Lo Slalom del 1 aprile | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#5 giorni al  Giro delle Fiandre

 

►  Verona e Parma hanno preferito due feriti a un morto, la Lazio si è fatta raggiungere dal Torino a 8 minuti dalla fine: così sono finiti i due posticipi del lunedì in serie A

L’Olimpia Milano ha perso il posticipo a Napoli e l’occasione di agganciare la testa della classifica: parziale di 3-23 nei primi 8 minuti del quarto periodo quando era avanti di +15. La Virtus Bologna ha invece battuto Reggio Emilia. Ora è in testa con Brescia e Trapani

Erling Haaland si è fatto male a una caviglia durante la partita di Coppa d’Inghilterra con il Bournemouth, a adesso boh, adesso non si sa quando rientra. A giugno c’è Norvegia-Italia per andare ai Mondiali

È morto Giancarlo Dondi, ex presidente della federazione rugby, il dirigente che ha portato l’Italia nel Sei Nazioni 

◇  Jasmine Paolini s’è lasciata con Renzo Furlan dopo dieci anni. Il Corriere della sera scrive che potrebbe affidarsi a Sara Errani come coach, la sua partner di doppio

 

  

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|   Fa’ quel che devi, accada quel che accada

Proverbio francese

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Che fine hanno fatto gli allenatori francesi

    Oh, ma avete visto qualche francese in giro?. Che fine hanno fatto, dove sono. Era pieno di francesi fino a poco fa. Eravamo circondati. Ce n’erano di antipatici come Raymond Domenech. Volevano mettere la chiesa al centro del villaggio come Rudi Garcia. Volevano perfino cambiare il fuorigioco come Arsène Wenger. E adesso? Erano seduti tutti in panchina e adesso saranno sulle panchine. Solo otto anni fa Zinedine Zidane era appena stato nominato allenatore del Real Madrid e di lì a poco avrebbe festeggiato il primo dei tre titoli consecutivi in Champions League. Claude Puel stava rilanciando il Southampton. Remi Garde era la scelta dell’Aston Villa. Valérien Ismael stava per entrare in servizio al Wolfsburg. Il PSG non aveva bisogno di guardare fuori dai confini per scegliersi un allenatore e stipendiava Laurent Blanc. Il Lione era il suo avversario sotto la guida di Bruno Genesio. Alla fine della stagione 2015-16, 19 20 allenatori della Ligue 1 erano francesi o avevano la cittadinanza francese, l’unica eccezione era Leonardo Jardim, portoghese al Monaco.

Prima di diventare un consulente della FIFA, Arsène Wenger aveva trasformato l’Arsenal nel superclub che è oggi, Gerard Houllier aveva riportato il Liverpool a essere una presenza di spessore in Europa, Luis Fernandez e Raynald Denoueix avevano portato l’Athletic Bilbao e la Real Sociedad al secondo posto in quella Liga dove non si muove foglia che il mostro a due teste Barçareal non voglia. Nove anni dopo, gli allenatori francesi sono scomparsi dalla scena internazionale. Patrick Vieira al Genoa è l’unico nei quattro principali campionati europei. Deschamps è al timone della Francia in scadenza di mandato, ma il suo probabile successore Zidane non lavora dal 2021.

SEGUE

 Leggi anche  | La morte di Houllier

  15 DICEMBRE 2020   Aveva 73 anni, era stato l’allenatore del primo scudetto al PSG, di due titoli al Lione e dei cinque in una sola stagione al Liverpool (coppa d’Inghilterra, coppa di Lega, Community Shield, Coppa Uefa e supercoppa europea), dove aveva fatto esordire e lanciato Steven Gerrard. Gerard Houllier era stato CT della Francia. Aveva preso il posto di Platini e c’era lui in panchina nel doloroso giorno della sconfitta con la Bulgaria e la mancata qualificazione ai Mondiali del 1994

