Lo Slalom del 28 settembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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#3  giorni a Barcellona vs PSG

     

►  MARC MARQUEZ è campione del mondo della MotoGP. Gli è bastato piazzarsi secondo alle spalle di Francesco Bagnaia a Motegi per conquistare il titolo con cinque gare d’anticipo. È il settimo titolo nella classe regina, il nono complessivo.

◇  Pio Esposito ha segnato il suo primo gol in serie A ieri sera a Cagliari nella partita vinta 2-0 dall’Inter. Juventus-Atalanta e Como-Cremonese sono finite 1-1. Stasera c’è Milan-Napoli

◇  La Nazionale maschile di pallavolo ha battuto 3-0 la Polonia nella semifinale dei Mondiali nelle Filippine e oggi a mezzogiorno gioca la finale contro la Bulgaria per confermarsi campione. 

◇  Cobolli è uscito al 2° turno del torneo di Pechino nella notte, a pranzo Sinner ha battuto Atmane in tre set facendo un po’ di fatica ma proseguendo nel suo progetto di costruire un gioco più imprevedibile, aggiungendo colpi nuovi [ieri molte palle corte]. 

◇  Il Liverpool ha perso la prima partita in Premier sul campo del Crystal Palace – che a questo punto è la sola imbattuta del campionato. 

◇  Brescia ha battuto Trento, Milano ha battuto la Virtus nelle due semifinali di Supercoppa italiana in apertura di stagione. 

 

   

A te che sei il mio presente, a te nella mia mente

Lucio Battisti

 

  

La nuova stagione di Marc Márquez

Per molto tempo di Marc Márquez abbiamo ammirato le cadute, la sua arte di rotolare nella ghiaia. A un certo punto si disse persino che si buttasse di proposito. Per esercitarsi. Lui non smentiva. Sorrideva con quel suo ghigno diabolico, diceva di voler capire dove fossero i suoi limiti. Abbiamo ammirato così tanto le cadute da aver trascurato il resto, che Márquez si rialzava, ogni volta, sempre. Questa è stata la sua vera arte. Togliere la polvere dalla tuta e ricominciare, con un corpo pieno di cicatrici per quattro interventi chirurgici e per un viaggio al limite della notte, al confine di sé stesso, dove ha fatto fatica a riconoscersi, a ritrovarsi, a capire le moto che guidava, dove la diplopia lo faceva vedere doppio e in quel doppio c’era tutto e niente. Márquez è tornato Márquez non quando voleva andare in pista con un chiodo nel braccio, ma quando ha accettato l’idea che ogni cosa ha il suo tempo e che ogni soffio di vento deve fare il suo giro [per intero su Sky Sport Insider]. 

        

  Il Joker del motociclismo

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I temi del giorno

     

L’Italia della pallavolo e la luce dell’Est

Certe cose le hanno fatte solo in Unione Sovietica e prima ancora che Gagarin andasse nello spazio. Facevano volare una palla sopra una rete meglio di chiunque al mondo, lo facevano con gli uomini e con le donne. Solo l’URSS del 1960 e prima ancora del 1952 è riuscita a vincere nello stesso anno tutt’e due i Mondiali di pallavolo. Altre due volte quel lontano impero ci andò vicino con un oro maschile e un argento femminile [1962 e 1974], anche il Brasile per due volte lo stesso [2006 e 2010], ma adesso passa un’occasione dai polpastrelli di Simone Giannelli e il palmo della mano di Alessandro Michieletto, dopo che mezza missione  è stata compiuta da Alessia Orro e Paola Egonu, Miriam Sylla e Kate Antropova. 

Il 2025 dell’Italia è già glorioso con l’oro mondiale delle donne tredici mesi dopo l’oro olimpico, uno sbrilluccichio messo accanto a tre Coppe europee su tre vinte dai club, la terza per importanza vinta da una squadra retrocessa dalla A1 alla A2 [Roma] e la prima vinta portando in final four tre club. Anche la Champions maschile è finita in Italia, con il primo titolo di Perugia. Nel 2024 aveva vinto Trentino. Non avrai altra pallavolo all’infuori di me.

È una condizione eccezionale mai vissuta neppure con la Santa Pallanuoto [© Roberto Perrone], dove il perimetro del gioco è sostanzialmente ristretto all’Europa. Stavolta è accaduto anche alla pallavolo maschile. Nelle lontane Filippine i Mondiali di pallavolo si sono trasformati in un campionato continentale. Italia-Polonia del 2022 fu la prima finale senza altri continenti dopo vent’anni. Adesso ne arriva una seconda di fila, come nel 1994-1998 e prima ancora nel 1974-1978. Il Brasile è andato fuori ai gironi, gli USA ai quarti di finale. Il primo è saltato per mano della Repubblica Ceca, mai più su di un 10° posto nella sua storia, ma sei finali nelle prime sei edizioni [con due titoli] come Cecoslovacchia. Non si qualificava dal 2010 e agli Europei resta fuori dalle prime-quattro dal 2001. Gli States sono saltati sotto i colpi in rimonta della Bulgaria e dei suoi due schiacciatori 22enni che giocano nella Superlega italiana, Georgi Tatarov [Grottazzolina] e Aleksandar Nikolov [Civitanova]. È con la Bulgaria che l’Italia si gioca il titolo, un paese che ha nella sua storia un lontano argento olimpico con la data del 1980 e cinque podi mondiali, ma l’ultimo era di vent’anni fa [bronzo] e ai tre Europei più recenti è stata esclusa dalle prime-10. 

