastano. “Anche chi ha un passato di vittorie deve accettare che ci sono sempre cose da imparare – scrive Ronay – e che la Premier League, con la sua ferocia e la sua eccellenza, ti allunga, ti deforma, ti tritura fino a renderti parte dello spettacolo”.
La minaccia della Liga ai calciatori che protestano contro la partita a Miami
Il fischio d’inizio arriva, ma nessuno si muove. Quindici secondi di fissità. Da Siviglia a Barcellona, da Madrid a Villarreal, i giocatori della Primera División restano immobili in campo: protestano contro il silenzio della Liga, che non ha fornito spiegazioni né dettagli su Villarreal-Barcellona, programmata il 20 dicembre a Miami.
È un gesto piccolo, ma carico di tensione. In tv, durante quei secondi di niente, la regia manda in onda un campo lungo con la scritta “impegno per la pace”. La pace non c’entra, viene volgarmente usata per coprire l’imbarazzo di un conflitto che da settimane esiste tra la Liga e il sindacato dei calciatori.
«Conseguenze indesiderate per i giocatori e per i club» ha messo per iscritto Javier Tebas, il gran capo della Liga in una delle lettere indirizzate a David Aganzo, presidente dell’AFE. Una minaccia velata, anzi no – dice El Pais – si tratta di una vera e propria intimidazione. Ma i giocatori non arretrano.
Venerdì sera, davanti alle televisioni, i capitani delle squadre hanno provato la stessa, identica indignazione: “Massima indignazione”, scrive El País. Movistar, che riceve il segnale dalla Liga, ha scelto di non mostrare il momento dello sciopero. Solo un’inquadratura del cielo sopra lo stadio di Oviedo, come se nulla stesse accadendo.
Il gesto, allora, si è fatto contagioso. Tutte le squadre lo hanno replicato — e alla fine anche Barcellona e Villarreal. «Dovevamo farlo per rispetto verso i nostri compagni», hanno detto Pedri e Araujo. Nelle lettere scambiate tra giovedì e venerdì, la temperatura fra le parti si è alzata fino all’incandescenza. Tebas accusa i calciatori di «agire in malafede» e li ammonisce per una presunta violazione del diritto di sciopero, ribadendo che la partita di Miami porterà «due miliardi di euro in quindici anni» grazie all’accordo con la società statunitense Relevent. Una cifra che nella sua visione del mondo dovrebbe rassicurare tutti. .
L’AFE chiede altro: chiarezza, sicurezza, rispetto. Vuole sapere con quale criterio sono stati scelti i club, se i giocatori riceveranno compensi extra, se qualcuno si è preoccupato del jet lag o della salute di chi scenderà in campo dall’altra parte dell’oceano. Tebas risponde che ehm – come dire – non ci saranno benefici economici immediati, e allora non si comprende perché adoperi l’argomento dei miliardi per far passare come fuori luogo la sollevazione. Dice che la mossa è «strategica, non finanziaria». Ma non allega alcun documento e la frattura si allarga.
“Dopo due mesi di silenzi, la pazienza si è esaurita”, scrive ancora El País. I capitani hanno deciso: quindici secondi di silenzio per ogni partita. Non una parola di più, non una di meno. Tebas ha mandato un ennesimo messaggio l’altra sera via WhatsApp: accusa l’AFE e ha convocato la commissione paritaria per il 24 ottobre, avvertendo che se le proteste continueranno quella riunione «potrebbe perdere di significato»
Ma i campi restano muti e fermi. Le partite iniziano e i giocatori no, tengono lo sguardo fisso e le braccia lungo i fianchi. Quindici secondi per dire tutto quel che non si può dire. E per ora — nonostante le minacce, le lettere e i toni crescenti — la protesta continua.
Ora. Su Villarreal-Barcellona a Miami ognuno può avere la sua opinione. È perfino possibile non averne oppure cambiarla ogni giorno. Non è questo il punto. Il punto è la meravigliosa scoperta che nel calcio c’è gente che non si nasconde, si fa sentire, si mette assieme e manifesta un dissenso. Su Milan-Cono a Perth al massimo sappiamo che Rabiot e Maignan non sono tanto d’accordo.