 Leggi anche  |  Michel Hidalgo, l’uomo che cambiò il calcio francese

  27 MARZO  2020   La prima volta che il nostro calcio incrociò i passi di questo signore francese con un cognome in spagnolo impegnativo, nato a cinque chilometri da Dunkerque e a quindici dal confine col Belgio, in una piccola stazione balneare tra le dune (Leffrinckoucke) di fronte alla Gran Bretagna, mancavano quattro mesi al Mundial del 78. La sua Francia era stata sorteggiata nel girone con l’Italia ma per febbraio era già stata organizzata un’amichevole, a Napoli, e non si poteva cancellare. Di Michel Hidalgo si racconta che quel pomeriggio abbia detto ai suoi con gran semplicità: «Andiamo in campo e divertiamoci», salvo correggersi nell’intervallo, l’Italia era avanti per 2-0. «Ho detto divertiamoci, non lasciamoli divertire».

 

  Tredici giocatori del PSG hanno giocato più di 2.000 minuti in questa stagione. Nessun club nei primi cinque campionati europei ne ha di più. Lo fa notare l’Équipe che parla di arte di dividere la torta del minutaggio mostrata da Luis Enrique per un PSG impegnato su più fronti. In cima a tutti sta Pacho con 3.320 minuti davanti ad Hakimi [3.114] e Barcola [2,.909]. Nessuno ne ha di più, ma tredici sono anche per Diego Simeone all’Atlético Madrid e per Carlo Ancelotti al Real Madrid, segue al quarto posto l’Atalanta di Gian Piero Gasperini.

 

In Francia stanno pensando di sciogliere gli ultras

Gli ultras del Saint-Étienne sono stati convocati stamattina dalla commissione consultiva nazionale francese per la prevenzione della violenza nelle manifestazioni sportive, con la minaccia di scioglimento arrivata dal Ministero dell’Interno che chiede ordine, ordine, ordine, e questo vale anche per il calcio scrive l’Équipe con l’obiettivo di andare a vedere una partita di calcio senza che ci siano incidenti in tribuna. Secondo un rapporto riservato della Divisione Nazionale Anti-Teppismo datato 17 marzo, preso in visione dal giornale francese, si sono verificati 64 incidenti degni di nota nelle 462 partite giocate dall’inizio della stagione. Sono menzionate “rivolte dei tifosi” , “attacchi ai convogli” , “tensioni interne ai gruppi” e “discriminazioni spudorate” .  

In totale sono stati effettuati 627 arresti, con un incremento del 41% rispetto alla scorsa stagione. Ci sono state 214 multe per fumogeni, 85 episodi di aggressione rispetto ai 100 del 2023-2024. Nel corso degli anni – scrive l’Équipe –  il numero di forze di polizia impiegate, le partite classificate ad alto rischio, le restrizioni ai viaggi e i divieti di accesso agli stadi non hanno fatto che aumentare, senza che la situazione cambiasse, anzi. Tutto questo distrae dal dibattito sostanziale: sciogliere i gruppi organizzati è davvero la migliore difesa contro gli eccessi sugli spalti?

 

 

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spagna

Mbappé sta imparando a tirare le punizioni

    Ma questa roba di Mbappé? Questa cosa del suo primo gol su calcio di punizione? Sabato sera contro il Leganés ha segnato prima un rigore con il cucchiaio – un  panenka – e poi di nuovo da fermo, sorprendendo tutti compreso Ancelotti. Ma ora in Spagna, e un poco pure in Francia, si discute della meccanica del tiro. C’è chi fa notare che in realtà l’azione si è svolta in tre fasi, tocco Fran Garcia, palla sistemata, tiro in porta di Mbappé. Dunque la risposta è no, non è stato un  calcio di punizione diretto. 

