Lo Slalom del 4 aprile | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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#2 giorni al Giro delle Fiandre

 

►  Federica Brignone si è rotta il piatto tibiale, il perone e il legamento crociato del ginocchio sinistro: stava gareggiando nello slalom gigante per i Carabinieri agli Assoluti in Val di Fassa: starà ferma diversi mesi  ◇  Il Chelsea ha vinto in derby con il Tottenham [1-0] nel posticipo del turno infrasettimanale di Premier League  ◇  Ja Morant e Buddy Hield non saranno sanzionati dalla NBA per aver mimato l’uso di armi da fuoco. Stagione finita per Tyrese Maxey a Philadelphia per l’infortunio a un dito  ◇   Cinque mesi dopo il suo incidente, Remco Evenepoel ha annunciato il rientro al Giro di Romandia  ◇  Le prove libere del GP del Giappone sono finite con il miglior tempo di Lando Norris all’alba davanti a Russell e Leclerc, quello di Oscar Piastri nella seconda sessione un’oretta fa su Russell e Leclerc. Paura per Doohan. Incidente a 300 km orari   L’ultimo LeBron vs Curry è finito con la vittoria dei Golden State Warriors sui Lakers

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Inghilterra: La vittoria del Chelsea nel derby con il Tottenham – In Spagna la rivalità tra Barcellona e Real [ehm] – In Italia l’infortunio a Federica Brignone e il calciomercato – In Francia L’Equipe celebra i 70 anni dell’invenzione della Coppa dei Campioni

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Grazia o disgrazia, prendo sempre il palo

Gesualdo Bufalino

 

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L’ammutinamento del Marsiglia contro De Zerbi

 

  Mancava solo Claudione Garella in accappatoio con un foglio in mano, mancava solo che la squadra leggesse un comunicato di sfiducia all’allenatore, ma pure a Marsiglia si sono ammutinati sulla pubblica piazza contro il loro allenatore come accadde al Napoli nell’anno Ottantotto del Novecento. Bresciano era Ottavio Bianchi, bresciano è Roberto De Zerbi contro il quale la squadra si è sollevata. 

Medhi Benatia, direttore sportivo, è dovuto intervenire per appianare i contrasti e gridare a sua volta che «contro questo Reims avreste dovuto vincere, anche senza un allenatore a guidarvi». Lo spogliatoio si lamentava di essere stato disprezzato da De Zerbi e rifiutava di allenarsi. L’Équipe racconta questa turbolenza definendo De Zerbi un uomo noto per la sua trasparenza con i giocatori”. Trasparenza per dire che a Pol Lirola avrebbe gridato come nessuno lo volesse nel club la scorsa estate: «Ero l’unico a credere in te e tu mi ringrazi in questo modo?». Lirola era stato spostato dalla fascia al centro della difesa e – diciamo così – ha giocato maluccio: in pagella ha preso tre.  

«Oggi non vi alleno» avrebbe allora detto De Zerbi alla squadra, ordinandole lunedì di andare in campo con il suo staff di collaboratori e senza di lui, ma provocando la reazione del gruppo e il rifiuto di mettersi le scarpe. C’è stata una discussione di un’ora, secondo L’Équipe, con l’intervento finale di Benatia, al quale i calciatori hanno domandato se nel corso della sua carriera tra Roma, Juventus e Bayern gli fosse mai capitato di conoscere un allenatore che si comportasse in quel modo. 

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Lo sciopero della Lucchese

Anche in Italia c’è una squadra che si ribella. È la Lucchese, serie C, dove i calciatori si sono messi in sciopero perché gli stipendi non arrivano da novembre e dove la società è passata di mano per tre volte in un anno. La serie C è quel campionato dal quale sono state escluse taranto e Turris qualche settimana fa per inadempienze finanziarie, inizialmente sanzionate con penalizzazioni da temperature norvegesi. Secondo alcune indiscrezioni, fra una dozzina di giorni un’altra esclusione potrebbe riguardare il Messina, e se così fosse farebbero in tutto mezzo milione di italiani rimasti senza calcio in città. 