Jannik Sinner e il mal di Davis
Dopo la seconda insalatiera arrivata a Malaga, tra le righe qualche cronaca accennò all’ipotesi che nel 2025 Sinner avrebbe potuto fare scelte diverse, sedotto dall’idea di una programmazione di un altro tipo. Poi però è successo altro. Tre mesi di riposo sono stati concordati con la WADA, così è lecito supporre che oggi Jannik sia più fresco degli altri venti tennisti che hanno giocato più di lui. I match giocati sono stati 49 – esclusi i tre di Riad. Carlos Alcaraz è arrivato a 72, Sasha Zverev a 65, Alex De Minaur a 62.
Ma la vecchia intenzione di prendersi una Davis sabbatica è ancora sul tavolo. Oddio sul tavolo. Diciamo sotto il tavolo. Sinner ha sfiorato il tema di una rinuncia con una risposta in una conferenza stampa a Riad e al contrario dell’anima temporalesca a cui si rivolge Diodato con la sua bella canzone, no, non ha fatto rumore.
Nell’ombra stanno appostate le fazioni. La Curva Sinner difenderà la sua scelta come sempre. Se gioca all’umido di Shanghai mentre Alcaraz rinuncia, se va a Riad dopo i crampi, fa bene, ne ha bisogno, deve farlo, deve recuperare i tre mesi di sosta, deve ritrovare il ritmo [anche se nel frattempo ha vinto Wimbledon]. Se non gioca fa bene lo stesso, deve riposare, lo stress, non si uccidono così anche i tennisti. Nell’altro angolo del ring, la Brigata Veleno è pronta a scatenare l’inferno contro il ragazzo con la residenza a Monte-Carlo e l’accento tedesco, si impiega un attimo a passare da mamelica bandiera del paese a ipocrita traditore della patria. Quando nel 2023 saltò il girone eliminatorio, un attimo prima dell’ascesa definitiva, la Gazzetta condusse una campagna che il Post giudicò “durissima ma con scarse ragioni”. Sebbene stavolta siano finali, non si ripeterà: scommettiamo?
In mezzo tra una Curva e una Brigata stanno gli iscritti al partito PiThe, quelli che danno ragione a Sinner quando pensano che Sinner abbia ragione e gli danno torto se ritengono che abbia torto. Così prendono schiaffi sia dalla Curva sia dalla Brigata, una volta passano per bastian-contrari e un’altra volta per anti-patrioti, ma è un ragionevole costo per prendersi la libertà di eccepire. [Il partito PiThe impone per statuto di non avvelenarsi per attacchi o polemiche. Il comitato centrale suggerisce di evitare il malanimo pensando a Brad Pitt o Charlize Theron – da qui PiThe – secondo gusti e inclinazioni].
▥ Il silenzio diffuso intorno alle intenzioni di Sinner è rotto stamattina da Gabriele Romagnoli nella sua rubrica domenicale per Repubblica. Romagnoli gli consiglia di giocarla ‘sta Coppa Davis, in fondo “non richiede uno sforzo titanico”.
“Se non lo si fa per amore – dice Romagnoli – lo si faccia per opportunismo, per non subire la morale: la sconfitta sarebbe perdonata, la mancata partecipazione no”.
De Zerbi in testa alla classifica
È passata un’occasione dalle parti di De Zerbi, e De Zerbi l’ha colta. Il 3-3 fra PSG e Strasburgo ha messo il Marsiglia nelle condizioni di andare in testa alla classifica con una vittoria sul Le Havre. Si è complicato la vita andando sotto dopo 24 minuti, ma per due terzi di partita ha poi giocato in 11 contro 10. Il pareggio è arrivato su rigore a 10 minuti dalla fine del primo tempo e nell’ultima mezz’ora la partita ha smesso di respirare. È finita 6-2 con quattro gol di Mason Greenwood. So Foot elogia Pablo Longoria e scrive che “il presidente sta imparando dai suoi errori”.