Per lo staff del Real Madrid la faccenda più importante è un’altra. L’esultanza del francese. Era chiaro che si trattava di qualcosa di più del solito. Cosa è successo? È successo che da diverse settimane la Casa Blanca è alla ricerca di uno specialista delle punizioni spiega L’Équipe. Quest’estate, dopo la preparazione in America, Rodrygo si era conquistato il diritto a battere le punizioni, ma ha segnato solo un gol. Ne ha uno anche Federico Valverde ma tirando da più lontano. Non ci sono specialisti nelle parabole a ridosso dell’area. Mbappé lo ha capito e si sta specializzando. Non è un numero per tradizione presente nel suo bagaglio. Al PSG ha tentato solo 14 volte. Per fare un paragone: Lionel Messi ha calciato 208 calci di punizione durante il periodo trascorso in Francia [18 gol] e Cristiano Ronaldo 90 volte [2 gol]. Rispetto al suo mito CR7 la media di 1 gol in 14 tentativi non è poi così male. 

L’Équipe ha consultato qualche esperto e si fa dire per esempio da Matthieu De Souza, ingegnere biomeccanico, che «ho l’impressione tiri le punizioni come i rigori, cercando cioè di nascondere le sue intenzioni fino alla fine. Questo lo porta a sporgersi in avanti, a iniziare la corsa lentamente e poi a eseguire il movimento il più velocemente possibile. Ma è meglio correre più dolcemente di quanto faccia e usare di più le braccia».

Frédéric Brigaud, consulente in biomeccanica umana sportiva, autore di diversi libri sulla corsa e la postura, inizia parlando del modo in cui Mbappé palleggia, «più precisamente del modo in cui orchestra e muove le diverse parti del corpo in relazione tra loro, le braccia, il tronco, il bacino, le gambe. Mbappé tende ad arrotolarsi su sé stesso, un movimento tutt’altro che ottimale. Si inarca e perde la sua efficacia. Un fenomeno probabilmente dovuto ai muscoli flessori del tronco che sono troppo forti rispetto ai muscoli estensori della colonna vertebrale. Questa parte superiore del corpo viene utilizzata durante i calci di punizione per stabilizzare il tiro e dargli la massima potenza. Non sto dicendo che è scarso, ma che ha molti margini di miglioramento davanti a sé. I suoi gesti si già sono evoluti nel corso degli anni, sono più puliti, con meno passaggi indesiderati».  

 

   

Regaliamoci una Coppa Italia all’altezza dell’Europa

Empoli e Bologna giocano stasera l’andata della semifinale di Coppa Italia. Una partita a sorpresa che fa tremare i sauditi in vista della Supercoppa che pagano una trentina di milioni e spicci. Rischiano di averne una con un poster meno accattivante di quello che desiderano, ma possono sempre tirarsi indietro: in quel caso trema la Lega. 

A Slalom invece una semifinale Empoli vs Bologna piace moltissimo perché l’Empoli non ha mai giocato una finale e il Bologna non ci riesce dal 74. Non era neppure uscito ancora Taxi Driver [1976] – che invece ritorna nelle sale e stasera farà concorrenza a Empoli-Bologna. Emanuele Gamba su Repubblica scrive che a Canale 5 non saranno entusiasti di proporre in prima serata una semifinale di nicchia (si rifaranno domani con il derby milanese), ma c’è il fascino ineguagliabile di una sfida romantica: il calcio emoziona quando racconta storie, specie se non sono sempre le stesse. All’estero sono più abituati. Quest’anno c’è il Dunkerque in semifinale in Francia, l’Arminia Bielefeld imbucato nella Coppa di Germania, la Tirense che dalla serie D domani sfida il Benfica in Portogallo, mentre agli inglesi toccano semifinali con una squadra che non ha mai vinto il trofeo [il Crystal Palace] e un’altra che lo manca da decenni [il Nottingham]. 

