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#1 giorno ai Play-off di Europa e Conference League
► I TRE COLPI di scena che ieri mattina erano stati ipotizzati si sono concretizzati tutti: nella prossima Champions avremo tre debuttanti: i norvegesi del Bodø/Glimt, i kazaki del Kirat, i ciprioti del Pafos. Stasera si assegnano le ultime quattro carte. La Scozia rischia di restare fuori. Si gioca tutto pure Mourinho con il Fenerbahçe.
◇ Compravendita. Il Napoli sta definendo Hojlund e intanto pare prossimo a chiudere per Elmas, altro giocatore che come Gutiérrez sa giocare in più ruoli e posizioni. Sancho ha detto definitivamente di no alla Roma: ora l’obiettivo è il giovane George. Allegri avrebbe piacere che il Milan si buttasse su Rabiot, Rabiot avrebbe piacere di restare a Marsiglia.
◇ Per il suo debutto in F1 nel 2026 con motori Ferrari, la Cadillac ha scelto due piloti esperti come Valtteri Bottas e Sergio Pérez. Per tutt’e due sarà l’occasione per il rientro nel grande giro dopo le ultime esperienze alla Sauber e alla Red Bull
◇ Jannik Sinner ha vissuto l’esordio agli US Open come un lunedì in ufficio. Ha battuto senza cerimonie il ceco Kopriva, mentre Sonego è stato eliminato da Schoolkate dopo quattro ore di tennis. Anche Zverev al secondo turno. Stefano Semeraro su La Stampa ha scritto che il fastidio più grosso per Sinner sono stati i cerotti. “Al manicotto che gli protegge l’avambraccio destro, da Wimbledon in poi la Volpe si è abituata, tanto da mantenerlo anche nel caldo (non eccessivo, 27 gradi e 39% di umidità) di Flushing Meadows. I cerotti per proteggere le dita, in particolare l’anulare destro, sono invece una novità, e Jan ci ha battagliato dall’inizio, chiedendolo infine al fisioterapista dell’Atp di toglierglieli”.
◇ Ben Turner ha vinto in volata la quarta tappa della Vuelta con arrivo in Francia di rientro dal Piemonte. Gaudu ha strappato la maglia roja a Vingegaard. No, non come fa Hulk, gliel’ha strappata nel senso che gliel’ha sottratta. Hanno lo stesso tempo in classifica generale ma il francese vanta migliori piazzamenti [chissà se se ne vanta come fanno i bambini a cantilena: ce li ho io, ce li ho io]. L’Equipe gli ha dedicato di nuovo la prima pagina: “Rouge de plaisir”.
◇ La Nazionale di pallavolo ha vinto la sua 32esima partita ufficiale consecutiva battendo per 3-1 il Belgio nell’ultima partita del girone eliminatorio ai Mondiali. C’è stata tensione quando Anna Danesi si è sdraiata a bordo campo nel quarto set per un episodio di tachicardia. Pierfrancesco Catucci spiega sul Corriere della sera. “Anche il ghiaccio che lo staff azzurro le aveva messo sul polso non era dovuto a un problema fisico, ma solo alla necessità di aiutarla a riprendersi. La vita delle azzurre a Phuket, d’altronde, è ritmata dai trasferimenti albergo-palazzetto e ritorno. Fuori, però, ci sono 30 gradi e un’umidità che cresce nel pomeriggio, fino a superare il 90% di sera. Negli ambienti chiusi, invece, l’aria è fredda e secca, pompata dai condizionatori. Oggi, però, Velasco ha concesso giornata libera: si può recuperare”. Comunque: 12 punti di Paola Egonu. Oggi conosceremo il nome dell’avversaria: la Polonia allenata da Stefano Lavarini oppure la Germania allenata da Giulio Bregoli.
L’Europa è troppo grande per essere unita. Ma è troppo piccola per essere divisa
Daniel Faucher
Gli Europei di basket che in America non capiscono
In America non riescono a crederci. Guardano com’è fatto uno dei loro passatempi preferiti dall’altra parte dell’Oceano e ne restano sconcertati. Abbiamo durate di gioco diverse e misure del campo differenti, righe spostate più avanti o più indietro per il tiro, ma in fondo non è neppure questo che li spiazza. Dall’America guardano questi Europei di pallacanestro che cominciano e non si capacitano del fatto che si giochi per che cosa? “Pride” risponde la newsletter Bounce del magazine The Athletic. Com’è possibile? ‘Sta gente gioca per orgoglio.
“Letteralmente – sottolinea Zach Harper – perché i risultati influenzano la classifica internazionale di queste nazioni, ma tutte e 24 le squadre sono già ammesse alle qualificazioni per la Coppa del Mondo 2027. Quindi, in questo torneo c’è in palio semplicemente un vanto”.
In effetti. Questo fanno i tornei delle nazionali, al netto di eventuali montepremi che le federazioni internazionali distribuiscono. È quel vanto che tuttavia lo sport americano conosce bene, quel vanto che alimenta il fuoco del sistema NCAA, una università contro l’altra, l’Alma Mater e tutto quel bagaglio là. Qui cascherebbe a fagiuolo un ragionamento sull’Europa unita o disunita, un confronto con il federalismo americano, le singole identità dei cinquanta stati e delle nazioni Ue, il sovranismo, eccetera eccetera, ma oggi è la giornata mondiale contro i sermoni, fa ancora molto caldo, e non è il caso.
