Lo Slalom del 10 giugno | Cosa leggere, sapere e vedere

   

D’estate muoio un po’

Malyka Ayane

 

     

►  DAL CANADA è arrivata fresca fresca la notizia di un secondo record del mondo in pochi giorni per Summer McIntosh. Dopo quello nei 400 stile libero ha battuto il primato dei 200 misti. 

◇  L’esperienza di Luciano Spalletti da c.t. della Nazionale si è chiusa con la striminzita vittoria per 2-0 sulla Moldavia, che era stata battuta invece per 5-0 dalla Norvegia. Hanno segnato Raspadori e Cambiaso. 

◇  Jonathan Milan ha vinto la seconda tappa del Giro del Delfinato e ha sfilato a Tadej Pogacar la maglia gialla per un gioco degli abbuoni.

◇  Dopo il GP di domenica, le moto si sono fermate in Aragona per dei test. Il più veloce è stato Maverick Vinales. 

 

#75 giorni alla  prima giornata della serie A 

 

E la chiamano Estate

    È arrivata l’estate. Nel senso di Summer McIntosh, oro a Parigi nei 200 farfalla, 200 e 400 misti, con il condimento di un argento nei 400 stile libero. È arrivata in forma debordante ai Trials canadesi per i Mondiali di Shanghai. Sabato ha tolto il record mondiale dei 400 stile libero all’australiana Ariarne Titmus [3:54.18 contro 3:55.38], domenica ha nuotato il terzo miglior tempo della storia negli 800 stile libero in 8:05.07, a un secondo dal record mondiale fatto un mese fa da Katie Ledecky in Florida [8:04.12]. È la sola prestazione che non appartenga a Ledecky fra le prime-10 di tutti i tempi nella specialità. Stanotte l’estate è diventata caldissima. McIntosh si è presa anche il primato mondiale dei 200 misti nuotando in 2:05.70, 42 centesimi di secondo più veloce di quanto fece Katinka Hosszú ormai quasi dieci anni fa. Ah, poi c’è quel dettaglio: Summer McIntosh ha 18 anni. 

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La scelta saggia di Claudio Ranieri

Detto più o meno tutto quel c’era da dire dopo i tre gol presi in Norvegia, i due striminziti segnati ieri sera alla Moldavia consegnano un dubbio – che non è un’obiezione alle analisi precedenti, ma un riflesso di cui tener conto. Neppure con tutti i limiti e i difetti che ci diciamo può esistere un motivo che sia tecnico o più globale per giocare una partita come quella di ieri e vincerla solo per 2-0. I norvegesi ne avevano segnati cinque. Più tre a Donnarumma nello scontro diretto di Oslo. Per rimettersi nella scia bisognava farne almeno sei e avvicinarsi a otto. 

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Milan e la maglia da difendere a Charantonnay

Jonathan Milan ha vinto la seconda tappa del Giro del Delfinato e ha sfilato a Tadej Pogacar la maglia gialla per un gioco degli abbuoni. Alexandre Roos su l’Équipe stamattina non ha scritto. Sarà stato di corta. 

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Cosa succede dopo la finalona di Parigi: il dilemma di guarire dalla bellezza

Si sono arresi anche i francesi. Non al tennis di Sinner e Alcaraz, oppure di Alcaraz e Sinner. Non è un fronte, quello, dove si possa opporre resistenza. Si sono arresi alla lingua inglese, si sono arresi all’idea che questa nuova età appena cominciata sia l’ère du Big 2 e non de les deux grands. È una svolta che spiazza nel paese dove un computer è da sempre un ordinateur, dove negli anni Ottanta si moriva di Sida e non di AIDS, dove insomma la Commissione per l’arricchimento della lingua creata da Charles De Gaulle ha pubblicato alcuni neologismi per sostituire termini anglosassoni che noi in Italia accogliamo invece in originale. L’autotune in Francia è l’ajustement automatique d’intonation, il clickbait è un piège à clics e le fake news sono information fallacieuse. Ma con Quei Due – su Slalom sarà L’Età di Quei Due – con Quei Due hanno ceduto, forse nella consapevolezza che il francese è la lingua perfetta per raccontare anche le sconfitte, una tappa dantesque o la maglia gialla mai indossata da Poulidor. Ma se non ci sono sconfitti nei paraggi, l’inglese si presta di più. È la lingua dell’impero americano, dove il racconto degli ultimi adesso è fuori tempo. È venuto bene a John Steinbeck, ma sono passati tanti anni. Pure Bruce Springsteen non tiene un concerto negli Stati Uniti da settembre. 

