#2 giorni alla Freccia Vallone
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 Le pagine dei giornali nei paesi dove sono usciti i giornali
È morto papa Francesco, poche ore dopo il suo ultimo messaggio al mondo dalla piazza di Pasqua. L’ultima volta in cui ha parlato di pace e di cura, attenzione, accoglienza per i migranti. Aveva 88 anni. È stato il 266esimo papa della Chiesa cattolica.
Lo sport secondo papa Bergoglio
«Meglio una sconfitta pulita che una vittoria sporca». L’ha detto un argentino. Sembra Valdano, sembra Velasco, invece è il papa. In una lunghissima intervista concessa nella sua residenza a Pier Bergonzi, per la Gazzetta dello sport, Jorge Bergoglio, Francesco I, ha parlato della sua idea di sport, sia quello praticato sia quello vissuto da tifoso: «Appartenere è ammettere che da soli non è così bello vivere, esultare, fare festa». Ha parlato di Gino Bartali e di Alex Zanardi, della necessità di non arrendersi, della potenza che hanno i campioni di essere dei modelli. Leggi tutto
═══════════
| L’utente medio aveva un sogno più sociale
tapparsi in casa ad aspettare l’astronave
Sergio Caputo
prima di tutto
La nuova Piastronave della Formula Uno
DI ROBERTO LIBERALE
Le immagini della giornata di ieri
La Amstel Gold Race
La morte di Barry Hoban che voleva morire sul Ventoux
cose di calcio
Un mese di ritiro in Italia: l’ultima di De Zerbi a Marsiglia
Tutti a Roma. Per i giocatori del Marsiglia è giunto il momento del ritiro, “una specialità italiana” ha scritto L’Équipe nel presentare l’ultima iniziativa di Roberto De Zerbi, “un allenatore appassionato e sorprendente”. Mathieu Grégoire ha scritto che in questa stagione senza Champions, è riuscito comunque a “riempire le nostre settimane, ad attirare costantemente la nostra attenzione. Dal punto di vista tattico con il suo stile di gioco rischioso, il suo possesso palla raffinato, la sua squadra ha battuto ogni record di gol segnati e subiti. A livello umano, con il suo affetto travolgente per il pubblico, i suoi sfoghi verso la squadra, verso un arbitro o un allenatore avversario a cui capitava di passare di lì”.
Nel mese di agosto ha mostrato un Power Point con l’offerta di contratto del Manchester United rifiutata per andare a Marsiglia, a fine novembre ha portato il gruppo alle Bocche del Rodano con i primi allenamenti all’alba e ora questo ritiro romano perché bisogna “lavorare sullo stato d’animo, sull’unione. I giocatori hanno accettato, anche se alcuni hanno famiglia. Per un mese, tutti i nostri pensieri saranno concentrati sul calcio, così l’anno prossimo giocheremo il martedì e il mercoledì in Champions League. Non cambierà la vita dei miei giocatori, ma potrebbe cambiare la loro carriera”.
L’Équipe parla di costo non trascurabile dell’operazione perché De Zerbi vorrebbe tenere tutti a Roma fino al 17 maggio, ma un punto verrà fatto dopo le prossime due partite con il Brest il 27 aprile e con il LIlle il 4 maggio.
Ancora incidenti a Saint-Étienne
In Francia il calcio è fuori controllo. Il derby di Ligue 1 tra Saint-Étienne e Lione è stato interrotto per tre quarti d’ora quando un guardalinee è stato colpito alla testa da un oggetto lanciato dalle tribune. Un proiettile. È l’ultima violenza contro gli arbitri, avvenuta nello stadio dove due gruppi del tifo organizzato sono stati minacciati di scioglimento. Nel suo editoriale per L’Équipe Damien Degorre parla di gesto “desolato e insopportabile, patetico e imperdonabile. Sarebbe necessario definire sanzioni esemplari. Perché punire una squadra, si dice, i suoi giocatori e il resto dei tifosi per un singolo comportamento stupido? Ma qual è la soglia numerica? A dieci? A cinquanta? A duecento?”.
I finali di partita dell’Inter
Davide Stoppini sulla Gazzetta dello sport dice che i numeri raccontano abbastanza di quel che capita all’Inter nei finali di partita, l’ultimo ieri sera a Bologna davanti a Orsolini. “Delle 32 reti subite dalla squadra di Inzaghi, 11 – dunque un terzo – sono arrivati dal minuto 76 in avanti, ovvero nell’ultimo quarto d’ora di partita più il recupero. Allargando il discorso all’ultima mezz’ora, siamo addirittura a 17 su 32. C’è una sproporzione evidente, a leggerla in percentuale, con le reti segnati: 13 su 72 dal minuto 76 in poi, 20 su 72 negli ultimi 30 minuti. I motivi non sono semplici da individuare, ma non si sbaglia nel dire che la stanchezza mentale – ancor più che fisica – è certamente un fattore da tenere in considerazione”.