Ci basta sapere che The Athletic usa nella sua presentazione del torneo al pubblico americano altri due punti esclamativi. Uno per dire ai tifosi che si sbagliano se pensano di dover aspettare ancora dei mesi prima di poter vedere Nikola Jokić, Giannis Antetokounmpo, Luka Dončić. Il secondo per sottolineare che il campionato dura due settimane e mezzo. Chissà se il punto esclamativo intende esclamare che dura tanto o dura poco.
Si gioca in Quattro città diverse come sede dei gironi: Tampere in Finlandia, Limassol sull’isola di Cipro, Katowice in Polonia e Riga in Lettonia, dove poi si terrà per intero la fase a eliminazione diretta. Sono 24 le squadre partecipanti, otto di loro hanno già vinto il torneo in passato, tre l’hanno fatto nel Novecento. La sola Cipro debutta, il Portogallo ritorna dopo 14 anni, l’Italia non porta la Coppa a casa dal 1999 e non prende una medaglia dal 2003 [fu un bronzo].
Non solo Nikola Jokić, Giannis Antetokounmpo e Luka Dončić arrivano dalla NBA. Sono stante le stelle che si sono sganciate dalla lega più bella e più ricca del mondo per “orgoglio”, per inseguire un “vanto”. Sul numero preciso dei giocatori NBA presenti le ragionerie divergono. La colpa è dell’interpretazione che viene data ad alcune figure: quelli chiamati al Draft e che non hanno ancora debuttato, quelli che hanno giocato nella stagione scorsa ma sono in uscita. Le sfumature al giorno d’oggi sono un problema. Facciamo che per convenzione sono trentacinque. Qui la NBA si è data dei criteri e ha messo degli asterischi per conto suo, ma qui c’è l’elenco completo e ognuno può decidere di contarseli come gli pare e piace. Di sicuro Estonia, Cipro, Belgio, Gran Bretagna, Islanda e Polonia non hanno giocatori NBA. L’Italia ha chiamato Simone Fontecchio dei Miami Heat e Sakiou Niang, atteso come rookie nella prossima stagione ai Cleveland Cavs. La Francia ne ha sei ma non l’unicorno Victor Wembanyama. Otto sono i giocatori della Serie A convocati dalle altre nazionali, sedici sono i free agent che intendono approfittare della vetrina per firmare un contratto.
Il programma di oggi
Il via con Gran Bretagna vs Lituania | La nazionale britannica ha avuto una preparazione piuttosto fiacca. Ha giocato cinque partite e ne ha vinta una [con l’Estonia]. Il suo traguardo principale – secondo l’anteprima di Basketball Sphere – è spezzare una striscia di 11 sconfitte consecutive. Lla sua ultima vittoria nel torneo risale al 2017. Il giocatore di spicco è Akwasi Yeboah, ex Galatasaray, ex Trapani, atteso dal Trabzonspor. La Lituania ha giocato sette partite di preparazione e ne ha vinte sei [unica sconfitta con la Turchia]. Dovrà fare a meno di Domantas Sabonis, Edgaras Ulanovas e Ignas Brazdeikis. La stella è Jonas Valanciunas, reduce da un’estate movimentata, con voci di un possibile ritorno in Europa e di un passaggio al Panathinaikos. Non si è concretizzato.
I campioni del mondo della Germania cominciano dal Montenegro. Alex Mumbru ha sostituito Gordon Herbert in panchina. Sul duo Franz Wagner-Schröder continuerà a posarsi il peso della squadra, l’assenza di Moritz Wagner e Nick Weiler-Babb toglie qualcosa in termini di energia alla difesa.
Lettonia-Turchia sarà una partita da scintille, ritmo alto e frenetico. Da una parte Porzingis e una batteria di tiratori da tre, dall’altra la stella di tante Euroleghe, Shane Larkin, che dà il meglio di sé quando gli viene lasciata libertà in campo. Con Alperen Sengun faranno a gara a mangiarsi il pallone.
Nel derby scandinavo contro la Svezia, la Finlandia sostiene un test per candidarsi a squadra rivelazione del torneo. Mikael Jantunen e Lauri Markkanen sono le prime risorse offensive. A sera il debutto della Serbia, una delle favorite per il titolo.
pensieri e parole
Spissu con il numero di Polonara
➣ Lei, Spissu, ha lasciato il suo tradizionale numero, lo zero.
«In fondo lo 0 è un numero. Il 33 è invece un simbolo, è la presenza di Achi con noi. Io e lui ci sentiamo quotidianamente, parliamo di tutto, dal basket alla vita di ogni giorno. È un mio fratello maggiore».
➣ L’idea è stata di Polonara.
«Me l’ha chiesto lui. Ed eccoci qui. Noi con le nostre partite da vincere. Lui con la sua grande partita contro la leucemia da stravincere. Ma allo stesso tempo è con noi, in tutte le nostre chat, ci scrive, ci consiglia, ci supporta».
