C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo
Fabrizio De André
► IL NAPOLI ha pareggiato in casa con il Genoa e ha ridotto da tre a uno i punti di vantaggio sull’Inter che ha battuto il Torino. È morto
◇ È morto Enzo Ferrari, l’allenatore dell’Udinese durante gli anni di Zico. Lui ne aveva 82 e il Corriere della sera ricorda quando da calciatore segnò un gol da 77 metri contro la Roma con la maglia del Palermo.
◇ In Spagna il Barcellona ha battuto il Real Madrid per 4-3 rimontando da 0-2 e ha messo le mani sulla vittoria del campionato
◇ Mads Pedersen ha vinto anche la terza tappa del Giro in Albania dopo la prima. A Valona ha battuto il gruppo allo sprint e con gli abbuoni si è ripreso la maglia rosa
◇ Lorenzo Musetti si è qualificato per gli ottavi di finale degli Internazionali al Foro Italico battendo Nakashima e si prepara a Medvedev. Avanti Alcaraz e Zverev; Sabalenka Gauff Raducanu e Mirra Andreeva
◇ In una delle corse più folli nella storia della MotoGP, Johann Zarco è diventato il primo francese della storia a vincere a Le Mans. La Honda ha spezzato il digiuno di successi che durava da due anni [Alex Rins in Spagna]
◇ La Virtus Bologna ha vinto lo scontro diretto con Trapani e ha chiuso al primo posto la stagione regolare di basket. L’Olimpia Milano ha chiuso quinta e per la prima volta dopo quattro anni avremo una finale diversa. I quarti di finale: Virtus-Venezia, Trento-Milano, Trapani-Reggio Emilia, Brescia-Trieste
◇ I Cleveland Cavaliers avevano dominato la stagione regolare a Est ma ora sono nei guai, sotto 3-1 nella semifinale contro Indiana dopo la nuova sconfitta in Gara-4 con infortunio alla caviglia per Donovan Mitchell. I Pacers hanno messo a segno 12 delle loro 18 triple nel primo tempo e il vantaggio di +41 punti all’intervallo è il più ampio vantaggio nella storia dei playoff NBA, secondo ESPN. Vittoria in trasferta per Oklahoma City che ha pareggiato 2-2 la serie a Ovest contro i Denver Nuggets con 25 punti di Shai-Gilgeous Alexander.
#4 giorni alla Diamond League di Doha
La vittoria gandhiana di Zarco
Quando Johann Zarco si affacciò in MotoGP, aveva vinto due titoli mondiali nella classe inferiore e giocava a fare il fico misterioso. Parlava di Jacques Brel e di George Brassens, diceva di non usare il telefonino, di non avere tatuaggi, di non aver mai messo un paio di occhiali da sole. Un pilota diverso. Questo gli piaceva far sapere. Raccontava di essere salito all’età di 17 anni sul suo motorino e di essersi fatto tutta la strada che c’è tra Cannes e Avignone, sei ore con la schiena piegata per 250 km, di notte, sbagliando due volta la strada, per arrivare alla porta di Laurent Felon, ex paracadutista corso, e chiedergli di diventare il suo coach, il suo manager, il suo tutto. Zarco pensava che Felon potesse essere il solo a dargli un metodo perché era generoso e autoritario, perché pure lui cantava fuori dagli spartiti dei cori ammaestrati. «Mi ha preso in casa e non c’è stato più niente altro nella mia vita. Moto. Ho dormito per 5 o 6 anni sul divano- letto del suo salotto».
“Uno strano campione. Un anti-divo, in questo circo dove c’è chi cura in modo ossessivo la propria immagine e passa più tempo sui social che in pista” scrisse Massimo Calandri su Repubblica nel rappresentarlo al debutto in MotoGP, quando il povero Zarco fu costretto a piegarsi alle necessità e a farsi un iPhone. Era molto atteso e in effetti si è fatto attendere. Fino a ieri pomeriggio, quando è diventato il primo francese a vincere a Le Mans, il primo a vincere un GP di Francia dal 1954, Zarco aveva conquistato una sola corsa. La seconda è arrivata perché è stato il più bravo a interpretare i segni del cielo. Ha messo le gomme da bagnato e ha costretto gli altri a cambiarle mentre lui tirava dritto, un Rain Man emerso dal caos, dice stamattina L’Équipe che lo celebra dedicandogli la prima pagina.
Zarco è bravissimo a sbucare quando non deve. La Francia aspettava casomai Fabio Quartararo, la grossa sorpresa delle qualifiche con la sua pole, e invece lo ha visto cadere all’ultima curva del quarto giro. Zarco era uno degli otto che hanno deciso di schierarsi sulla griglia con gomme da pioggia, ma la sua corsa pareva finita alla prima curva, dove è stato urtato nel cuore di una collisione collettiva ma è rimasto miracolosamente in piedi, in grado di attraversare la ghiaia senza danni, per cominciare la sua risalita dalla 17esima posizione. Quando tutti i piloti in testa sono stati costretti a rientrare ai box per cambiare la moto, Zarco è stato catapultato in testa alla corsa nelle condizioni che più ama.