  Corriere della sera: Il fascino di una partita che azzera anche la logica”   ➔  Alessandro Bocci ha scritto: È il derby tra la squadra più forte e quella più stramba. Ma proprio perché è un derby l’emotività della partita può ribaltare il pronostico. Del resto nei tre precedenti in questa stagione è sempre successo. L’Inter non ha mai vinto e al Milan ha consegnato su un piatto d’argento la Supercoppa, il primo trofeo stagionale

|   Khépren Thuram parla come un Thuram

«Posso pescare a caso nella memoria. Avevo, mi pare, 13 anni: mio padre mi ha lasciato davanti a casa, ero senza chiavi, aspettavo mia madre lì sotto e facevo su e giù di fronte al portone. Una donna è rimasta a fissarmi e vedendo che non me ne andavo mi ha gridato: “Torna da dove vieni”. E io sul serio non ho capito. Ci ho proprio pensato. “Dove devo tornare? In Italia? Come lo sa?”. Poi quella sensazione, la fitta, quando vedi il razzismo per quello che è: assurdo. Mio padre mi aveva spiegato come mi sarei sentito ed è andata proprio così. Non dovrebbe succedere, capiterà ancora. Papà mi ha aiutato ad affrontare il problema, magari oggi io ho dato una mano a qualcun altro».

➣  Lilian Thuram ha scritto «Il pensiero bianco», per la sua generazione quel punto di vista esiste ancora? È differente, ha un’altra intensità?

«Sto rileggendo quel libro giusto in questi giorni. Certo che il pensiero bianco esista ancora, pure certi afrodiscendenti lo seguono, lo hanno adottato, magari assorbito, ed è ancora più triste perché è un retaggio colonialista che buca il tempo. La nostra società è intrisa dal pensiero bianco, la prospettiva della superiorità a prescindere che è un pregiudizio durissimo a morire».

➣  Quanti anni devono passare ancora perché muoia?

«Non lo so, ma non siamo tanto distanti da quando una persona come me non poteva usare gli stessi bagni di una come lei o sedersi in un bus. Abbiamo altre leggi, evolviamo e questo conta. Il fatto che il liceo francese organizzi giornate così è la prova di una comunità che si ribella alla discriminazione». – intervista di giulia zonca, la Stampa

   

Cosa sei disposto a perdere per avere Cooper Flagg

 

  La squadra di basket di Duke ha un canale YouTube organizzato come una specie di tv privata perché l’inferno è reale e noi ci siamo dentro [lo scrive The Ringer]. In questo canale passano regolarmente o a intermittenza show con i giocatori, podcast, serie, docuserie, tutto quello che si possa immaginare. La stella fra le stelle dell’ultimo anno di programmazione si chiama Cooper Flagg, il ragazzino che sta facendo impazzire la pallacanestro americana. 

Flagg è il miglior giocatore del basket dei college e la probabile scelta numero uno al prossimo Draft NBA. È arrivato all’università con un anno di anticipo all’età di 17 anni e ha giocato perfino meglio rispetto a quanto fosse reclamizzato, una minaccia tuttofare e ammazzatutto su entrambi i fronti del campo, alla guida di una squadra incredibilmente divertente da guardare. Le squadre di Duke non lo sono di solito. Sono dei colossi, sono di successo, ma raramente sono state belle da vedere per chi non è tifoso.

Stavolta sì, e la ragione si chiama Cooper Flagg. Intorno a lui c’è un discreto cast di protagonisti,  anzi molto molto buoni per essere dei non-protagonisti. Duke ha dominato il torneo NCAA maschile perché sono pieni di talento [Khaman Maluach, Kon Knueppel] anche quando il talento di Flagg trascorre una serata in silenzio. Le quattro partite della March Madness prima della final four lo hanno mostrato al grande pubblico televisivo. Flagg è stato bestiale. Venti punti, otto rimbalzi e cinque assist di media a partita. Negli ottavi di finale contro Arizona è diventato l’unico giocatore di Duke nella storia ad avere almeno 30 punti, cinque rimbalzi e cinque assist: in una università dove prima di lui hanno giocato Grant Hill, Kyrie Irving, Jayson Tatum, Zion Williamson, Paolo Banchero. Ventiquattro giocatori dell’attuale NBA vengono da Duke. È difficile essere il primo a fare qualcosa con una maglia di Duke. 