Il Marsiglia ha preso la testa della classifica nella sera in cui ha smesso di avere la miglio difesa della Ligue 1. Ora quel primato così adorato dalla scuola italianista ce l’ha il Lens che è sesto [6 subiti] e uno un gol in più l’ha preso il Nantes 14esimo. Il Nantes gioca stasera con il Lille e L’Equipe ha intervista il suo allenatore Luis Castro per farsi spiegare qual è lo stile di gioco che sta cercando di dare alla sua squadra. Castro mette l’accento sul controllo della palla e dice che «da bambino nessuno inizia a giocare a calcio perché gli piace correre».
Shohei Ohtani e la più grande partita mai giocata nella storia del baseball
È stato come Beethoven al pianoforte. È stato come Shakespeare con un penna d’oca. È stato come Michael Jordan alle Finals o come Tiger Woods nella sua maglia rossa della domenica. Questo è stato Shohei Ohtani nella notte tra venerdì e sabato, quando ha portato i Los Angeles Dodgers di nuovo alle World Series, da campioni in carica, con un cappotto da 4-0 ai Milwaukee Brewers – da cui nella stagione regolare avevano perso sei volte su sei.
Chelsea Janes sul Washington Post ha tirato fuori tutte queste similitudini per raccontare quella che le è parsa – addirittura – “la più grande partita nella storia del baseball”, fino a dire che il giapponese ha dipinto la sua Mona Lisa. Ohtani è quel giocatore così unico e al tempo stesso così comune nello sport contemporaneo, uno di quegli unicorni rari eppure sempre più diffusi, quelli che sanno fare cose opposte, oppure cose che non sarebbe logico attribuire ai loro corpi. Ohtani lancia e batte contemporaneamente. La MLB ha cambiato le regole per lui. In un’epoca di algoritmi e superuomini, dice il Washington Post, “Ohtani è il miglior giocatore di baseball che abbia mai giocato questo sport, il battitore e il lanciatore più talentuoso di un’era in cui i dati e la nutrizione hanno trasformato l’ordinario in straordinario”.
La caduta delle due capolista
L’Inter aveva impiegato tre giornate per accumulare il suo svantaggio di 6 punti, un fosso iniziale che dagli anni Cinquanta in poi solo Max Allegri alla Juventus era stato in grado di annullare fino allo scudetto. Ne sono bastate altre quattro per colmarlo, appena una in più. Se succede, quando succede, qualche ringraziamento si deve a chi sta davanti e si è lasciato prendere, ma nessuno più dell’Inter può dire di saperlo, avendo concesso esattamente questo al Napoli nel mese di aprile, cadendo a Bologna e a San Siro davanti a Soulé.
Metà del distacco invece Chivu l’ha cancellato vincendo uno scontro diretto e un altro arriva nel prossimo week-end, quando però Napoli e Inter potrebbero non essere più in testa. Stasera passa un’occasione per il Milan, ma Allegri dovrà giocarsela senza Pulisic, senza Rabiot, senza Nkunku e forse senza Loftus-Cheek. È la sola squadra senza sconfitte nelle ultime cinque partite giocate, escluse le ultime due imbattute Juventus e Atalanta, zavorrate però finora da tre e quattro pareggi – che nell’era dei tre punti in sei giornate equivalgono aritmeticamente a un paio di sconfitte. Sempre 6 punti – almeno 6 punti – hai lasciato lungo la strada.
L’Inter ha giocato un primo tempo di sfacciata superiorità, mettendoci dentro palleggio, pressing, scorribande in campo aperto, un Barella che stava sotto la propria area e dentro quella avversaria, una linea a sinistra di giocolieri superbi e nel cuore del movimento un Mkhitaryan sempre più avanti di un’idea, un’idea e mezza, rispetto al flusso dell’azione. Si è manifestata di nuovo la squadra impressionante dei cinque gol segnati all’esordio al Torino, con la differenza che si è manifestata sul campo della prima in classifica e della squadra con la migliore difesa.
costumi Sotto il vestito di Roma e Inter
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L’abito dato da Gasperini alla Roma viene bocciato da Matteo Pinci su Repubblica. “Una squadra – ha scritto – è un composto di tante individualità e costringere quattro calciatori a traslocare dalle mattonelle preferite ha finito per stravolgere l’identità collettiva: era già successo con il Torino, quando la prima sconfitta in campionato aveva dichiarato fallimentare l’esperienza di Dybala al centro dell’attacco. Ha voluto riprovarci il Gasp, come non sapesse che non bastano gli ingredienti giusti, è importante come li utilizzi, altrimenti la maionese impazzisce”
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera considera invece che i ragazzi dell’Inter “con la qualità e l’intesa in campo del vecchio gruppo forgiato da Inzaghi, stanno mostrando un atteggiamento nuovo, più verticale appunto, più adrenalinico finché le energie reggono, più lucido nella gestione dell’ultima mezzora. E, banalmente, anche più credibile nelle alternative in zona gol”.