“Un colpo di fortuna passeggero? Al contrario – racconta L’Équipe – si è trattato di un sorpasso definitivo, poiché il trentaquattrenne di Cannes ha fatto segnare il miglior tempo giro dopo giro, ampliando il distacco da Marc e Alex Marquez”. È così che la Honda è tornata a festeggiare un GP due anni dopo il successo di Alex Rins in Spagna: da allora ci sono stati 76 successi della Ducati, 7 dell’Aprilia e uno di Ktm.
Guidare sotto la pioggia
Sotto la pioggia accade che “ci sono piloti che non riescono a trovare il proprio ritmo e a essere competitivi, ma anche e soprattutto ce ne sono in grado di esaltarsi mettendo in mostra qualità che faticano a tirar fuori normalmente” [Alessandro Di Moro, Motosprint]. È facile indicare in Marc Marquez uno specialista su acqua: a Brno 2019 fece la pole sotto la pioggia montando gomme slick. Ma non è che con l’asciutto vada piano. Danilo Petrucci è stato tra i più versatili. Fece il primo podio in carriera sotto un diluvio a Silverstone [2015] e la seconda e ultima vittoria nella classe regina con lo stesso meteo proprio a Le Mans [2020]. Jack Miller vinse la sua prima corsa sotto l’acqua [Assen 2016] e Chris Vermeulen l’unica [Le Mans 2007].
Ma quando le ruote sono quattro i maghi del bagnato coincidono con i nomi più leggendari. Secondo la contabilità tenuta da Formula Passion, Michael Schumacher guida la classifica dei successi sull’asfalto inzuppato con 16 vittorie in 44 GP, davanti a Lewis Hamilton [13 in 39 gare] e Senna. L’eroe tra i contemporanei è Max Verstappen, il migliore senza aver mai vinto un Mondiale è stato Stirling Moss [tre GP vinti sull’acqua] mentre “il mago della pioggia” è stato il soprannome ufficiale di Jenson Button. Nella sua autobiografia ha spiegato che suo padre non gli comprava pneumatici da bagnato ai tempi del karting, quindi ha dovuto imparare a guidare con pneumatici slick in condizioni mutevoli.
Segnare sotto la pioggia
La classe non è acqua e sotto l’acqua memorabili sono certi gol. Le foto di Kakà con la bocca aperta sotto la tempesta primaverile di San Siro in Milan-Manchester United hanno qualcosa di mistico, ma non furono benedizioni quelle che uscirono dalle labbra di John Terry dopo essere scivolato nel calciare il suo rigore in finale a Mosca nel 2008. Un anno più tardi Martin Palermo segnò contro il Perù il gol decisivo per la qualificazione dell’Argentina ai Mondiali in Sudafrica. “Era una notte da destino storto” ha scritto Emanuela Audisio su Repubblica. Maradona era il cittì e festeggiò facendo l’acquaplano con il petto sul prato. “Non è un ct – scrisse Audisio – non lo sarà mai. È ancora troppo militante, troppo dentro se stesso. Non sa come far giocare, perché ancora pensa a come giocherebbe lui. I ct non fanno l’avioncito sulla malacqua, non camminano a testa bassa, gonfi di dolore e di paura, non dicono che dio, pardon «il Barba ha fatto un giro sul campo e ha visto che stavamo regalando tre punti meravigliosi al Perù». I ct studiano, hanno tattica, idee. Propongono soluzioni. Lui a Martin Palermo che gli chiede lo schema risponde: «Stai vicino alla porta». Nel dramma ci sguazza bene, sa come evitare l’infarto all’ultimo minuto, ma si può vivere sempre sull’orlo del burrone? Diego ci è abituato, ha sempre dribblato la morte, dategli una pozzanghera e ci giocherà come fosse l’angolo di un paradiso”. E del resto sotto un diluvio indimenticabile aveva segnato la più famosa delle sue punizioni napoletane, contro la Juventus, tiro a due da dentro l’area, tocco di Pecci [assist – dice lui] e palla da biliardo nell’angolo sulla testa di Tacconi.
Il diluvio allo stadio Curi e un colpo di Calori fecero annegare la Juventus e diedero alla Lazio uno scudetto all’ultimo respiro, mentre Collina si riparava sotto l’ombrello come Putin in Russia dopo la finale mondiale tra la Francia e la Croazia. Ed era sempre a Mosca che Usain Bolt vinse il suo Mondiale sotto l’acqua, cento metri in 9.77, perché “il cielo può lacrimare, la pista si può bagnare, ma lui non perdona” [ancora Audisio].
Il ciclismo e il tennis
Per le vittorie in bicicletta sotto l’acqua, i francesi hanno un aggettivo dedicato. Dantesque fu la Roubaix di Knaven nel 2001 e quella di Sonny Colbrelli nel 2021, dantesque pure l’impresa di Heras sull’Angliru alla Vuelta 2002, la Sanremo di Ciolek nel 2013, Quintana sullo Stelvio al Giro 2014, Dumoulin all’Arcalis per il Tour 2016, il Mondiale di Mads Pedersen sei anni fa nello Yorkshire.
Il tennis no, al tennis non piace Dante. Con due gocce di pioggia si torna tutti negli spogliatoi, ed è all’asciutto che si nasconde l’inganno. Qui la bravura consiste nel restare con i pensieri dentro il campo fradicio, non uscire dalla partita neppure quando la partita si ferma, altrimenti si finisce come Stefano Pescosolido a Maceiò in Coppa Davis oppure come l’ucraino Medvedev al Roland-Garros in finale contro Agassi, avanti di due set, più giovane di quattro anni, più alto di tredici centimetri, eppure rimontato e sconfitto al ritorno in campo dopo la pausa.