Più che un sovvertimento totale, si tratta del ritorno ai vertici della vecchia scuola dell’Est. Gli ultimi Mondiali con quattro nazionali europee ai primi quattro posti erano stati quelli del 1966: non solo era Europa, ma era Europa al di là del muro. Prima la Cecoslovacchia, seconda la Romania, terza l’URSS, quarta la DDR. Adesso il muro lo ha messo l’Italia. 

L’eredità delle Filippine sul gioco: la pallavolo moderna nacque dal razzismo

Succede nelle lontane Filippine, dove le due nazionali non si sono mai qualificate per i Mondiali e solo stavolta c’erano per diritto di ospitalità. Eppure è da questo posto che arrivano regole, convenzioni e stili con cui abbiamo imparato a giocare a pallavolo. Lo racconta Alex M. Mobley in una interessantissima Storia segreta della pallavolo, una dissertazione scritta per una laurea in filosofia della comunicazione all’università di Urbana nell’Illinois. 

Nel suo lavoro Mobley ha ricostruito l’influenza delle Filippine sul gioco così come lo conosciamo. Una storia che viene da lontano, dai giorni in cui il paese era ancora una colonia americana e il suo popolo iscritto a quella categoria che Rudyard Kipling definiva di scontrosi, metà demoni e metà bambini. La storia dei movimenti popolari filippini del XIX secolo avrebbe mostrato il potenziale rivoluzionario delle pratiche ibride di cattolicesimo romano e folklore indigeno. Furono quelle a minare colonialismo e paternalismo. 

L’assenza dal programma dei Giochi di St. Louis 1904 racconta come la pallavolo fosse ancora considerata a quel tempo una attività ricreativa e non sportiva, indegna di essere proposta a degli spettatori. Fino alla sua reinvenzione. Nelle Filippine. 

Nel 1911, su richiesta del Philippine Bureau of Education, il direttore dell’educazione fisica dell’International YMCA, Elwood S. Brown, cominciò a diffonderla tra i dipendenti governativi filippini di Baguio, la capitale coloniale estiva. Brown era pienamente consapevole del potenziale impatto che il programma avrebbe avuto sull’educazione fisica in tutto il paese. Ogni suo tirocinante filippino avrebbe finito per istruire altre 300 persone. 

Il resoconto di Brown di quell’incontro coloniale è un manifesto di mentalità coloniale e di paternalismo. Equiparava lo stile di gioco americano alla buona sportività, mentre giudicava lo stile di gioco filippino più provocatorio. Gli americani giocavano passandosi la palla in modo che tutti la toccassero almeno una volta prima di mandarla dall’altra parte della rete, sei tocchi almeno, qualche volta una decina. Si tramanda invece una volta i filippini siano arrivati a 52. Brown trasse dal dettaglio una verità razzista. L’americano – osservò – fa tutto in modo diretto, al filippino piace stuzzicare il topo: fingere di mandare la palla oltre la rete e poi non farlo

È del tutto evidente che i filippini non stessero violando nessuna delle regole originali di Morgan, non esisteva un limite ai tocchi, ne davano una interpretazione estesa, ma nelle convinzioni di Brown quel loro stile era sporco e sleale, in contrasto con i principi pedagogici della YMCA. E facevano durare all’infinito le partite. 

La reazione fu l’introduzione del limite a tre tocchi. Avrebbe trasformato il gioco e ancora grazie ai filippini. Nel 1916 Brown annota sul suo diario che la popolazione locale ha sviluppato un meccanismo interessante chiamato Bomba o Kill. 

Il giocatore che dà alla palla il colpo mortale è chiamato Bomberino. I Bomberinos di solito giocano da una seconda linea rispetto alla rete. Al primo tocco il giocatore che riceve cerca di mandare la palla in un punto del campo vicino alla rete. Al secondo colpo, uno dei più vicini alla rete manda la palla dritta in alto, in aria, in modo che resti molto vicino alla rete. Al terzo e ultimo colpo, uno dei Bomberinos arriva in corsa, salta in aria, colpisce la palla il più in alto possibile sopra la rete e la manda nel campo avversario.

Brown era esterrefatto. I colonialisti erano stati colonizzati. La descrizione di Brown – dice la tesi di Mobley – è un documento importante perché cataloga i contributi filippini al gioco moderno ma è ancora più notevole perché rivela la logica razzista che ne è stata l’ispirazione.

