Sarà difficile dimenticare la finale di Parigi: ma Sinner deve farlo

Il pomeriggio di Sinner-Alcaraz

Ora l’impresa sarà dimenticarlo

La pioggia di Londra andava e veniva, forse furono pure tutte quelle interruzioni a rendere drammatica e irripetibile la partita tra Federer e Nadal a Wimbledon. Il più leggendario fra i loro scontri diretti arrivò alla decima volta che si sfidavano tre set-su-cinque, al diciottesimo confronto diretto e alla sesta finale Slam. Era il luglio del 2008 e sui prati di Londra cancellarono l’idea che due anni prima avessimo visto al Foro Italico la loro migliore partita.

C’è questo brivido stamattina nel ripensare alle 5 ore e 29 minuti di tennis vissuti a Parigi con Sinner a Alcaraz in campo, il brivido di temere che siano irripetibili e che siano arrivata troppo presto, alla loro prima finale Slam, la quarta volta in un match tre set-su-cinque, al dodicesimo confronto diretto.

Anche Lendl e McEnroe si concessero la loro partita più leggendaria alla prima finale Slam [Roland-Garros 1984], era la dodicesima volta che si sfidavano tre-su-cinque e il diciannovesimo confronto diretto in assoluto, così come si trattava della prima finale Slam in carriera per Borg e McEnroe in quel memorabile pomeriggio del 5 luglio a Wimbledon: solo la seconda volta di un tre-su-cinque, l’ottavo confronto diretto. 

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I NUMERI 

È stata la finale più lunga nella storia del Roland-Garros, seconda negli Slam soltanto a Djokovic-Nadal del 2012 a Melbourne [5 ore e 53] e costringerebbe Gianni Clerici a scrivere di nuovo l’attacco che dedicò a Borg-McEnroe 45 anni fa: “Sono stato tre ore e cinquantatré minuti senza fare la pipì”. 

Ora Carlitos Alcaraz è avanti per 8-4 nei confronti diretti, ma soprattutto e gli ultimi cinque li ha vinte tutti, fra marzo 2024 e ieri: semifinali di Indian Wells, semifinale Parigi, finale Pechino, finale Roma, finale Parigi. Da quando Sinner è irresistibile, Alcaraz con lui lo è di più. È l’unico giocatore ad averlo battuto nelle sue ultime 49 partite. 

Aver portato Alcaraz a un tie-break decisivo si è rivelato fatale come ad altri 15 avversari su 17 prima di Sinner. Una finale Slam era stata decisa in questo modo al quinto set solo con Djokovic-Federer a Wimbledon 2019 e con Thiem-Zverev a Parigi 2020. È finita così con la terza sconfitta nella carriera di Jannik dopo un vantaggio di due set a zero: come cinque anni fa contro Khachanov a NY e nel 2022 contro Djokovic a Wimbledon. Quelli erano stati peccati di gioventù, questa la partecipazione a una indimenticabile piece.

Con i suoi pochi anni Carlos Alcaraz è già il quarto giocatore in questo secolo a vincere un titolo Slam per quattro stagioni consecutive. Gli altri tre sono facili: non si devono neppure nominare. Ha giocato le sue prime cinque finali e non ne ha persa nessuna, come prima di lui nell’era Open Margaret Court [arrivata a 8 prima di perderne una], Monica Seles [6], Roger Federer [7], Iga Światek [5]. In 17 tornei giocati solo Bjorn Borg ne aveva vinti di più [6]. 

IL SENSO DELLA PARTITA

Quando Carlos Alcaraz dice che Jannik Sinner lo spinge a giocare oltre i suoi limiti, bisogna considerare anche questo, che prima di ieri non aveva mai vinto una partita al meglio dei cinque set in carriera dopo aver perso i primi due: aveva 8 sconfitte su 8. Alle cinque e mezza del pomeriggio sapeva di dover fare qualcosa mai fatta prima. E contro il numero 1 del mondo. Ha accettato l’idea di dover mettere altre corse e altre scivolate dentro il suo pomeriggio che sarebbe diventato sera, come sulla stessa terra hanno fatto Borg contro Orantes [1974], Lendl contro McEnroe [1984], Agassi contro Medvedev [1999], Gaudio contro Coria [2004], Djokovic contro Tsitsipas [2021]. 

Ha guardato la spia dell’olio, ce n’era e ha tirato dritto. Chissà se mentre la partita si allungava Sinner ha pensato a com’erano finite tutte le maratone precedenti, chissà se è stato un pensiero che lo ha condizionato ricordare di aver perso sette volte su sette le partite durate oltre le 3 ore e 50. Da ieri sono otto su otto, mentre per Alcaraz fanno 13 vittorie e una sconfitta. Fore significa qualcosa, ma se invece non volesse dir nulla è una coincidenza ben congegnata per fingere di suggerire una verità. 