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Alcaraz a volte esulta in modo particolarmente plateale, anche per trascinare con sé il pubblico. A Parigi ci è riuscito. Ma il vittimismo social è alimentato da chi non conosce le dinamiche del Roland Garros e del tennis. Il pubblico tifa sempre per la partita. E poi Alcaraz e Sinner hanno un tennis molto diverso. Non è vero che Alcaraz giochi meglio. È vero il contrario. Sinner è tatticamente superiore (anche se come tattica Nadal resta inarrivabile). Alcaraz è più spettacolare; il che è un’altra cosa.

ALDO CAZZULLO, Corriere della sera

La ricerca del piacere nel tennis

Un altro modo di godersi la partita di domenica è accettarla nella sua straordinarietà. Non possiamo pretendere di rivederla, né ogni volta né la prossima volta. Forse non la rivedremo mai, forse resterà per sempre la più bella finale fra Alcaraz e Sinner, come la prima fu la più bella fra Borg e McEnroe. 

Qualche giorno prima di domenica, zio Toni Nadal aveva parlato nella sua rubrica per El Pais di tennis e di piacere – chiamiamolo piacere per evitare i concetti sdrucciolevoli di spettacolo e di bellezza. Zio Nadal era reduce dalla visione del match tra Alcaraz e Shelton, lo aveva trovato magnifico. Così bello da aver confessato di aver messo da parte il tablet e gli scacchi online. Zio Nadal dice che ogni tanto il tennis contemporaneo lo annoia. Ecco. 

I dirigenti del nostro sport – ha scritto – dovrebbero decidere una volta per tutte di apportare alcune modifiche al regolamento. La loro missione principale è quella di divulgare lo sport, trattenere i tifosi o acquisirne di nuovi, garantire che i praticanti si divertano e che le loro partite siano attraenti per appassionarci. La realtà è che sta diventando sempre più difficile assistere a partite emozionanti. In quasi tutte si verificano troppi errori gratuiti o, per dirla in modo più semplice, si verifica un rapporto improprio tra colpi eseguiti correttamente e numero di errori commessi. Sbagliare all’ottavo o al nono tiro non è la stessa cosa che sbagliare al secondo o al terzo.

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Il campo da tennis del Vaticano è stato trasformato in un campo di padel. Lo dice il presidente della federazione Angelo Binaghi in un’intervista a Gaia Piccardi per il Corriere della sera

 

Le sue ultime tappe al Giro d’Italia del 1965

Quando nel giovane Mura si vide cosa sarebbe diventato

La prima volta che il giovane Mura salì sullo Stelvio, Vittorio Adorni era in maglia rosa, la difese e si preparò a vincere il Giro d’Italia qualche giorno più tardi. Una slavina aveva invaso la strada a 6 km dal traguardo, i corridori dovettero prendere la bici in spalla come si fa nel ciclocross e dovettero attraversare la neve a piedi. 

La prima volta che il giovane Mura salì sullo Stelvio, si stava liberando dalle catene delle virgolette da raccogliere a bordo strada a fine tappa. Era stato il suo compito per tutto quel primo Giro d’Italia seguito da cronista non ancora ventenne. La Gazzetta gli aveva affidato una rubrica dal titolo il Processino, nella scia di quello più grande trasmesso in RAI con la conduzione di Sergio Zavoli. 

Mura nei primi giorni faceva domande e raccoglieva risposte, ma quando arrivarono le ultime tre-quattro tappe – a rileggerlo oggi dopo sessant’anni – quando il Giro si fermò a Dominese, nei suoi pezzi si sente come l’annuncio di quello che sarà. 

Su Adorni scrive: II cavaliere biondo, come nelle storie dei fratelli Grimm, oggi li aveva tutti contro: altri forti cavalieri dai gentili nomi (Zilioli, Poggiali, Mugnaini) e dai nomi carichi di bombiti e sibili (Balmamion, Bitossi, Massignan) avrebbero insidiato il suo trono: da tempo lo si sapeva

Bombiti e sibili. 