Flagg l’ha fatto. Ha una lunga carriera davanti, scrive The Ringer ed è la ragione per cui la NBA si sta dando al tanking – perdere di proposito per avere una scelta migliore al Draft. Secondo The Ringer il fenomeno riguarda un terzo delle squadre, non ci sono frenetiche rincorse a un posto nei play-in, anzi, meglio lasciarsi scivolare in fondo al fiume con una evidenza che non si manifestava dai giorni bui della metà degli anni 2010, quando tanking divenne la parola d’ordine più in voga della NBA e il suo flagello più grande, con i Philadelphia 76ers che sperimentavano sempre nuovi modi per far incazzare l’ufficio del commissioner. I giorni del famoso The Process. Tre anni in cui Philadelphia ha vinto rispettivamente 19, 18 e 10 partite. Poi succede che a parte il commissioner si incazzano pure gli dèi dell’Olimpo, ti mandano Nemesi e l’anello non lo vinci lo stesso. 

Due settimane fa la lega ha multato gli Utah Jazz di 100mila dollari per aver ripetutamente fatto riposare Lauri Markkanen con l’obiettivo di conservare la peggior classifica della stagione. Nella partita fra l’umile Toronto Raptors e l’ancor più piccolo Washington Wizards entrambi gli allenatori hanno tolto i loro giocatori chiave nel quarto quarto. L’invenzione del play-in ha allargato il campo delle squadre ancora in corsa per qualcosa nelle ultime settimane della stagione regolare ma non ha eliminato il malcostume di quella che The Ringer definisce la parola con la T, impronunciabile dentro gli uffici della NBA. Ricostruzione estrema è la formula scelta da Adam Silver e i suoi uomini quando rabbrividiscono e vedono le stesse cose che vediamo tutti noi: le manipolazioni della formazione durante una partita, l’improvvisa ondata di infortuni ai giocatori chiave delle squadre, gli sforzi improvvisi per far crescere e dare spazio ai giovani nei mesi di marzo e aprile:  tutti fattori che aiutano le squadre a perdere di più, a perdere meglio.

Quelli che ne sanno dicono che Cooper Flagg può diventare il nuovo Kawhi Leonard – speriamo con meno infortuni. Nonostante all’inizio della sua carriera Kawhi Leonard fosse un giocatore piuttosto diverso da quello che abbiamo ammirato nei suoi anni migliori, il parallelismo con Cooper Flagg, se riferito al “prime” dell’ex giocatore di Spurs e Raptors, risulta praticamente perfetto. Entrambi sono ali dinamiche ed esplosive, capaci di fare la differenza in entrambe le metà campo con un gioco aggressivo e versatile. Sebbene Flagg sia leggermente più alto di Leonard, le similitudini nei loro stili di gioco sono evidenti. La capacità di impattare il gioco in difesa e offensivamente, unita a una solidità fisica che li rende difficili da fermare, li accomuna sotto molti aspetti [Dunkest].

Il baseball non è più un posto per vecchi

Ah, questi giovani, questi ragazzi, questi smidollati bamboccioni che non hanno né arte né parte, non sanno cosa vogliono dalla vita, mica come ai tempi nostri, oh che belli i nostri vent’anni, noi sì che scendevamo in strada a protestare per i nostri ideali, mica come questi Hikikomori che se ne stanno nelle loro stanze rinchiusi a farsi friggere il cervello con la playstation e il cellulare in mano. Non sanno restare concentrati per più di 7 minuti, usano la metà delle parole che usavamo noi, oh noi sì che avevamo padronanza di linguaggio, e non parliamo della comprensione del testo, no no, per favore non ne parliamo. 

