Due miliardi per Savoldi: quando Napoli scandalizzò l’Italia

Cosa si scrisse nell’estate del ’75 per il trasferimento record

 

Il presidente Ferlaino chiuse il colpo l’ultimo giorno, quando il Bologna stava facendo retromarcia per le proteste dei tifosi. Due miliardi per un calciatore non li aveva mai spesi nessuno, e li spendeva il Napoli. In realtà si trattava di un miliardo e 400 milioni più Clerici e la comproprietà di Rampanti. Ma dire due miliardi faceva più colpo nella città che aveva i netturbini in sciopero da quattro giorni, gli alberghi chiusi per mancanza di turisti, un’epidemia di colera ancora fresca alle spalle. 

Il Corriere d’informazione commentò: “Il trasferimento a simili condizioni appare clamoroso fino allo scandalo”.

L’11 luglio il Corriere della Sera diede la notizia in prima pagina, accompagnandola con una foto di Piazza Municipio piena di rifiuti. Il Comune aveva un deficit di 250 miliardi, non poteva pagare gli stipendi e il Napoli ne tirava fuori due per un centravanti.

Giovanni Russo in prima pagina parlò di una notizia che “da Napoli fa capire quanto sia profondo il divario tra la nuova realtà politica e sociale della capitale del mezzogiorno e gli esponenti della sua classe dirigente tradizionale”. 

Non era un complimento. Commentò: “L’acquisto di Savoldi è simbolo di una mentalità che dimostra come non si voglia capire che anche a Napoli le cose stanno mutando e che la plebe sta acquistando consapevolezza dei suoi diritti. Insomma alla rabbia di Napoli, alla richiesta di posti di lavoro e di un rinnovamento dei modi di governare la città, si crede di poter rispondere ancora una volta con la politica di sempre, offrendo un idolo da adorare alle folle dei tifosi. È la politica del panem et circenses. Se si crede in questo modo di calmare Napoli, di acquistarsi popolarità, di placare le proteste che nascono da fattori che stanno scuotendo dal profondo la società napoletana, si compie non solo un atto scandaloso, ma un grave errore di valutazione e di prospettive. Napoli non ha bisogno di idoli, sia pure calcistici, da adorare ma di una trasformazione reale del modo di governare la città”. 

La Gazzetta raccontò che il primo contratto era stato scritto su carta da lettere di un albergo, in due copie, e ammoniva la Lega a verificare, a chiedere a Ferlaino le fidejussioni bancarie previste dal regolamento di fronte al “pesantissimo impegno economico assunto dal Napoli. Se Ferlaino ha assunto un impegno del genere è evidentemente in condizione di rispettarlo”. 

Fino a qualche settimana prima, Savoldi era un obiettivo di mercato pure del Milan e della Juventus. Non ci sono in archivio inchieste sociologiche o editoriali indignati. 

Ne firmò uno il direttore della Gazzetta dell’epoca, Remo Grigliè, con un tono paternalistico calato spesso dal settentrione verso le cose del sud. Nel titolo i soldi spesi dal Napoli erano espressi in dollari, chi lo sa perché, forse faceva più effetto: nel riquadro in basso, dove si riferivano i dettagli del contratto, tutto era invece espresso in lire. Comunque. 

Grigliè commentò “il record dell’assurdo” ricordando di aver visto in tv qualche sera prima “un’inchiesta sullo scippo e la delinquenza minorile. Tale servizio – dice – apriva con l’intervista ad alcuni giovanotti milanesi, i quali, dopo aver illustrato la loro attività scippatoria, tentavano di giustificarla – ovviamente, secondo l’aria dei tempi – in chiave politico-sociologica («La società consumistica ci attrae con mille tentazioni nelle vetrine e nelle strade. Perché lavorare per pochi soldi, che non bastano mai? Meglio rubare. Male che vada si finisce dentro qualche mese. Perché derubiamo anche un pensionato di 20 o 30 mila lire? Ma perché con le buone non ci darebbe nulla». E così via, delirando). Dopo questo confortante scorcio milanese – continua Grigliè – l’obbiettivo della TV si spostava a Napoli su alcuni macilenti ragazzetti, poveri emarginati, figli di famiglie sciamannate. Uno di questi, un tredicenne dalla voce roca, evidentemente ritardato mentale, che si sarebbe detto inventato dalla fantasia di Malaparte, raccontava che il furto era il suo unico svago oltreché sostentamento, che si era specializzato nel saccheggio delle auto, che mai e poi mai avrebbe desiderato fare altro. – Ma non pensi al tuo avvenire? – lo ha interrotto l’intervistatore. – Non senti qualche aspirazione vera per il futuro? Che cosa vorresti fare da grande? «Beh sì. Un’aspirazione ce l’ho, voglio fare il calciatore». – E alle partite ci vai? «Sempre, quando il Napoli gioca in casa». – Ti paghi il biglietto? «Eh no! Scavalco e vado nei distinti»”. 