Non sapremo mai come sarebbe finita se non fosse venuto a piovere. Non sapremo mai come si sarebbe piazzato Zarco con quelle gomme prima inadatte e poi provvidenziali. È che la pioggia te la devi sempre aspettare. Come diceva quel tipo disobbediente che passa per un pacifista, “la vita non è aspettare che passi la tempesta, la vita è imparare a ballare sotto la pioggia”.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra il cammino imbarazzante del Manchester United – In Francia il successo di Zarco a Le Mans – In Spagna la vittoria del Barcellona nel Clasico – In Italia il duello scudetto riaperto
Lo scudetto con il brivido finale
Le imperfezioni del Napoli sono note da tempo, si sono manifestate da tanto e non sono sparite né mutate neppure quando di giornate ne mancano due. Ha cominciato il campionato collassando a Verona e su quella sconfitta ha edificato il suo mercato [35 mln spesi per Buongiorno, 30 per McTominay, 30 per Lukaku, 28 per Neres, 14 per Gilmour, 12 per Rafa Marin – totale 149 mln – non proprio una cifra da pigri nullafacenti], ma la squadra ha tirato avanti per mesi con il medesimo difetto: lasciare punti sul prato contro le squadre residenti nella seconda metà della classifica. In tutto sono stati dodici, gli ultimi due quelli di ieri sera al Genoa, e se davvero fossero gli ultimi due lo scudetto arriverebbe allo stesso il 25 di maggio. Bisogna provare a non aggiungerne altri fra Parma e Cagliari, ma queste sono diventate le ore dello spavento e in un posto come quello in cui gioca il Napoli, dove lo spavento produce processi anticipati e sommari, battere Parma e Cagliari stamattina pare un’impresa colossale.
Appena nei discorsi s’è affacciato il futuro [arriva David, arriva De Bruyne, arriva chissà chi altro], il Napoli è stato scaraventato nel presente. È qui che il mestiere di Antonio Conte viene chiamato a fare la differenza: nella gestione dell’ansia. Come scrive Arianna Ravelli sulla Gazzetta: “Se non si fa prendere dal panico (e, va detto, non è consueto che una squadra di Antonio Conte lo faccia), il Napoli conserva un vantaggio, certo più sottile, certo più fragile, ma pur sempre un vantaggio”.
Di buono c’è che a Parma il Napoli troverà una partita vera, più vera delle altre senza spigoli che non ha saputo vincere: il pareggio con Venezia e Udinese, la sconfitta a Como. Sulla bocca del popolo sono già innescati ragionamenti e certezze su chi lo scudetto lo avrebbe casomai vinto e chi lo avrebbe casomai perso: quando, come e dove. Due circostanze possono disinnescare i pericoli. Una: la serenità di Conte al campo. Due: il silenzio di De Laurentiis fuori. A dirla tutta: si tratta di due circostanze rare.
Paolo Condò sul Corriere della sera ha visto il Napoli stanco, col traguardo vicino ma con il bonus speso. “L’Inter non lascerà per strada altri punti, o almeno il Napoli deve ragionare così per alimentare il suo sprint di energie nervose. La partita stagionale numero 39 l’ha inchiodato ai suoi limiti: l’infortunio in corso d’opera di Lobotka si è aggiunto a quello analogo di Buongiorno, titolari evidentemente forzati per sfiducia nelle alternative, e a questo punto perduti. Se ci aggiungiamo il mancato recupero di Neres (pochi inutili minuti), siamo in un giallo dove a ogni capitolo sparisce un protagonista. E l’ansia cresce”.
Fabio Mandarini sul Corriere dello sport-stadio ha scritto che “l’ex interista Vieira potrebbe passare alla storia come il dodicesimo uomo di Inzaghi. Il calcio è così, dolce e spietato, ma se alla fine sarà stato un harakiri non è dato saperlo. Certo è che il Napoli ha fatto di tutto per rimettere l’Inter in corsa e in fiducia a due metri dal traguardo, con il Genoa già salvo e reduce da tre sconfitte consecutive. La partita del Genoa è stata perfetta: pressing alto e intenso, ripartenze e personalità da vendere. Con un portiere esordiente in Serie A e un terzino sinistro di 17 anni dal primo minuto”.
Le famose seconde linee di Inzaghi: sono buone o no?
Ventiquattro ore prima della partita di Torino, Simone Inzaghi ha visto Luis Enrique mandare in campo a Montpellier un PSG con otto giocatori sotto i vent’anni. Una specie di Primavera per tenersi da parte una quota di freschezza in vista della finale europea in Baviera. L’Inter ha giocato il contro-azzardo di nove cambi rispetto alla partita precedente, Lautaro a casa e non soltanto lui, nel cuore della lunga discussione sulla lunghezza della rosa, la bontà dei ricambi eccetera. Quando in autunno la squadra era in testa e il Napoli a rincorrere lontano, la tesi ricorrente era che a Inzaghi non mancasse niente.