I giovani di oggi fanno tanta fatica a imparare questa è la verità. Solo che si tratta di una verità scritta da Francesco Alberoni sulla prima pagina del Corriere della sera nel 1998. Quasi trent’anni fa. E quarant’anni fa Repubblica scriveva che i giovani d’oggi sono disinteressati a ogni sospetto di politicizzazione [non era ancora caduto il Muro, quindi non era ancora partito il carosello della fine delle ideologie]. E cinquant’anni fa il papa parlava di «vuoto interiore dei giovani», di «strana tristezza», indicava anzi nella fede una via alla cura della loro «fragilità» [24 marzo 75]. Solo che non lo sappiamo, non ce lo ricordiamo. 

Salvo scoprire che lo sport è pieno di diciassettenni, diciottenni, ventenni che si stanno prendendo un po’ per volta tutto. Il baseball, per esempio. Sports Illustrated fa notare che nella scorsa stagione, per la prima volta in assoluto nella storia della Major League e di questo sport in America, quattro giocatori sotto i 25 anni hanno battuto 25 fuoricampo. Si chiamano Bobby Witt Jr., Gunnar Henderson, Elly De La Cruz ed Ezequiel Tovar. Le ultime due stagioni sono state le uniche in assoluto in cui i giocatori under-25 hanno accumulato almeno 1.200 fuoricampo e 1.200 basi rubate. Un gioco più veloce e atletico fa bene a tuttidice Tom Verducci sulla rivista americana. 

A tutti proprio no. Non ai giocatori anziani. È il momento peggiore se sei un battitore nel baseball e sei un veterano. Puoi candidarti al pre-pensionamento se non ti hanno già esodato. È questo il lato negativo dell’ascesa del movimento giovanile, dice Sports Illustrated. Nella scorsa stagione le presenze in battuta dei giocatori sopra i 36 anni sono diminuite del 62% rispetto al 2010. I giocatori di età pari o superiore ai 36 anni hanno collezionato il minor numero di presenze in battuta dal 1977, quando c’erano quattro squadre in meno. La media per squadra di presenze in battuta di giocatori di età pari o superiore a 36 anni [167] è la più bassa dal 1969. Sul fronte dei lanciatori, nella scorsa stagione gli over-36 sono diminuiti del 36%. Sono rimasti senza lavoro Matt Carpenter, Jose Abreu, JD Martinez, Adam Duvall, Yasmani Grandal, Whit Merrifield, Anthony Rizzo, Aaron Hicks, Yan Gomes, Joey Wendle, Mitch Haniger, David Peralta, David Robertson, Alex Wood e Lance Lynn. Tommy Pham, 37 anni, esterno, è il più chiaro esempio di quel che sta succedendo. Pham non ha firmato con i Pittsburgh Pirates prima del 16 febbraio, dopo aver trascorso la stagione scorsa in cui non aveva trovato lavoro fino al 16 aprile con i Chicago White Sox.

 

 

Ruote

Le vendite di auto Tesla stanno subendo una grave battuta d’arresto. Calo delle vendite, crollo del mercato azionario, richieste di boicottaggio e atti vandalici: la casa automobilistica americana sta attraversando un periodo turbolento, dovuto in gran parte alla posizione fortemente controversa assunta dal suo capo, Elon Musk. Se ne occupa l’Équipe. Fabrice Bosset scrive: Tesla aveva conosciuto solo crescita. Inizialmente limitata alla Roadster, poi alla Model S e alla Model X, la sua produzione ha assunto una dimensione completamente nuova con la commercializzazione della Model 3 (2017) e della Model Y (2020). In soli sei anni, dal 2017 al 2022, le vendite sono aumentate da 103.181 a 1.313.581 auto. Un fenomeno globale che ha reso Tesla un produttore vero, serio e temuto, il numero 1 nei veicoli elettrici. Fino a questa battuta d’arresto nel 2024, con un calo delle vendite dell’1% nel mondo (1.789.226 consegne), ma del 10% in Europa e del 35% in Francia. Un fenomeno che si è intensificato all’inizio di quest’anno.

