I ragazzini pakistani della pallavolo: qualcosa sta nascendo oltre il cricket

  

I ragazzini pakistani della pallavolo

Qualcosa sta succedendo in Asia alle nostre spalle, mentre siamo distratti e guardiamo altrove. Qualcosa di grande, qualcosa di inaudito. Ci sono dei ragazzini pakistani che hanno mollato il cricket e fanno altro. È qualcosa di perfino più grosso che vedere i bambini italiani darsi al tennis o all’atletica abbandonando il calcio, perché il cricket in Pakistan è tutto insieme una religione, un motivo di orgoglio nazionale, un ascensore sociale e una palude torbida per le scommesse clandestine. 

Il cricket in Pakistan è una gigantesca distesa di sabbie mobili in cui prima o poi cascano tutti. “È un culto e una moda, un rifugio e un vanto, ha la stessa funzione dei film prodotti nella Bollywood indiana: può generare sogni, permettere una vita migliore, fama e soldi, contratti pubblicitari e chissà se una carriera da politico” [Storie del mondo]. 

Ha finito per mangiare anche l’altro storico sport identitario, l’hockey su prato, grande strumento di contrapposizione sportivo-politico-culturale con l’India: quattro titoli mondiali e tre ori olimpici fra 1960 e 1994, poi più nulla negli ultimi trent’anni. Cricket, solo cricket. E adesso questo bocciolo di volley. 

Le cose sono andate così. Una riga è sbucata dalla guida tv: la scoperta che esisteva un ottavo di finale ai Mondiali Under-19 tra Pakistan e Polonia. Una mollichina di pane da seguire come Pollicino. 

Prima scoperta: nel girone eliminatorio il Pakistan aveva battuto il Belgio per 3-0, l’Uzbekistan padrone di casa per 3-0, la Turchia per 3-0, Porto Rico per 3-0. Una sola sconfitta: contro l’Argentina al quinto set. Seconda scoperta: la diretta su YouTube. Perché non andare a sbirciare? 

Dopo tre set: 2-1 per il Pakistan. Un risultato da impellenza, da curiosità di capire. E insomma: il Pakistan ha lanciato un programma con l’obiettivo di entrare fra le prime-30 nazionali al mondo entro il 2026 per poter partecipare alle qualificazioni per i Giochi di Los Angeles. La federazione ha esortato il Pakistan Sports Board [PSB] e il settore privato a mettere due soldini per rafforzare il sostegno alla missione. Il presidente Chaudhry Mohammad Yaqoob ha illustrato nel mese di marzo una tabella che per convenzione chiameremo cronoprogramma. È già successo che la squadra giovanile abbia vinto la medaglia di bronzo al campionato asiatico Under-18 nel 2024. Dieci giocatori pakistani sono attualmente sparsi in vari campionati internazionali e la federazione pare felice di far sapere che guadagnano tra i 4.000 e gli 8.000 dollari: sembra un dettaglio giusto a sottolineare il bacino di predisposizione presente nel Paese.

Quarto set alla Polonia: 2-2. Per dare una piattaforma al progetto, la federazione ha assunto un allenatore iraniano perché così vanno le cose, un tempo l’Iran era l’allievo, assumeva maestri dall’estero e studiava. Adesso può insegnare, trasmettere sapere e competenze, far crescere altri paesi. Yaqoob ha invitato la squadra juniores russa – esclusa dalle competizioni internazionali – per una serie di cinque partite amichevoli in preparazione a questi Mondiali che si stanno tenendo in Uzbekistan. Ha anche messo in piedi un comitato organizzatore per un campionato dell’Asia centrale, dove – sorpresa delle sorprese, meraviglia delle meraviglie – la diplomazia della pallavolo è riuscita a far giocare pure l’India. 

Alla prossima serie A pakistana prenderanno parte 14 squadre, tra cui Wapda, Army, PAF, Gilgit-Baltistan e Azad Kashmir. Al Pakistan però servono palazzetti all’altezza, e soprattutto serve che ci sia l’aria condizionata. In questo preciso istante, la nazionale maggiore è al 42esimo posto. Al primo c’è la Polonia.