➣ Ha giocato a Saragozza nell’ultima stagione e ha toccato con mano la pallacanestro spagnola.
«In quel basket tecnico mi trovo a meraviglia. E ora sono attrezzato per qualunque cosa. Il Poz mi chiede assist, triple, corsa e cuore. Sono prontissimo». – intervista di cosimo cito, la Repubblica
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra il caso Isak al Newcastle – In Francia la maglia roja di Gaudu alla Vuelta – In Spagna la voglia di Nico Paz venuta a Madrid e l’offerta del Chelsea per Fermin – In Italia il calciomercato
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I temi del giorno
Cosa se ne fa la Cadillac di Bottas e Pérez
L’Equipe li definisce “padri fondatori”. Che scelta è stata quella della Cadillac? Valtteri Bottas e Sergio Pérez hanno entrambi suppergiù la stessa età, 35 anni a testa. Sommano 427 Gran Premi e 16 successi, la grande occasione è già passata. La Cadillac li ha scelti seguendo un pensiero evidente: se bisogna partire da zero, almeno il volante diamolo in mano a chi sa farlo girare. Solo che la metafora è sbagliata. Perché insieme alle nuove regole, l’anno prossimo arriverà anche un volante inedito. Pieno di tasti, pulsanti e bottoni. Così, Andrea Sillitti su Sky Sport Insider esprime qualche perplessità sulla strategia.
Il sospetto di molti – ha scritto – è che la F1 del 2026 “possa favorire le nuove generazioni, i nativi digitali più multitasking. E invece la scelta di Cadillac taglia fuori le giovani promesse, tra cui l’italiano Leonardo Fornaroli, attuale leader della F2, che anche se dovesse vincere il campionato potrebbe non avere un posto in Formula 1. E questo, visto che Bottas e Perez il meglio sembrano averlo già dato, sembra un po’ un controsenso”. Si tratta – ha aggiunto – di una “coppia di piloti sicuramente affidabile ma di scarsa prospettiva”.
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Le analisi
I cantori della bicicletta: perché la Spagna ne ha avuti di meno
La Francia ha avuto Antoine Blondin. Era il figlio di un poeta e di una correttrice di bozze. Conobbe il Tour nel 1954 e non lo lasciò più. Aveva pubblicato due romanzi e L’Equipe gli chiese di seguire la corsa. Nel suo pezzo d’esordio scrisse: “Mi sembrava di realizzare, finalmente, i sogni dello zuccone che ero al tempo in cui i migliori della mia classe vincevano, attraverso dei concorsi piuttosto repellenti, il diritto prestigioso di seguire i giganti della strada per una tappa o due”. Dal 1954 fino al 1982 avrebbe saltato solo un’edizione, quella del 1958, passando 533 giornate a bordo di una macchina e scrivendo 524 articoli, definiti da Marco Pastonesi in un piccolo saggio dell’estate scorsa per il Foglio “colti eppure giocosi, romantici eppure realistici, in cui poesia e cronaca pedalano in armonia e in tandem. Poteva permettersi – un po’ come Gianni Brera da noi – di soprannominare Eddy Merckx “Mao giallo”, celebrare “l’arte di essere arrampicatore” alla maniera di Victor Hugo, esaltare “le belle danze del 14 luglio”, denigrare la “vox popoulidor” dei sostenitori di Raymond Poulidor”. Mustapha Kessous e Clément Lacombe hanno scritto in Le 100 storie del Tour de France: “Lui che ha visto tante volte passare i corridori dal bordo della strada, ha trovato un solo difetto nella sua giornata a bordo di un’auto al seguito: «Posso ben dirlo, il mio solo rimpianto è di non essermi visto passare»”.
L’Italia ha avuto schiere di scrittori e scrittrici reclutate dai giornali al seguito del Giro d’Italia. Il mondo ufficiale delle lettere rigettava lo sport. Era stato uno strumento di propaganda del regime. Chi aveva il pensiero a sinistra diffidava di tutta quell’esplosione di muscoli e di energia: faceva tanto Marinetti. È la circostanza che ha impedito a lungo la nascita di un filone sportivo nella nostra narrativa. Mentre Ernst Hemingway e Jack London scrivevano di boxe, i nostri si tenevano lontani. Con rare eccezioni. Il giornalismo colmò il vuoto. Fece da supplente. I quotidiani offrirono spazi e colonne, la tribuna dei loro fogli, a chi voleva esercitarsi senza mettere a rischio la reputazione. Il ciclismo era il luogo perfetto dove sentirsi a casa, lo sport più vicino alle opere che in terza media le pr’essoresse chiamavano Epica. Cos’è una tappa se non viaggio come quello verso Itaca, cos’è tutta quella gente lungo la strada se non la proiezione dell’attesa di Penelope? Ci sono cascati Dino Buzzati per il Corriere della sera e Alfonso Gatto per L’Unità, Achille Campanile per Milano Sera, Vasco Pratolini per il Nuovo Corriere, Anna Maria Ortese per L’Europeo. Sono stati i progenitori della tradizione di un giornalismo sportivo che ha preferito per molto tempo il racconto all’analisi, una stagione che ha toccato il suo vertice nell’estate del 1982 al Mundial di calcio in Spagna, con un affollamento di premi Strega intorno alla Nazionale campione di Bearzot: Mario Soldati, Manlio Cancogni e Gianni Arpino inviati, Alberto Bevilacqua, Ferdinando Camon e Paolo Volponi editorialisti dall’Italia, qualche incursione da guastafeste di Umberto Eco e da oriundo di Mario Vargas Lllosa.