Ma le convinzioni del calcio, si sa, abitano sulle altalene. Così la rosa dell’Inter una volta è completa e una volta no, secondo il risultato della domenica. La vittoria di Torino ha di nuovo ribaltato gli umori. Alberto Polverosi sul Corriere della sera scrive stamattina: “Ora Simone sa che se il 31 maggio, a Monaco di Baviera, gli servirà qualche seconda linea potrà contarci senza timori. Se avrà bisogno di un rigorista in più, ecco Asllani; di una mezz’ala d’inserimento, ecco Zalewski (gol bellissimo, con dribbling di tacco su Gineitis e destro a giro sul palo lontano); di un difensore centrale sicuro ed esperto, ecco De Vrij; di una guida tecnica, ecco Zielinski; di una certezza difensiva, ecco Darmian. Insomma, più di questo non poteva sperare. C’era il rischio di trovarli un po’ scarichi, ma non è così. Stanno tutti bene nel momento decisivo della stagione.
Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulla qualità e la completezza dell’organico interista è stato servito”.
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«Ho 28 anni, un contratto fino al 2027, sono legato in un modo folle a Bologna, ci siamo fusi. Ho fatto 70 gol e mai una volta ho baciato il simbolo sulla maglia e non lo farò mai: non prometto, non mi piacciono le prese in giro».
RICCARDO ORSOLINI, intervistato da Guido De Carolis, Corriere della sera
Lucianone Spalletti è di nuovo sul Corriere della sera con il suo libro [Il paradiso esiste… Ma quanta fatica], l’autobiografia scritta con Giancarlo Dotto. Dopo l’anticipazione della settimana scorsa con un brano dedicato al Sultano De Laurentiis [“«In tutta la mia storia a Napoli ho giocato due partite contemporanee: quella con gli avversari e l’altra con il presidente»], stamattina si lascia intervistare da Walter Veltroni – che prima di cominciare definisce la sua opera “un racconto sincero, senza omissioni e senza cattiverie” – con la convinzione di aver lasciato ai suoi figli «il resoconto della vita che ho vissuto evitando acidità e cattiverie». Ecco. Più o meno Spalletti ribadisce i pensieri che ha sparso tra le pagine, il Corriere titola sul passaggio dedicato alla felicità dello scudetto a Napoli e su «l’altro momento più bello sarà quando smetterò e non sentirò più sulle spalle questo peso, un peso scelto, ma che spesso mi toglie il fiato».
I collassi ripetuti del Real dinanzi al Barcellona
Filippo Maria Ricci dalla Spagna racconta per la Gazzetta dello sport un Clásico che definisce “assurdo, magnifico, imperfetto. Carlo esce dal Luna Park blaugrana con la testa che gli gira. Poteva prendere un’imbarcata, e poteva pareggiare. Perché il Barça di Flick è una giostra luminosa che fa impazzire i neutrali e vivere col fiato sospeso i tifosi culé”.
Ricci fa notare che Ancelotti ieri ha vissuto il suo ventesimo Clásico, ne ha vinti 9 e persi 11, “gli ultimi 4 di fila, quest’anno contro i ragazzini terribili di Flick che gli hanno rifilato un parziale di 16-7, strappandogli Supercoppa di Spagna, Copa del Rey e Liga. A tradire Carlo oltre a una rosa che da agosto si sapeva poco compensata sono stati però altri elementi, alcuni di chiara fama. Vinicius su tutti, due assist in un pomeriggio irritante per attitudine e impegno; Bellingham, che da tempo si è stancato di correre per gli altri; gli inadeguati Arda Guler e Ceballos. E la festa blaugrana coi cori ironici che invitano Ancelotti a restare”.
Da Barcellona, nel suo editoriale per il Mundo Deportivo, Santi Nolla dice che si è trattato di un festival del Barça, mette in fila numeri, conclude così: “Era la Liga di Mbappé ed è stata quella di Lamine, un prodigio di 17 anni in testa alle statistiche principali (tiri, assist, dribbling e recuperi). Il Barcellona ha superato tutto, tranne un altro arbitraggio pessimo nella partita di ritorno contro l’Inter”.
Carlos Carpio sul madrileno Marca sottolinea: “Per vincere un campionato bisogna volerlo. E per volerlo bisogna dimostrarlo. Se possibile, durante tutte le 38 partite del campionato, cosa non facile con l’attuale calendario, ma vale la pena dimostrarlo almeno nella partita decisiva, quella in cui ci si gioca il titolo. Be’, non è successo neppure allora”.
Nella sua incursione del lunedì tra le pagine sportive, lo scrittore e critico letterario Manuel Jabois dice su El Pais che il Madrid gli pare una commedia del cinema muto. “La stagione più circense del Madrid è stata quella che prometteva di vederlo come un rullo compressore. Ci sono tanti motivi, ma forse la cosa più devastante è la sensazione (solo una sensazione) di impotenza e di auto-sabotaggio che ha dominato la squadra per tutta la stagione. E poiché l’autosabotaggio è inconcepibile in campo, cosa è successo fuori? Perché Vinicius è inarrestabile in alcune partite e in altre, come in questo Clásico, è così inadeguato? Un crollo mentale o fisico?”.
Il Giro d’Italia cerca un uomo da poster
Wout van Aert si è staccato appena la strada ha cominciato a salire. È la stella del cast del Giro, ma adesso il Giro teme di vederlo andar via di schiena. Un giorno o l’altro. Ha cominciato a Tirana a modo suo, chiudendo secondo dietro Pedersen. Lo aspettavamo alla cronometro e si è fatto dare 39 secondi da Tarling. Ieri a Valona è arrivato quando i polpacci degli sprinter si erano già raffreddati, un quarto d’ora dopo. Frase chiave del suo pomeriggio: «Ho deciso di sopravvivere».
