Cosa succede alla partenza della MotoGP

 

Dal semaforo alla prima curva in quattro secondi

Non c’è mai silenzio sulla linea di partenza ma nella testa di un pilota tutto quel rumore certe volte non arriva. Non deve. Da quando il semaforo si spegne fino alla prima curva, in un Gran Premio di MotoGP passano una manciata di secondi. Non più di quattro. Eppure quei quattro secondi sono di un’importanza cruciale. Hanno un peso su tutti i successivi giri.

Il semaforo che si spegne è come il suono dello sparo della pistola ai 100 metri. Ai Giochi di Rio, Usain Bolt impiegò quindici centesimi di secondo per staccare i piedi dai blocchi e scappare. Quindici centesimi di secondo, secondo Francesco Bagnaia, in moto sono un buon tempo, sì, ma niente di che. È veloce ma non è straordinario. Siamo nella media. È quello che serve. Chi non regge, chi non si adegua, chi arriva fino a 40 centesimi di secondo per dare il primo colpo di polso all’acceleratore ha già perso terreno. Anche se non se ne rende conto.

Nei primi due secondi in una corsa di MotoGP si passa da 0 a 100 km/h. Le macchine di Formula Uno impiegano di più. In quattro secondi sei a 200 km/h e il corpo deve imparare ad assorbire lo sviluppo di tutta questa potenza improvvisa. Bagnaia ne ha parlato qualche giorno fa con l’Equipe, in un pezzo molto interessante, un pezzo nel quale pareva di stare con i suoi occhi sotto la visiera calata del casco. 

Secondo Bagnaia, l’esito di una gara viene condizionato per il 60% dalla partenza. Se sbagli i primi gesti non sei tagliato fuori, ma sei costretto a inseguire. La partenza è fatta di lunghi attimi nei quali non succede niente, così pare, ma sono tutti la premessa a quel che deve accadere. Se non sei bravo a gestire quel niente, tutto quel che accade dopo non si incastra. 

Prima di partire bisogna mettersi in posizione, andare alla griglia di partenza e aspettare. Saper aspettare nel modo giusto è un dono della natura, ma si può anche imparare. La gara non è ancora iniziata, ma dentro quella quiete ingannevole sono nascosti tutti i possibili sviluppi successivi. Bagnaia dice che bisogna essere concentrati su ogni frammento, lui guarda le nuvole e ascolta il vento. Se ne sta dritto in moto e fissa qualche punto lontano.

Nel trambusto del protocollo senza musica nelle orecchie, ripassa il suo piano, anticipa gli eventi. Corre una gara virtuale.

DAVID FIOUX, L’Equipe

Bagnaia immagina gli scenari che potrebbero verificarsi, ma al ralenti, come se stesse pedalando anziché dare gas a martello [© Guido Meda]. È il momento nel quale ogni pilota visualizza la sua traiettoria. Ne ha una in mente, l’ha scelta osservando le condizioni della pista, cercherà di seguirla. A volte è all’esterno, altre volte all’interno. Molto spesso è uguale a quella desiderata da un avversario. Serve un piano B. Può capitare che serva addirittura un piano C. Durante la settimana ci sono state delle simulazioni di partenza ma sono come gli allenamenti sui calci di rigore. Contano fino a un certo punto. Sei solo, senza il pubblico, senza quel clima lì, senza gli avversari che hanno studiato quanto te e forse più di te. Ogni partenza è diversa perché ogni circuito è diverso. Le marce non sono le stesse, neppure la prima – dice Bagnaia – ha la stessa durata dovunque. A volte bisogna attaccare in modo aggressivo, altre volte si devono gestire i primi metri di asfalto con più calma.

Quando l’ultimo commissario di gara sgombera la pista, bisogna assicurarsi di aver attivato i tre dispositivi meccanici o elettronici che regolano l’altezza della moto e il regime del motore. Dal 2027 saranno fuorilegge. Un pensiero in meno. Qualcuno può confondersi con le procedure, finanche a Marc Marquez è successo. E quando finalmente il semaforo si accende, quando i piloti accelerano con un brusco scatto della mano destra, quando la prima è inserita, le moto balzeranno in avanti. 

In pista il rumore è assordante, i motori – ha raccontato L’Equipe – rombano così forte che le cabine sul muretto possono tremare

Eppure sotto il casco di un pilota regna la calma. Le protezioni acustiche aiutano a rimanere concentrati. Tecnicamente non c’è molto da fare, se non staccare la frizione con la mano sinistra. Tutto qui. La prima curva è il primo collo di bottiglia per il gruppo in uscita dalla fase di partenza. La tensione è al culmine. Il serbatoio è ancora pieno di carburante. Le gomme non si sono ancora riscaldate. In questo tumulto, dice Bagnaia, non c’è nessuno che possa darti un consiglio saggio, se non quello di girare alla larga dai guai, evitare i problemi e cogliere le opportunità. Quando te ne sei reso conto, sei alla prima curva: e comincia la gara. 


    Il Messaggero: Marquez spezza il tabù, Bagnaia si ritira e scoppia in lacrime  ➔  Sergio Arcobelli: Cambia il circuito, ma non il destino di Pecco Bagnaia, addirittura ritirato per un problema alla gomma posteriore e poi in lacrime ai box. Continua la crisi del torinese: partenza disastrosa dalla terza casella, con la Ducati che si è messa di traverso, facendogli perdere una decina di posizioni. A quel punto il ducatista è stato risucchiato dal gruppo e la risalita è stata resa complicata da un problema alla sua moto che lo ha costretto al ritiro.

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«Marquez sa guidare una moto senza tutti i controlli elettronici che ci sono adesso, la nuova generazione di piloti non ha potuto imparare a farlo perché ora apri il gas e gli ingegneri fanno tutto il resto. Marc sa anticipare l’elettronica e ha un vantaggio. Non penso che sia solo Pecco ad avere problemi con Marquez, ce li hanno tutti. Non è facile accettare che arrivi qualcuno come Marc nel tuo box e faccia cose che non ti aspetti. Per Pecco è difficile da capire, ma non è la prima volta che lo vediamo faticare nella prima parte della stagione. Penso che avere un compagno di squadra come Marquez è una una delle cose migliori che potessero capitare a Bagnaia. Forse gli servirà tempo per venire fuori da questo momento difficile, ma se ci riuscirà potrà imparare molto da Marc e diventare ancora più forte».

CASEY STONER intervistato da Matteo Aglio, La Stampa

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