Lo vincerà, questa coalizione di prodi, o le streghe dei ghiacciai, sotto forma di cotta, lo pietrificheranno cammin facendo?. Racconta in quella tappa di montagna di ciclisti stravolti, il viso una maschera di fango e di sofferenza, in cui frughi a lungo per trovare gli occhi, ormai cavità dolorose e fisse. E pare ingiusto fare domande a questi ragazzi, perchè meglio forse sarebbe cercare, cercare tra le smorfie del viso e i grumi di fango la luce della gloria; della gloria, sì, perché a un certo punto scalare una, due, tre, quattro montagne non è più impresa ciclistica, ma atto d’amore, sfida raccolta

Ai bombiti e sibili dello Stelvio, il giorno dopo a Brescia aggiunge un’altra divagazione in cui gioca con i suoni e con le parole [Anche se avesse vinto Van Wynsberg, che, oltre al fatto di portare un cognome difficilotto non ha altri torti, sarebbe successo il finimondo] così come fa a Firenze per l’ultima tappa. Scrive: Fra i tarazum tarazum di una banda, cala il sipario, con la solita, festosa malinconia dei sipari che calano

Fu forse questo scarto tra le prime e le ultime tappe a dargli una dimensione nuova in redazione. Forse. Alla fine, come quasi per tutto, che ne sappiamo. La certezza è che il 9 giugno del 1965 i capi in Gazzetta gli assegnano un pezzo in cui deve mettere insieme – dice il titolo – un caleidoscopio di immagini dal Giro. È una sorta di anticipazione dei pezzi che Mura scriverà dal Tour de France una volta assegnata la maglia gialla a Parigi. È una finestra sul Mura che verrà. A vent’anni non ancora compiuti, il giovane inviato chiude il suo primo Giro d’Italia così, con un finale pazzesco, bagnato di una malinconia precoce.

A Catanzaro ci son belle ragazze. E c’è anche Boucquet che arriva a sera, i pedali ingrommati di sangue, mentre un vento gonfio di grilli fa rabbrividire i pochi rimasti. Arriva verso sera senza applausi, Boucquet, e nessuno vede la sua grandezza. Solo un grillo più buono degli altri s’infila in una tasca della sua maglia, e forse gli sta cantando vecchie canzoni dimenticate  da tutti, canzoni di paladini del re che combattevano contro enormi draghi per salvare dolci castellane.

Quando sapemmo che nel gruppetto in fuga verso Torino c’era anche Baffi, sperammo che vincesse, dimenticandoci che non è corretto tifare per questo o quel corridore. Fu un tifo, comunque, molto discreto. e anche inutile, perché Baffi finì nono. Quest’inverno aveva costruito con le sue mani il muro di cinta della sua casa, perché voleva tenersi sul peso giusto. Ci sarebbe stata bene una vittoria, pensavamo, perché uno che a trentacinque anni suonati che corre ancora con l’entusiasmo di un ragazzino, mentre potrebbe benissimo starsene in pace a Vallate con la buona signora Giustina, a far progetti per il suo garage, merita questa soddisfazione. Vinse Pifferi. Questo è il bello del ciclismo.

Molto deludente, invece, Vittorio Adorni, che vincendo il Giro con undici minuti e rotti di vantaggio sul secondo arrivato ha confermato una volta per tutte di non essere che uno scialbo corridorello di provincia. Ma come? Annuncia alla partenza che correrà il Giro per diporto, interessandosi di archeologia al Sud, e poi lascia da parte queste importantissime dottrine per imporsi in un modo ormai anacronistico

A proposito di stile sarà bene ricordare Carpenedolo, imbandierata come mai nessun paese lungo il tragitto, e Michele Dancelli, che passò attraverso bandiere e cartelli e scritte sui muri e sull’asfalto e su striscioni tesi da casa a casa piangendo come un bambino che, rimandato a settembre, ottiene dalla sua famiglia un regalo ancora più bello che era destinato per la sua promozione. E sarà bene ricordare anche Poggiali, il suo tentativo sul San Bernardino prima e a Firenze poi. Su quella stramaledetta salita che non finiva mai, tanto più tragica perché per lungo tratto non c’era neve, ma solo erba pallida e fradicia, pinastri contorti e pozze d’acqua morta, lo affiancammo più volte con la nostra macchina, urlando al leoncino delle Ardenne, e ogni volta trovò il disperato coraggio di sorridere, strizzando l’occhio. Fino a quando non lo presero le streghe, e arrivò con gli occhi vuoti.