Questa cosa indignò molto Grigliè – nonostante fossero proprio quei bei tempi antichi in cui i ragazzi italiani volevano fare i calciatori – mica studiavano come oggi – e giocavano a pallone per la strada. Comunque. 

“Forse fra i due milioni di dollari pagati per Savoldi e questo patologico caso-limite – si legge nell’articolo di cinquant’anni fa – non c’è una vera correlazione logica. Forse il presidente Ferlaino, furbissimo come ogni napoletano furbo, ha fatto un buon affare assicurando alla sua squadra il centravanti che mancava e che potrebbe anche consentire la conquista dello scudetto di poco mancato nell’ultimo campionato. Forse. A noi resta la convinzione, che questa somma-vertigine, puntata come alla roulette sul nerboruto calciatore bergamasco sia, se non un atto vergognoso, un atto diseducativo. Lo sarebbe stato dappertutto – a Torino come a Milano – ma lo è soprattutto a Napoli, la nostra metropoli più povera e malata, così dolorosamente compianta dai suoi figli migliori. È certo un fatto: l’acquisto di Savoldi riempirà d’orgoglio cittadino il tredicenne intervistato alla Tv. E confermerà nella sua testolina malata gli aberranti principi di vita”.

Bruno Milanesi, ingegnere di 57 anni, il sindaco democristiano dell’epoca che aveva fatto vaccinare gratuitamente tutta la città contro il colera, rispose che «è opinione errata che Napoli, città a basso reddito debba spendere poco. Ha diritto a spendere molto e a guadagnare molto. Il Napoli è un organismo sano in un ambiente dissestato, perché auspicarne la distruzione? La cifra spesa per Savoldi è resa odiosa dall’esistenza di 240 mila disoccupati. Ma anche questo è un accostamento sbagliato se dividiamo i due miliardi per il numero dei senza lavoro: il problema si ridimensiona e il Nord non si scandalizza più. C’è un’idea distorta del disoccupato napoletano. Si crede che questi pianga e si disperi. Invece no: ride, protesta, vuol vivere. Il nostro disoccupato in effetti lavora. Sì, s’industria e non avendo molti soldi da spendere per andare a Capri – come a Milano si va ai laghi – quel che ha lo investe nel calcio».

Si indignò la sinistra. Il quotidiano del PCI l’Unità pubblicò un commento senza firma: “Il gioco dei bottoni a un certo punto è diventato roulette. Con soldi veri. Di quelli che nelle buste paga degli operai in cassa integrazione pesano sempre di meno, mentre un chilo di albicocche pesa tre chili, e tre etti di carne pesano un quintale. Si sono fatte tante chiacchiere sul moralizzare qua e là, sul tenere chiuse le frontiere per non mandare soldi all’estero (che ci vanno, poi, egualmente) ma la realtà, come la vita insegna, è sempre diversa dalle fole. Siamo tutti d’accordo che il nostro calcio fa ridere, che il paese è sul filo della bancarotta, che non ci sono scuole e che certe strutture essenziali è come non ci fossero. Ma poi si sperpera per Savoldi, per Tardelli, per Pavone, per Gori. “Insulto alla miseria”, purtroppo, non è una frase retorica covata da qualche ingenuo ma una grottesca realtà vissuta tutti i giorni”.

