Cosa succede dopo la finalona di Parigi: il dilemma di guarire dalla bellezza
Si sono arresi anche i francesi. Non al tennis di Sinner e Alcaraz, oppure di Alcaraz e Sinner. Non è un fronte, quello, dove si possa opporre resistenza. Si sono arresi alla lingua inglese, si sono arresi all’idea che questa nuova età appena cominciata sia l’ère du Big 2 e non de les deux grands.
È una svolta che spiazza nel paese dove un computer è da sempre un ordinateur, dove negli anni Ottanta si moriva di Sida e non di AIDS, dove insomma la Commissione per l’arricchimento della lingua creata da Charles De Gaulle ha pubblicato alcuni neologismi per sostituire termini anglosassoni che noi in Italia accogliamo invece in originale.
L’autotune in Francia è l’ajustement automatique d’intonation, il clickbait è un piège à clics e le fake news sono information fallacieuse. Ma con Quei Due – su Slalom sarà L’Età di Quei Due – con Quei Due hanno ceduto, forse nella consapevolezza che il francese è la lingua perfetta per raccontare anche le sconfitte, una tappa dantesque o la maglia gialla mai indossata da Poulidor.
Ma se non ci sono sconfitti nei paraggi, l’inglese si presta di più. È la lingua dell’impero americano, dove il racconto degli ultimi adesso è fuori tempo. È venuto bene a John Steinbeck, ma sono passati tanti anni. Pure Bruce Springsteen non tiene un concerto negli Stati Uniti da settembre.
ELOGIO DI UN NUOVO DUALISMO
Le Big 2 scrivono allora stamattina Franck Ramella e David Loriot, facendo ricorso però all’escamotage [subterfuge in inglese] di scrivere il numero a numero, evitando il Two. Del resto non ci sono sconfitti ne l’Età di Quei Due. Non ancora almeno. Uno sta in testa alla classifica mondiale da oltre un anno, l’altro ha vinto più titoli dello Slam. Alla loro prima finale in uno Slam si sono regalati una partita così leggendaria da far dire a Patrick Mouratoglou che si è trattato della finale più bella di sempre al Roland-Garros.
Mardy Fish su X si è spinto oltre. Ha detto che si tratta della partita più bella di sempre, in assoluto, più su di Borg-McEnroe a Wimbledon 1980, più su di Lendl-McEnroe a Parigi 1984, più su di Federer-Nadal a Wimbledon 2008. John McEnroe pensa e dice che Carlos Alcaraz è il tennista più completo di tutti i tempi, in linea in effetti con questi tempi di cestisti alti 2 metri e 20 che palleggiano, di ciclisti campioni del mondo nel ciclocross, nella mountain bike e su strada, di giocatori di baseball che lanciano e battono contemporaneamente, di giocatori di football che attaccano e difendono nella stessa partita. Prigioniero di una incontenibile ammirazione, McEnroe ha detto pure che contro il miglior Nadal sulla terra battuta, questo Sinner e questo Alcaraz oggi scenderebbero in campo da favoriti. Bum.
Nel resto del mondo sono indecisi a quale dei Due assegnare la palma del migliore. Il magnifico rischio che si corre è di non poterlo stabilire nei prossimi dieci anni. Per fortuna è un rischio che in Italia non corriamo. Jannik Sinner è il migliore. Nei quindici giorni del Roland-Garros abbiamo letto e sentito così tante volte che «solo Alcaraz può batterlo» fino a perdere di vista che in effetti Alcaraz lo fa. Lo fa anche senza il nostro permesso. Sinner è 0-5 contro lo spagnolo nelle ultime cinque partite, da quando cioè è irresistibile. Il problema casomai è preoccuparsi che Sinner torni a battere Alcaraz.
A Parigi è stato a un punto dal farcela, e c’è andato vicinissimo sulla superficie che nel racconto egemone meno farebbe al caso suo.
“Lo spettacolo offerto domenica – dice L’Équipe – è stato al tempo stesso bello, impressionante e spaventoso per il resto della comunità del tennis, oggi apparentemente lontanissima da questo nuovo mondo. Non per offendere Alexander Zverev, Taylor Fritz, Lorenzo Musetti, Jack Draper, Arthur Fils e gli altri: ma quando vediamo questi due devastare la terra con la loro onnipotenza per 5 ore e 29 minuti, senza alcun declino fisico o alcun crollo mentale, viene da pensare che il futuro per gli avversari possa essere lungo e frustrante”.
Sinner e Alcaraz, o Alcaraz e Sinner, sono venuti a gridare che è stato bello guardare tutti i campioni del passato, ma che dopo il passato arriva sempre il futuro, e il futuro non lo puoi fermare. Non fai in tempo a lasciar andare Borg e McEnroe che ti ritrovi con Edberg e Becker tra i piedi, poi Agassi e Sampras, e dopo arrivano i Tre Re Maghi. “Temevamo il vuoto alle loro spalle, temevamo che il tempo avrebbe lentamente fatto il suo lavoro, mentre solo il serbo resiste ancora a 38 anni e tra tre settimane porterà sicuramente la sua massima potenza sull’erba benedetta di Wimbledon. E invece no. Ecco che due cuccioli di 23 anni si sono spartiti gli ultimi 6 Major, dopo un’età nella quale in tre hanno vinto 61 Slam su 72”.
Nel mondo di Alcaraz, l’Équipe ci vede “un mix fatale di tocco, grinta, orgoglio e follia”, un X Factor che lo distingue in mezzo a tanti illustri predecessori. “Quando è di cattivo umore può perdere da diversi giocatori, tranne che da Sinner, il quale lo costringe a rimanere nella sua bolla più a lungo possibile. Dato il minimo margine che esiste tra i due, la ruota finirà per girare un paio di volte. In un altro tipo di rivalità dantesca, Nadal aveva iniziato infliggendo un 15-4 a Djokovic prima che il serbo ribaltasse tutto con una serie di 10-2”.
Nel mondo di Sinner, il giornale francese vede un giocatore più raro, “una mente dove la parola resilienza, spesso usata indiscriminatamente, trova il suo pieno significato. Ha gestito molto bene il periodo turbolento legato alla sua squalifica, non c’è motivo di credere che non abbia gli strumenti per superare il trauma della sconfitta”.
Un trauma dal quale non si sono ripresi gli altri due tennisti battuti in una finale dello Slam dopo aver avuto dei match point: Guillermo Coria nel 2004 a Parigi contro Gaston Gaudio, Roger Federer nel 2019 a Wimbledon da Novak Djokovic. Né l’uno né l’altro sono mai più tornati a giocare per uno Slam. Prima dell’era Open aveva perso una finale con tre match point John Bromwich a Wimbledon nel 1948 contro Bob Falkenburg. Ma reagì: al torneo di Melbourne dell’anno dopo giocò di nuovo una finale contro Frank Sedgman.
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Alcaraz a volte esulta in modo particolarmente plateale, anche per trascinare con sé il pubblico. A Parigi ci è riuscito. Ma il vittimismo social è alimentato da chi non conosce le dinamiche del Roland Garros e del tennis. Il pubblico tifa sempre per la partita. E poi Alcaraz e Sinner hanno un tennis molto diverso. Non è vero che Alcaraz giochi meglio. È vero il contrario. Sinner è tatticamente superiore (anche se come tattica Nadal resta inarrivabile). Alcaraz è più spettacolare; il che è un’altra cosa.
ALDO CAZZULLO, Corriere della sera