Sono soltanto gli ultimi. Ne ha scritto Giorgio Burreddu su Domani. Nella scorsa stagione, su 58 società (escluse quindi le seconde squadre di Atalanta e Juventus), 8 hanno registrato un utile: Sorrento, Cerignola, Francavilla e Carrarese nell’ordine dei 100-200mila euro, Sestri Levante, Latina, Torres e Giugliano per alcune migliaia di euro. Nello stesso campionato in cui si celebra il ritorno di piazze storiche e si registrano aumenti del 31,5% di presenze allo stadio – si legge – la realtà quotidiana dei giocatori è più dura. L’anno prossimo verrà sperimentato il salary cap (che dovrebbe poi partire dalla stagione successiva). Le norme europee impediscono di porre un limite, posso pagare chi voglio quanto voglio. E allora si è pensato di valutare il rapporto tra fatturato e monte stipendi: chi lo supera dovrà pagare una luxury tax. Più o meno come fanno in Nba. Non basta. Dal 2000 a oggi sono quasi 200 le squadre professionistiche fallite a tutti i livelli. La maggior parte in Serie C, non può essere un caso.

 

   

Tremate: il Liverpool comprerà sei nuovi giocatori

 

    Nessuna squadra di calcio può mai essere considerata finita y chiusa. Hai Vinicius jr e vuoi Bellngham. Hai Vinicius jr più Bellingham e vuoi Mbappé. Hai Vinicius jr, Bellingham e Mbappé, e vuoi pure Endrick. Ce li hai tutt’e quattro e ti manca un difensore. Ti prendi pure un difensore e vuoi uno stadio. Ti fai lo stadio e vuoi una Superlega. Lo sapete come vanno le cose nel calcio. Nessuna squadra è mai compiuta e perfetta, neppure il Liverpool che sta dominando la Premier League, scrive Jamie Carragher sul Telegraph

“La ricerca della perfezione è incessante ed è nella natura umana analizzare i difetti che necessitano di correzione quanto i punti di forza che spingono una squadra verso i successi. Che cosa sarà di questa squadra allora, dice Carragher, che cosa sarà soprattutto delle altre – delle avversarie – quando saranno arrivati i sei nuovi acquisti che Arne Slot chiede?

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Un colpo da Champions per il Chelsea

  The Athletic commenta la vittoria del Chelsea sul Tottenham parlando di un derby acceso e controverso tra acerrimi rivali ma alla fine chiuso secondo uno schema fin troppo familiare. Il Chelsea tende sempre a battere il Tottenham a Stamford Bridge e il miserabile record degli ospiti ora recita una sola vittoria nelle ultime 33 visite in Premier League. Il Chelsea è tornato fra le prime-4 in classifica e torna a considerare possibile la qualificazione per la Champions League. 

Il ritorno di Nicolas Jackson tra i titolari dopo due mesi di assenza per infortunio ha portato il Chelsea a una prestazione offensiva decisamente migliore rispetto agli ultimi tempi. L’attaccante senegalese offre un punto di riferimento ed è stato il destinatario di numerosi passaggi lunghi. Erano molti i giocatori del Chelsea che avevano bisogno di dimostrare il loro valore, pochi ne avevano più bisogno di Sancho. Si è capito fin dall’inizio quanto questa partita significasse per Maresca. L’italiano non è la persona più pacata in area tecnica, ma stavolta è stato perfino più animato. Non per il derby con il Tottenham: Maresca sapeva quanto fosse fondamentale ottenere un risultato per le speranze di qualificarsi alla Champions League.

   

Chi è che mette i soldi per fare grande Duke

Va bene Cooper Flagg, va bene che Duke ha costruito una grande squadra intorno alla nuova stella universitaria che piace a mezza NBA. Ma dietro. Cosa c’è dietro? Anzi sotto: cosa c’è sotto’ [In effetti ci dividiamo tra chi chiede di sapere cosa c’è dietro e cosa c’è sotto – mai che qualcuno si accontenti più di cosa c’è davanti o sopra. La scena conta meno del retroscena. Fine dello stream of consciousness]. 

Dice il Wall Street Journal che non è un segreto, non è affatto un segreto la maniera modo in cui oggi vengono formate le migliori squadre di basket universitarie – ma in fondo tutto il resto: follow the money. I sostenitori che spendono milioni per attirare le migliori matricole in certe università siedono a bordo campo durante le partite, i collettivi per la raccolta fondi sollecitano donazioni online. Tutto è sempre trasparente. Tranne che per Duke. Così pare. Così dice almeno il Wall Street Journal – e chi siamo noi per non fidarci del WSJ?