La federazione internazionale ha riconosciuto alle Filippine in un documento ufficiale del 1995 la primogenitura della schiacciata, definendola un’arma piuttosto letale ai suoi tempi

   

IL faticoso radicamento del ciclismo in Africa

Forse la storia della globalizzazione del ciclismo ci ha un po’ preso la mano. Abbiamo visto arrivare i Mondiali in Africa e ci siamo commossi, abbiamo pensato che fosse l’ultimo passo, il passo definitivo di uno sport che con LeMond prima e Armstrong poi ha conquistato l’America e che da qualche decennio è uscito dal perimetro Spagna-Francia-Belgio-Italia così caro al Novecento. 

È la tesi di Alexandre Roos, la firma di spicco de L’Equipe sul ciclismo. La globalizzazione, spiega, è il termine dietro il quale spesso si nasconde il desiderio di conquista di nuovi mercati economici o lo sviluppo della base di praticanti

Questi Mondiali in Ruanda sono una pietra miliare storica ma pure simbolica della situazione attuale, una situazione in cui i corridori africani, e ancor più quelli asiatici, sono raramente presenti nelle competizioni di alto livello, salvo poche eccezioni. E quando lo sono, spesso ricoprono ruoli folkloristici

A Kigali sono iscritte 36 nazioni africane, si tratta di un record, ma per la corsa in linea maschile Elite di domani – a parte l’Eritrea di Girmay e il Ruanda che mette sei ciclisti sulla linea di partenza – i corridori presenti saranno 11 con l’assenza di giganti del continente come Nigeria, Costa d’Avorio, Marocco, Etiopia. 

Resta difficile portare i migliori corridori al livello successivo spiega Roos nella sua analisi. Nel 2025 solo dieci corse UCI si sono svolte in Africa, e in cinque paesi. Il Tour d’Algeria si è concluso quattro giorni prima dell’inizio del Tour del Ruanda, la sola corsa di prima categoria. Il campionato africano è in programma a fine novembre, ma la sede non è ancora stata decisa. 

L’UCI ha lanciato nel 2022 un programma chiamato Progetto Africa 2025. L’obiettivo di partenza era permettere ai giovani ciclisti africani di brillare a questi Mondiali, invitandoli ad allenarsi a Paarl, in Sudafrica, o in Bretagna, dove in effetti alcuni sono stati tra aprile e agosto. Le 54 federazioni africane sono state sollecitate a selezionare un ragazzo e una ragazza tra i 18 e i 23 anni, ma per misurare i progressi – spiegano a Roos alcuni dirigenti internazionali – bisogna attendere due cicli olimpici, forse tre. 

Resta il fatto che per le strade di Kigali è pieno di biciclette, di gente che pedala in jeans e in infradito, scalano colline e passi. Éric Manizabayo faceva il tassista in bicicletta. È diventato campione nazionale del suo paese nel 2022 e oggi è alla partenza. 

Alessandra Giardini su Domani ha scritto che i Mondiali in Rwanda stanno davvero aiutando il ciclismo africano. La prima eredità che Ruanda 2025 lascerà sarà proprio questa bellezza struggente squadernata davanti agli occhi del mondo: un milione di persone al giorno lungo la strada, scuole e uffici chiusi per permettere a tutti di esserci, 350 milioni di telespettatori collegati in diretta da 124 paesi. Lo spettacolo di Kigali non basta però a nascondere le enormi criticità. Nei supermercati di Kigali una mountain bike per bambini viene venduta a 120.000 franchi ruandesi (circa 70 euro), ma il salario mensile medio è di 41.000 franchi ruandesi (24 euro)

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La prima Africa che ha domato le Fiandre

Sono stati gli italiani a portare le prime bici in Eritrea ma se state pensando che Mussolini ha fatto anche cose buone, beh, non è stato lui. Era il 1898 e le bici servivano per portare più velocemente la posta. Nel 1936 nacquero la federazione e le prime gare organizzate, ma agli eritrei colonizzati non era permesso partecipare. Nel 1939 il regime fascista pensò bene di rimuovere quel divieto, per far vedere agli africani la forza della razza italica. Però la prima corsa aperta a tutti la vinse uno di loro, e addio mito della superiorità dei colonizzatori. Alla fine della guerra, nel ‘46, il Giro di Eritrea fu la prima corsa a tappe dell’Africa. Il ciclismo era già diventato lo sport nazionale. Ancora oggi le strade sono piene di biciclette, non solo all’Asmara, e i ragazzi che cominciano a correre sono tantissimi, soprattutto nelle regioni centrali, quelle con il clima più dolce  DI ALESSANDRA GIARDINI  [marzo 2022]

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Biniam Girmay e una partecipazione per dovere sociale

Il ragazzo del poster è Biniam Girmay che però non aveva una particolare voglia di partecipare a questo Campionato del mondo, e i suoi manager belgi dell’Intermarché-Wanty non hanno insistito durante la stagione per convincerlo a recarsi in Ruanda. Era stata la difficoltà del circuito a scoraggiarlo. Dice di non sentirsi più lo stesso corridore di quando ha iniziato. «Ora mi conosco meglio, so di cosa sono capace e cosa no. Oggi corro sempre per vincere e non solo per mettermi in mostra, in Ruanda non ho alcuna chance. Solo la mia federazione ha avuto il potere di convincermi a venire» ha spiegato a L’Equipe. 