   

Julian Alaphilippe tornerà al Tour de France due anni dopo. Vincitore di sei tappe, diciotto giorni in giallo in tre edizioni, il campione del mondo più bello degli ultimi vent’anni adesso ne ha 32 e si è sfilato dalla crema della crema. L’ultima sua vittoria è arrivata nel Giro della Cechia a luglio scorso. L’ultima sua grande vittoria è stata alla tappa di Fano allo scorso Giro. Nessuna grande classica vinta dopo la seconda maglia iridata del 2021. La Tudor, la sua nuova squadra in Svizzera, ha ricevuto una wild card. Loulouscrive L’Équipe – sta riaccendendo la sua storia d’amore con il Tour de France e ha fame di altro dopo la fine caotica del rapporto con la Soudal-Quick-Step. Ha voltato pagina, ha assunto il ruolo di fratello maggiore per gli svizzeri e questo annuncio, dopo una settimana in cui è stato malato «come un cane» al punto di ritirarsi dall’E3 GP di Harelbeke, ha messo «balsamo nel suo cuore»”. La cosa del cane e del balsamo con le parole di Alaphilippe. 

   

In Francia non nascono più tenniste

Sette anni fa Caroline Garcia era la giocatrice numero #4 al mondo. La settimana è cominciata senza il suo nome fra quelli delle prime-100. La sola bandierina tricolore di Francia presente nell’elenco sta accanto a Varvara Gracheva, 24 anni, russa di nascita, moscovita, cresciuta all’Academy di Cannes da quando aveva 7 anni. È stata sua madre a portarla fuori dal paese, prima in Germania e poi in Francia, mettendola sulla strada dell’amore per l’arte [Van Gogh], per i cani [uno Yorkshire e un Parson Russell] e per le racchette. 

Ma la Francia nel tennis tra le donne è tutta qui, una povertà che non si verificava dal 31 agosto 1981, quando la sola Corinne Vanier era fra le prime-100. Un paese da 17 Slam con 7 giocatrici, il paese con una lunga storia che va da Suzanne Lenglen ad Amélie Mauresmo. Garcia ha vinto un Masters solo tre anni fa e quel titolo aveva aperto la prospettiva per una fase nuova della carriera. Invece, scrive L’Équipe nella sua analisi della crisi, Caroline è stata troppo spesso travolta da pensieri negativi”

Lei dice di aver visto per troppo tempo il tennis come una questione di vita o di morte. «Ogni vittoria era un’ondata di emozioni, era una spinta, era un’ossessione. Ogni sconfitta era la fine, era la distruzione totale della fiducia accumulata, era ricominciare da zero».

Stanca di questi sbalzi emotivi, nella scorsa stagione si è fermata prima della fine della stagione. Ha ripreso il cammino nel 2025 ma senza arrestare la caduta in classifica e cercando soprattutto un equilibrio fuori dal campo” dice il giornale francese. Pauline Parmentier, ex giocatrice che ora lavora per la federazione francese, dice addirittura che non bisogna riporre aspettative su di lei, «ha già dimostrato abbastanza, il futuro del tennis femminile francese non passa da lei». 

