Sul mio dito c’è un anello, me lo hai dato tu
Nada
Il primo anello per Oklahoma City
La settima squadra campione diversa in sette anni è quella che in Gara-7 ha avuto il suo campione fermo sulle gambe fino in fondo, Shai Gilgeous-Alexander, MVP della stagione regolare e adesso anche delle finali con una doppia-doppia nella notte dell’anello, come non succedeva dai tempi di Steph Curry 2015.
L’altra ha invece perso la propria stella dopo 7 minuti di partita. Mentre cercava di andar via uno-contro-uno proprio a SGA, Tyrese Haliburton ha allungato la gamba sinistra per cercare un appoggio ma non ha più sentito forza nella caviglia, solo dolore, dolore e voglia di tornare indietro. Ha battuto quattro volte il pugno destro sul parquet perché aveva già capito tutto, gli sportivi sanno di essersi rotti anche quando non si sono mai rotti prima.
Haliburton aveva messo fino a quel momento tre triple, aveva segnato 9 punti in 7 minuti, Indiana era avanti di quattro [14-10] e nessuno saprà mai come sarebbe finita con lui in campo. LeBron ha twittato quella parola americana di quattro lettere che inizia con la F e finisce con la K, una lunga schiera di campioni ha postato l’emoticon delle mani giunte in preghiera molto prima di conoscere la diagnosi: Vince Carter, Josh Hart, Trae Young, Jalen Brunson, Donovan Mitchell, Isaiah Thomas, Karl-Anthony Towns, finanche il quarterback Patrick Mahomes. Rottura del tendine d’Achille. Era la sera di Ettore, evidentemente.
Si è raffreddata così la squadra che ha saputo essere calda al momento giusto, la squadra che poteva diventare la peggiore di sempre con l’anello. Ma peggiore solo per le statistiche. Gli Indiana Pacers sarebbero potuti diventare campioni con la quarta percentuale più bassa di sempre [50 su 82] e con il terzo peggiore differenziale di punti [+2,2].
L’anello invece ha preso la strada di Oklahoma City, la città che nell’immaginario americano era solo western e country, ma che nel tempo si è trasformata al cinema, nella musica e nella pallacanestro. Fino alla notte scorsa i Thunder possedevano il misterioso primato di essere i soli nella storia della NBA ad aver perso una finale avendo con la propria maglia Kevin Durant e Russell Westbrook a 24 anni, James Harden e Serge Ibaka a 23. Era il 2012 e gli altri – i Miami Heat – avevano LeBron. Poiché il caso si diverte a spargere segni fra i nostri piedi in cammino, l’anello è arrivato poche ore dopo la notizia che l’inquietudine di KD – tre squadre cambiate dopo quel 2012 – aveva trovato una quarta casa a Houston adesso che mancano tre anni per avere quaranta candeline sulla torta.
È stata una stagione epica per Shai, dicono alla NBC, segnalando una serie di voci statistiche su di lui. È il quinto giocatore con almeno 25 punti, almeno 5 rimbalzi e almeno 10 assist in una Gara-7 di finale NBA dopo Jerry West, Walt Frazier, James Worthy e LeBron James. È il primo capocannoniere della NBA che vince l’anello dopo lo Shaquille O’Neal stagione 2000. È il quarto giocatore ad aver vinto il titolo di miglior marcatore NBA, essere stato nominato MVP della stagione regolare e MVP delle finali dopo Kareem Abdul-Jabbar, Michael Jordan e Shaquille O’Neal. Ci sono compagnie peggiori al mondo.
Ma non è stata la vittoria di un uomo solo, annota ESPN, sebbene abbia totalizzato quindici prestazioni da almeno 30 punti nei play-off, restando dietro solo a Jordan e Olajuwon in questa voce. Jalen Williams ha aggiunto 20 punti e due palle rubate, l’unicorno Chet Holmgren ha contribuito con 18 punti, otto rimbalzi e cinque stoppate. Alex Caruso e Cason Wallace hanno messo a segno 10 punti e tre palle rubate ciascuno uscendo dalla panchina. I Thunder hanno avuto la miglior difesa della stagione regolare e “hanno soffocato i Pacers” spingendoli a perdere 23 palloni che hanno prodotto 32 punti. “Ma c’è un asterisco”, dice The Athletic. E quell’asterisco si chiama Haliburton.