La maratona di Boston: cinquant’anni del primo runner in carrozzina
Partono in 30mila, per due terzi americani, quasi 2.000 vengono dal Canada e 1.500 persone dal Regno Unito. La maggior parte degli americani sono bostoniani, seguono quelli venuti da New York e gli altri da Chicago, 300 sono i londinesi e 200 arrivano da Toronto. I maratoneti che hanno fatto il viaggio più lungo sono le centinaia iscritte da Cina, Australia e Brasile. Ci sono anche un azero, un cambogiano, un runner di Guadalupe. Ci sono 421 signori di nome Michael al via e 141 persone che di cognome fanno Smith. Un terzo di chi oggi porta un pettorale a Boston rientra nella fascia d’età 40-49 anni, seguita dalle fasce 30-39 e 50-59. Venti maratoneti hanno 80 anni o più. Alla 5 km di sabato ha impressionato Reilly Kiernan, che ha corso in meno di 20 minuti pur essendo incinta di otto mesi.
Il Boston Globe si è preparato all’evento cittadino con una serie di servizi che vanno dalla guida gastronomica lungo il percorso a lla lista del VIP e semi-VIP iscritti.
Ma soprattutto questa è la vigilia nella quale si ricorda l’eredità di Bob Hall, primo uomo a correre la maratona di Boston su una carrozzina. Era il 1975. Il direttore di gara e presidente della BAA Will Cloney non volle dargli un pettorale ufficiale. Accettò invece di farlo gareggiare a una condizione: per essere considerato un classificato, Hall avrebbe dovuto completare la distanza in meno di tre ore. C’era parecchio scetticismo. Cinque anni prima, un veterano del Vietnam di nome Eugene Roberts era arrivato al traguardo in poco più di sette ore.
Oggi Hall ha 74 anni e vive a Watertown. Ricorda che gli altri corridori lungo il percorso gli facevano strada, certe volte sulla destra, altre volte sulla sinistra, lui si sceglieva le linee migliori e arrivò al traguardo in 2 ore e 58 minuti. Cloney mantenne la parola e riconobbe Hall come un partecipante ufficiale, il primo a tagliare il traguardo in carrozzina e dunque il primo campione della categoria wheelchair.
Hall sarebbe tornato nel 1977 per vincere un altro titolo, stavolta in compagnia di altre persone in carrozzina tra cui la prima donna, Sharon Hedrick all’epoca Rahn, studentessa universitaria dell’Illinois. Ebbe l’idea di gareggiare leggendo una rivista. Qui Chomsky direbbe che si tratta di un enunciato ambiguo. Non è che ebbe l’idea di gareggiare mentre leggeva una rivista. È che trasse l’idea dal giornale. C’era scritto: chi ne avesse voglia contatti Hall. Fece una piccola modifica alla sua sedia. Quando lungo la strada le davano una spinta, lei gridava di no, gridava di lasciarla perdere, di non toccarla, aveva paura di essere squalificata.
Arrivò al traguardo in 3 ore, 48 minuti e 51 secondi, “senza avere la minima idea – scrive il Boston Globe – delle porte che stava contribuendo ad aprire. La gara del 1977 introdusse il principio della partenza anticipata per gli atleti in carrozzina, rendendo così fissa la categoria. Lo svizzero Franz Nietlispach ha vinto cinque titoli maschili tra 1995 e 2000, il sudafricano Ernst van Dyk è arrivato a 10 fra 2001 e 2014, La partecipazione ha toccato il minimo storico con soli 11 uomini e 4 donne che hanno terminato la corsa nel 2008. La BAA ha dovuto intervenire. Nel 2015 il montepremi è aumentato a 85.000 dollari. Nel 2021 la maratona di Boston è diventata la prima al mondo a offrire un bonus di 50.000 dollari per il record del percorso.
addii
La morte di Hugo Gatti detto El Loco
Il cielo è loco, dice in prima pagina Olè per rendere omaggio a Hugo Orlando Gatti, 80 anni, “uno dei più grandi portieri della storia argentina e idolo enorme del Boca. Brillante, geniale, campione e showman”. Leggendario dice El Gráfico – che ha da parte un archivio pressoché sconfinato di pezzi su di lui: dal Gatti che nessuno conosce [1967] a Le mani magiche del 2001.
Su Gatti vive e per sempre vivrà la leggenda del rifiuto di andare a giocare il Mundial del 78 per protesta per non unire la sua voce a quella della folla cieca che aveva scelto di non vedere. Potevo esserci lui in porta, il loco, invece l’onore toccò a Ubaldo Fillol, detto il Papero, perché «lui è il tipo giusto, il fidanzato che ogni madre sogna per sua figlia, solo che le figlie sognano me».