Passa da altre polsi e altre braccia, passa da Clara Burel [24 anni, #139 al mondo], Diane Parry [22 anni, #115] ed Elsa Jacquemot [21 anni, #138], tutt’e tre campionesse del mondo juniores, ma tutt’e tre in ritardo sull’affermazione nel mondo delle adulte. Burel e Parry si sono anche già affacciate tra le prime-50, da una parte confermando la bontà delle attese sul loro conto e dall’altro mostrando subito quale fosse il limite alle aspettative. Burel gioca senza uno staff di specialisti intorno a sé, pare che questo sia il suo problema, non perché non voglia ma perché costa, puoi permettertelo se hai guadagnato abbastanza, ma non si guadagna abbastanza senza uno staff di specialisti. Il classico serpente che si morde la coda, o forse era un cane. Perry invece ha dovuto combattere qualche problema fisico e nel 2025 ha giocato molto poco, tre partite, tre sconfitte. Jacquemot invece tra le prime-100 non è ancora entrata, secondo Parmentier per lei è una questione di fiducia in sé stessa. La federazione ha dei progetti su altre quattro o cinque giocatrici, tra cui la 21enne Loïs Boisson, ma secondo L’Équipe il problema è più profondo. Un tempo la Francia ha avuto in circuito contemporaneamente Mary Pierce, Mauresmo, Bartoli, Razzano. Tra le baby oggi si distingue la sola Ksenia Efremova, 15 anni, anche lei nata a Mosca, anche lei naturalizzata, come nel nuoto è accaduto ad Anastasia Kirpichnikova. Al Petits As, il campionato mondiale non ufficiale Under-14, solo una ragazzina francese ha passato il primo turno. La federazione ci sta lavorando, dice L’Équipe, ma ormai è già troppo tardi per impedire l’attuale calo

Da tempo c’era un segnale d’allarme, ammette Parmentier. Riguarda il solo tennis dentro un quadro generale incoraggiante. Alla vigilia della giornata internazionale della donna, Marie Barsacq, ministra dello sport, della gioventù e della vita comunitaria, ha fatto il punto sui progressi compiuti e ha presentato nuove misure per rafforzare il ruolo delle donne nello sport. È stata aumentata la quota dei finanziamenti. Tra il 2021 e il 2023, il numero di francesi tesserate è aumentato dell’8,9% rispetto al 6,5% degli uomini. Nel 2024 il 68% delle donne ha dichiarato di praticare uno sport almeno occasionalmente, rispetto al 73% degli uomini, una percentuale in continuo aumento. Se la crescita dello sport femminile passa anche dalla sua visibilità, l’Agenzia nazionale per lo sport [ANS] ha stanziato 1 milione di euro per il fondo di sostegno alla produzione audiovisiva dedicata alla copertura mediatica degli eventi femminili. Il 54% del pubblico francese afferma di seguire le competizioni femminili, la percentuale tra gli uomini sale al 72%. Come dire che gli uomini guardano più sport femminile rispetto alle donne. Lo conferma Femme de Sport quando fa notare che gli sport femminili che interessano gli uomini non sono gli stessi di quelli che interessano le donne: il pubblico maschile è attratto da atletica per il 44%, calcio per il 47% e tennis per il 41%. Le percentuali fra le donne sono rispettivamente 28%, 27%, 30%. L’80% degli spettatori vorrebbe vederne di più: solo il 5% del tempo televisivo è occupato da gare femminili. 

Il ministero sostiene le atlete professioniste con un asilo nido statale presso l’istituto dello sport aperto ai bambini dalla decima settimana di età. Dodici mesi di stipendio sono garantiti durante il congedo di maternità nella pallamano e nella pallacanestro, grazie a due accordi di settore. La Women’s Professional Football League è stata lanciata nel 2024 per dare una struttura professionistica al movimento calcistico. Ma il tennis è finito in un buco nero. Il dato che porta un po’ di luce è quello che mette in evidenza come il maggior numero di tesserate sia presente nella fascia d’età dai 5 ai 9 anni [75.141] davanti alla fascia 10-14 [62.627], la fascia 15-19 [24.492] e poi la fascia 40-44 [23.991]. Il tennis resta lo sport individuale numero uno di Francia per tesserati, ma dal 2021 si è registrato un calo del 16% nei tesseramenti. Il paese ha 7.340 circoli per un totale di  32.560  campi. La regione Alvernia-Rhône-Alpes è quella che spicca con il maggior numero di club, la Corsica ne ha meno di tutti. 

 

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