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Tadej Pogačar non ha partecipato a nessuna corsa sul pavé per prepararsi al Giro delle Fiandre. Dice di non aver neppure guardato la Dwars door Vlaanderen in tv, non ha voluto sapere niente di niente, non ha letto pezzi di alcun genere e di certo non ha neppure scrollato Instagram sul telefono per vedere cosa la gente stava dicendo di lui. Così scrive la rivista Rouleur, e lo scrive perché Pogačar ha appena detto che non gliene frega niente di cosa si pensi in giro delle cose che fa, giacché «i social media sono un cancro della nostra società. Puoi stare sui social media tutto il giorno e ci sono cose positive, ma ci saranno sempre cose negative che emergeranno con più forza e quelle possono davvero rovinarti la giornata. Non vale più la pena seguire le notizie e i social media, senza offesa ragazzi, senza i social media è più facile non preoccuparsi di tante cose».  Rouleur dice che il corridore sloveno è un tipo schietto e diretto, ed è la sua schietta onestà a renderlo così accattivante

   

La ricostruzione di Federica Brignone

La prima Coppa del mondo di Federica Brignone fu circondata dal silenzio e dai lutti del covid. Non ci fu alcuna premiazione, lei si irritò, visse tutto come un torto che le faceva una mano invisibile, si è torturata per un paio d’anni e i risultati ne hanno risentito. 

Quando Federica Brignone ha fatto pace con sé stessa, quando ha accettato l’idea che le nostre giornate sono attraversate dalle ombre – e che le ombre sono compagne di viaggio, le ombre sono la proiezione di un raggio di sole – allora si è davvero liberata, fuori e dentro le piste, è diventata più leggera, più veloce, più completa, più matura. 

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Un seguace di Trump, un miliardario rivale e una lotta per il potere: così è scoppiato un feroce braccio di ferro nel basket australiano. Jared Novelly è il futuro ambasciatore degli Stati Uniti in Nuova Zelanda e Samoa, nominato dalla nuova amministrazione. È lui che sta guidando i club della NBL in una disputa che potrebbe rimodellare il suo sport, secondo quanto scrive l’edizione locale del Guardian. Novelly è il proprietario degli Illawarra Hawks, figlio di Paul Tony morto a febbraio. Il suo rivale è l’uomo che ha comprato il campionato un decennio fa: Larry Kestelman. La loro zuffa, come più o meno la definisce il Guardian, è arrivata fino alla sede centrale della FIBA in Svizzera: Novelly ha inviato una lettera in cui chiede un’indagine su presunti conflitti di interesse di Kestelman nella lega. Kestelman ha fatto parte della proprietà dei Tasmania JackJumpers e del Melbourne United, ma ha annunciato l’intenzione di lasciare entrambi i club. La lettera accusa Kestelman di sospette violazioni del codice di condotta FIBA e chiede una sospensione provvisoria. La NBL ha risposto ordinando alla società di gestione finanziaria e di insolvenza KordaMentha di esaminare i bilanci degli Hawks di Novelly, i quali per giunta hanno battuto il Melbourne United nella finale del campionato la scorsa settimana. Per aggiungere altra polvere al polverone, ieri Basketball Australia ha venduto una quota di controllo del campionato femminile [WNBL] a Kestelman e al Wollemi Capital Group di Robyn Denholm, presidente di Tesla. 

Quando ne ha annunciato la nomina ad ambasciatore, Trump ha descritto Novelly come un filantropo molto rispettato che metterà sempre l’America al primo posto. Quando la sua nomina sarà ratificata, Novelly promette di lasciare le sue cariche sportive. La NBL è considerata la seconda migliore competizione di basket al mondo dietro alla NBA. LaMelo Ball ha giocato un anno con gli Hawks di Novelly, Josh Giddey e Alex Sarr sono passati di là

 

Un refuso nel pezzo e un riquadro nella pagina del sollevamento pesi

Come la Coppa dei Campioni nacque settant’anni fa su L’Équipe 

Tutto accade nei saloni dell’Hotel Ambassador di Parigi, quando L’Équipe aveva cambiato nome da poco più di otto anni, dicembre 1954. Quando si chiamava L’Auto aveva fatto partire il Tour de France, con la nuova testata i francesi si fecero venire un’altra idea: la Coppa dei Campioni, nei primi giorni di aprile del 1955, settant’anni fa. Stamattina la prima pagina del giornale ricorda l’anniversario, altre sei all’interno ripercorrono il clima euforico di quei giorni. 

