Paolo Volponi e il calcio. I suoi cent’anni da scrittore

 GLI ANNI CON IL QUATTRO

Il suo sconcerto Mundial e la passione per Pascutti

 

Prima di Sandro Veronesi, solo un altro scrittore aveva vinto due volte il premio Strega. Di Paolo Volponi ricorre in questi giorni il centenario della nascita, in agosto saranno trent’anni dalla morte. Gli diedero lo Strega nel 1965 per La macchina mondiale (Garzanti) e nel 1991 per La strada per Roma. Era un grande tifoso del Bologna, compagno di stadio di Pier Paolo Pasolini, riteneva Pascutti più forte di Gigi Riva e gli dedicò un passaggio nel romanzo Corporale. «Aveva tutto, dribbling, velocità slalom e tiro». 

Nel maggio del 1978, alla vigilia del Mundial in Argentina, in un articolo uscito su La Città Futura, Volponi si divertì a fare la squadra al posto di Bearzot. Fece fuori in un colpo solo Zoff, Antognoni, Graziani, Causio e Scirea. Dall’uno all’undici la sua Nazionale ideale era: Bordon, Gentile, Cabrini, Pasinato, Manfredonia, Tardelli, Rossi, Pecci, Novellino, Buriani, Bettega.

Qualche anno fa la casa editrice Ad est dell’equatore ha curato con Alessandro Gaudio una raccolta di suoi testi calcistici poco noti, dal titolo Il linguaggio sportivo e altri scritti (1956/1993). 

«Eppure lo spazio per far diventare il calcio uno strumento di cultura esisterebbe, se ci fossero meno speculazioni e profitti, se non si tentasse di farne un mondo chiuso al resto della società. Lo spettacolo – scriveva Volponi – ha sempre maggiori esigenze. Ad esso attendono governanti, industriali, manager, amministrazioni e bilanci pubblici, tecnici, teorici, cantori, storici, sociologi. Ad esso si agganciano produzioni, modelli, capitali, rapporti internazionali, alleanze vere e proprie e campagne politiche. Lo spettacolo da noi è al massimo della tensione perché quasi da solo deve reggere la spaccatura della crisi del Paese».

 

Nel pieno del glorioso Mundial 82 si era accodato alla lunga scia di autori scesi in campo durante quei 40 giorni, per una breve, oggi incredibile stagione di calcio raccontato da scrittori. A seguire il torneo c’erano tutti insieme Giovanni Arpino per il Giornale [premio Strega con L’ombra delle colline, 1964], Mario Soldati per il Corriere della sera [Strega con Le lettere da Capri, 1954], Manlio Cancogni ancora per il Giornale [Strega con Allegri, gioventù, 1973]. Erano proprio là, in Spagna, mentre dall’Italia il Mattino schierava Alberto Bevilacqua [Strega con L’occhio del gatto, 1968]. Prima che il torneo iniziasse, l’Unità aveva intervistato Umberto Eco [Strega con Il nome della rosa, 1981] e alla vigilia della semifinale contro la Polonia chiamò proprio Paolo Volponi per un lungo intervento sulla metamorfosi della nazionale, dagli stenti di Vigo alle imprese del Sarrià. 

Con grande franchezza, lo scrittore bolognese ammise: non ci sto capendo niente. Ecco cosa scrisse

 