Fillol era l’affidabilità e la tradizione. Fillol non si allontanava dalla porta. «Lui aspetta che gli passi la vita davanti – diceva Gatti – e sa che se la caverà. Io esco dai pali, mi tuffo, mi lancio. Lui una partita la gioca, io una partita la vivo. Io non mi sento un portiere, io sono un attaccante che gioca in porta. Molti dei gol che ho preso, lui li avrebbe evitati. Ma molti dei tiri che ho parato, per lui li sarebbero stati imprendibili. Non si sarebbe neppure buttato. Immaginate la vita di uno che non si butta mai. Hacer vista, dico io. Se guardo la palla intensamente, la palla si ferma».
Pare una cosa da sciamani, e dello sciamano Gatti aveva i capelli lunghi, i maglioni colorati, le parole sfrontate. Ha parato 26 rigori in carriera pensando di essere non uno sciamano, ma un campione. Prima che alla Casa Rosada arrivassero con il golpe Videla e i suoi generali, nella porta della Nazionale c’era lui. Fillol era la sua riserva. Il 24 marzo del ’76 la suqadra era in Polonia, a tredicimila chilometri da Buenos Aires. Poco prima di andare in campo, andarono in albergo a dire quel che stava succedendo in Argentina. Kempes e Scotta erano i più preoccupati. Erano partiti da un Paese democratico, sarebbero rientrati sotto una dittatura.
Qualcuno mormorò che non sarebbero dovuti andare in campo, Videla invece s’era raccomandato da laggiù. Voleva che la Seleccion vincesse in casa della squadra terza piazzata al Mondiale del ’74. La giunta annunciò la sospensione delle trasmissioni tv in tutta l’Argentina per quel giorno. Con una eccezione. La partita. Canal 7 l’avrebbe trasmessa al posto dei notiziari. Toglievano la libertà e davano una partita di calcio.
Gallego la prese male. Iniziò a pensare alla sua famiglia, a cosa potesse capitare. Mancavano tre ore alla partita. Kempes più di tutti parlava della possibilità di fermarsi. Ma allo stadio c’era già tanta gente, agli argentini dissero che era tardi per tirarsi indietro. César Menotti riunì tutti e chiese di restare calmi. L’Argentina vinse 2-1 e non gliene fregò niente a nessuno. Quando la partita finì, i calciatori scapparono dai giornalisti per chiedere cosa sapessero. Giocarono altri pezzi di quella tournée in Ungheria, a Berlino, a Siviglia. Restarono in Europa per altri venti giorni e i giornalisti sapevano sempre meno, dicevano che non c’era nulla da temere, che in Argentina stavano tutti bene. Dicevano che con Menotti stavano giocando un grande calcio, pensate a questo, un grande calcio, diventerete campioni del mondo.
Per questo Menotti tirò fuori una delle sue frasi più memorabili, disse che i giornalisti non sanno mai niente, mai niente di calcio e mai niente di niente, disse che se li chiudi dentro una stanza non sanno nemmeno scrivere una lettera alla mamma.
Un decreto di Videla vietò di parlar male della Selecciòn. Non si poteva criticare la Nazionale, figuriamoci se si poteva raccontare che arrestavano 200 persone al giorno. Jorge Carrascosa decise di tirarsi indietro e lasciò la squadra. Senza dare spiegazioni. Non si poteva. Chi voleva capire, capì. Gatti disse a Menotti che al Mundial del ’78 non sarebbe andato perché aveva un tremendo male al ginocchio. Uno stranissimo caso. Giocava regolarmente in campionato e gli veniva male al ginocchio ogni volta che la Nazionale lo chiamava.
Gatti non ha mai preso posizione apertamente, non ha mai detto che lo facevo di proposito, neppure dopo, neppure dopo tutti questi anni. Ha continuato a raccontare che la politica non gli interessava. Con Menotti non c’era bisogno di troppe parole, mentre Fillol andava in giro a raccontare che Gatti inventava delle scuse per non fargli da riserva, per scorno della panchina.
A vent’anni Gatti era stato il terzo portiere ai Mondiali del ’66. «Se non avessi avuto il famoso dolore al ginocchio, il titolare nel ‘78 sarei stato io, e Fillol oggi non lo conoscerebbe nessuno. E invece parla».
A Hugo Orlando Gatti detto El Loco una volta i tifosi avversari tirarono addosso una scopa dalla curva dietro la porta. Lui la raccolse e si mise a spazzare l’area, disse che c’è sempre qualche coriandolo che rimane là. Metteva la bandana, portava i calzettoni abbassati, che cosa gliene poteva fregare di una scopa. Come Kempes. Kempes se ne fregava di Videla. Andava in campo e pensava a segnare. Diceva che Videla poteva far sparire tutti gli studenti argentini che voleva, non avrebbe mai avuto il coraggio di far sparire l’attaccante della nazionale. Menotti leggeva la filosofia e suonava il piano. Era un radicale, poté permettersi di dire in pubblico che con i generali l’Argentina sarebbe tornata indietro di cento anni. Eppure quando i generali arrivavano in ritiro e chiedevano di fare una foto, la squadra faceva una foto. Il calcio è solo calcio, la folla vuole così.