Vincent Duluc scrive che esistono due modi complementari di raccontare l genesi di questa storia. Ce n’è uno classico che fa risalire la prima scintilla degli eventi a una partita amichevole tra Wolverhampton e Honved Budapest del 13 dicembre 1954. Un altro mette in luce la visione filosofica di Jacques Goddet, il gran capo di L’Équipe, il quale già dal 1947 sosteneva che «servire lo sport significa servire la nostra causa». Hanot faceva colazione nella sua camera d’albergo inglese il giorno dopo la famosa amichevole e lesse sul Daily Mail un articolo di David Wynne-Morgan che assegnava al Wolverhampton il titolo di campione del mondo. Hanot chiamò il giornale, chiese di farsi passare gli stenografi e dettò un pezzo. Aveva la fama di dare a braccio, era così abituato che certe volte parlando diceva “virgola” nel mezzo di una frase.

Agli stenografi raccontò la fine della tournée per l’Honved, la squadra che era mezza Nazionale ungherese del tempo: Puskas, Kocsis, Grosics, Lorant, Budai, Czibor, Bozsik, sono cotti disse e scrisse, facendo notare che si era giocato di sera, nel primo stadio inglese dotato di illuminazione artificiale e in diretta tv sulla BBC. Hanot annunciò nel pezzo la sua idea, ma senza rulli di tamburi”, ricorda stamattina Duluc, semplicemente come conclusione di un ragionamento. Contraddisse il Daily Mail, sottolineando che il Wolverhampton avrebbe dovuto giocare una seconda partita fuori casa prima di sentirsi campione e aggiunse cinque righe finali: L’idea di un campionato del mondo, o almeno di un campionato europeo per club, più grande e moins épisodique que la route de l’Europe centrale, più originale di un campionato europeo per squadre nazionali, varrebbe la pena di essere lanciata. Ci avventuriamo.

Route fu un un errore di battitura. Hanot aveva dettato coupe. La Champions di oggi esiste nonostante un refuso a pagina 10 di L’Équipe del 15 dicembre 1954.

Il giorno dopo, in fondo a pagina 6, Jacques De Ryswick, responsabile della sezione calcio del giornale, scese nei dettagli per presentare il progetto maturato dentro le stanze de L’Équipe. Il sottotitolo del suo articolo riassume quasi tutto: Una squadra per ogni paese, partite in casa e in trasferta a metà settimana e di sera, sponsorizzazioni da parte della televisione. Gli argomenti di De Ryswick erano chiari e profetici. Le tv stavano guadagnando potere, gli stadi cominciavano a essere illuminati artificialmente, il trasporto aereo stava diventando per le masse. Tutti erano alla ricerca di nuove entrate. Perché non subito, dalla prossima stagione? La vita del calcio internazionale esige di adattarsi senza indugio al ritmo di questa epoca e al suo progresso

Jacques Ferron aveva all’epoca 34 anni e scrisse a mano il primo regolamento. Sarebbe diventato il direttore di France Football, commentatore di calcio fino al suo ritiro nel 1985,  all’indomani dell’Heysel che lo segnò nell’intimo. Lascerà in eredità alla UEFA i suoi sei fogli di carta gialla, scritti con una grafia regolare e fitta. L’UEFA li ha persi, dice Duluc. 