Luca Bianchin sulla Gazzetta ha scritto: “Non dite che non aveva avvisato: già nel giorno della presentazione delle squadre, aveva fatto sapere di essere stato male. Un virus rovina-preparazione. Qualcuno ha pensato a un bluff La domanda ora è: che si fa da oggi al primo giugno? Il Giro lo ha aspettato per anni e, ora che lo vede da vicino, spera solo di avere due o tre giorni del vero Van Aert. Ecco, che non se ne vada presto, tristemente, prima di risalire un po’ l’Italia”.
Ma che bizzarra coincidenza, le elezioni in Albania con il Giro d’Italia in Albania. Edi Rama, ex sindaco della città dove è arrivata la prima tappa della corsa, va verso il quarto mandato consecutivo di capo del governo. Un exit poll assegna al suo partito 79 deputati, cinque in più di quelli attuali e otto oltre la soglia che dà la maggioranza. Eppure sono andati a votare meno di un albanese su due.
Leonard Berberi sul Corriere della sera ha scritto che “in alcune zone, come quelle del profondo Nord, hanno dovuto usare persino gli asini per portare le urne sigillate dai villaggi ai centri di conteggio nelle città. Questo spiega in parte i tempi lunghi per contare circa 1,7 milioni di schede elettorali”.
Secondo la Commissione elettorale centrale (Kqz) avevano diritto al voto 3.713.761 albanesi, tra residenti nel paese e membri della diaspora: di questi 114.642 per la prima volta. Si sono registrati per votare via posta in 245.935 e lo ha fatto il 78% di loro, con un tasso di partecipazione quasi doppio rispetto alla media registrata nel Paese.
Il nuovo Musetti cinque anni dopo
Stefano Semeraro su La Stampa celebra la qualificazione di Lorenzo Musetti agli ottavi di finale del torneo di Roma, aspettando le partite di Sinner e di Berrettini. “È più sicuro di quello che fa in campo, soprattutto di quando farlo. Nei momenti che contano continua a sfruttare l’istinto, ma temperato da una consapevolezza diversa dei propri mezzi. Al pubblico offre sempre parecchi “Musetti moment” – giocate magiche, tocchi beati – ma sa inserirli in un’architettura più solida, in schemi provati e riprovati, sposando spettacolo e concretezza. Qui a Roma si era rivelato nell’anno del Covid, attraversando da predestinato un torneo assolato e spettrale, senza pubblico. Tre turni di qualificazione, due vittorie choc in tabellone contro Nishikori e un Wawrinka ancora da battaglia; poi uno stop brusco contro il metallurgico Koepfer. Grandi lampi, colpi come profezie di un futuro pienamente luminoso. Che però Lorenzo si è dovuto conquistare sudando (e spesso imprecando), scacciando i tarli che il talento si porta sempre appresso, accettando una doppia responsabilità: da atleta e da precocissimo papà. Limando difetti che ancora in parte si porta dietro – un’inconscia riluttanza a controllare da subito lo scambio, la posizione molto arretrata in risposta – ma trovando per strada un’autostima più robusta e – particolare tutt’altro che trascurabile – una prima palla più adeguata al nuovo ruolo”.
Marco Iaria sulla Gazzetta dello sport ha fatto una ricerca tra i dati d’ascolto tv, scoprendo che la partita del rientro di Sinne ha avuto quasi gli stessi ascolti di Lazio-Juventus che si giocava in contemporanea.
“Il confronto, pay su pay, è finito così: 708mila spettatori medi in total audience (il dato comprende le visioni su big screen e Sky Go) su Sky Sport Uno e Sky Sport Tennis per Jannik; 810mila spettatori medi su Dazn per la gara di campionato. Va detto che il tennis è cominciato un’ora dopo il calcio. Nei minuti in completa sovrapposizione il divario si è un po’ allargato (+350mila a favore di Lazio-Juve). Ma va anche detto che i tifosi di Sinner potevano ammirarlo pure su Raidue, visto che la tv di Stato detiene i diritti di 12 partite degli Internazionali d’Italia. Sul chiaro l’evento ha registrato un’audience di 1,4 milioni e uno share del 9,8%. Sommando i dati a quelli di Sky, che vanta la copertura integrale sul Masters 1000, il totale di Sinner-Navone è stato di 2,1 milioni di telespettatori medi e 14,3% di share. E parliamo solo di un turno iniziale”.
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➣ Essere un tennista impone sacrifici, ce n’è qualcuno che le pesa di più?
«Stare lontano dalla famiglia, aver poco tempo per me, sicuramente è quello che mi pesa di più. Appena posso vado a casa, vedo gli amici, porto fuori il cane… Non vorrei deludervi, ma sono un tipo piuttosto noioso».
JACK DRAPER intervistato da Federica Cocchi, la Gazzetta dello sport
I tiri di Basile non erano poi così ignoranti
«Il tiro ignorante di ignorante non aveva niente: era frutto di lavoro, convinzione e determinazione. Un’etichetta che nacque per gioco, poi è diventata una mania… e ce la teniamo!».
➣ Ci racconta le sue giornate?
