prima di tutto
Un test genetico per poter gareggiare: l’ultimo passo di Sebastian Coe

Una ventina d’anni dopo l’abolizione del test di genere, Sebastian Coe muove il passo definitivo nella battaglia che ha occupato il grosso dei suoi pensieri da quando è alla guida di World Athletics. L’annuncio del test del DNA per la partecipazione alle gare femminili arriva una settimana dopo la sconfitta nell’elezione alla guida del CIO, ed è lecito presumere che sarebbe stato il suo jolly, il suo coniglio dal cilindro nel caso in cui fosse andato a sedere sulla poltrona. La difformità dei corpi è diventata un’ossessione politica. Prima ancora di dover affrontare questioni relative alle transizioni di genere, Coe aveva già messo fuorilegge atlete nate biologicamente donne, da Caster Semenya in poi.
Ora le atlete dovranno sottoporsi a un tampone della guancia o un’analisi del sangue una tantum per competere. Devono prendere la patente di femminilità. La presidenza di Coe è tutta definita da un progressivo inasprimento delle regole di ammissibilità alle gare, in contrapposizione alle linee guida del CIO di questi anni, a loro volta a rischio con la salita di Kirsty Coventry al soglio pontificio: non è così schierata come Coe ma sufficientemente ambigua da tenere sotto il suo ombrello di vaghezza anche uno schema simile. La sua posizione prevede “la creazione di una task force per studiare una possibile politica transgender e DSD”.
World Athletics ha fatto sapere che i regolamenti saranno presto redatti e che sarà individuato un fornitore in grado di condurre test non invasivi. Le atlete dovrammo dimostrare di non avere il gene SRY, che determina il sesso maschile nella maggior parte dei mammiferi.
Oggi World Athletics vieta alle donne transgender che hanno superato la pubertà maschile di competere e richiede alle atlete con Desorder of Sexual Development [DSD] di abbassare il proprio livello naturale di testosterone per essere ammesse.
Cosimo Cito su Repubblica lo chiama “lo schiaffo di Coe” e scrive che “Di colpo l’atletica si è risvegliata nel 1966, quando i test di genere vennero introdotti per la prima volta nell’atletica, agli Europei di Budapest: allora, un comitato di medici procedeva ad esaminare i genitali degli atleti per confermarne il sesso. Prima dell’introduzione di quei test, le sorelle sovietiche Irina e Tamara Press annunciarono improvvisamente il loro addio alle gare”.
Il Giornale lo definisce “il tampone di Adamo ed Eva” ma non è un intervento critico né problematico verso la decisione, anzi. Elia Pagnoni parla di atleti – al maschile – che prendono parte alle gare femminili.
Giulia Zonca su La Stampa dice che World Athletics ha presentato uno studio che “quantifica in una quota tra il 3 e il 5 per cento il vantaggio di un atleta nato con caratteristiche maschili e passato poi a un altro genere. Percentuale che aumenta per lanci e salti. La decisione sarà certo portata davanti al tribunale sportivo dove World Athletics ha già vinto la causa contro Caster Semenya”.
Nel luglio del 2023 la Corte europea per i diritti dell’umanità (CEDU) ha però giudicato che c’è stata discriminazione verso di lei, senza tuttavia invalidare il regolamento di World Athletics.
Ma gli studi non dicono tutti la stessa cosa
La faccenda è molto più complessa di come la presenta Coe e molto molto molto più complessa di come l’ha presentata World Aquatics con Lia Thomas – di cui Slalom si è molto occupato. Stephanie Burnett e Ines Eisele, dalla redazione Fact Check di Deutsche Welle, si sono messe a verificare se le misure restrittive sono giustificate in base ai dati scientifici di nostra conoscenza.
Secondo una dichiarazione congiunta del 2023 firmata da un gruppo di scienziati su Medicine & Science in Sports & Exercise “negli eventi atletici e negli sport che si basano su resistenza, forza muscolare, velocità e potenza, gli uomini superano le donne a causa della loro differenze sessuali fondamentali dettate dai cromosomi e dagli ormoni intervenuti nella pubertà, in particolare il testosterone”. Le donne transgender a cui è stato assegnato il sesso maschile alla nascita ma che si identificano come donne hanno dei vantaggi. Ma se si sottopongono a terapia ormonale, le differenze rispetto alle donne cisgender si riducono. Il punto chiave è capire se le differenze che rimangono sono un vantaggio inaccettabile o meno.
In uno studio del 2024 pubblicato sul British Journal of Sports Medicine , la forza della presa della mano di ventitré atleti transgender dopo almeno un anno di terapia ormonale era inferiore a quella dei 19 uomini cisgender coinvolti ma ancora superiore a quella delle 21 donne. La forza della presa della mano è considerata un indicatore della forza muscolare complessiva.
Le donne transgender che hanno preso parte allo studio mostravano un vantaggio anche in parametri come il massimo assorbimento assoluto di ossigeno e l’indice di massa magra. Ma in diversi altri aspetti avevano però risultati peggiori rispetto alle donne cisgender. Secondo gli autori dello studio, tutti questi parametri sommati fra loro dimostrano quanto sia complessa la fisiologia delle atlete transgender, fino a consigliare di non escluderle in via precauzionale.