L’Eritrea non poteva presentarsi ai primi Mondiali in Africa senza il miglior corridore africano di tutti i tempi. La vittoria di Biniam alla Gand-Wevelgem ha fatto esplodere il numero di tesserati in molte federazioni, come racconta il presidente beninese Romuald Hazoumé: «Ha aperto una strada che molti pensavano chiusa. Sono arrivati molti nuovi ciclisti alle , ma non possiamo gestirli tutti per mancanza di infrastrutture» 

Il successo di Biniam Girmay ha creato qualche gelosia tra federazioni, spiega un dirigente africano a L’Equipe. La federazione eritrea tende ad avanzare più pretese. Dispone di più mezzi, ma non riesce a convincere Girmay a correre più spesso in Africa «I giovani ciclisti sognano di incontrarlo qui o altrove  – dice l’ex corridore ruandese Adrien Niyonshuti – ed è un peccato». Almeno oggi è qua.  Numero 111. 

Sì, ma chi corre? Il Mondiale di Pogacar e dei suoi avversari

Negli ultimi vent’anni in tre si sono spogliati della maglia iridata e l’hanno subito rivestita: Paolo Bettini si è ripetuto fra 2006 e 2007, Peter Sagan addirittura tre volte [2015-2016-2017], Julian Alaphilippe nel 2020 e 2021. Oggi fa il suo tentativo Tadej Pogacar. A Eddy Merckx non è riuscito mai. Prima di Bettini lo aveva fatto Gianni Bugno [1991-1992] e prima ancora bisogna tornare ai due Rik: Van Looy [1960-1961] e Van Steenbergen [1956-1957]. 

La grande curiosità è il come. «C’est Tadej!». È la frase che secondo L’Équipe Magazine ricorre sulle labbra di compagni, direttori sportivi e persino di sua madre Marjeta ogni volta che Pogacar fa qualcosa di impensabile. Un attacco a sessanta chilometri dal traguardo, una cavalcata solitaria di cinquanta, una vittoria che scompagina i piani: tutto si riduce a quell’espressione rassegnata o ammirata.

Il settimanale francese racconta un corridore che vive il ciclismo con la spensieratezza di un bambino e l’istinto di un predatore. Pogacar stesso ha definito «un attacco stupido» quello che lo ha portato un anno fa al titolo mondiale, ma Eddy Merckx, intervistato dai francesi, ha sorriso: «Io non attaccavo a cento chilometri dall’arrivo di un Mondiale. È evidente che Pogacar è adesso sopra di me».

Yohann Hautbois insiste sul contrasto che definisce lo sloveno: da un lato l’irregolarità geniale, dall’altro la freddezza glaciale. «È divertente in hotel, ma quando entra nel pullman… boom. Diventa un killer», spiega Joxean Fernández Matxin, manager dell’UAE. Anche i compagni hanno imparato a interpretare il copione. «Con Tadej non si sa mai cosa sia un piano», dice Adam Yates, ricordando un attacco improvvisato al Tour.

Il viaggio nella mente di Pogacar fa emergere un campione imprevedibile, refrattario ai calcoli. Un corridore che può annoiarsi di uno schema e decidere di far esplodere il gruppo, perché la noia è più pericolosa della fatica.

Ma L’Équipe Magazine scava anche dietro la facciata pubblica, mostrando un Pogacar intimo e insicuro. A Lubiana è un ragazzo comune, protetto da un team che lo difende da media e sponsor. Sua madre lo ricorda «sempre molto attivo, gioioso e dispettoso», mentre il suo storico massaggiatore Yoseba Elguezabal lo definisce «il miglior corridore del mondo, ma ancora un bambino».

Hautbois rievoca allora gli inizi: il fisico fragile, le prime corse in Slovenia, l’abitudine all’attacco per assecondare le lezioni del suo primo allenatore Miha Koncilija, convinto che «la bici è questo: scattare, provarci».

Questa è stata la via per Pogacar, una star globale da 104 vittorie conquistate e da sconfitte che si lega al dito, tipo quelle con Vingegaard al Granon o al Puy Mary, forse quella con Evenepoel alla cronometro di domenica scorsa. Perché, sottolinea il magazine, la sua forza nasce dalle cadute, che alimentano il suo gusto per il sangue.

C’è in lui qualcosa di unico, che sfugge alle categorie. Non è il piccolo capo autoritario, non è un calcolatore alla Froome o alla Indurain, corre come se fosse sempre la prima gara. 

«È come lanciare un dado», ha spiegato lui stesso tempo fa, «cosa ho da perdere, se do il meglio di me stesso?».

Così, nel ritratto del Magazine, resta a 26 anni un enigma e una certezza insieme. Il più grande corridore della sua epoca o un ragazzino con il sorriso furbo, o tutt’e due, chi lo sa, un ciclista che preferisce il gioco al controllo, l’avventura al copione. La spiegazione è sempre la stessa: «C’est Tadej».

