La pallacanestro è un imbroglio. Finto a destra e vado a sinistra
Aleksandar Djordjevic.
Un campionato di pallacanestro diventato una media company
Ogni anno, all’All-Star Week-end, la NBA mette in scena uno sketch al Technology Summit, e ogni anno sembra un piccolo rito futurista. L’ultima volta a San Francisco era un robot allenatore per Steph Curry; dodici mesi prima a Indianapolis, Victor Wembanyama aveva qualcosa chiamato NB-AI e lo aveva definito il suo personale Siri del basket. Mike Vorkunov su The Athletic osserva che questi momenti scherzosi offrono uno scorcio su come la lega percepisce sé stessa: metà intrattenimento, metà laboratorio per il futuro.
Per ottant’anni, la NBA è stato un campionato di pallacanestro, costruito come un colosso da miliardi. Negli uffici di Midtown Manhattan, ora la percezione è cambiata: non basta più vendere diritti televisivi, bisogna produrre partite, guidare l’esperienza dei fan, modellare la loro attenzione. “La NBA non è solo spettatrice di come i tifosi consumano lo sport, ma cerca anche di indirizzarli”, scrive Vorkunov. Telecamere high-tech tracciano ogni movimento dei giocatori; Amazon analizza dati e statistiche avanzate. La NBA non osserva più: orchestra. Almeno finché Amazon AWS non manda in tilt il mondo intero, piattaforme per newsletter, software per disegnare le copertine eccetera eccetera.
Il cambiamento non è solo mentale. La NBA ha rimodellato assunzioni, risorse, processi interni. Adam Silver parla di una riorganizzazione, di marketing e dati integrati per costruire quello che chiama un nuovo muscolo. Vorkunov sottolinea come la lega oggi lavori come una macchina complessa: il basket sta al centro, tecnologia e media sono le braccia che modellano il mondo intorno. Silver ricorda appena può che il futuro richiede agilità e visione. Investimenti in startup, l’incubatore NBA Launchpad, partnership con aziende tech: tutto serve a non dipendere da altri per guidare innovazione e tecnologia.
«È fondamentale per avere successo, soprattutto quando ti rivolgi a un pubblico così vasto e globale», spiega Christopher Benyarko. La lega monitora la fisiologia dei tifosi e traccia i giocatori, utilizza l’AI per l’arbitraggio, per le statistiche e le analisi predittive. Ogni mossa, ogni gesto, ogni respiro dei giocatori diventa un dato, diventa materia prima per modellare l’esperienza.
Anche l’America adesso è un campo di gioco troppo stretto. La Basketball Africa League, i progetti europei previsti per il 2028, l’idea di un confronto tra squadre europee e franchise NBA: tutto si muove su scala globale rispetto ai giorni leggendari di Bird e Magic. La NBA non vuole più solo intrattenere, vuole plasmare una cultura sportiva. Come scrive Vorkunov, “la lega si è data un ampio raggio d’azione e ha ridefinito ciò che considera di essere, non solo un operatore preoccupato del prodotto in campo, ma una company tecnologica e mediatica”.
Anche il modo in cui si osserva il gioco è cambiato. L’NBA utilizza sensori, dati biometrici, monitoraggio dei giovani talenti nei programmi Basketball Without Borders per decidere chi alimentare e chi osservare da lontano. Analizza le reazioni dei tifosi ai tiri da tre punti, per esempio. Le decisioni strategiche sono orientate dai numeri. Il futuro è nei feed, negli algoritmi, nelle app, nei giovani giocatori da intercettare in Africa e in Europa. Un ecosistema che intreccia la pallacanestro, innovazione e spettacolo in un unico, gigantesco organismo in movimento.
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Sì, ma la gente vuole sapere chi vince
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Questo ecosistema riprende a respirare nella notte italiana. Si comincia. Sette franchigie diverse hanno vinto l’anello negli ultimi sette anni, una serie senza precedenti nella storia NBA. Il commissioner Adam Silver ha visto nove franchigie diverse vincere nelle sue 12 stagioni alla guida della lega. Il suo predecessore David Stern ne ha contate otto diverse in trent’anni. Non è capitato. La NBA l’ha cercato. Secondo le previsioni di ESPN potremmo ritrovarci in primavera addirittura con una ottava franchigia diversa campione, gli Orlando Magic di Paolo Banchero. La Gen-Z che ronza intorno alla tastiera da cui escono codeste parole sostiene che a ESPN fumano roba pesante. Si vedrà.
Le cose in giro stanno per sommi capi così. Houston ha aggiunto Kevin Durant a una squadra da 52 vittorie. Victor Wembanyama è di nuovo in forma a San Antonio. Golden State ha ancora Stephen Curry. I Lakers hanno Luka Doncic e sperano presto pure LeBron James. Nikola Jokic rimane a Denver l’inarrestabile che è. Anthony Edwards non ha ancora raggiunto il suo apice a Minnesota. I Clippers hanno il roster più esperto della lega. Dallas ha la prima scelta in Cooper Flagg e un sacco di talento intorno a lui. Secondo il Los Angeles Times queste otto squadre nutrono tutte speranze legittime di vincere la conference a Ovest. Ma considerando che i campioni in carica di Oklahoma non mancheranno certo la qualificazione ai play-off, una di queste – almeno una di queste – resterà fuori. Auguri.
Opta Analyst ha condotto uno studio statistico per dare una risposta sulla relazione tra un buon pre-campionato e una stagione gloriosa. Nel 2008 Detroit ne vinse quattro su quattro prima di iniziare e perse le prime 16 su 16 nella stagione regolare. Detto questo come omaggio alla assoluta imprevedibilità delle cose che ci sfilano sotto gli occhi e che sappiamo, diciamo, commentiamo con una sicumera ridicola, negli ultimi cinque anni 36 delle 50 squadre [72%] che si sono classificate tra le prime-10 durante la preseason hanno raggiunto i playoff. Venti di queste 50 squadre [40%] hanno vinto almeno una serie di playoff. Nel frattempo solo 22 delle 50 squadre [44%] che si sono classificate tra le ultime-10 si sono qualificate per i playoff e solo nove [18%] hanno vinto una serie
Se la storia si conferma, possiamo dunque prevedere che sette delle migliori-10 squadre viste in pre-campionato accederanno ai playoff. Opta Analyst tende a escludere i Brooklyn Nets e i New Orleans Pelicans dal suo setaccio. Le squadre che restano sono San Antonio Spurs, Los Angeles Clippers, Orlando Magic, Dallas Mavericks, Boston Celtics, Houston Rockets, Phoenix Suns e Minnesota Timberwolves. Tra queste, Celtics e Suns sono considerate con più scetticismo. Nessuna delle due sembra una squadra da playoff, ma almeno una probabilmente ce la farà.