I parametri
Fat-free mass index (kg/m2 ): Cisgender uomini 17.0, Transgender donne: 16.4, Cisgender donne: 15.0
Absolute handgrip strength (kg): Cisgender uomini: 45.7, Transgender donne: 40.7, Cisgender donne: 34.3
Absolute Vo2Max (mL/min): Cisgender uomini: 4,467 – Transgender donne: 3,682 – Cisgender donne: 3,226
Relative VO2Max to mass (mL/kg/min): Cisgender uomini: 59.1 – Cisgender donne: 54.1 – Transgender donne: 45.1
Ratio of expiratory volume to vital lung capacity (FEV1 :FVC ratio) in 1 sec: Cisgender donne: 0.88 – Cisgender uomini 0.84 – Transgender donne: 0.83
Absolute countermovement jump (cm): Cisgender uomini: 46.4 – Cisgender donne: 40.7 – Transgender donne: 36.4
Joanna Harper, fisica medica alla Loughborough University nel Regno Unito, spiega che «le donne transgender sono più alte e più forti delle donne cisgender in senso assoluto. Tuttavia, dopo aver seguito la terapia ormonale, si muovono con una ridotta capacità aerobica e una ridotta massa muscolare. Ciò può comportare svantaggi in termini di velocità, recupero e resistenza».
Harper sottolinea con Deutsche Welle che le persone transgender fanno i conti “con una condizione psicologica più povera a causa di pregiudizi e discriminazioni, un elemento che non dovrebbe essere sottovalutato come componente della prestazione atletica”.
Un altro studio del 2020 condotto da Timothy Roberts e i suoi colleghi dell’Università del Missouri-Kansas City ha esaminato il personale militare statunitense sottoposto a terapia ormonale di riaffermazione del genere. Dopo un anno di terapia ormonale, le donne transgender hanno ottenuto risultati migliori nello sport rispetto alle donne cisgender. Ma dopo due anni le loro prestazioni erano diventate del tutto uniformi. Secondo gli autori dello studio è un’indicazione importante. Ma l’anno dopo Alun Williams e il suo gruppo di ricerca alla British Association of Sport and Exercise Sciences sono giunti alla conclusione che secondo le prove scientifiche a loro disponibili la terapia ormonale elimina solo una frazione del vantaggio maschile anche dopo due anni.
Anche sul ruolo giocato dalla pubertà maschile non esiste uniformità di vedute. Prima della pubertà, ragazzi e ragazze sono fisiologicamente molto più vicini nelle prestazioni atletiche. Le differenze diventano evidenti quando il livello di testosterone si moltiplica nei ragazzi intorno all’età di 11 anni.
Tuttavia, alcuni studi condotti su bambini piccoli suggeriscono che le differenze prima della pubertà sono maggiori di quanto si pensasse in precedenza. È la tesi su cui si fonda Sebastian Coe per proporsi come inattaccabile anche in sede legale. È lo studio pubblicato nel 2024 dallo scienziato Gregory Brown dell’Università del Nebraska con i ricercatori dell’Università dell’Essex nel Regno Unito. Hanno analizzato le prestazioni di bambini sotto i 10 anni nelle gare di corsa sui 100, 200, 400, 800 e 1500 metri, nonché nel getto del peso, nel lancio del giavellotto e nel salto in lungo.
«Siamo arrivati alla conclusione che per la corsa la differenza era tra il 3 e il 6% a seconda dell’evento. Per il salto in lungo era circa del 5%. Per gli eventi di lancio siamo vicini al 20-30% di differenza»
Secondo Brown, le differenze prima della pubertà potrebbero avere a che fare con la cosiddetta mini pubertà dei ragazzi nei primi mesi di vita, con il cromosoma Y o con il gene SRY: quello che Coe adesso vuole cercare. Il cromosoma Y è uno dei due cromosomi sessuali. Le donne hanno solitamente due cromosomi X (XX) e gli uomini un X e un Y. Il cromosoma Y trasporta molti geni associati allo sviluppo e alla riproduzione maschile. Il gene SRY è particolarmente importante per lo sviluppo sessuale maschile.
Per Brown, la scoperta di un vantaggio presente anche prima della pubertà getta dubbi ulteriori sul fatto che la terapia ormonale possa compensare a sufficienza i vantaggi fisici. Anche il sito Inside The Games conferma che è questo il punto chiave per World Athletics.
Ma tutto lo sport è fatto di difformità e di vantaggi fisici. Quando a proposito della vicenda di Imane Khelif venne invocata la necessità di competere ad armi pari, si introduceva nello sport un principio di cui lo sport non si occupa. Le armi pari con i corpi non esistono. Michael Phelps aveva un’apertura alare di 2,03 metri. Detiene il maggior numero di medaglie nella storia delle Olimpiadi con 23 ori. Aveva un vantaggio? Sì. Chi stabilisce se era iniquo o addirittura sleale?