«Faccio tante cose, vivo a Capo d’Orlando. Mantengo l’associazione “Musetti Randagi”, cerco casa ai cani randagi, che ormai sono come dei figli. Poi mi occupo degli ulivi. Ci vuole tempo e impegno. È una scelta: ho un senso di libertà che non ha prezzo. A volte non torno neanche a mangiare, certo non mi annoio. Mi piacerebbe anche viaggiare, con lo sport ho girato tanto, ma viaggiare è diverso. Amo il mare d’inverno e pensare che io ci vivo al mare. Le mie figlie sono cresciute, ora anche la terza fa il quinto anno delle superiori. La mia scelta di vita è la felicità: vivere bene, in serenità, senza mettermi pressione e ansia, com’era quando giocavo».
➣ Ci parli di quest’ansia. Com’è riuscito a fare lo stesso una carriera da campione?
«Ho sempre convissuto con le mie ansie e le mie paure. Da piccolo ero timido e insicuro, e me lo sono portato dietro. La scuola non mi piaceva e la pallacanestro è stata la mia salvezza. Ne sono uscito sempre da solo, con le mie forze, la mia mentalità e i consigli di mio padre, che forse ci credeva più di me. I primi anni a Reggio, ma anche a Bologna, dovevo competere con giocatori fortissimi, e la paura di non essere all’altezza. Con l’impegno sono riuscito a colmare tutti questi vuoti, questi dubbi, queste crisi d’identità. Le mie partite, anche quelle migliori, non le rivedevo. Pensavo: “È impossibile che ho fatto io quella prestazione”. E allora, facevo molto affidamento sul lavoro. Allenarmi in un certo modo, con metodo, mi dava la sicurezza in partita. Non c’erano altre strade che il duro lavoro, la costanza e la determinazione. Poi certo, con la maturità acquisti fiducia, ma all’inizio era un disastro».
intervista di giulia arturi, La Gazzetta dello sport
I quarant’anni dello scudetto del Verona
Adesso che sono passati quarant’anni è arrivato il momento giusto per un contro-pensiero, una riflessione che vada in direzione ostinata a contraria alla lunga narrazione sullo scudetto più incredibile e miracoloso nella storia del calcio italiano. Incredibile e miracoloso non fu, dice Antonio Di Gennaro che lo vinse con la maglia numero 10. Il Verona campione d’Italia 1985 era avanti, molto avanti, nelle quotazioni dei bookmaker che al tempo intorno al calcio erano ancora clandestini. Quello scudetto avrebbe portato Di Gennaro a fare il regista della Nazionale ai Mondiali dell’anno dopo in Messico e stamattina su La Stampa scrive che “i miracoli, nel calcio, esistono. Il nostro non lo fu. Eravamo una squadra forte, unita, orgogliosa. Ed eravamo un gruppo di amici alla ricerca della felicità. Nel giorno che ci riporta tutti indietro nel tempo ci terrei, però, a sottolineare una cosa: il tricolore del 1985 costituì il punto più alto di un cammino cominciato anni prima. A quel 12 maggio di 40 anni fa arrivava una squadra al terzo anno di fila in Serie A, ma, soprattutto, con due quarti posti raggiunti nelle due stagioni precedenti. Oggi, quel traguardo avrebbe significato Champions League. Il nostro non fu un miracolo, fu una bella storia”.
Le ragioni, i motivi, le radici di quel successo sono ben raccontate nel libro Lo scudetto del Verona [Solferino], scritto da Paolo Condò con Adalberto Scemma: aneddoti e ricordi di una squadra che diventò irresistibile con l’innesto di Elkjaer e Briegel nell’estate in cui la serie A era abbagliata dagli arrivi di Socrates, Rummenigge e Maradona.
Il veronese [ma milanista] Giulio Nascimbeni sul Corriere della sera scrisse: “Verona è stupenda e prudente, nei verbi preferisce il condizionale all’indicativo, e il suo spirito sta racchiuso nel grande dialogo del balcone tra Giulietta e Romeo. È ancora notte o s’avvicina l’alba? L’uccello che canta è il segreto usignolo che sta nel buio o la solare allodola, araldo del mattino? Non è stata, dunque, la superba vigilia della sicurezza. Secoli di goldoniane sfumature, di brume, di nebbie si sono messi di traverso a contestare l’ottimismo. Il veneto non risponde mai bene a chi gli chiede come va la salute: risponde non c’è male o potrebbe andar peggio, come per azionare il freno, far scendere il tono della voce, indurre l’interlocutore a un minimo di compassione, anche se le gote splendono come il rosso d’un vino. Mi fa piacere che la mia città abbia vinto lo scudetto. Un po’ d’euforia cancella, almeno per questa settimana, le antiche ritrosie, l’antico «andar piano». Non amo gli slogan, ma stavolta devo proprio cedere: «Vero- nese è bello»”.
Il miracolo che miracolo non fu era abbastanza chiaro che si sarebbe compiuto sin dall’inverno. Il Verona era stato in testa dalla prima giornata, cominciando con una famosa vittoria contro il Napoli, in un anno nel quale la Juventus si fece prendere strada facendo dall’idea di dedicarsi alla Coppa dei Campioni.
