Flick parla in inglese per non partecipare alla faida Madrid-Barcellona

  Sui giornali di Spagna arruolati nella faida permanente tra la Castiglia e la Catalogna, stamattina il racconto della partita di Londra si può leggere anche come un’auto-parodia, come se ciascuno fosse prigioniero di un ruolo e di uno jumanji. La prima pagina di As cerca di rimanere ancorata ai fatti [Obbligati a un altro miracolo], ma quella di Marca già recita il copione dei perfetti madridisti, quando titola che per il Madrid niente è impossibile”

È già cominciata insomma la danza e la mistica del Bernabéu dove tutto può succedere, il festival di parole e concetti come lo spirito di Juanito, la remuntada, la manita, il miedo escénico, tutto quell’apparato retorico che misteriosamente [e insopportabilmente] ogni tanto si trova pure nelle cronache italiane. 

I giornali catalani ci azzuppano. Intingono il pane nel sugo. Per una volta stamattina rinunciano a dare il titolo grande al Barcellona. Il Mundo Deportivo non vedeva l’ora di scrivere grosso grosso, ma proprio grosso così: HumilladosUmiliati. 

Non deve essere facile camminare fra i rovi del calcio di Spagna. Hansi Flick ha trovato il modo. Non parla in spagnolo, né tantomeno in catalano, nonostante un vocabolario che gli è stato offerto da un giornalista locale all’inizio della stagione. Hansi Flick parla alla stampa ogni settimana, ma il più delle volte in inglese oppure in tedesco, altre volte in un suo personalissimo inglesco. Anche con i suoi calciatori comunica in inglese, con i dirigenti, con i dipendenti: con tutti. Potrebbe significare: non mi avrete. Sono qui per lavorare, non per essere arruolato in questa quotidiana guerra con la razionalità [sì, sono gli 883]. 



Questa barriera linguistica, paradossalmente – riconosce stamattina L’Équipe – è per lui una salvezza. Gli consente una certa distanza con il panorama mediatico catalano, a volte agguerrito. A volte, sì. Un filo. 

Un vantaggio che non aveva Xavi, il quale spesso finiva per perdere la calma, troppo imbevuto di mès que un club. Flick fa uso dell’umorismo e di sguardi teatrali per per evitare gli argomenti delicati che vuole scansare. Di solito è sufficiente per far arrivare il messaggio. Il giornale francese dedica stamattina un pezzo ai suoi metodi e lo definisce un tecnico più conservatore del suo predecessore. A gennaio ha fatto montare un maxi schermo davanti al campo Tito-Vilanova del centro di allenamento, un maxi-schermo usato per esaminare gli aspetti tecnici durante le sedute. A Flick torna utile per mostrare ai giocatori le caratteristiche dell’avversario in tempo reale durante gli esercizi con l’uso di un laser. 

Ora, gli schermi sono certamente più progressisti di lavagne e pennarelli. Progressista è nei metodi Julio Tous, ex membro dello staff di Antonio Conte: lavora sulla prevenzione degli infortuni muscolari. Ma dove Flick pare ottocentesco [ehm] è nelle regole del gruppo. Jules Koundé per esempio è arrivato tre volte in ritardo a una conferenza stampa e tre volte si è trovato in panchina il giorno dopo. 

Per Hansi Flick è la serata dell’abbraccio con Nico Kovac, il suo maestro e l’allenatore di cui è stato il vice sulla panchina del Bayern nel 2019. Quando tutto finì per uno e tutto iniziò per l’altro. Kovac venne allontanato, Flick prese il comando, vinse tutto, cedette alla presunzione e alla tracotanza, mollò la squadra, saltò in corsa sulla panchina della Germania, scatenò l’ira degli dèi, la hybris e tutta quella roba nella quale fate malissimo a non credere, fallì, saltò, ha dovuto ricominciare daccapo. 

Si sono conosciuti vent’anni fa nel laboratorio diabolico della Red Bull Salisburgo, dove Kovac muoveva i suoi ultimi passi da calciatore e Flick era l’assistente di Giovanni Trapattoni

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