Guardiola non abiura, Guardiola è imprendibile: il dibattito sul suo difensivismo

Un genio in mutazione perenne

Siamo in viaggio verso un mondo post Pepista e questo viaggio non sappiamo ancora dove ci condurrà. In viaggio ci siamo tutti perché quando a Pep Guardiola viene un’idea quell’idea entra nella testa di molti altri. Una volta è il falso centravanti, un’altra volta il portiere-regista oppure i terzini che diventano mezzali. 

Il viaggio nel mondo post Pepista è quello che Jonathan Wilson, storico del calcio che scrive per il Guardian, definisce il passaggio dello specchio di Guardiola. È cominciato con una vittoria schiacciante nel derby di Manchester lasciando la gestione della palla allo United e battendolo in contropiede. È proseguito nella partita in casa dell’Arsenal di domenica scorsa, dove il possesso è sceso al 34%, il più basso mai registrato da una squadra di Pep in una partita. Alla fine aveva in campo quattro difensori centrali, due centrocampisti di contenimento e un terzino. Ma nemmeno questo dato – spiega Wilson – rende l’idea di quanto la cosa sia strana. 

Nelle cinque stagioni precedenti ci sono state solo 10 occasioni in cui il City non ha avuto più possesso palla degli avversari in una partita di Premier League, e solo in un’altra circostanza il possesso della palla è sceso sotto il 40% [con l’Arsenal nel febbraio 2023]. Quella volta però non si trattò di una ritirata in un bunker. Fu la contromossa necessaria per porre riparo all’esperimento sbagliato di Bernardo Silva terzino sinistro. Domenica scorsa è stata una scelta. Wilson si domanda se abbia pesato il ricordo del 5-1 subito la scorsa stagione all’Emirates o che altro sta succedendo. 

Wilson riconosce che Guardiola non è un dogmatico. Non lo è mai stato. Si è sempre evoluto. Quando intuì che il suo vero avversario ideologico non era più Mourinho ma stava diventando Klopp, andò a prendere dal calcio di Klopp alcuni degli elementi che potevano essere utili. Nel frattempo Klopp ebbe la stessa idea al rovescio. Così abbiamo avuto piano piano due stili creoli e due solenni atti di fiducia nelle possibilità del calcio a porzione intera. Ma la bellezza del calcio è che ognuno dentro ci vede quel che vuole. 

Così se Guardiola gioca qualche partita improntata a una cautela così distante dall’idea che NOI abbiamo di lui, il partito che gli imputa tutti i mali del mondo, dalla crisi climatica a chissà che altro – un partito che ha una cellula italiana molto numerosa e rumorosa – comincia a giudicare le sue mosse come una abiura, come la consapevolezza della fine di una moda. Si alza un vento impetuoso che dichiara la fine di quello che Wilson chiama lo stile progressista basato sui passaggi, quello stile egemone che negli ultimi 15-20 anni sta cedendo il passo a un gioco più fisico, centrato su cross, calci piazzati e mancanza di scrupoli. Guardiola si sta allontanando dal paradigma che ha contribuito più di chiunque altro a stabilire

Solo che il resto della realtà è meno funzionale alla costruzione del panorama e viene rimossa. In testa alla classifica in Inghilterra, con cinque punti di vantaggio, c’è il Liverpool, che non è costruito su nessun atteggiamento prudente. Anzi ha cominciato la stagione riducendo la copertura a centrocampo, e come fa notare il Guardian continua tranquillamente a segnare più degli avversari.  

Saremo pure in viaggio in un mondo post-Pepista ma i Pepisti – sai com’è – ogni tanto vincono una Premier con Slot, una Champions con Luis Enrique, un Mondiale per club con Enzo Maresca. 

 

Il mondo assai mutato dei difensori

Oh, a proposito poi di questo mondo nel quale Guardiola è rinsavito e finalmente mette da parte quelle sciocche idee che gli sono venute per la testa, varrà la pena chiedersi con chi di preciso dovremo difenderci e quali poster attaccheremo nelle nostre stanze.

Paolo Condò sul Corriere della sera di stamattina fa notare che fra i trenta finalisti del Pallone d’oro i difensori sono tre, ma sono tutti difensori di spinta con una spiccata presenza in zona gol. Si chiamano Hakimi, Nuno Mendes e Dumfries. Per trovarne uno più puro bisogna retrocedere fin giù al 28esimo posto e a Van Dijk.

E qui Condò racconta un retroscena personale e interessante, racconta delle serate di Champions League trascorse negli studi di Sky Sport a guardare partite con Fabio Capello e tanti campioni del recente passato. Molti sono stati difensori e pare che davanti alla tv facciano commenti così: «Ma come ha fatto a farsi superare così?», «Non insegnano più l’abc della marcatura», «Ai miei tempi un difensore che sbagliava quell’intervento rivedeva il campo dopo mesi».

Lo stupore per gli errori dei difensori – spiega Condò – è molto più diffuso, e molto più scandalizzato, rispetto a un attaccante che calcia alto da buona posizione, o che tira sul portiere malgrado avesse la porta spalancata. Si avverte un’indulgenza quasi filosofica verso la punta, mentre viceversa le censure per il difensore sono implacabili. Sono critiche espresse col tono di chi immagina che presto qualcuno interverrà per correggere questa deriva, ripristinando l’antica arte della difesa. Ma succederà? Una tendenza così diffusa porta a sospettare che sia in atto una rivoluzione — dal calcio come sport al calcio come show — o più probabilmente che questa rivoluzione sia ormai sedimentata, e senza ritorno. Non è possibile che in tutti i club tutti i tecnici abbiano smesso di allenare per bene tutti i difensori. Semplicemente devono essere cambiati certi parametri, e il mercato dei grandi club pare lì a dimostrarlo.

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