Victor Wembanyama, l’ultima stella del basket, è alto 2 metri e 25 e ha un’apertura alare di due metri e mezzo. Ha un vantaggio? In certe situazioni sì. Alle Olimpiadi è stato fotografato mentre incrociava i passi del giapponese Yuki Togashi, alto 1 metro e 67. Non sono «armi pari». Così come non aveva «armi pari» ai suoi avversari il ciclista spagnolo Miguel Indurain, 8 litri di capacità polmonare senza che fosse intervenuto sul corpo ricevuto alla nascita. Come non sono intervenute Caster Semenya e Francine Niyonsaba nell’atletica. Eppure nessuno ha mai pensato di escludere Indurain o Phelps dalle gare.

Harper spiega — a differenza di Brown e Williams — che secondo lei la scienza non suggerisce affatto che le donne transgender debbano essere bandite dalle competizioni femminili. La sua idea è che la terapia ormonale rende possibile una competizione equa. E in ogni caso, sottolinea Harper, «non esiste nello sport una cosa come l’equità al 100%. Ci sono atleti più dotati dalla natura: è giusto che atleti meno dotati debbano affrontarli? Lo sport è intrinsecamente ingiusto. Ma quando suddividiamo gli sport in categorie, lo facciamo con lo scopo che le differenze biologiche non debbano sopraffare ciò che cerchiamo nello sport. I pugili più grossi hanno un vantaggio sui pugili piccoli e dunque li separiamo in base al peso»
Ultimo aspetto, ma non meno importante, la questione dell’equità deve vivere accanto a quella dell’inclusione. Lo afferma il CIO quando nella Carta olimpica prevede che «ogni persona ha il diritto di praticare sport senza discriminazioni e in un modo che rispetti la sua salute, sicurezza e dignità. Allo stesso tempo, la credibilità dello sport competitivo, e in particolare delle competizioni sportive organizzate ad alto livello, si basa su un campo di gioco alla pari».
Deutsche Welle scrive che pur nella diversità dei risultati raggiunti, gli studiosi convergono su una affermazione: c’è bisogno di ulteriori analisi delle prestazioni atletiche degli sport d’élite per saperne di più. Questo è il punto chiave che disvela la natura ideologica di certi interventi.
Coe dice di voler proteggere lo sport femminile da quella che vede come una minaccia. Ma se gli studi delle prestazioni d’élite sono di fatto inesistenti è perché parliamo di un fenomeno quantitativamente molto molto modesto. Non esiste fuori dalla porta dello sport femminile una folla di atlete transgender che invadono corsie e pedane per vincere una medaglia. Come disse con una certa franchezza Renée Richards in una intervista con Emanuela Audisio «non mi sono tagliata il pene per vincere un torneo di tennis». Quando in piena fobia da Lisa Thomas, la World Aquatics introdusse la categoria Open ai Mondiali, le iscrizioni furono: zero.

Il sito Inside the Games dice che “una questione delicata è stata gettata sotto i riflettori” diventando materia per una battaglia elettorale.
Carlos Arribas su El Pais esce da ogni equivoco possibile e scrive che World Athletics “si allinea così alla filosofia politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e delle maggioranze conservatrici di altri paesi”. È una scelta politica molto più di quanto sia scientifica. Anche Repubblica dice che “l’atletica ha letto in fretta lo spirito del tempo che viviamo”.
Il Washington Post ricorda che il CIO aveva lasciato libera ogni federazione sportiva di elaborare le proprie regole. Ma le aveva lasciate libere di trovare una soglia di inclusione, non di disporre l’esclusione com’è accaduto perfino negli scacchi, dove fino a prova contraria la massa muscolare non incide sull’esito delle partite.
Gli stessi dirigenti del CIO vengono da una storia recente di consapevolezza sul fatto che i test genetici siano disumani, scrive Les Carpenter. “Ma le conseguenze dell’estate scorsa e di Imane Khelif hanno portato alla convinzione diffusa nella comunità olimpica che il CIO dovesse rielaborare la vicenda”.
Il Washington Post dice che Coe ha da tempo “scosso il mondo olimpico con audaci scelte politiche, tra cui l’istituzione del divieto per le persone transgender e il pagamento di 50.000 dollari ai vincitori della medaglia d’oro. L’annuncio di martedì rappresenta un’ulteriore sfida al CIO nel tentativo di trovare una politica”.
Il giornale americano affida all’intelligenza artificiale il compito di riassumere in un sommario il tenore dei commenti di chi legge. I punti salienti sono un commento definito “provocatorio” [«È incredibile quanto tempo ci sia voluto alle organizzazioni, come questa, per riconoscere l’ovvio e usare un po’ di buonsenso. Una delle idee più folli promosse dalla sinistra radicale, secondo cui le donne transgender sono donne»], tre definiti “problematici”, tra cui: “Che cos’è un test di genere? Una cosa che si chiede a qualcuno che mette il trucco? Il genere non sono i genitali. E i geni non sono solo XX e XY”; oppure: “La chiave qui è che queste cose dovrebbero essere decise dagli scienziati, non da un legislatore troglodita in Oklahoma che cerca di segnare dei punti per la sua elezione”.