protagonista IL Cholito Simeone
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Eppure sembrava che il Napoli avesse capito come si marca e come si ferma Giovanni Simeone. Comprandolo. Simeone aveva segnato una tripletta a Sarri con la maglia della Fiorentina nella famosa domenica dello scudetto perso in albergo e un altro a Spalletti con la maglia del Verona. Quando il Napoli se lo è messo dentro casa sono arrivati due scudetti in tre anni. Simeone ha passato tutta la vigilia a dire del suo dolore, delle lacrime in treno mentre andava a Torino, del caffè che si è fatto arrivare da Napoli, i vecchi amici si sono commossi e lui – zac – l’ha messa in porta, facendo seguire le mani giunte, il labbro mortificato e lo sguardo basso. Fra i contatti napoletani c’è perfino chi giura di averlo visto con le mani nei capelli quando Elmas ha tirato in cielo la palla buona per il pareggio.
Daniele Dallera sul Corriere della sera ammonisce il Napoli, dice che “deve riflettere su un simile passo falso” e sulla cessione di Simeone [il quale però l’anno scorso aveva segnato un gol in tutto il campionato, la metà di quelli fatti da Pedro per il Napoli a San Siro]. L’editoriale del Corriere della sera aggiunge che il Torino “avrebbe bisogno di maggiore consenso, di un seguito più maturo e paziente, di una critica meno parziale e cattedratica, da professorini ini ini. Non giochiamo a nascondino, si parla del presidente del Torino Urbano Cairo che è anche editore di questo giornale. Insultato da una minoranza chiassosa”.
Il commento è un elogio a quei presidenti che “investono nelle loro squadre e in questo calcio: tanto, poco, bene, male, ma investono, ci mettono i loro soldi, che sono comunque molti. Non aiutati, non sostenuti dal sistema sport, in particolare dalla politica”.
Secondo i dati del portale Transfermarkt, durante la gestione Cairo il Torino ha venduto calciatori per complessivi 596 milioni. Ne sono stati reinvestiti 124 di meno.
Como vs Juventus
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scenografia Quel famoso ramo del lago
Tudor ha definito il Como una finta piccola e non per mettere le mani avanti. Ha ragione. Cronache di spogliatoio ha raccontato il progetto a corto-media scadenza del club. Giacomo Brunetti ne ha parlato con con Osian Roberts, Head of Development, sembra un ruolo importante, qualunque cosa sia. In sostanza: “ Stanno comprando i migliori talenti per il vivaio e costruendo un club: prima il tetto e poi le fondamenta”.
Il mezzogiorno di Tudor è fatto di “una Juve ammaccata – dice invece Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera – senza Bremer (appena operato al menisco mediale) e Cabal (guai muscolari), assenze alla quali si aggiunge quella di Zhegrova, causa il sospetto riacutizzarsi della pubalgia che l’aveva tormentato la scorsa stagione. Sventure che non dovrebbero far cambiare il dogma tattico — «faccio il 3-4-3 da anni» — anche se, in futuro, ci potrebbero essere altre scelte”.
Emanuele Gamba su Repubblica dice che “Tudor sta cercando di far quadrare una squadra imperfetta, come lo sono, inevitabilmente e di conseguenza, i risultati. Su Tudor c’è pressione, le sue scelte animano dibattiti che specie gli ex alimentano con vigore (si sono espressi finanche Platini e Zidane). Anche all’interno del club, però, le sue decisioni sono esaminate con il lanternino e in ogni caso ognuno dice la sua: ci vuole la difesa a 4, servono esterni più disinibiti, occorrono due punte pure, è meglio Vlahovic, non David, e allora Openda?, Yildiz deve stare nel cuore del gioco e così via”
Nico Paz o Kenan Yildiz? Hanno tre assist a testa finora e siamo 6-4 per l’argentino sommandoli pure ai gol pers.onali. L’Equipe oggi gli ha dedicato un ritratto definendolo “la rivelazione che può diventare il tesoro del Real Madrid”. Nico ha anche più in tiri in porta, più passaggi chiave [21-17: primo e terzo in campionato], più rifiniture [40-27], ma dentro l’area è Kenan che tocca più spesso la palla e più spesso la passa. Nessuno batte in serie A più rimesse laterali di Alex Valle e nessuno ha vinto più duelli aerei di Jacobo Ramon.