Un irripetibile schieramento che si affiancava agli articoli di Gianni Brera, Oreste Del Buono, Gianni Mura, Gian Paolo Ormezzano, Mario Sconcerti, mettiamoci pure Vittorio Sermonti con le sue interviste alla vigilia. Tre anni fa su Slalom ci fu l’occasione di rivivere giorno per giorno quel mese come in tempo reale, come se un altro Slalom venisse fuori da una macchina del tempo [si trova ancora tutto qui].
Ma la Spagna? Qual è il rapporto delle lettere spagnole con il suo ciclismo e con la Vuelta? La corsa arriva oggi nel paese con la cronometro a squadre di Figueres [24 km] dopo tre tappe in Piemonte e l’arrivo al quarto giorno in Francia.
Al centro della scena ciclo-letteraria siede Miguel Delibes, autore di Mi querida bicicleta, una dichiarazione d’amore per il ciclismo. “In città, lo sport delle due ruote, più che l’esercizio in sé, aveva un fascino unico per un ragazzo: non farsi beccare. Ci lanciavamo a capofitto non appena vedevamo un agente, svoltando gli angoli come attentatori suicidi, così che quando la guardia voleva reagire, eravamo già a chilometri di distanza”.
Mia cara bicicletta è stato pubblicato nel 1988 ed è un’ode alla libertà e all’infanzia perduta, un pretesto per rimpiangere un’epoca magica e irripetibile. Durante la sua giovinezza – siamo all’inizio degli anni Quaranta – Delibes trascorreva le belle stagioni a Molledo, una cittadina della Cantabria che ispirò il romanzo La strada. La sua fidanzata, Ángeles de Castro, le passava invece a Sedano (Burgos). Erano separati da circa 100 chilometri, una distanza considerevole per l’epoca, ma non abbastanza da impedire a Delibes di percorrerla in bicicletta per vederla.
“La bicicletta .- avrebbe scritto – si rivelò per me un mezzo efficiente, dalle ampie capacità e la cui autonomia dipendeva dalla potenza delle mie gambe. Due persone innamorate, separate e senza un soldo, se la passavano molto male nel 1941. Come potevamo ritrovarci? I trasporti non erano solo costosi, ma anche molto complicati: treni e autobus, con due o tre cambi lungo il percorso. I miei risparmi, pur essendo sufficienti per pagare il viaggio, non erano sufficienti per l’alloggio. Cosa potevo fare? Pensai alla bicicletta, che non comportava alcuna spesa se non quella dei muscoli. Così mandai un telegramma alla mia ragazza annunciando il mio arrivo, in bicicletta, un mercoledì pomeriggio”.
Partì e andò, lungo un percorso che nella ricostruzione successiva fatta qualche anno fa da Ciclosfera [fonte di queste righe] prevedeva pure la scalata di strappi al 9% di pendenza media, tipo il picco Reinosa: così oggi possiamo dire che fra gli scrittori europei Delibes era una specie di Ocana, uno scalatore. Fece una tale esperienza delle strade all’insù da intuire chi potesse dirsi nel ciclismo un re della montagna: “Chiunque riesca a infastidirsi senza sembrare infastidito”.
Miguel e Ángeles si sposarono nel 1946. Vissero insieme per quasi trent’anni, crescendo sette figli. Un anno dopo la morte dello scrittore, nel 2010, i suoi eredi hanno dato inizio a una tradizione: pedalare per quei 100 chilometri ogni estate in omaggio a quella storia d’amore.
Il ciclismo di carta ha poi trovato una sua editoria negli ultimi anni. Ne ha scritto qui Rafa Vidiella, sempre per Ciclosfera, spezzando un digiuno in una terra “di grandi campioni, corse importanti, giornalisti eccellenti e, senza dubbio, milioni di praticanti e appassionati. Ma a differenza di Francia, Italia, Paesi Bassi o, più recentemente, Gran Bretagna, la Spagna non era mai stata un terreno fertile per la letteratura ciclistica”.
Marcos Pereda, uno degli autori recenti, ha spiegato che «in paesi come la Spagna, dove lo sport era molto popolare, se scrivevi di sport sembrava che non avessi la capacità di parlare di nient’altro». Anche la spagna ha avuto un caudillo che ha molto adoperato lo sport per cantare la grandezza del paese e del suo governo. Chissà se c’entra qualcosa anche per loro.