A San Marino avevamo un groppo in gola, perché dall’alto, nella sera, tutto era così puramente cristallizzato da sembrare irreale. Nel pomeriggio, poche ore prima, i corridori alla punzonatura erano come comaruzze al mercato. Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, dicono. E lo era anche quella deliziosa piazzetta di San Marino, solo che allora non lo sapevamo, o forse preferivamo non saperlo. La faccia più tragica del Giro era quella di Meco. Una faccia da molti definita equina, secondo noi impropriamente, perché la faccia di Meco è quella di un malinconico pellicano. Che sa cos’è la fame. Per questo speravamo che a Rocca di Cambio arrivasse lui prima di Taccone, che pure è un ottimo ragazzo, checchè se ne dica; naturalmente arrivò dopo. Dopo due tappe si ritirò: zoppicava da una gamba, faceva fatica anche a camminare. Lo vedemmo all’arrivo: era seduto in fondo al pullman, pellicano ferito dentro e fuori, gli occhi fissi davanti a sé come per sapere cosa sarebbe stato domani.

Anche ai bordi della strada, fra migliaia e migliaia di facce, a volte ne vedi una buona o cattiva, tragica o comica, non importa, e vorresti fermarti. Non si può. Forse, se ci inoltrassimo in una di quelle case bianche all’orizzonte, in uno di quei canaloni battuti dal vento troveremmo l’amore, perché no? Non si può. E allora avanti, o buon autista, fila avanti come il vento – giuro che non mi volterò indietro – a raggiungere i corridori. Hanno sempre qualcosa da dire, i corridori, anche se non dicono nulla

 

 2.    Due primati nazionali al meeting di Hengelo: Mark English per l’Irlanda negli 800 [1:43.92], il diciannovenne Jakub Dudycha per la Cechia nella stessa corsa con 1:44.32. L’unico italiano presente, Caitlin Tecuceanu, è arrivato ultimo in 1:46.60. Oa sport lo definisce un tempo preoccupante che conferma tutte le difficoltà attuali del mezzofondista. 

Il meeting olandese si è chiuso con il decimo miglior parametro di qualità della stagione, in una classifica che vede al primo posto ancora la puntata del Gran d Slam Track di Michael Johnson a Miami davanti alle due tappe cinesi della Diamond League e al Golden Gala di Roma. La prestazione più brillante è arrivata da Femke Bol nei 400 ostacoli. Li ha corsi in 52.51, pari a un punteggio di 1252 nella tabella di conversione World Athletics di misure e tempi. Bol ha fatto il record del meeting, ha corso cinque centesimi sopra il suo miglior tempo stagionale fatto a Rabat e ha detto di essere soddisfatta della nuova tecnica in partenza che sta sperimentando. 

Sopra la soglia dei 1.200 anche il 20,62 di Chase Jackson nel getto del peso [1246], migliore misura mondiale dell’anno all’aperto, otto centimetri oltre il suo risultato a Shanghai. Lo ha ottenuto al primo tentativo e due giorni dopo aver gareggiato a Taipei. Ha passato i 20 metri già otto volte nel 2025. A Hengelo è arrivata a 14 centimetri di distanza dal suo record nazionale [Eugene 2023]. Tutti i suoi tiri sono andati sopra i 19,49 e il quinto anche sopra i 20 metri. 

Il 13.10 di Cordell Tinch nei 110 ostacoli è stato la terza misura del meeting per qualità [1235 punti]: a Roma era stato battuto per millesimi. Dylan Beard lo ha tenuto sotto pressione a lungo e poi è caduto sull’ultimo ostacolo. 

Altre prestazioni sopra i 1200 punti. Il 69,21 di Kristjan Ceh nel lancio del disco [1230], il 9.07.79 di Peruth Chemutai nei 3.000 siepi [1224], i 5,82 di Cristopher Nilsen nel salto con l’asta [1217], il 1:43.92 di Mark English negli 800 [1207], il 12.59 di Nadine Visser e il 12.60 di Marione Fourie nei 100 ostacoli [1206 e 1204]. 


     

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