Milan vs Fiorentina
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colonna sonoraa Leao e Kean cantano insieme
Lo racconta Carlos Passerini sul Corriere della sera: “Stasera Leao potrebbe incrociare Kean, suo amico e collega, nel senso che condividono la stessa passione per la musica rap. Hanno pure in programma una canzone insieme, dal titolo «Big Dawg», una cosa tipo «vecchio mio». Moise non è al top per l’infortunio alla caviglia rimediato in Nazionale solo 8 giorni fa, ma ci sarà. A San Siro, in campionato, Rafa non segna da quasi 17 mesi: l’ultima volta il 25 maggio 2024. In panchina, guarda te, c’era ancora Pioli”.
Le eccellenze. Kean guida la classifica dei gol attesi in serie A ed è in testa anche nella voce statistica dei tiri in porta [20] insieme con Paz e la coppia veronese Giovane-Orban. Modric è il giocatore con più passaggi negli ultimi 30 metri di campo dopo la coppia leader Barella-Cristante. Dodò è terzo per cross nell’area avversaria, ma il Milan ha in Fofana il giocatore con più passaggi in profondità della serie A dopo De Bruyne. Marin Pongracic è il numero uno del torneo per palloni intercettati ma anche il numero uno per falli commessi, Matteo Gabbia fra i primi-cinque per palloni spazzati via. Nessuno ha toccato più palloni di Luka Modric [483].
Le eccellenze di Cagliari vs Bologna. Orsolini è al quarto posto della serie A per tiri nello specchio della porta [8], Bernardeschi è fra i primi-10 per passaggi dentro l’area avversaria [10], Remo Freuler terzo per numero di tackle. Adam Obert a Cagliari è il terzo della serie A per palloni intercettati. Nicolò Cambiaghi è quello che subito il maggior numero di falli.
Le eccellenze di Genoa vs Parma. Due calciatori del Genoa sono in testa alla voce statistica dei tackle affrontati – primo posto per Patrizio Masini [24] e secondo per Morten Frendrup [23] – e dei tackle vinti, ma in questo caso a posizioni invertite. Sempre loro sono i due migliori freni ai dribblatori e fra i primi-10 di chi non si lascia saltare c’è anche Brooke Norton-Cuffy. È una qualità che nel Parma appartiene ad Adrian Bernabe.
Le eccellenze di Atalanta vs Lazio. Krstovic e Castellanos sono i calciatori con il maggior numero di gol + assist della serie A dopo Paz e Pulisic. Bellanova e Tavares sono fra i primi-cinque del torneo per numero di cross. Kamaldeem Sulemana è il calciatore della serie A con il miglior tasso plus/minus dopo quattro interisti, la differenza reti cioè tra quando sei in campo e quando non ci sei. Mattia Zaccagni è il secondo giocatore col maggior numero di falli subiti dopo Cambiaghi. Ivan Provedel è stato il portiere con più parate nelle prime 6 giornate [25], Marcio Carnesecchi viene al terzo posto [22].
Il grado quasi zero dello sport per Bruce Springsteen
Non bisogna fidarsi delle apparenze: se Bruce Springsteen era sugli spalti dell’Arthur-Ashe Stadium lo scorso settembre accanto alla figlia Jessica per assistere al trionfo di Carlos Alcaraz su Jannik Sinner, non è perché all’improvviso abbia scoperto una grande passione tardiva per il tennis. Come scrive Romain Lefebvre su L’Équipe, “tra la rockstar di 76 anni e lo sport in generale, i legami sono rari e non è certo una novità”.