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Come Francisco Franco utilizzò la vittoria agli Europei del 1964
Quattro anni dopo la rinuncia a sfidare l’URSS per motivi politici, la Spagna aveva gli Europei in casa e di certo non poteva sottrarsi. Non solo non poteva, stavolta Francisco Franco non voleva. Aveva maturato nel frattempo per il calcio un sentimento nuovo. Grazie alle vittorie del Real Madrid in Coppa dei Campioni. Scrive Daniel Gómez Amat in La patria del gol: “La percezione popolare che il Real Madrid sia la squadra del regime nasce con le vittorie europee, debitamente utilizzate da Franco, incollato al televisore ogni volta che giocano los Blancos. Grazie ai gol del Real, la Spagna migliora la sua immagine internazionale e il Real si converte in un super ambasciatore al servizio della diplomazia franchista”. La cosiddetta fase del nacionalfutbolismo aveva nel ministro José Solís Ruiz il sorriso del regime. «Avete fatto molto. Gente che ci odiava – disse ai giocatori – grazie a voi, ora ci comprende: avete rotto molti muri».
Il viaggio di Annibale al contrario
Il Giro è la primavera d’Italia, il Tour è l’annuncio al mondo che la bella stagione è davvero arrivata, la Vuelta fa come i Righeira, ci dice che l’estate sta finendo. Ha una sua invincibile malinconia, soprattutto adesso, quando nessuno ricorda che un tempo – in un tempo rimosso – la Vuelta era la prima delle grandi corse in calendario.
Alfredo Relano ne ha scritto su El Pais definendola la corsa dell’ultimo barlume, “un bellissimo e istruttivo giro attraverso la Spagna, alternando moto ed elicottero per esplorare ogni angolo del Paese. Mi piace il ciclismo perché porta gli eroi della pedalata negli angoli più remoti, attraversando città e luoghi dove non succede mai nulla, e anche se fugacemente lasciano una scia di speranza in quella Spagna vuota di cui tanto parliamo e per cui facciamo così poco”.
Quest’anno ricorre il 90 esimo anniversario della partenza della corsa e a Relano pare che il percorso sia il compimento del “viaggio di Annibale e dei suoi elefanti, ma al contrario”.
Dopo la partenza dal Piemonte ci aspettano le solite aspre salite di Spagna, da Andorra e Cerler nei Pirenei, all’Alto de El Morredero a León, fino all’iconico Angliru nelle Asturie [tutto è iconico oggi, figuriamoci l’Angliru] e la Bola del Mundo in vista di Madrid.
Il 10 settembre la Vuelta passerà dall’Alto de El Morredero, attraversando le terre bruciate dagli incendi durante l’estate in Spagna, “un misto di ira della natura e negligenza delle autorità che ha lasciato enormi cicatrici sulle montagne e gravi disgrazie alle persone. Sarà una buona occasione per misurare il disastro e trarre conclusioni. Il ciclismo di oggi – ha scritto ancora Relano su El Pais – è ovviamente molto diverso da quello di novant’anni fa, quando si gareggiava su strade rocciose, in sella a biciclette estremamente pesanti, con i tubolari a tracolla, senza assistenza, quando ognuno doveva affrontare le proprie forature e i guasti. Era quasi un rally, una gara dura che cercava di dimostrare l’immenso valore della bicicletta come mezzo di trasporto, tanto che si poteva circumnavigare un intero paese in un paio di settimane o tre, in tappe che spesso superavano i 300 chilometri. Fortunatamente, il tempo ha addolcito quel ciclismo barbarico, ma ci sembra ancora il più duro degli sport, perché lo è”.
Pauline Ferrand-Prévot andrà ai Mondiali. Per vincerli
Alt. Fermi tutti. Sono finite le ferie di Alexandre Roos. L’immaginifico cantore del ciclismo per L’Equipe è tornato dalle vacanze non per mettersi la seguito della Vuelta [peccato], o forse non ancora, chi lo sa. E tornato per raccontare che Pauline Ferrand-Prévot ha modificato i suoi piani. La vincitrice del Tour femminile sarà ai Mondiali in Rwanda del 27 settembre per provare a prendersi la maglia iridata dopo la gialla, nonostante tutte le polemiche e il polverone che si è sollevato intorno a lei e al suo peso [se ne parlava qui e anche qui]. Su Instagram PFP si è autoproclamata campionessa del mondo di cambi di programma. Ha messo da parte la fatica e la spossatezza che sentiva dopo il Tour e si unirà alle compagne di nazionale. Sarà contenta Juliette Labous – che sarebbe stata la capitana senza di lei. Correrà anche gli Europei a seguire, perché si tengono nella Drôme e nell’Ardèche.
Programma di avvicinamento: il GP di Plouay nel fine settimana, un passaggio in quota da definire, il Tour de l’Ardèche come preparazione finale. I Mondiali in Rwanda non solo sono i primi di sempre che si corrono in Africa, ma sono pure durissimi, con più di 3.000 metri di dislivello lungo 160 km – con difficoltà ripetute lungo 11 giri e su un strada che ogni tanto presenta del pavé. Mancano solo le botole a sorprese che si aprono come nei videogame. Intorno a lei la Francia ha costruito una squadra con Evita Muzic, Juliette Labous [appunto], Marie Le Net, Lea Curinier, Cédrine Kerbaol e Maeva Squiban.