L’immaginifico Roos dice che siamo “alla mattina del giorno più bello dell’anno, quello che non assomiglia a nessun altro e di cui abbiamo tanta voglia di assaporare ogni piacere, riscoprire il caleidoscopio delle maglie delle nazionali, il verde fluo, il turchese, il giallo e il rosso fuoco, la voglia di aspettare la prima fuga degli scout, un mongolo, un panamense, un sierraleonese”, quelli che staranno davanti con il cuore che batte forte per uno o due giri del circuito.

Ma è Remco Evenepoel il primo avversario dello sloveno, sarà impossibile per lui cedere un solo centimetro al rivale se il titolo è ciò che gli interessa, altrimenti la sua sconfitta sarà ancora più certa. Evenepoel non è mai stato convincente come con la maglia del suo paese. È liberato dopo la vittoria nella cronometro ma avrà bisogno di qualcosa di più di buone gambe. Lui, come gli altri, si trova di fronte a un dilemma che assomiglia a un vicolo cieco, accentuato dalla difficoltà del percorso ruandese, con i suoi 5.500 metri di dislivello positivo e gli oracoli apocalittici che promettono solo una manciata di corridori al traguardo. O cercare di sopravvivere il più possibile per vedere l’ultimo giro, con l’altissimo rischio di rimanere incastrato. Oppure partire presto, lasciare che la follia generi altra follia, scommettere sul delirio collettivo, orchestrato da quel cane rabbioso di Ben Healy per esempio, ma bisogna essere sicuri di avere le risorse per farlo e bisogna essere più folli del capo del manicomio.

Il capo del manicomio è Tadej.

L’Equipe dà cinque stelline allo sloveno, quattro a nessuno, tre al belga, due all’irlandese Healy,a  Pidcock e a Isaac Del Toro, una a Sivakov, Ayuso, Skjelmose, Ciccone, Carapaz, Vine e Simmons. Secondo la rivista Rouleur accadrà qualcosa di simile a quanto visto dopo l’Amstel Gold Race persa da Pogacar in primavera, quando si riprese con veemenza una settimana dopo, vincendo la Liegi-Bastogne-Liegi con oltre un minuto di vantaggio. Farà una corsa che perfino Remco Evenepoel troverà impossibile seguire.

La sorpresa Vallieres nella corsa femminile

    Ma una grossa sconfitta c’è già stata nella corsa femminile. Pauline Ferrand-Prevot era venuta per aggiungere un’altra maglia iridata alla sua collezione di quindici. Con Elisa Longo Borghini e Demi Vollering si sono marcate fino a farsi battere. Un esito sorprendente e storico per il Canada che non aveva vinto mai. Magdeleine Vallieres, sottolinea Rouleur, ha battuto le attendiste troppo pazienti, timorose di lanciare le proprie mosse, si guardavano sempre negli occhi. Per Rouleur si tratta di una delle pagine più inattese della storia recente del ciclismo femminile.

Vallieres ha 24 anni, corre da quattro stagioni con la EF Education-Oatly ed era conosciuta finora solo dai nerd della bicicletta. Per la maggior parte della stagione fa la gregaria. Si è infilata nel gruppo di dieci atlete in testa a due giri dalla conclusione, ha saputo rimanere davanti quando la selezione si è ristretta e sulla Côte de Kimihurara ha trovato il coraggio per attaccare. Per Rouleur il suo trionfo ricorda quello della danese Amalie Dideriksen, che a soli vent’anni sorprese tutte a Doha nel 2016. 

Vallieres aveva preparato la gara in altura. «Mi ero detta che avrei dovuto finire la corsa senza rinpianti». In effetti non ne ha. Il successo di Vallieres è anche quello del del Centro Mondiale del Ciclismo dell’UCI (WCC), di cui è stata allieva. Il programma ha l’obiettivo di formare cicliste di talento provenienti da tutto il mondo. Ha trovato una discreta ambasciatrice. Non è una vittoria africana o sudamericana – come magari spera sempre di vedere il WCC – ma è una dimostrazione del valore del progetto.

   

La costruzione di un campione

  Pio Esposito ha segnato il suo primo gol in serie A ieri sera a Cagliari, nella terra dove è diventato grande Gigi Riva, e pure questo sembra un segno, un bacio sulla fronte. La Gazzetta l’ha definita una rete cruciale, perché libera il ragazzo dall’ossessione e dall’ansia del passo d’avvio. Filippo Conticello ha scritto che la lunga attesa messianica è terminata, è ufficialmente iniziato il tempo di Pio Esposito: un’era felice per l’Inter, che ha trovato un brillante dentro casa, e per il calcio italiano, che cerca un’icona azzurra a cui votarsi

Il Giornale sottolinea per un’ora si è vista la più bella Inter di Chivu, mentre Massimiliano Gallo sul Corriere dello sport-stadio ha scritto che si è rivista la fame. La fame di una squadra che ha giocato due finali di Champions in tre anni. Che ha vinto uno scudetto e ne ha buttati altri due. La fame di una squadra di campioni che Chivu sta motivando giorno dopo giorno, senza proclami. Potremmo definirla la rivoluzione silenziosa. In appena un mese e mezzo di cura Chivu, Esposito è ben più di un calciatore promettente. Ha già giocato da titolare in Champions. E a Cagliari ha segnato la sua prima rete in Serie A. L’obiettivo e il lavoro dell’allenatore ci sembrano evidenti: svecchiare progressivamente la squadra, facendolo sembrare un processo naturale, e lavorare contestualmente al presente e al futuro.