È già tempo di immaginare la prossima stagione. The Athletic lo fa mettendo logicamente i Thunder in pole position, favoriti per il bis, sebbene un bis manchi dal 2017-2018 [Golden State]: alle spalle i Knicks, Cleveland e i Rockets di Durant.
IL SUPPLENTE
Anche stavolta T.J. McConnell si è alzato dalla panchina e ha fatto il pazzo, 16 punti, ma la supplenza non è stata sufficiente, lui che è stato “il giocatore più piccolo in campo e il più grande X-Factor delle finali” come ha scritto Robert O’Connell quasi omonimo sul Wall Street Journal.
“Per gli standard NBA, TJ McConnell non è un giocatore qualunque, è proprio un giocatore del tutto dimenticabile”. Haliburton lo sfotte chiamandolo come si era soliti chiamare nella boxe quei tizi grandi e grossi che ogni tanto pretendevano di sfidare un Foreman, un Frazier, un Muhammad Ali: “La grande speranza bianca”. TJ è solo bianco, non è grande e non è una speranza. Ha tappato buchi su buchi in questa serie diventando il giocatore preferito della folla: “Ogni volta che McConnell si presentava, l’arena di casa esplodeva in un boato, e quando una volta si è tuffato per recuperare una palla vagante, nientemeno che la leggenda dei Pacers Reggie Miller è saltato dal suo posto fino a bordo campo per dargli un cinque”.
McConnell è figlio di un allenatore di basket di un liceo in Pennsylvania. Ha avuto una discreta carriera universitaria in Arizona, ma sembravano esserci poche possibilità in NBA per i suoi 185 centimetri di statura, nonostante tutta la retorica sui 160 di Tyrone Muggsy Bogues e i Looney Tunes. “Poi McConnell ha avuto un colpo di fortuna – racconta il WSJ – in una delle peggiori squadre della storia del basket. Nel 2015 i Philadelphia 76ers erano nel bel mezzo del loro piano che prevedeva di perdere il più spesso possibile per conquistare posizioni al draft. McConnell non era stato scelto al draft, i Sixers lo presero volentieri. In una squadra che avrebbe vinto solo 10 delle 82 partite, McConnell ebbe la possibilità di dimostrare di possedere almeno un attributo da élite: nessuno avrebbe mai potuto fare più lavoro di lui. Ma la cosa straordinaria nel guardare McConnell oggi è che non si è lasciato imprigionare nello stereotipo del figlio di un allenatore che si dà da fare e si butta a terra alla prima occasione. Funziona benissimo, anche sul palcoscenico più importante del basket”. Finanche in una Gara-7 di finale. Ma per un anello era troppo.
COME SI SENTONO A SEATTLE
Qualche notaio che si incontra in giro è propenso a dire che non si tratta del primo anello perché un tempo questa franchigia si chiamava Sonics e ne vinse uno a Seattle. Solo che quella sera non fecero festa a Oklahoma City e ieri notte non hanno di certo fatto festa a Seattle. Anzi. “Il successo dei Thunder – ha scritto il Washington Post – riapre ferite mai del tutto rimarginate”. Sono passati 17 anni da quando i Sonics hanno lasciato la città e “i tifosi dicono di essere stati costretti a guardare in televisione il tuo ex che si sposa”. Parole e umorismo amaro sono di Mike Gastineau, autore e conduttore radiofonico sportivo in pensione. Jerry Brewer ha scritto: “Parlate dei Sonics con 10 abitanti di Seattle e riceverete 10 diverse affermazioni su come si sentono in questo momento. Il tempo ha attenuato alcune delle emozioni più forti, ma il dolore è cronico. Le riacutizzazioni sono frequenti. Le persone possono passare dalla rabbia alla tristezza, dalla meschinità alla depressione, fino all’ottimismo sulla possibilità di un ritorno di una franchigia grazie all’espansione NBA. Ma c’è un desiderio che appartiene a tutti: separare completamente la storia dei Sonics dal presente dei Thunder”.
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6 GIUGNO 2025