“Tutti marescialli di quartier generale e anche di campo, e tutti commentatori (anche commendatori a sentire le ultime notizie) e adesso più che mai commissari tecnici della nazionale di calcio. Pur essendo anch’io tra tutti questi, per temperamento, coscienza e cultura, come ogni altro, non mi ci raccapezzo più tanto. Crescono gli ardimenti e le smanie, e di converso cala la critica; aumenta l’ammirazione e diminuisce la giusta analisi e la ponderazione. Con l’Italia poi a questo punto sono saltati davvero tutti i parametri, se mai li abbiamo avuti sugli azzurri di Bearzot: scelte, qualità, intese, propositi. Confesso che ritenevo Zoff finito da almeno sei anni, Graziani più nocivo che ingombrante, Marini più vicino alla broccaggine carognesca che alla cocciutaggine ostruzionistica e dispersiva; che ritenevo tutti gli azzurri, undici più undici, condizionati psicologicamente e fisicamente dal carattere comune e dall’unica superiore educazione, entrambi votati alla furbizia, alla protezione e a un posto di clan, al lamento bugiardo e profittevole, all’imitazione e alla simulazione, alla fanfaronaggine maramaldina ecc. ecc., alle smorfie teatrali e alle mossucce di cocchi di mamma e del padrone. Stupito e anche ammirato quindi, sono volto a ricredermi e a riconsiderare ogni loro bravura e risultato, gesto e condotta; a seguirli con slancio non solo dì connazionale e con speranza più che da tifoso. Ma adesso non saprei occuparmi di loro né di qualcuno di essi e tanto meno del loro maestro Enzo Bearzot. Forse qualche settimana dopo l’ultima partita degli azzurri, campioni o vicecampioni che si siano laureati, o anche soltanto terzi o quarti, mi sarà possibile riconnettere criticamente su di loro e sulle loro partite. Adesso sento soprattutto l’interrogativo: sono davvero tanto bravi? E perché? Sono o non sono più bravi degli altri? Antognoni più di Socrates, Scirea come Passarella? Rossi come Rummenigge? Davvero riescono a spiegare sul campo una condotta tattica così precisa ed efficace da imbottigliare l’Argentina e da disorientare il Brasile? Trattano la palla così approssimativamente, non certo con l’avvolgente presa dei sudamericani, perfino degli honduregni, e nemmeno con l’esattezza geometrica dei tedeschi e dei polacchi, forse per un deliberato proposito di stile e di ordine più concreto del gioco? Alternano così spesso i ritmi, le interruzioni, i falli, le cadute, i gesti di tribolazione e di supplica secondo fasi prestabilite collegate in una catena economica sulla partita di sicura efficacia? Sono imprevedibili, fortunati, convincenti, mezzo artisti e mezzo seduttori, o sono davvero generosi, onesti e meritevoli? Occorrerà proprio guardarli bene fino in fondo e riparlarne con molta attenzione. Intanto lodarli e rassicurarli d’ogni affetto e consenso”. 

 

Volponi confessò di essere rimasto colpito fino a quel momento dall’Argentina e in un altro passaggio fece gli auguri di buona carriera a Maradona. 

 

“Ho ammirato senza riserve Passarella: potenza, bravura, intelligenza, applicazione, guida dei compagni; e così molti altri biancocelesti: Tarantini, Fijol, Ardiles, Gallego, Galvan; un po’ meno Diaz, ancora meno Kempes e Bertoni, pochissimo Maradona. Subito da invaghirsene di questo, per la faccia, la possente coordinata figura, l’agilità, la serietà giovanile ancora dolente, i gesti, i tocchi, il fiato, la circolarità attenta degli sguardi. Ma poi in partita vuol giocare cominciando sempre dallo stesso punto, poco oltre metà campo e nello stesso modo lanciandosi dritto in dribbling ondeggianti e di larga falcata, da solo verso la rete: invasato, inarrestabile, angelo dell’annuncio e del giudizio. Un secondo avversario che lo sbilanci ed ecco che lui si confonde e smette quasi impermalosito, e si toglie dal gioco. Così non funziona né come centravanti né come mezzala, almeno mi è parso. Un solista staccato dall’orchestra e che spesso con i suoi virtuosismi prolungati la lascia incerta ad aspettare o la mette fuori tempo alla fine di un movimento o perduta all’attacco. Maradona mi ha ricordato Sìvori, anche se mi è parso personalmente più dotato e bravo, meno strafottente e umorale. Allora poi ho pensato che per Maradona sarebbe stato necessario un Charles accanto, uno sfondatore in avanti che gli aprisse un varco nelle difese, una torre in area per gli assist e per gli scambi brevi. Molti auguri a Maradona perché possa riuscire a trovare un «gigante buono» del genere oppure a scavare dentro di sé un modo meno mistico di puntare verso la rete”. 

 

 

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