C’è una luce speciale quando un campione torna da vicoli oscuri e i vicoli che ha conosciuto Marc Márquez sono stati bui come pochi altri. Così la Spagna tutta sta celebrando il suo ritorno così speciale, la luce ritrovata proprio quando ha messo da parte il superomismo, accettando la fragilità e rispettando i tempi di recupero.
Nadia Tronchoni descrive questa rinascita su El País definendo Marc Márquez “l’espressione più esatta del carpe diem”. Márquez dice di sentirsi in pace perché oggi è “un guerriero che non vuole ammettere le ferite, ma che ha deciso di mostrarsi vulnerabile”.
Tronchoni ripercorre l’epopea di un pilota che ha trasformato la sua storia in un inno alla precarietà della gloria. Márquez nasce “culé de cuna” dice, non ambisce più all’eternità ma al presente: vuole godersi ogni sorso finché il corpo regge. Un cammino segnato dal dolore, come direbbe quel tipo a Massimo Troisi che gli sottopone le sue lozioni in Le vie del Signore sono finite. Márquez è caduto e risorto più volte perché “la sua ombra l’ha costruita da solo”. È stato un atleta che ha sommato magia, tecnica, testardaggine e aplomb. Non è un esercizio che riesce a tanti. Dopo quattro anni di inferno fisico, crisi e smarrimento – si legge su El País – serve un talento speciale per rialzarsi e farlo con autorità e poesia.
Juan Gutiérrez su As elegge la storia di Marc a storia del week-end, davanti alla Ryder Cup dell’Europa e al Mondiale di Tade Pogacar. Come sottolinea Toni López Jordà per La Vanguardia è “il primo pilota in 75 anni di storia del campionato a riconquistare il titolo dopo oltre tre stagioni di distanza”, un ritorno che viene paragonato alle imprese di Tiger Woods, Muhammad Ali, Roger Federer o Michael Jordan. Il suo ritorno al trono – scrive il quotidiano catalano – non è solo statistica e numeri, ma la celebrazione di un atleta che ha trasformato la resilienza in mito, avvicinandosi a leggende assolute come Valentino Rossi, Giacomo Agostini e Ángel Nieto. La Vanguardia dice che Márquez ha ricordato al mondo come coraggio e passione possono riscattare anni di sofferenza.
Per Abc stiamo celebrando “il campione più grande messo più volte in dubbio”. E poi Abc mette in fila i numeri: nove giri veloci, otto pole position, quindici podi, quattordici vittorie nelle Sprint, dieci doppiette e un margine di 201 punti sul secondo classificato, suo fratello Álex, 267 sul terzo, Pecco Bagnaia.
| pensieri e parole Marquez raccontato da sé stesso
➣ Suo fratello Alex sostiene che lei sia diventato un’altra persona dopo gli infortuni. È d’accordo?
«Assolutamente sì. Ho perso anni di carriera, ma proprio quelle batoste mi hanno insegnato tantissimo. Ho cambiato carattere, ho cambiato modo di approcciarmi alla vita e ai problemi. Ora penso di più, prima ero tutto istinto. È stata una lezione».
➣ L’insegnamento più importante?
«Rispettare il mio corpo; non lo facevo in passato. Ma la vita non è soltanto motociclette».
➣ Che cosa vuol dire sentirsi in pace? Prima non lo era?
«Non dimentico le quattro operazioni, ma soprattutto la fretta di risalire in moto (nel 2020, dopo l’incidente di Jerez, ndr). Una decisione ottimistica, rischiosa; intorno a me c’era gente che mi dava fiducia, ma l’ultima parola è stata la mia ed era sbagliata. Combattevo contro me stesso, contro un Marc che diceva “provaci” e contro un altro che diceva “fermati”».
➣ Quale Marc c’è adesso?
«Uno che dice: “Non hai preso decisioni giuste in passato, ora dimostra che sei capace di cambiare”. L’ambizione è la stessa , ma ogni vittoria la considero come un regalo». – intervista di daniele sparisci, Corriere della sera
▥ L’Equipe domanda: “Facile, vero? Un titolo conquistato a sei Gran Premi dalla fine, garantito da un vantaggio di 201 punti sul suo ultimo inseguitore, il suo dolce fratellino, l’uomo che non lo avrebbe attaccato in pista per nulla al mondo. Ma per Marquez no, questo titolo non è stato facile. Altrimenti non avrebbe singhiozzato così. Nelle ultime curve, dove le lacrime gli impedivano di distinguere i punti di frenata; poi nel giro d’onore, dove i piloti sfilavano uno dopo l’altro per salutarlo, come ci si inchina davanti a un re”.