La ricostruzione di Federica Brignone

   

L’infortunio, i tempi di recupero, le considerazioni sull’opportunità di gareggiare

La prima Coppa del mondo di Federica Brignone fu circondata dal silenzio e dai lutti del covid. Non ci fu alcuna premiazione, lei si irritò, visse tutto come un torto che le faceva una mano invisibile, si è torturata per un paio d’anni e i risultati ne hanno risentito. 

Quando Federica Brignone ha fatto pace con sé stessa, quando ha accettato l’idea che le nostre giornate sono attraversate dalle ombre – e che le ombre sono compagne di viaggio, le ombre sono la proiezione di un raggio di sole – allora si è davvero liberata, fuori e dentro le piste, è diventata più leggera, più veloce, più completa, più matura. 

Ha atteso cinque anni e la nuova Coppa del mondo è arrivata come un risarcimento, solo che sempre di cristallo si tratta, e col cristallo si sa come può andare a finire. Gianmarco Tamberi si sfasciò poco prima delle Olimpiadi per non essersi fermato un secondo prima della tentazione di saltare 2 metri e 40. Federica Brignone si è rotta il crociato, il perone e il piatto tibiale undici mesi prima dei Giochi di Milano-Cortina per non essersi fermata un secondo prima di un banale campionato italiano in Val di Fassa. 

Poteva evitarlo? Evidentemente no. Non puoi essere una carabiniera se non fai la carabiniera, e il modo più ovvio e diretto d’esserlo per un’atleta che porta la divisa è presentarsi agli Assoluti. 

Flavio Vanetti sul Corriere della sera parla di “invidia degli dei dello sci, gelosi e tra le righe pare di capire che eccepisca: Dopo che hai vinto tutto – si legge – partecipare a un’altra gara, di minor valore, forse abbassa il livello dell’adrenalina e aumenta il rischio di sbagliare”, mentre sempre sul Corriere Daniele Sparisci parla di grandezza di chi non snobba le garette. Fermarsi non era possibile per chi rincorre la perfezione, per chi l’aveva trovata. Altrimenti cambi mestiere, smetti di inseguire la curva perfetta.

Il magazine del Corriere, Sette, le aveva dedicato il servizio di copertina proprio per quest’ultimo numero. Oggi – dice il Corriere della sera – colpisce ancora di più la consapevolezza piena di quanto un’atleta vera debba dare e mettere in gioco, perché Brignone nell’intervista dice: «Fare una conduzione di curva, stare sugli spigoli e andare a tutta velocità… Sciare è uno sport pericoloso e se non alzi l’asticella non vinci». 

Daniela Cotto su La Stampa ipotizza: Forse ha pagato l’agenda troppo fitta. Si è stancata troppo?. Il direttore tecnico della nazionale Gianluca Rulfi pensa che no, «lei ha sempre partecipato agli Assoluti, perché lo ritiene una cosa giusta, etica. Guai a star fermi. Se perdi il ritmo non lo trovi più. Noi lavoriamo sempre in questo periodo, per fare qualcosa di mirato e per testare i materiali. L’aspetto più importante è quello della mente. Lo sci è uno sport che va contro il buon senso, si scende con il viso a valle, contro natura. Devi vincere la paura. Solo quando rimetti gli sci, vedi quanto una è disposta a mettersi in gioco. In questo Sofia è un esempio. Inarrivabile. Speriamo che, per spirito di emulazione, Brignone la superi».

È il primo vero infortunio della carriera di Brignone. I primi pareri dei traumatologi parlano di 6 mesi per recuperare. Dovrò ricalibrare la preparazione, probabilmente scartando l’ipotesi di difendere la Coppa e puntando direttamente sui Giochi. Ha davanti a sé l’esempio di Sofia Goggia, tornata sempre più forte dopo ogni incidente; quello di Lindsey Vonn competitiva di nuovo a quarant’anni; quello di Mikaela Shiffrin che per certe ferite nel corpo e nell’anima ha lasciato sul campo due Coppe del mondo alla sua portata eppure è ancora là. 

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