Hamilton e il dolore ingestibile di sentirsi fuori posto

 

“Mi sento inutile”

  Non si sa più a cosa credere. Neppure del passato ti puoi fidare. A Maranello erano convinti che la pista dell’Hungaroring fosse indigesta per Leclerc e una ghiottoneria per Hamilton. Charles non era mai partito in prima fila su quest’asfalto alle porte di Budapest, mentre Lewis qui ha vinto otto volte, il doppio di Michael Schumacher. Solo a Silverstone, casa sua, ha trionfato più spesso [nove GP]. Qui Hamilton detiene il record di pole position [nove], ed è salito sul podio 12 volte. Poi si sale in macchina, si accende il motore e succede quel che succede. 

Leclerc è andato a prendersi la prima pole position del 2025, la 27esima in carriera. Ne mancava una dal GP di Baku del 2024. Adesso spera che almeno di domenica la tradizione regga: quasi due terzi delle vittorie sono andate a piloti partiti dalla prima fila. 

È l’esclusione di Lewis Hamilton dalla Q1 con il 12esimo tempo che sorprende di più. Con quella sua frase micidiale sull’inutilità che avverte. La Stampa parla di nuovo disastro e di resa. Jacopo D’Orsi ricorda che otto giorni fa a Spa era andato a consolare Kimi Antonelli, in lacrime nell’hospitality Mercedes dopo qualifiche da dimenticare. Questa volta ne avrebbe avuto bisogno lui

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Sul giornale torinese ne scrive anche Massimiliano Panarari, docente di scienza dell’opinione pubblica e sociologia della comunicazione. Parla di contrappasso per il campione e di un Lewis Hamilton che gli pare incarnare l’umanità (dolente) del superuomo. Era l’uomo delle Great Expectations – scrive – per la casa di Maranello, sonoramente tramontate, a detta dello stesso Hamilton, che ha sfoggiato una capacità di autoanalisi non precisamente così diffusa tra le star sportive. Non un pit stop, bensì una sensazione complessiva di spiazzamento e di trovarsi fuori posto, che lo ha indotto a pronunciare parole autocritiche dure come pietre. A suo modo vulnerabile, come Achille, quintessenza della forza sovrumana che si ritrova inaspettatamente a fare i conti con il senso del limite. È quella che si potrebbe chiamare l’epifania dell’umanità del superuomo, l’occasione per il manifestarsi di una consapevolezza e per aprire delle riflessioni. Abbiamo dunque assistito a una dolorosa presa di autocoscienza da parte di un grande della Formula 1 che non ha incolpato delle sconfitte nessun altro all’infuori di se stesso. Chissà, fors’anche perché da cattolico ha deciso di fare un po’ di quell’introspezione (antenata alla lontana della psicanalisi) inventata dal padre della Chiesa Agostino d’Ippona. E, per adesso, in attesa di vedere cosa gli riserverà il futuro non possiamo che dire: massima stima, Lewis Hamilton

Umberto Zapelloni scrive sul Giornale che questa è una Formula 1 che se ne frega della storia e del pedigree dei suoi protagonisti mentre il Corriere della sera aggiunge che solo lui può uscirne. Giorgio Terruzzi ha scritto che Leclerc pare un rabdomante che cerca e trova sorgenti nascoste mentre Hamilton annaspa, perde orientamento e fiducia. Abdica addirittura, come ha detto ieri in un momento di depressione talmente acuta da fargli perdere la misura della propria storia, della passione che continua a circondarlo, dell’investimento che ha determinato il suo arrivo a Maranello. Lewis si rende conto che la scuola è finita, che ragazzini come Bortoleto, Hadjar o Bearman (il baby di casa Ferrari dirottato alla Haas per fargli posto), all’esordio con vetture tutt’altro che felici, fanno cose che a lui non riescono affatto, non più. Solo Hamilton può uscire dai propri guai. Il punto è questo, purtroppo. Solo Lewis può capirlo ed è penoso, è una sconfitta per l’intera F1, oltre che per la Ferrari, star qui a tirar fuori questi discorsi per cercare di attenuare i discorsi suoi. Di un signore che pure ci ha entusiasmati e meravigliati lungo un’epoca intera. Con il timore, indotto proprio da Hamilton, che si tratti di un’epoca finita.

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