  Tony Damascelli sul Giornale ha scritto che il pareggio della Juventus con l’Atalanta rientra nel mistero buffo del calcio, non perché i bergamaschi abbiamo demeritato ma perché la squadra bianconera ha fatto di tutto per non vincere, con la complicità di Tudor: buona la prestazione del primo tempo ma il croato ha cambiato ancora l’11 iniziale per poi rivoluzionarlo, la sua audacia è supportata dalla fortuna. Il punto non risolve gli equivoci per entrambe le squadre, il centrocampo bianconero sembra aver recuperato un’ipotesi di Koopmeiners ma Thuram è in deficit di condizione come Cambiaso, l’attacco, a parte Yildiz, non ha peso e idee definite e definitive, la stanchezza di Bremer è altro interrogativo verso la delicata trasferta contro il Villarreal. Juric ha ridato disciplina e “intelligenza” all’Atalanta che non ha sprecato energie ma non ha un centravanti in linea con la propria recente storia, Lookman sarà indispensabile per risalire.

Alessandro Bocci sul Corriere della sera dice che la Juventus ha mostrato il solito carattere, ma anche i soliti limiti. Se si spegne il talento fresco di Yildiz è difficile accendere la luce. La volontà c’è (8 angoli nei primi 20 minuti), ma è mancata la velocità e dopo essere andata sotto prima dell’intervallo, ha rischiato nel secondo tempo di affondare, salvata dall’errore di Krstovic e dall’intervento di Cambiaso sul colpo di testa a botta sicura di Bellanova. Restano gli equivoci: Openda centravanti è sembrata una scommessa azzardata e Adzic stavolta non lascia a bocca aperta.

Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio considera che come in Champions anche in questo pareggio c’è qualcosa che non convince. E’ una squadra capace di alzare il proprio livello tecnico solo se la palla passa dai piedi di Yildiz. Succedeva anche a un’altra vecchia Juventus, quella di Allegri, che si esaltava quando Dybala saliva sulla scena. Ma il confronto fra ieri e oggi si esaurisce qui, negli spunti e nelle giocate dei due 10 bianconeri.

E stasera Milan-Napoli

Paolo Condò faceva notare qualche giorno fa che il cammino iniziale del Milan di Allegri è una rievocazione dello scorso Napoli di Conte. Non ha le coppe europee da giocare. Ha perso alla prima giornata. È tornato precipitosamente sul mercato a tappare i buchi emersi. Stasera non è certo una partita-scudetto, come si dice. Quando si sarà conclusa la quinta giornata, la batteria del campionato sarà ancora carica all’87 percento. Sarà come essersi appena rialzati dai blocchi e aver corso 13 metri in uno sprint di 100. Ma la partita ha un senso tra le sue pieghe. Ci dirà se Max Allegri davvero pensa a un posto fra le prime-quattro [e allora accetta di mettersi guardingo] o se vorrà tentare di approfittare dell’emergenza del Napoli in difesa e giocare da spregiudicato. Ci dirà, come scrive Libero, se Rabiot può essere quel che è stato McTominay per Conte un anno fa, in una partita che rimette di fronte Allegri e Conte dopo 12 anni, Modric e De Bruyne dopo 7 mesi. Un braccio di ferro tra i due reparti di centrocampo migliori della serie A.

Anche L’Equipe dalla Francia si interroga stamattina sul centrocampo del Milan, analizzando il ruolo di Adrien Rabiot e Luka Modric.

Secondo Pierre-Alexandre Conte, il francese ha portato subito intensità, corsa, inclinazione al sacrificio. Si distingue per continuità, capacità di ripetere gli sforzi e concentrazione, guidando il pressing e mettendo la sua fisicità al servizio della squadra. I dati citati dal giornale francese sottolineano come sia uno dei milanisti che percorrono più km ad alta intensità, insieme a Estupiñán e Gimenez. 

Rabiot, però, non è solo corsa. Tocca in media 70 palloni a partita e si fa trovare tra le linee per dare continuità alla costruzione, in aiuto a Modric. 

L’Equipe sottolinea che nelle ultime uscite il Milan non ha schierato titolari sotto i 24 anni e che se Rabiot rappresenta la gamba, Modric è la mente. Davanti alla difesa, il Pallone d’Oro 2018 tocca più palloni di chiunque altro in rosa [82 a gara], regola i tempi e offre soluzioni. Con oltre il 91% di passaggi riusciti, è il giocatore che fa più avanzare il gioco con la sua distribuzione [6,8 progressioni con un passaggio ogni 90 minuti] oltre a incidere con la palla al piede. Frase chiave di Allegri: «Modric sa un minuto prima dove andrà il pallone».