A guardare come giocano i diciannovenni di questi due mondi così lontani, i mondi sembrano assai meno lontani. Intorno all’ora di pranzo di un mercoledì di fine luglio è stato possibile invaghirsi di Abu Bakar Siddique, una figurina sottile sottile con il numero 4 dietro la maglia verde acido, diversi gradi di pontone più in là rispetto alla tonalità presente sulla bandiera intorno alla mezzaluna bianca. Siddique dietro la maglia porta scritto Abu Bakar. Diciotto anni compiuti a marzo, un metro e 84 d’altezza, capelli lisci e neri, così lisci che sembrano essere stati appena pressati da un casco dopo un giro in moto. Abu Bakar gioca da regista. Palleggia con una sensibilità adulta, da grande storia tra le dita direbbe Grignani, o forse Laura Pausini. Ha segnato a questi Mondiali 2.6 punti di media e li fa quasi tutti allo stesso modo. Dà le spalle alla rete come la buona letteratura dovrebbe dare le spalle alla realtà e gioca a questa modo una specie di schiacciata all’indietro, a volte dolcemente, altre volte in modo più robusto. È una cosa che sta a metà strada tra la scaltrezza del vecchio Fefè De Giorgi e la genialità di Earvin Ngapeth. Quando Abu Bakar fa invece il suo lavoro classico, innesca imprendibili veloci al centro di Jabran Jabran, centrale di 1.97, contro i polacchi 4 punti in attacco, 2 a muro, uno al servizio. 

Il tie-break è stato serratissimo. I polacchi giocano una pallavolo più fisica, più brutale, ma sono finiti sotto 11-9, sono risaliti e hanno sorpassato, si sono fatti prendere sul 13-13, hanno avuto un match point sul 14-13, se lo sono visto annullare, e poi. 

E poi due match point li ha avuto il Pakistan con i suoi ragazzi sfuggiti al cricket. Il più micidiale di tutti in attacco ha il numero 6 dietro la maglia, un mancino, si chiama Muhammad Yahya, 17 anni, a questi Mondiali ne ha segnati in media 19 a partita, con la Polonia si è superato arrivando a 21. 

In Pakistan è stata per lavoro anche Alessandra Campedelli, l’allenatrice italiana reduce da un’esperienza da c.t. della nazionale femminile iraniana. A Islamabad ha guidato una squadra di volley femminile che prima di lei nemmeno esisteva. La sua esperienza è raccontata nel libro Io posso. Un’allenatrice di pallavolo in Pakistan e in Iran [La nave di Teseo]. Su di lei è in fase di preparazione anche un docufilm. A L’Adige Campedelli ha detto: «Il volley può diventare un formidabile agente di cambiamento sociale, un mezzo di dialogo che non ha bisogno del linguaggio. Lo sport può essere il grimaldello che apre le porte di culture e tradizioni molto chiuse, soprattutto sulle questioni di genere». Empower sports academy è l’associazione no profit americana di pakistani emigrati che hanno supportato il suo progetto nel paese. Lei ha poi portato a Rovereto tredici atlete pakistane grazie a una rete di privati e di istituzioni. 

Qualcosa sta succedendo in Asia alle nostre spalle, mentre siamo distratti e guardiamo altrove. Qualcosa di grande, qualcosa di inaudito. Contro la Polonia alla fine il giovane Pakistan ha perso 18-16. Gli ultimi due punti sono stati decisi dagli arbitri. Il primo: un’infrazione di palla accompagnata – in effetti i giovani pakistani hanno questa tendenza, viene la tentazione di considerarla un’acerbità di formazione, se non fossero così raffinati in altri fondamentali. Il secondo: un fallo di confusione. L’ultimo attacco di Yahya è finito contro l’asticella di lato alla rete, mentre la mano di un centrale polacco toccava il nastro. Sul match point per la Polonia, l’arbitro sul seggiolone ha dovuto decidere cosa fosse successo un attimo prima: l’invasione o la palla fuori. Si è consultato con l’arbitra di linea più vicina e con un collega al tavolo. Alla fine tutti insieme hanno deciso che la Polonia è il movimento numero uno al mondo, che l’invasione è arrivata dopo e che il Pakistan dovrà continuare a crescere per altre vie. 

Mancano tre anni a Los Angeles. Abu, fai grandi sogni. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.