Il quotidiano riunì i dirigenti del calcio europeo in Boulevard Haussmann. La notizia principale sul giornale era un’altra: la partita Francia-Svezia. Sabato 2 aprile un riquadro annunciava il giorno 1 della prossima Coppa dei Campioni. L’edizione di lunedì 4 aprile, al centro della prima pagina, titolava molto semplicemente: Coupe d’Europe des clubs: OK!. All’interno, nella stessa pagina dedicata al sollevamento pesi, si leggeva che era fatta, che la Coppa Europa per Club era nata nella gioia. Jacques Goddet scrisse: È una cosa molto toccante assistere alla nascita di un bambino che si è concepito e al quale sono stati dati sedici padri. Negli anni ’80, Goddet avrebbe scritto una lettera a Gérard Ernault, allora capo della redazione del calcio al giornale, dicendo eeeh sono molto ‘ispiaciuto di non aver letto il mio nome scritto da uno dei tuoi colleghi in un pezzo in cui parla della storia della Coppe dei Campioni. Rende omaggio a Gabriel Hanot e Jacques Ferran, ma si è dimenticato di me

All’Ambassador furono convocati quindici club europei, tra cui il Chelsea, che però si fece da parte in estate. Il Real Madrid era rappresentato da Santiago Bernabéu e Raimundo Saporta, il calcio ungherese da Gusztav Sebes, allenatore dell’Ungheria, ex operaio alla Renault di Billancourt. Jacques Goddet aprì la seduta, ringraziò i club e lasciò che fosse l’editore a guidare la riunione. Il vicepreisdente del gruppo Ernest Bédrignans era accompagnato dall’amministratore  Robert Thominet, da Jacques Ferran e Jacques De Ryswick. Gabriel Hanot non era presente. Ferran avrebbe poi detto: «Ha inventato e diffuso l’idea, l’ha sostenuta finché c’è stato bisogno di lui. Ma quando sono iniziate le trattative finali, non lo vedemmo più, non lo sentimmo più».  

I club accettarono i principi stabiliti da L’Équipe e la finale 1956 a Parigi. Fu deciso di nominare Ernest Bédrignans presidente del comitato esecutivo, ma l’ingresso dell’UEFA nell’organizzazione avrebbe smantellato di fatto la struttura iniziale e il dirigente avrebbe addirittura perso il suo posto nel Gruppo nel giugno 1956. Il 4 aprile, su L’Équipe, in un riquadro piccolo piccolo in fondo alla pagina si leggeva che le scottanti notizie di fine stagione non ci hanno permesso di dare alla Coppa dei Campioni tutta l’importanza che questa creazione avrebbe meritato

Un mese prima, all’inizio di marzo, alla vigilia del suo primo congresso a Vienna, il comitato esecutivo della UEFA aveva accettato di ricevere Hanot e Ferran, ma aveva risposto che non poteva impegnarsi. Così L’Équipe aveva deciso di mettersi in proprio. Jacques Goddet fece scolpire il primo trofeo, la famosa Coppa con le orecchie grandi, solo che le orecchie grandi all’inizio erano piccole. Ben presto – scrive Duluc – tutti capirono che i club non avrebbero potuto organizzare autonomamente la competizione, altri avrebbero voluto partecipare negli anni successivi, neanche L’Équipe avrebbe potuto farlo. L’8 maggio, a Londra, su pressione del quotidiano, la FIFA chiese alla UEFA di assumersi la responsabilità, ma proibì che la parola Europa comparisse nel titolo della nuova competizione, riservandola alle sole squadre nazionali. Questo è il motivo per cui, ancora oggi, sulla coppa si legge in francese: Coupe des clubs champions européens

Il 21 maggio, a Parigi, la UEFA accettò finalmente il ruolo di organizzatrice e adottò il trofeo offerto da L’Équipe. Il 14 giugno del 1956 il Real Madrid ricevette la Coppa nella sede del giornale in Faubourg Montmartre, ventiquattr’ore dopo aver battuto in finale il Reims. Jacques Goddet disse a Santiago Bernabéu: «Prenditi cura di lei, è una figlia illegittima»

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Chi era Gabriel Hanot

Ha inventato la Coppa dei Campioni, ha inventato il Pallone d’Oro, ha portato il professionismo nel calcio francese e il diploma da allenatore, è stato selezionatore della Nazionale francese da giornalista, Gabriel Hanot è stato una delle figure più importanti nella storia del calcio, e quasi nessuno lo sa scrive con rammarico Vincent Duluc stamattina in un secondo pezzo dedicato alla rievocazione. Il museo di un uomo il cui ricordo sta lentamente svanendo si trova al piano inferiore di un ristorante dall’arredamento classico, la Pizzeria du Château, in una piccola strada di Tallard, venti minuti a sud di Gap. Al piano superiore ci sono i tavoli e il forno. Il proprietario è Gaël Hanot, il nipote, che da diversi anni si impegna a tenere viva la memoria e l’eredità del nonno. 