Dal punto di vista difensivo, Modric deve ovviare a un deficit fisico, ma il sistema di Allegri – blocco basso e transizioni – lo aiuta. Rabiot e Fofana, spiega L’Equipe, compensano le sue mancanze con dinamismo ed equilibrio. Il Milan di Allegri ha costruito la sua solidità difensiva [6,5 tiri concessi in media a partita, seconda miglior difesa nei cinque campionati dell’élite europea dopo il Barcellona] e punta su un calcio pragmatico: pressing alto solo in casi limitati, prevalenza di fasi di costruzione lenta e grande attenzione alla compattezza del blocco. Tuttavia, spiega Conte – non Antonio ma Pierre-Alexandre – restano dubbi sulla capacità di mantenere un livello offensivo sufficiente: la differenza arriva dalle giocate individuali.

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Le analisi

   

Il 70 per cento di possesso palla per l’apostata Guardiola

Cinque gol segnati. Ventuno tiri in porta. Il 70 percento di possesso palla, 638 passaggi, 64 palloni toccati dentro l’area del Burnley. Così stamattina non si trova più nessuno che si lanci in intrepide considerazioni sulla svolta ideologica di Guardiola, altrimenti e addirittura detta abiura. Le due partite giocate dal Manchester City contro lo United e l’Arsenal privilegiando il contropiede e trascurando il possesso palla [se ne parlava qui] sono state un grande argomento di discussione in Inghilterra,e  di rimbalzo da noi, dove agli ultrà del calcio preso a mezza porzione – quelli che si fanno piacere solo uno degli atteggiamenti possibili in campo – non è parso di vero di arruolare Pep nella propria schiera. Trascinare Guardiola sulla propria sponda significava sentirsi dalla parte della ragione oggi, ma soprattutto ieri. L’avevamo detto noi. 

Un paio di giorni fa anche Jonathan Liew sul Guardian ha aggiunto il suo pensiero sull’argomento scrivendo che il vecchio rivoluzionario sta combattendo una guerra contro le sue stesse ortodossie tattiche. Ma oltre e dire quel che il titolo riassume, Liew diceva dell’altro – la parte più trascurata dalle traduzioni che si sono lette in giro e forse forse la parte più interessante del suo pezzo. 

Liew è scrittore raffinato, produttore di immagini e architetto di ragionamenti complessi. Nota in Guardiola un comportamento cambiato e scrive: L’energia dei sigari, dell’evangelizzazione e dei bei momenti è scomparsa, sostituita da una presenza più accigliata e sarcastica a bordo campo. Per la prima volta sembra vestirsi in modo adeguato alla sua età. I ​​graffi e le macchie sul suo viso sono una sorta di stimmate, gli occhi segnati dalla sofferenza e dal desiderio, i battiti di ciglia e i sussulti di un uomo nel tormentato processo di ritrattazione di tutto ciò che un tempo predicava

Lui stesso avverte che in un certo senso questa sembrerebbe la parte più interessante di una transizione. E però. E però Liew aggiunge che la disintegrazione dello scorso autunno ha costretto Guardiola a cercare risposte dentro di sé, e per una volta sembra aver concluso che le risposte sono altrove. Molti, sulla base di queste prove – ecco la parte interessante – hanno concluso che Guardiola stia entrando nella sua fase Arsène Wenger, o forse in quella José Mourinho, ma è un paragone che non regge. Gli allenatori anziani generalmente si rafforzano nei loro principi, diventando versioni più estreme e grottesche di sé stessi. Ed è così che invecchia la maggior parte di noi. L’Arsenal di Wenger non ha mai smesso di ingaggiare numeri 10 volubili. Mourinho si è aggrappato così fermamente al suo antidogma che è diventato una forma di dogma a sé stante. Persino le ultime versioni del Real Madrid di Carlo Ancelotti sembravano una sorta di parodia: l’allenatore per eccellenza che non interviene mai,  gradualmente abbandona il controllo fino a scomparire del tutto.

Ciò che Guardiola sembra fare – dice Liew – al contrario, è molto più audace e apostata. Non si tratta di un allenatore che si rifugia nei suoi principi, quanto di uno che se ne allontana completamente. E qui ci troviamo in un territorio in gran parte inesplorato, per più di un motivo. Nessun allenatore ha mai rivoluzionato il gioco come Guardiola; pochi allenatori accumulano tempo, capitale personale e consapevolezza sufficienti per riuscire a demolire la cattedrale che hanno costruito. Jürgen Klopp stava per farlo al Liverpool, ma si è esaurito prima di riuscire a completare l’opera. La carriera di Louis van Gaal – che ha vinto l’Eredivisie giocando con il 4-4-2 con l’AZ, demolendo il gioco posizionale spagnolo ai Mondiali del 2014 – è forse il parallelo moderno più vicino. Per circa un decennio il calcio si è chiesto se Pep-ball sarebbe mai stato eliminato; sarebbe la più grande delle ironie se l’allenatore che lo ha fatto fosse stato quello che l’ha creato

Lo sarebbe se. Ma il calcio di Pep, nelle sue forme per forza di cose evolute, ha appena vinto la Premier con il Liverpool di Slot, la Champions con il PSG di Luis Enrique, i Mondiali dei club con il Chelsea di Enzo Maresca. Pare tutt’altro che decrepito. L’apostasia di Guardiola è un’altra. Consiste nel non avere ancora smesso di aggiornarsi e di aggiungere nuovi attrezzi alla sua cassetta, tipo giocare in modo sorprendente certe partite in cui gli pare che possa essere più efficace così. Consiste nell’aver rigettato il principio della mezza porzione. Oppure stamattina qualcuno dovrebbe raccontare il ripensamento del ripensamento. 