Oh, la bellezza di Alexandre Roos è che quando scrive pezzi senza fare l’inviato dai posti della corsa, o anche quando riassume le corse in 20 righe per il sito, trattiene la penna. Se non va, se non vede, niente fuochi artificiali, giochi di parole. Ci dice le cose come stanno, mette la roba nella borsa e la sera se ne ritorna a casa.
La Stampa: “ Ladri di biciclette” – Anch’io derubato nei giorni del grande furto ai ciclisti della Vuelta. Ma per me è questione d’affetto: la mia storia con Torino è su due ruote ➔ Bruno Gambarotta ha scritto: “Chi va in bici mette in conto che prima o poi gliela rubino. Però quella bici mi manca, raccoglieva le mie confidenze, mi aspettava paziente, non si lamentava se l’avevo lasciata sotto la pioggia. Mi ha dato infinite soddisfazioni. Anni eroici quando ancora non c’erano le piste ciclabili, quando eri uno scandalo se pedalavi in giacca e cravatta. In bici allo stadio Comunale per fare la regia delle partite quando si lavorava con due telecamere: all’auto del cronista si spalancavano i cancelli. Arrivavo per primo in bici e i guardiani: «Lei dove va?» «Sono il regista». Solo dopo aver visionato il pass si rassegnavano scuotendo la testa: dove andremo a finire”.
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Dai campi
Domani comincia il campionato saudita
C’era una volta l’Arabia Saudita che imbarcava senatori e veterani, di nome e di grido, nel suo giardino concimato dai petrodollari. Il campionato che parte domani è diverso. La politica dei trasferimenti è mutata. Il torneo che ha offerto a Cristiano Ronaldo una ricca terrazza sul suo tramonto sta diventando altro, sta diventando un possibile trampolino di lancio per i ventenni, un palcoscenico come tanti altri per i venticinquenni, solo più ricco, molto più ricco, alimentato “da risorse sproporzionate rispetto al resto d’Europa” [questa è la definizione de L’Equipe].
Non molto tempo fa, dei ragazzetti come Nathan Zézé, Saïmon Bouabré e Amadou Koné avrebbero firmato per il Lione e per il Marsiglia, fra i 19 e i 20 anni avrebbero sognato un contratto in un club dell’élite per scoprire la Champions League e sentire la canzoncina prima della palla al centro. Invece dal Nantes, dal Monaco e dal Reims sono finiti tutti nella Saudi Pro League. “L’ordine costituto è stato sconvolto” ha scritto Antoine Maumon su L’Equipe. Le norme del campionato hanno spinto a raffinare le linee guida. C’è un tetto agli stranieri [10] ma è possibile aggiungere due Under-21 senza occupare posti e lasciando intatta la quota.
È dall’estate del 2023 che il campionato saudita fa segnare il secondo bilancio più caro in uscita al mondo dopo la Premier League degli inglesi. Il colpo dell’estate è stato Mateo Retegui, sfilato all’Atalanta dall’Al-Qadisiyya in cambio di 68 milioni e spiccioli. L’Al-Hilal ha dato a Simone Inzaghi Darwin Nunez e Theo Hernandez, l’Al-Nassr ha aggiunto Coman e Joao Félix alla squadra di Ronaldo, Sadio Mané, Brozovic e Laporte. Se i 58 acquisti del 2023 avevano un’età media di 29 anni e 202 giorni, i 27 acquisti dell’estate sono scesi a 28 anni e 159 giorni. Tutt’intorno si discute di sportswashing e funzione politica del calcio. Nel movimento che tanto piace al presidente della FIFA, dove Gianni Infantino ha portato la Coppa del mondo 2034, ogni cosa può succedere di qui all’eternità perfino l’impensabile. Se Dubai ha una franchigia nell’Eurolega di pallacanestro, un giorno potremmo trovarci pure una squadra saudita in Champions League.
Le immagini della giornata di ieri
I gol dei preliminari di Champions League
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Interpreti
Nico Paz non si muove. In senso buono
La prima pagina di AS fa tremare Como e l’intera serie A. El Madrid espera a Nico Paz, si legge come si faceva quando si sbirciava in edicola – sì quando esistevano ancora le edicole. Oppure sulla spiaggia quando passava l’omino spingendo il carrello lungo il bagnasciuga, ma un po’ più su le ruote si insabbiavano. Il Madrid lo aspetta, diamine, ma poi fiuuu: quando si legge meglio si scopre che lo aspetta più in là, non subito, ce lo lasciano vedere nei nostri stadi un altro anno. “Il club gli ha fatto sapere che conta su di lui per il 2026: tornerà per 9 milioni di euro. Il Tottenham ha dato filo da torcere a questo piano. Lui vuole giocare, punta ai Mondiali e per questo motivo il posto giusto è ancora Como”.
AS scrive che Nico Paz sempre Jack Skeletron, il personaggio inventato da Tim Burton per il suo Nightmare Before Christmas. Fa quell’impressione, agli spagnoli, perché sta dicendo di no a tutti i corteggiatori, compresi gli inglesi. Qui bisogna aprire una parentesi. Il proprietario del Como ha precisato che nessuna offerta è stata formalizzata dai tottenhamesi, mica sono dei ferlocchi, conoscono le clausole dell’accordo fra Como e Real. A Madrid sono titolari del diritto di pareggiare ogni offerta. Chi è che si sbilancia sapendo tutto questo?