«Molti giornali stranieri gli danno il posto che merita – dice – non capisco perché la federazione e la UEFA lo nascondano. Ho saputo che nel seminterrato di Nyon c’è una sua statua»

Fotografie, ritagli di giornale, alcuni documenti. Gaël ha conservato tutto in una piccola scatola di latta, comprese medaglie e una spilla da cravatta in oro del Real Madrid con la Coppa dei Campioni disegnata in rilievo. Eppure dice che non esiste un libro su di lui, non esiste un documentario, Arras non gli ha intitolato una strada, «neppure il vialetto di centro commerciale», ma uno stadio sì, esiste uno stadio Hanot nel villaggio dell’Alsazia dove il giornalista morì nel 1968, a Wangenbourg-Engenthal: aveva vissuto là con la seconda moglie, in uno chalet con vista sugli abeti.

In origine il trofeo portava il suo nome, un po’ come la Coppa del mondo che si chiamava Coppa Rimet. È una delle tracce perdute di questa storia. «Combatto da 34 anni – dice il nipote – ma non succede niente. Se guardi il suo lavoro e guardi cos’è il calcio oggi, si tratta di un uomo dimenticato». 

Eppure ci sono state poche vite come quella di Gabriel Hanot nel calcio, scrive L’Équipe, poche influenze altrettanto forti, pochi uomini così visionari. Una delle foto più famose lo ritrae durante la cerimonia di consegna del primo Pallone d’Oro della storia a Stanley Matthews [18 dicembre 1956] presso il municipio di Blackpool. Non sorrideva perché non aveva quest’abitudine, era un uomo austero e modesto. Nemmeno gli strinse la mano. Pare che abbia detto a Matthews: «È anti igienico e inutile». Un ex nazionale, il suo amico Raymond Dubly, 31 presenze nei Bleus dal 1913 al 1925, avrebbe raccontato alla sua morte che «viveva come un asceta in ogni senso della parola. Era duro con se stesso e con i suoi amici. Non gli piaceva la mediocrità». 

Anche la storia della famiglia Hanot è affascinante. Gabriel aveva perso presto suo padre, sua madre era un’insegnante e si mise a lavorare come sarta a Tourcoing per crescere lui e suo fratello Marius, nato un anno prima [1888]. Marius sarebbe diventato amico del poeta, romanziere e giornalista Blaise Cendrars, si impegnò nell’estrema sinistra e fu segretario generale del Soviet Supremo prima di essere arrestato per cospirazione contro la sicurezza dello Stato, assolto poi nel febbraio del 1921. Daniel, padre di Gaël, uno dei figli di Gabriel Hanot, non ha mai visto suo zio. Lo stesso padre di Gaël sperimentò l’intransigenza di Gabriel al ritorno dall’Indocina dove si era arruolato contro il volere della famiglia e da dove era tornato con una gamba amputata all’età di 24 anni, dopo essere stato inizialmente dichiarato morto. Quando chiede di poter tornare a vivere con i genitori, per un po’, prima di trovare una sistemazione, Hanot glielo negò: «Ti avevo detto di non andarci». 

Gabriel Hanot era stato calciatore, terzino sinistro dell’US Tourcoing, nazionale a 18 anni, due anni universitario a Münster. Le sue 12 presenze tra il 1908 e il 1919, il più delle volte da difensore centrale, avrebbero potuto essere più numerose, ma in mezzo ci fu la guerra, Hanot partì per il servizio militare nel 1912 e fu congedato nel 1919, la cosa – dice Duluc – non deve aver giovato al suo umorismo e alla sua leggerezza [Eh no, in effetti, linea di massima no]

Era stato in fanteria, era stato fatto prigioniero tre volte e tre volte era riuscito a scappare. Suo nipote dice di avere delle pagine scritte di suo pugno durante quel periodo, pagine nelle quali racconta della paura di essere scoperto, del dolore di aver abbandonato i suoi amici nel campo di Frederichfeld travestendosi da spazzacamino con una canna fumaria sulla schiena, usando la sua perfetta conoscenza della lingua tedesca. Avrebbe chiuso la carriera da calciatore perché nel luglio 1919 si ruppe un ginocchio in un atterraggio con l’aereo. 