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Dai campi

   

Le  minacce di Trump a Seattle e San Francisco: vi tolgo i Mondiali

I Mondiali del 2026 hanno presentato le loro mascotte, ovviamente tre, una per ogni paese organizzatore. Gli USA mettono in campo l’aquila Clutch, il Messico il giaguaro Zayu, il Canada l’alce Maple. Bene. In campo c’è saldamente pure Donald Trump che ha minacciato di togliere i Mondiali ad alcune città considerate pericolose. Una minaccia spettacolare ma infondata – dice L’Equipe – rivolta principalmente ai suoi avversari politici. Sebbene non sappia molto di calcio, Donald Trump è uno specialista dell’intervento. Lo ha dimostrato di nuovo giovedì sera nello Studio Ovale di Washington, quando è stato interrogato sulle partite in programma a Seattle [sei al Lumen Field] e San Francisco [sei al Levi’s Stadium]. «Queste città sono gestite da estremisti di sinistra che non sanno quello che fanno» ha detto. «Faremo in modo che queste partite possano svolgersi in condizioni di sicurezza. Anche spostando la partita altrove»

Per L’Equipe si tratta di una crociata di Trump contro diverse importanti città democratiche. Il mese scorso ha inviato la Guardia Nazionale nelle strade di Washington, da giugno l’Immigration and Customs Enforcement Agency [ICE] conduce le sue operazioni a Los Angeles e promette di fare lo stesso a Chicago e Memphis. Solo che l’organizzazione dei Mondiali rientra nella giurisdizione della FIFA e una simile minaccia per le città che ospitano la Coppa del Mondo dovrebbe essere ridimensionata. Nonostante la acclarata vicinanza con Gianni Infantino, non si può parlare di una minima modifica da parte dell’organismo, soprattutto non così a ridosso dell’evento, tutto è già pronto, i contratti sono firmati, le infrastrutture sono state riservate, spiega il giornale francese. I contratti firmati battono anche le amicizie presidenziali. 

Non sorprende che la FIFA non abbia reagito alle dichiarazioni del presidente. Nei corridoi della FIFA questa dichiarazione non ha destato particolare preoccupazione. Spiegano che Trump ama bluffare

 

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Interpreti

 

Il lavoro di recupero su Ansu Fati

Prima che arrivasse Lamine Yamal, il ragazzo del Destino sbucato dalla Masia pareva Ansu Fati. L’erede di Messi. Era lui il prescelto ricordava L’Equipe ieri mattina nel dedicargli una pagina. Ma gli infortuni e la difficoltà di gestire il peso delle aspettative hanno deciso diversamente. Ansu Fati sta cercando di rilanciare la sua carriera al Monaco all’età di 23 anni non ancora compiuti. Era Lamine Yamal prima di Lamine Yamal dice felicemente il giornale francese. A 18 anni e pochi giorni aveva 11 presenze in Champions contro una sola di Messi e zero di Ronaldo. Neppure aggiungendo quelle di Mbappé alla sua età (tre) si raggiungeva il totale delle sue. 

«La gente dimentica in fretta, ma la sua presenza in prima squadra è stata straordinaria, fugace e straordinaria» ricorda Jordi Roura, ex responsabile del settore giovanile a Barcellona. Il 25 agosto 2019 Ansu Fati diventava il giocatore più giovane del dopoguerra a giocare per il Barcellona. Con un certo scalpore. Il lunedì mattina arrivò in ritardo all’allenamento e andò a scusarsi con Xavi Martin, direttore de La Masia: «Mi scusi, ma in metropolitana mi fermavano tutti». 

Martin gli mostrò le prime pagine dei giornali catalani e lo avvertì: «Mi sa che da oggi la metro non puoi prenderla più»

L’Equipe torna a parlare di lui perché la partenza del Monaco di Fati è stata buona. Quattro vittorie in cinque giornate. Lui sta ricominciando dopo quattro interventi chirurgici. Il dottor Ramon Cugat, che eseguì il primo, avrebbe dichiarato anni dopo che il ginocchio era guarito ma che i punti si erano allentati. Ansu ci aveva lavorato troppo al suo ritorno. Aveva affrettato i tempi per rientrare. I tormenti successivi sono stati figli di questa ansia di riprendersi. Ieri il Monaco è caduto fragorosamente sul campo del Lorient [3-1], ma Ansu ha segnato su rigore al 98’ arrivando a quattro gol in tre partite. La più grossa notizia è che al 98esimo fosse ancora in campo. Il suo allenatore Adi Hutter rimane cauto. Dice che il primo traguardo sarà fargli giocare due, tre partite di fila senza infortuni. 

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