“Nico sta dando priorità alla continuità. A un posto che gli garantisca una crescita continua. Per brillare, per avere la possibilità di andare al Mondiale. A Como è un idolo. Un leader. Un titolare fisso. Il piano è chiaro: Paz qui, poi la gloria. E nel 2026 il ritorno a casa. Il Como ha provato a riscattarlo del tutto, ma il Madrid non lo avrebbe mai lasciato andare. È come sparare a un aereo con una fionda. Paz è stato richiesto da tanti club, lui ha distribuito zucche a ritmo di Halloween”.
Paolo Condò sul Corriere della sera si sofferma nel suo editoriale di stamattina su due centravanti: Vlahovic a Torino, Lucca a Napoli. “Il confortante esordio con il Parma – scrive del primo – ha riaperto la questione Vlahovic. Non è in discussione il fatto che il club gli abbia sbagliato il contratto, né che lui intenda sfruttare quell’errore fino alle estreme conseguenze: ma stando così le cose, ha senso svenarsi per un’altra punta emarginando un centravanti che comunque segna a ripetizione? Non sarebbe più saggio darsi un altro anno di tempo per riscaldare in corso d’opera un po’ di affetto reciproco, e con quello i risultati e magari un rinnovo sensato per entrambi?”.
Quanto al centravanti con lo scudetto sulla maglia, forse qualcosa sarebbe cambiato se sotto l’arcobaleno calciato in porta da De Bruyne, se nel mucchio in area di rigore davanti al portiere del Sassuolo, Lucca avesse spizzato la palla in qualche modo: con la testa, con la punta, con la tibia, col ginocchio. Invece la palla è sfilata e si è infilata da sola. Sulla porta del Sassuolo resta traccia di Lucca per un tacchettata stizzita sul palo dopo un’altra occasione che gli passata davanti. Cocsì Condò considera che “Lucca deve mordersi le mani perché non ha esorcizzato lo spettro di Hojlund: avesse segnato due gol, a Conte e soprattutto a De Laurentiis sarebbe venuto il dubbio di sostituire Lukaku con lui e trovare semmai un ragazzo da mettergli alle spalle”.
Corriere della sera: “Le stesse facce ma un’altra Inter” – Una sola novità ma un modo diverso di stare in campo. Chivu ha iniziato la sua rivoluzione ➔ Paolo Tomaselli ha scritto: “I cambiamenti studiati ad Appiano non sono pochi: Chivu chiede meno costruzione dal basso e uno sviluppo più rapido e verticale, che sarà ancora più fluido con il rientro di Calhanoglu. I centrali, come Pavard e Bastoni, avanzano negli spazi, ma non si sovrappongono sistematicamente come avveniva con Inzaghi. Tutto questo serve per compensare, a livello di equilibri ma anche di dispendio energetico, un pressing più alto con le mezzali che saranno la chiave della stagione (oltre a Sucic occhio a Diouf, nonostante un debutto incerto), per aggredire e recuperare palla più vicino alla porta e innescare Lautaro e Thuram, che non segnavano assieme dal 5 marzo a Rotterdam”
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Repubblica: “Un insegnante di dizione per gli arbitri” – Un disastro l’annuncio di Manganiello a Como si cerca un coach che aiuti a gestire il tono di voce nelle comunicazioni del var ➔ Matteo Pinci ha scritto: “Un coach di public speaking: un insegnante che trasmetta agli arbitri qualche nozione fondamentale per essere efficaci quando il microfono tornerà ad accendersi. Imparare a controllare il tono, a modulare la voce senza farsi trascinare dall’emotività o dalla tensione. A evitare insomma di sembrare un comunicatore del Ventennio. Contatti ci sono già stati, i preventivi sono molto cari — oltre 150 mila euro a stagione”.
Guida allo sport in tv di oggi
Le partite e gli orari degli US Open
Il sedicenne che il Liverpool coltiva
Con il numero 73 dietro la schiena e i suoi 16 anni stampati sulla faccia, Rio Ngumoha ha fatto la sua prima apparizione sui campi della Premier League lunedì sera al minuto 6 di recupero in Newcastle-Liverpool. Al minuto 10 aveva segnato il gol decisivo. Un destro imprendibile, la ribellione di un adolescente nell’estate più sfarzosa sul mercato della storia del club, giusto per ricordare a tutti che non tutto si compra, certi gigli nei campi fioriscono per conto loro.
Ngumoah ha rubato la scena a Florian Wirtz e tutti gli eccellenti colleghi, ma una certa aria sfacciata, una predisposizione al ruolo del disturbatore dell’ordine costituito, l’aveva lasciata intravedere al secondo minuto dell’amichevole con l’Athletic Bilbao [4-1] quando aveva preso la palla a metà campo, se l’era portata al limite dell’area [“come se fosse stato nel pieno di un teletrasporto” dice L’Equipe] e da lì aveva lasciato partire il primo tiro delle meraviglie. Tre gol estivi, due assist e “dribbling ondeggianti” avevano stuzzicato l’appetito dei tifosi dei Reds, e tutto sommato pure l’appetito di Arne Slot. Altrimenti al 96esimo minuto di una partita ceh sarebbe meglio vincere non butti dentro un sedicenne. Non lo fai nel club che ha speso 365 milioni di euro.