I tifosi del Boca accolsero benissimo Gatti anche se veniva dal River Plate. Era uno di loro. La notte stava con i tangueros, coi sudacas, con le puttane di porto Madero. Gatti era il portiere che contro l’Independiente si era stufato di stare a guardare la partita, non succedeva niente, si sfilò le scarpe e andò a sedersi sopra la traversa. Gatti era il portiere che contro l’Argentinos Juniors era andato da un ragazzetto alto un metro e mezzo, sarà stato uno e 68 al massimo, un tipo con tanti riccioli in testa, il numero 10 che trattavano come un mezzo padreterno perché aveva già segnato 79 gol. Andò da lui e gli disse, ehi gordito, chiattuncie’, guarda che non mi segni neppure se Gesù Cristo scende un’altra volta sulla terra. Quello rise, si allacciò le scarpe e gli fece l’ottantesimo gol su calcio di rigore, l’ottantunesimo e l’ottantaduesimo su punizione, l’ottantatreesimo in contropiede attirandolo fuori dai pali. Maledetto Diego, pure lui non-campione del mondo del ‘78 come Hugo Gatti detto El Loco. Insieme non hanno preso la Coppa da Videla. Che cosa ne sa Fillol, che cosa ne può sapere.
Bentornato Rune, ora dicci chi sei davvero
Sono dovuti passare due anni per rivedere Holger Rune di domenica con una Coppa in mano. Nel 2023 a Monaco di Baviera si era rivelato un ragazzo così sfacciato da dirsi certo di poter superare in carriera i titoli vinti da Rafa Nadal al Roland-Garros. Ehm. Ieri ha fatto il tradizionale tuffo nella piscina del club di Barcellona riservato al vincitore e stamattina si è svegliato di nuovo fra i primi-10 al mondo, soffiando il posto a Lorenzo Musetti che ci aveva fatto la bocca.
Rune mancava dall’élite da un anno. Ha battuto in finale [7-6 6-2] un Carlos Alcaraz reduce da nove vittorie consecutive, dal titolo a Monte-Carlo e da una partita sublime contro Arthur Fils. Rune dice di aver studiate la strategia di Djokovic ai Giochi di Parigi, dice di aver capito che la palla non andava picchiata forte a ogni colpo, ma doveva far giocare molti tiri allo spagnolo
“Talentuoso e incostante. Sono le due parole che spesso hanno accompagnato il ventunenne danese”, spiega L’Équipe parlando di un tennista che ha fatto “un giro sulle montagne russe, con un fisico che a volte ha scricchiolato”. È tornato con il suo vecchio allenatore, Lars Christensen e stanno tornando i vecchi risultati. A Monte-Carlo è stato fermato da un’intossicazione alimentare.
La depressione per la Nazionale di calcio
Neppure un anno dopo i Mondiali Azzurro Tenebra, la Nazionale in via di ricostruzione con Fulvio Bernardini direttore tecnico pareggia 0-0 con la Polonia nel girone di qualificazione per gli Europei del ‘76. Un risultato che spinge alla malinconia, induce al pessimismo e spinge gli editorialisti nel territorio del disfattismo. La federcalcio ha dovuto rinunciare a Tommaso Maestrelli come cittì per la malattia che lo ha colpito e si sta guardando intorno per individuare un nuovo responsabile. Siamo nel pieno della semina di una delle Nazionali più belle di sempre ma ancora non lo scorgiamo.
Cosa succedeva tra Milva e Rummenigge
E poi nel giro di dieci anni tutto è cambiato. Il 20 aprile del 1985 è una domenica. Il Verona sta andando a vincere il campionato. Mancano poco pià di una ventina di giorni. Quel giorno è in trasferta a San Siro contro il Milan e sembra l’ultimo grande ostacolo per la squadra di Osvaldo Bagnoli. In quegli anni la Gazzetta dello sport dedicava un’intervista di una pagina a cura di Enrico Parodi a un personaggio del mondo della cultura o dello spettacolo. Dieci anni dopo la depressione per la Nazionale di Fulvio Bernardini, l’Italia è campione del mondo in carica e sta aspettando la Juventus in semifinale di Coppa dei Campioni contro il Bordeaux, l’Inter in semifinale di Coppa UEFA contro il Real Madrid. La Gazzetta ne parla con Milva. Di questo e altro.
Guida allo sport in tv di oggi
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.