Mario Sconcerti su Repubblica fece il controcanto alle sfumature goldoniane di Nascimbeni e scrisse: “Adesso che lo scudetto è ormai arrivato, il problema di Verona sembra quello di vivere civilmente il suo trionfo. “Evitare le piazzate” raccomandano tutti con chiari riferimenti allo scudetto romanista. A parte che sarà curioso vedere come ci riusciranno, ma obbligarsi a questo tipo di civiltà significa non aver capito il calcio. Il problema non è evitare la piazzate, ma evitare di imporle agli altri. Il peccato di Roma non fu occupare la città e travolgerla di tifo, ma il costringere l’Italia a commuoversi per questo evento. Per il resto il bello del calcio, di un gol, di uno scudetto sta proprio nell’autorizzazione all’entusiasmo che procura. Il diritto alla piazzata è una conquista, che dura settimane o anni e quando arriva va vissuto nel rispetto degli altri, ma senza troppa paura della vergogna”.
Emanuela Audisio chiamò al telefono una giovane insegnante che abitava fuori città, in provincia, e si sentì raccontare che «no, non sento suoni di clacson strepitosi. Successo della provincia? Non direi tanto. Noi Verona la consideriamo una città grande, tipo Milano: ha le vetrine più ricche, i negozi più cari, la roba più bella. Alcuni giorni fa sei allieve mi sono scappate di casa dopo aver bruciato la scuola. Dove crede siano andate? A Vicenza, a Venezia, a Padova? Ma no, a Verona. Per loro è la capitale. Me le ha riportate la questura, senza troppa fatica. Una di loro, già da tempo, si prostituiva».
Vista da vicino, vista da dentro, Verona era meno Verona di come veniva percepita fuori. “A Verona è difficile parcheggiare – scriveva Audisio – la storia ingombra le strade, le fa strette, il commercio le rende trafficate, la signora che dopo lenta e sofferta manovra sistema la sua auto sul marciapiede bloccando per venti minuti la strada, non raccoglie nemmeno un fischio. Qui si è pazienti, si fa finta di non vedere. Si bestemmia in silenzio”.
Gianni Brera invece celebrò a voce alto e con il suo incipit più classico: “In alto le bandiere e i canti per il Verona campione d’Italia! … Non aver alle spalle un grande passato è elemento che ancor più valorizza l’impresa compiuta quest’anno: ma certo la conquista di uno scudetto non è mai il prodotto del caso: in effetti il Verona veleggiava da quattro anni verso traguardi del tutto inconsueti. La sua ascesa, graduale e costante, si spiega con l’oculata misura dei dirigenti amministrativi (Guidotti e Chiampan), con l’intelligenza dei dirigenti tecnici (Mascetti e Bagnoli). Senza misura amministrativa è inutile l’intelligenza tecnica e senza intelligenza tecnica è inutile qualsiasi sforzo amministrativo, anche folle. Il calcio italiano è sciaguratamente avviato a una colossale bancarotta per incoscienza di molti presidenti di società e per palese insufficienza di norme giuridico-fiscali. Ora, fra gli incoscienti non rientrano certamente i veronesi e non per altro ho parlato di oculata misura. Ma la legge ferrea del calcio internazionale condanna a priori una squadra fondata sui miracoli del risparmio. La constatazione è fastidiosa e anticipa dispiaceri evitabili solo con la meditata perdita della misura di cui sopra”.
Così come la Lazio del ‘74 aveva vinto il suo primo storico scudetto nella domenica del referendum sul divorzio, il Verona ‘85 festeggiò il suo in un’altra giornata di elezioni, 45 milioni di italiani alle urne per le amministrative. Per uno scherzo del caso, quella mattina la Gazzetta dedicò la sua intervista extra-calcistica a Beppe Grillo. Era ancora soltanto un comico [Slalom ve la propone domani altrimenti oggi c’è troppo da leggere].
Candido Cannavò dedicò il suo editoriale a quell’incrocio sociale tra votazioni e scudetto. “L’Italia rinnova le sue amministrazioni locali, che sono quelle che più incidono sulla vita e sui problemi reali della gente. Lo sport non si ferma ma non interferisce, né ci distrae dinanzi al diritto-dovere che ciascuno di noi è chiamato ad esercitare. E chi pratica, segue e ama lo sport non si rifugia mai nell’astensione: sceglie, sulla base delle proprie idee e delle proprie convinzioni. La Gazzetta dedica oggi una pagina alle elezioni, ma l’unico invito è questo: andiamo a votare”.
È un editoriale che oggi farebbe di Cannavò un estremista. “C’è da augurarsi semmai – e saremo vigili in questo senso – che nelle nuove amministrazioni regionali, provinciali e comunali che verranno fuori dalla consultazione di oggi e domani, a prescindere dalle loro sigle, lo sport trovi spazio non a livello di facili proclami o di iniziative che buttano fumo negli occhi, ma nei programmi, nei finanziamenti, nei progetti. C’è da colmare il divario tra il nostro kolossal agonistico- organizzativo e le gravissime carenze dello sport di base, che deve essere aperto a tutti e che ha bisogno di impianti di facile gestione quotidiana, dei quali persino le grandi città sono prive o scarsamente fornite. E non parliamo delle “sacche” che tuttora permangono nel Sud. È giusto che lo sport dedichi un pensiero a questi problemi vitali, anche nel giorno in cui il romanzo del campionato vive la pagina che racchiude tutta la passionalità calcistica: quella dello scudetto. In tal senso, il nostro calcio ha già votato da tempo, e con piena coscienza, e con una autentica acclamazione nazionale, lo splendido Verona. È un verdetto popolare di cui la squadra di Bagnoli può andare fiera, prima ancora di conquistare l’ultimo punto”.