File:Disoccupati organizzati napoli manifestazione cartelli 75-77 repubblica riccardo siano.jpg - Wikipedia

Il Corriere della sera aprì un dibattito che andò avanti per un paio di settimane. Il regista Sandro Bolchi scrisse: “Certo, due miliardi sono tanti per un condottiero di cartapesta, per l’imperatore del mercato-figurine: per chi, insomma, ha il solo compito di allargare i confini del delirio festivo, di esaltare una tarantella già ebbra e sudata. Ma Napoli, con i suoi guai cadaverici, ha la fantasia di scambiare Corrado Ferlaino con Gioacchino Murat, Savoldi con Masaniello in una giostra del saracino di truffe, complicità, disperata voglia di vivere coperta da una coltre di sventure che non vuole (o non sa) dissolversi al sole di Mergellina”. 

La voce di Enzo Biagi fu tra le poche a percorrere la corrente in senso contrario. Scrisse: “L’ingegnere Ferlaino non è né un dissipatore né un Pulcinella: è un freddo manager che si adegua alla realtà. Fa il suo mestiere molto bene. Non tocca a lui risolvere le secolari questioni sociali, realizzare le riforme e la giustizia: spaghetti, casa, un moderato lavoro, ma il suo compito è organizzare la migliore formazione degli azzurri. Non ha offeso la miseria, caso mai l’ha consolata. E poi, siamo onesti: Napoli non va male perché hanno comprato i Savoldi, ma perché non possono vendere i Gava”.

Mario Salvatorelli, editorialista delle pagine economiche de La Stampa, trattò il caso-Savoldi da un punto di vista tecnico e riconobbe in Ferlaino un «esempio da imitare» perché, fra l’altro « dimostra fiducia nell’avvenire, perché l’investimento è stato effettuato in un settore dove la domanda “tira” ancora, perché lo sport è un’attività produttiva come un’altra, anzi migliore di tante altre». Salvatorelli concluse: « E non si faccia il processo ai napoletani se, con tutti i loro guai, versano tanti quattrini alla loro squadra di calcio. Processo e condanna verrebbero da pulpiti, pubblici e privati, ma soprattutto politici, che poco o nulla hanno fatto per risolvere i problemi di Napoli (città), quindi non hanno il diritto di giudicare come il Napoli (squadra di calcio) tratta le proprie faccende».

 

 

Il Guerin Sportivo preparò una copertina con Savoldi pazzariello napoletano. Italo Cucci non si accodò ai critici, anzi. Scrisse che i due miliardi avevano scatenato “i Soloni della Repubblica che, levando alti lai, si sono abbandonati ad una furiosa campagna moralizzatrice degna di miglior causa. La Napoli sommersa dalla mondezza, definita ormai «pattumiera d’Europa», è stata presa di mira dai Savonarola in sedicesimo del regime per questa follia calcistica. Corrado Ferlaino, presidente del Napoli, è stato additato al pubblico ludibrio per non avere scrupolosamente osservato il lutto che da napoletano verace dovrebbe portare tutto l’anno, anzi, per tutta la vita. All’improvviso Ferlaino ha scoperto che San Gennaro non esiste e che la soluzione di tutti i guai della sua città dipende da lui soltanto. E che con quei due miliardi avrebbe potuto pagare i netturbini, restituire Napoli alla decenza, debellare il colera, dotare la città di ospedali e scuole e magari salvare la flotta Lauro dal fallimento. Le persone dabbene non cadono in questi trabocchetti e sentono anzi montare in petto la furia quando s’imbattono nei moralisti da strapazzo adibiti alla meschina opera di coprivergogne del regime. Perché non strepitano, costo- ro, davanti allo sfacelo di un Paese ammorbato dalla corruzione, dominato dagli intrallazzatori, ormai avviato a ingloriosa fine per mano di dissipatori del bene pubblico e privato? Che cosa vogliono da Ferlaino?”. 

Savoldi alla fine andò così così. Portò una Coppa Italia e non lo scudetto, ma vendette “il pallone di Savoldi”, “il diario di Savoldi” e incise due 45 giri, uno dei quali cantando da bergamasco qualche frase in dialetto napoletano.


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