Il giovane Bruce, cresciuto a Freehold, nel New Jersey operaio, aveva provato tutto: football americano, baseball, «ogni sorta di altra cosa», raccontava lui stesso nel 1974 a Melody Maker. Ma nessuna strada portava da nessuna parte, finché la musica non gli offrì una via d’uscita, una ragione per vivere. Il colpo di fulmine era scoccato nel 1956, davanti alla televisione: Elvis Presley che si dimenava all’Ed Sullivan Show. «Il giorno dopo pregai mia madre di affittarmi una chitarra», ricorderà più tardi.
Nel New Jersey «marcio a metà» — senza squadra di baseball né di football, ma con New York a un passo — il futuro Boss scelse la musica come altri scelgono una religione. Sessant’anni, più di 3.500 concerti e 400 canzoni dopo, lo sport resta un’eco lontana nella sua vita, salvo rare eccezioni: Glory Days nel 1984, dedicata a un amico giocatore di baseball, o The Wrestler nel 2008, scritta per Mickey Rourke. Eppure, in tribuna Bruce compare spesso: non nei palazzetti del basket, ma nei campi di equitazione, accanto alla moglie Patti Scialfa. Perché la loro figlia Jessica, laureata a Duke in psicologia, è diventata un’atleta olimpica.
A Tokyo 2021, con la squadra americana, ha conquistato l’argento nel salto a ostacoli: un talento cresciuto nel maneggio di famiglia, 127 ettari di erba e stalle a Colts Neck, dove Bruce ha investito parte della sua fortuna negli anni Novanta. In Born to Run, la sua autobiografia, Springsteen racconta quella prima gara: «Le dissi: – Jess, se non vuoi farlo, non è grave. Ma lei si infilò la divisa, si fece mettere a cavallo e quando il suo nome — Jessica Springsteen — risuonò nell’arena dove avevo suonato tante volte, io e Patti eravamo paralizzati. Era la prima della sua categoria, e vinse un nastro verde, il sesto posto».
Da allora Bruce segue ogni salto della figlia, mescolandosi tra gli spettatori del Gucci Masters o del Paris Eiffel Jumping, dietro immancabili lenti scure. L’Equipe fa notare che si tratta di “una scena lontana dall’America dei diseredati che canta nei suoi album, ma forse un’altra forma di appartenenza”. E d’altronde anche l’ex batterista del Boss, Vini Mad Dog Lopez, aveva scambiato le sue bacchette per delle mazze da golf, diventando caddie all’US Open del 2012.
In realtà, il vero sport di Springsteen è quello dei grandi stadi che ancora solleva come nessuno. A maggio, racconta il giornale francese, a Lille e Marsiglia “ha tenuto in pugno sessantamila persone come un pugile alla ventesima ripresa”. Due ore e cinquanta di concerto al Vélodrome, la notte della finale di Champions League, per un artista che un tempo arrivò a suonare per quattro ore e sei minuti a Helsinki, era il 2012. «Con l’età, i concerti si accorciano» ammette adesso lui, ma la potenza rimane intatta.
Dietro quella resistenza, c’è un rigore da atleta. Un solo pasto al giorno, frutta la mattina, allenamento costante da maratoneta del rock’n’roll. E quando nel 2009 salì sul palco del Super Bowl, a Tampa, davanti a milioni di spettatori, portò la stessa disciplina dei suoi tour. Dodici minuti netti di canzoni, iniziando con Tenth Avenue Freeze Out, gridando nella camera: «Signore e signori, nei prossimi dodici minuti entreremo nei vostri salotti con la potenza del E Street Band. Mettete giù il guacamole, lasciate stare le nuggets e alazate il volume».
Seguì Born to Run, una folla in delirio, la Fender che girava come una trottola. Il set si chiuse con Glory Days, e Bruce chiese l’ora al suo compare Steven Van Zandt: «It’s Boss time». Ha scritto: «È stato come ricevere un’iniezione di adrenalina diretta al cuore. Dovevamo raccontare trentacinque anni in dodici minuti. Era questo il punto: cominci qui, finisci là, punto e basta. È il tempo che ti è concesso per dare tutto ciò che hai». L’Equipe lo chiama il copyright dell’anima viva. Anche se di Sinner-Alcaraz non gliene frega niente.
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