Nello stesso giorno il Veneto festeggiò il Petrarca Padova campione d’Italia nel rugby e la Fiorella Vicenza nel campionato femminile di basket. Cannavò scrisse al lunedì: “Ci sentiamo quasi disarmati, in tanti mesi di veronite acuta gli elogi sono pressoché esauriti”.
Lodovico Maradei, ancora sulla Gazzetta, considerò nella sua analisi che “lo svincolo, la riapertura delle frontiere, le sponsorizzazioni, si diceva, favoriranno sicuramente le società più potenti e aumenteranno il divario di valori tra metropoli e provincia. II Verona ha contraddetto e rassicurato un po’ tutti: si può vincere ancora usando la testa e non solo il portafogli. Infine ha trionfato una squadra guidata da un tecnico che non aveva esperienze di tale portata e una formazione che non vantava nelle sue file un mattatore come poteva essere considerato Riva per il Cagliari”.
Tre degli artefici di quell’Aida se ne andarono un minuto dopo. Garella, Fanna e Marangon annunciarono che avrebbero giocato per un’altra squadra appena i tappi di sughero saltarono dai colli delle bottiglie.
E se dopo quarant’anni abbiamo voglia di dar corpo a quelle figurine sfumate nel tempo, qui ci sono i giudizi di Brera, i suoi ritratti dei campioni per Repubblica.
“Fanna: è il tipico emigrante furlano. Ne ha scritte sul volto le profonde angosce e gli sforzi virili per superarle. Ha lasciato la famiglia a quattordici anni, come un singolare garzone di pedata. Ha imparato a Bergamo, non è riuscito a progredire in Juventus ed è stato dimesso perchè troppo emotivo e negato a goleare. Bagnoli l’ha reinventato jolly prodigioso: corre da una linea di fondo all’altra, batte con i due piedi: difende, imposta e rifinisce, raramente conclude. L’Inter lo vuole per sostenere il settimino Brady e crossare per Altobelli e Rummenigge. Bearzot lo vuole per la nazionale campione del mondo. Garella: volto intelligente e matto del cascatore specialista: stile inventato ogni volta, secondo coordinazione sbirolenta. Bagnoli dice: “Non credo alle rigenerazioni: se non era mica buono non usciva (dalla mediocrità)”. Quest’anno avrà parato cinquanta tiri-gol. Un miracolo che tenterà di rinnovare al Napoli. Un portiere non può farti vincere il campionato; però può fartelo perdere. Senza Garella, il Verona poteva finir male. Ferroni: molta sfortuna dopo un ottimo inizio. Visto poco o forse troppo (per esempio con il Torino in casa, quando fu pescato da dribbling risolutivi). Marangon I: tipo estremamente simpatico, pronto a chiedere l’apertura verso il suo out, che è il sinistro: l’Inter lo vuole per non rivedere le sue finte ali sinistre, arrivare all’estrema, fermarsi e poi voltarsi in dribbling per battere il cross con l’unico piede, il destro. Partite memorabili, non recenti. Piuttosto incolore nel finale. Tricella: della prodigiosa tribù cernuschina, madre di Scirea e Galbiati. Pronto a lanciarsi per dettare il disimpegno e costruire lungo: forse migliore in lui il costruttore che non il difensore. Possibilità di migliorare molto. Fontolan: recupero clamoroso di Bagnoli: acrobata insigne negli stacchi; lento nei gesti minimi; buon battitore. Tutti lo danno per milanese: è comasco di Garbagnate Rota. Volpati: si è sposato ieri (auguri) e si laureerà domani (maana) in Medicina: intanto gioca con spietato pragmatismo annichilendo l’ avversario marcato da lui e valorizzando il gioco di Di Gennaro, cui si offre per il passaggio sicuro (in quanto è bene smarcato). Secondo Bagnoli durerà ancora due anni. Ne ha trentaquattro. Di Gennaro: emulo di De Sisti ma con lancio lungo più forte e pulito. Bagnoli gli insegna i segreti del centrocampo, fondati sulla misura dinamica, cioè sul risparmio e sulla arcigna riconquista della palla. Sacchetti: cursore come Bruni, abile conduttore in TV: l’ho visto poco: difende bene e questo importa a Bagnoli. Briegel: è un armadio che i tedeschi facevano giocare terzino d’ala: Bagnoli lo inventa centrocampista: la sua resa è fenomenale: prepotenza atletica: ipertrofia crurale che rende sgraziato il suo correre e il suo tocco: sporca la palla ma con il sinistro cannoneggiata fortissimo e in acrobazia la fa da match-winner. Che più? Galderisi: l’è terron de caratter, dice Bagnoli, e persino menestrello: però si batte con un coraggio da leone: difende la palla come pochi: a me ricorda el Guarnieri de l’Ortiga, centravanti dell’Inter 1940: un nano prodigioso. Larsen: danesone estroverso, matt come on cavall (dice Bagnoli): falcata distesa da duecentista: tiro forte, specie con il destro. Lungo periodo di assenza per malanni contratti in nazionale. Diventerà anche acrobata, se si applica”.
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