Ngumoah è nato in un quartiere dell’East London, aveva firmato all’età di 8 anni per il Chelsea, il club che più di tutti sparge per l’Inghilterra intera i frutti delle sue covate. Di molti ragazzini il Chelsea fa carne di scambio e di plusvalenze. Nel suo caso, racconta The Athletic, il Chelsea ha cercato di scavare trincee e alzare barricate, arrivando a negare agli osservatori del Liverpool l’accesso alle partite delle giovanili.
A Londra sono pieni di rimpianti. John Terry, che lavora alla London Academy, dice che Ngumoah diventerà un giocatore di punta. Così ha scritto sui social, senza enfasi ma dritto. A 16 anni e 135 giorni è diventato il più giovane della storia a esordire titolare nel Liverpool. È successo per la vittoria contro l’Accrington [4-0] nel terzo turno di FA Cup. Alla sua prima apparizione ad Anfield aveva portato energia a un primo tempo sonnacchioso. Slot ha detto che ogni volta che si allena con la prima squadra si vede quanto sia migliorato rispetto. Gli piace puntare il difensore e giocare uno contro uno.
Non potrà firmare un contratto da professionista prima di dopodomani, giorno del suo 17° compleanno. “Un giocatore senza paura” scrivono in Inghilterra. La partenza di Luis Díaz gli ha aperto le porte. I campioni d’Inghilterra non hanno sostituito il colombiano e Cody Gakpo è l’unico esterno sinistro della squadra. Fa parte del gruppo della Under-17 e la sua convocazione per la nazionale maggiore è un progetto maturo, anzi urgente: Ngumoah è eleggibile pure dalla Nigeria. Bisogna sbrigarsi.
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Oggi
I diamanti verso i Mondiali
Quattro mesi dopo la prima tappa di Xiamen e a 17 giorni di distanza dai Mondiali di Tokyo, tra una Cina e un Giappone, tra un’Asia e l’altra, la Diamond League si ferma nella vecchia Europa e sulla vecchia pista di Zurigo per assegnare le sue forme allotropiche di carbonio [ehm, in effetti la realtà letta attraverso la chimica non è così poetica – come direbbe Cremonini].
Nel momento del suo massimo fulgore – diciamo negli anni Novanta – il meeting di Zurigo era considerato una piccola Olimpiade in tre ore. Il direttore Andreas Brugger metteva insieme meravigliosi e invidiati cast. Oggi si comincia con sei eventi anziché i cinque previsti. La gara di salto con l’asta femminile è stata anticipata perché le previsioni del tempo annunciano per domani fulmini e saette. Sono otto in tutte le canottiere azzurre qualificate per le finali. Oggi: Leonardo Fabbri nel getto del peso, Mattia Furlani nel salto in lungo, Roberta Bruni nell’asta. Domani: Larissa Iapichino nel salto in lungo, Andy Diaz nel salto triplo, Ayomide Folorunso nei 400 ostacoli, Marta Zenoni nei 1500, Marco Fassinotti nel salto in alto.
Le stelline dell’attesa
Il programma del Giorno
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★★★★★ Salto con l’asta maschile | Si sa. Ogni volta che c’è Armand Duplantis in città, gli sceriffi non possono dormire sonni tranquilli. L’asta più veloce del West può sempre avere in canna un record del mondo. Se il meteo non fa i capricci in anticipo – e pare che non sia affatto scontato – potrebbe essere la sera dell’attacco ai 6 metri e 30.
L’Equipe dice stamattina che però è un peccato. È un peccato che trascuriamo il greco Emmanouil Karalis e i suoi progressi. All’inizio di agosto è diventato il quarto atleta della storia a superare i 6,08 durante i suoi campionati nazionali. “Una prestazione rara, purtroppo passata inosservata in piena estate”. Karalis è stato terzo ai Giochi di Parigi e vice-campione del mondo indoor in inverno in Cina. Prima dell’estate corsa non era mai andato oltre la soglia dell’eccellenza dei 6 metri. Dopo le Olimpiadi è cambiato quasi tutto, dice il saltatore con la coda di cavallo. Ha scavalcato la misura già per 10 volte, con una costanza a livelli alto-altissimi che appartiene solo a Duplantis. Significa che se Mondo resta ai suoi livelli, non lo batterà mai. Ma se una sera Mondo si dovesse impappinare, adesso c’è qualcuno che potrebbe fargli lo sgambetto.
Karalis è nato ad Atene da padre greco e madre ugandese. Una famiglia molto sportiva. Suo padre è stato un decatleta, oggi è il suo coach. Più volte Karalis ha parlato del razzismo che lo ha accompagnato durante la crescita per le sue radici africane da parte di madre. Ha superato una crisi depressiva e stamattina a L’Equipe dice che la Diamond League è perfetta per lui, non si dice forse che i diamanti si formano sotto pressione?
E guardo il mondo da un oblò: lo sport mentre succede
Le immagini della giornata strada facendo
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