Diventò giornalista prima per La Vie au Grand Air, poi per Miroir des Sports e L’Intransigeant, passando poi a L’Équipe e France Football che condividevano la stessa redazione. Era un incredibile esempio di mescolanza di generi – ricostruisce Duluc – con una assoluta onestà intellettuale. I visionari devono imparare a essere pazienti

Sarebbe diventato assistente allenatore e poi selezionatore della Nazionale durante la carriera da giornalista, di fatto il vero cittì dei Bleus. Un conflitto di interessi che risolse davvero con un conflitto, non con un matrimonio. Dopo una disfatta della Francia contro la Spagna [1-5], Hanot chiese le dimissioni di Hanot su L’Équipe scrivendo un articolo non firmato: Uno di noi pensa che sia necessario nominare un nuovo consigliere tecnico, il vecchio non ha ottenuto un rendimento accettabile dai giocatori scelti

La sera della prima finale della sua Coppa dei Campioni, mentre c’era gente che continuava ad affollarsi intorno a lui per congratularsi, Hanot la respingeva dicendo di non avere tempo per le cerimonie: «Posso fare il mio lavoro?». Doveva dettare il pezzo agli stenografi del giornale, per celebrare il calciatore che aveva incarnato in campo la sua idea: Alfredo Di Stefano, il calciatore più forte del mondo, è come la provvidenza: si trova è ovunque e in nessun luogo

Nasce il nuovo circuito dell’atletica leggera

Forse fra settant’anni parleranno di Michael Johnson come di un altro visionario che ha cambiato il suo sport, o forse si tratta di una sorte che tocca solo ai primi, ai pionieri, forse inventare una manifestazione nuova dopo l’altra è come non inventarne nessuna. Comunque sia nella notte europea inizia a Kingston la prima tappa del Grand Slam Track, il nuovo circuito dell’atletica leggera dedicato al 100% alle corse, un formato che suscita enorme curiosità in uno sport che fatica a rinnovarsi secondo la definizione di Annabelle Rolnin su l’Équipe. In modo più letterario aggiunge che si tratta di brillantini negli occhi, un nuovo circuito con una formula unica, rivalità accattivanti e premi in denaro: una rivoluzione. 

Johnson ha illustrato la sua idea l’altro giorno [ne ha scritto Emanuela Audisio su Repubblica]. Gli interessano i faccia-a-faccia, gli spalla-a-spalla: non i record. È un circuito pensato soprattutto per far gareggiare americani e americane senza dover andare e venire verso l’Europa [ehm], verrebbe la tentazione di definirlo un circuito perfetto per questo tempo che ripiega e si richiude su sé stesso, limita scambi e confronti, uno spazio chiuso dove sono benvenuti sprint, ostacoli e mezzofondo, senza salti senza lanci, mamma che noia, solo i più veloci avranno un visto per Miami [2-4 maggio[, per Philadelphia [30 maggio-1 giugno] e per Los Angeles [27-29 giugno]. 

Bisogna dimenticare tutto quello che si sa dei meeting tradizionali scrive L’Équipe. Nell’arco di tre giorni, 96 tra i migliori al mondo si sfideranno su due distanze. Sono divisi in sei gironi: lo sprint breve [100 m e 200 m], lo sprint lungo [200 m e 400 m], la media distanza breve [800 m e 1500 m], la media distanza lunga [1500 m, 3000 m/5000 m], gli ostacoli alti (100/110 m ostacoli e 100 m] e gli ostacoli bassi [400 m ostacoli e 400 m]. Otto atleti per gara, quattro sono sotto contratto per la serie completa, quattro sono challenger che ruotano, degli invitati diversi per ogni incontro. Il montepremi: dai 100.000 dollari per il vincitore ai 10.000 dollari per il secondo classificato, ovvero l’equivalente della vittoria in un evento della Diamond League. In totale, 12,8 milioni di dollari.

 

     

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