Rafa Nadal ha twitatto in diretta il suo stupore, Jonathan Overend della BBC ha detto che “il tennis ha toccato nuove vette”. Carlos Alcaraz è il terzo tennista nell’era Open a vincere una finale del Grande Slam maschile dopo aver salvato dei match point. Era successo a Gaston Gaudio contro Coria al Roland-Garros del 2004 e a Novak Djokovic contro Federer nel Wimbledon del 2019. Ora tocca a Jannik fare l’impresa, cancellare il ricordo di questo epilogo dalla scheda. Agli altri due non riuscì. Dopo essere stato a un punto dal suo Slam, Coria avrebbe rivinto un solo titolo in carriera [a Umag] e perso altre quattro finali, due delle quali in un Masters 1000, ma non seppe costruirsi più un’altra chance. Federer di fatto chiuse su quei match point la carriera d’élite: dopo non avrebbe mai più giocato una finale, a nessun livello. 

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Ho messo a segno dei colpi che non so come ho fatto a tirare

CARLOS ALCARAZ

I COLPI CHE SONO STATI DECISIVI

L’Europa continua a possedere il tennis. Ottantadue degli ultimi 83 titoli maschili dello Slam sono rimasti sul suo territorio. Questo ha preso la via della Spagna nonostante un dato che l’analista Craig O’Shannessy ha segnalato come fatale su Brain Game Tennis. La media delle prime di servizio dei giocatori arrivati ai quarti di finale del Roland-Garros di quest’anno è stata del 62%. 

“Cosa succede se si realizza meno del 60% con le prime di servizio? Guai. Guai seri”. Sono rimasti sotto la soglia in 45 e 29 di loro sono usciti al primo turno, 11 al secondo, 4 al terzo. “Se non sfrutti abbastanza prime di servizio, lo scenario più probabile è che tu debba prenotare una vacanza con Ryanair subito dopo essere arrivato a Parigi. Il sud Italia è sempre una bella destinazione, ma è una buona idea stare alla larga dall’Etna in questo momento” ha scritto O’Shannessy in uno slancio di spiritosaggine. 

Alcaraz invece ha vinto il titolo con il 58 percento di prime di servizio, ma se l’è cavata solo perché la percentuale di Sinner è stata addirittura inferiore, troppo bassa per reggere una finale di questo livello. Ne ha messe dentro 103 su 191, il 54 percento. È uno degli elementi che spiegano la sconfitta. Se non metti con frequenza la prima in un tie-break, non ne esci vivo. Eppure Sinner ha finito la partita segnando due punti in più [193-191], più punti alla risposta [77-74], meno errori [57-67] e meno gratuiti [64-73], ma con un numero di vincenti di dritto in grosso deficit: 33 contro 57. 

“Una finale da mettere nel pantheon” scrive David Loriot su L’Équipe. Il giornale francese ha dato l’intera prima pagina alla foto dell’abbraccio finale fra i due campioni stremati, prima che Carlitos andasse a fare la foto con i raccattapalle come Cori Gauff il giorno prima: che stia nascendo un rito nuovo?

“Un match monumentale” considerano allora i francesi sul loro giornale sportivo sotto il titolo in prima “5H29 di leggenda” [eppure ieri avevano in campo la Nazionale di Mbappé, loro, gli sciovinisti].

“D’ora in poi, e per sempre – si legge – ricorderemo questo 8 giugno 2025. Una storia folle. Un finale che ha virato verso l’irrazionale, il coraggioso, la genialità, il mito, tutto in una volta, nel bel mezzo di un quarto set già famoso. Fino a quel momento eravamo rimasti un po’ affamati durante i primi due set. Era una questione di potenza, Sinner era superiore, Carlitos mancava di ispirazione”.

Alcaraz ha salvato i tre match point sullo 0-40, 3-5. Ha segnato 13 dei 14 punti successivi “in una sorta di frenesia generale, di grazia divina, mentre tutto stava impazzendo intorno a lui, in tribuna erano tutti in piedi, da Spike Lee a Clovis Cornillac, a Pierre Niney. Hanno continuato a tirarsi mattoni addosso – scrive Loriot – a scivolare come dannati, a fare l’amore con la storia, e la storia non sapeva che direzione prendere. Finché la leggenda ha dovuto scegliere da quale parte stare. Sinner e Alcaraz sono destinati a dominare il tennis mondiale per i prossimi dieci anni. Non c’erano dubbi nemmeno prima di questo duello epico. Ma quest’ultimo atto non è che un’ulteriore certezza. Ci vorranno molto talento e molta fiducia in sé perché Zverev, Fritz, Draper, Musetti, Fils e altri vadano a solleticare questo mostro a due teste. Da ieri sera questa realtà si è imposta con una forza quasi incrollabile”. 

Emanuela Audisio su Repubblica adopera l’aggettivo caro ai francesi per certe tappe al Tour. Definisce “dantesca” la finale di ieri, mentre Stefano Semeraro torna dalle rime alla prosa e scrive su La Stampa che è stata “come un romanzo. Un intreccio che ti tiene lì, fino all’ultima pagina”

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Le partite di tennis non sono mai state così lunghe

Le statistiche fornite dalla Atp mostrano allora che la durata media di una partita del Grande Slam maschile è salita dalle 2 ore e 21 del 1999 alle 2 ore e 54 di quest’anno. Un aumento medio di oltre mezz’ora per partita, siamo nell’ordine del 23,4%  |   Segue qui

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