In mongolfiera sì, in bicicletta no: Jules Verne la sconsigliava alle donne

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In mongolfiera sì, in bicicletta no: Jules Verne ne sconsigliava l’uso alle donne

Quando Jules Verne morì, L’Équipe esisteva già. Si chiamava ancora L’Auto, era il marzo del 1905, e Victor Breyer scrisse che se ne era andato il più meraviglioso istruttore sportivo”. Quel giornalista di 120 anni fa conosceva il romanziere morto per un attacco di diabete all’età di 77 anni perché nell’autunno precedente era andato a fargli visita ad Amiens. Non sono molti i giornali che possono avere in archivio un viaggio di ventimila leghe sotto i fogli e un giro del mondo in 80 caratteri dove imbattersi in una simile testimonianza che viene dal passato. 

Breyer trovò Verne quasi un antisportivo per temperamento, scrivendo che Jules Verne è disposto ad ammettere di aver comunque previsto lo straordinario movimento della gioventù verso una vita più ampia, più attiva, più avventurosa, un gusto crescente per i viaggi e per l’esercizio all’aria aperta; in una parola verso quel che chiamiamo la diffusione veramente colossale dello sport.

Verne aveva mandato un razzo sulla Luna prima della NASA, aveva immaginato un sottomarino, un elicottero. Ha intuito la tecnologia prima che il futuro la portasse per davvero. È il secondo scrittore più tradotto al mondo dopo Agatha Christie e prima di Shakespeare [sono dati dell’UNESCO], così in occasione dell’anniversario tondo della sua morte, l’Équipe è tornato fra le sue pagine per chiedersi quanto sport ci fosse, e dove, e cosa. 

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Ha messo il mare al centro di tutta la sua opera, analizza con il giornale francese Jean-Paul Dekiss, autore di Jules Verne, l’enchanteur [Félin, 1999]. Più della metà dei suoi 38 romanzi sono ambientati interamente o parzialmente sulle acque. Lui stesso era un marinaio. Possedeva tre imbarcazioni, tra cui il Saint Michel III, uno yacht di 30 metri. Navigò fino al Mar Baltico e circumnavigò il Mediterraneo due volte. Una passione nata in parte dall’infanzia trascorsa a Nantes, sulle rive della Loira.

In Ventimila leghe sotto i mari [1870] intuì come sarebbe stata l’esplorazione sottomarina nel secolo successivo. Il Nautilus è stato al tempo stesso «un sottomarino nucleare e un vero e proprio palazzetto galleggiante» secondo Agnès Marcetteau-Paul, storica ed ex direttrice del Museo Jules-Verne di Nantes, fantasticando pure sulle mute subacquee che sarebbero apparse nel secondo dopoguerra. «Jules Verne non era un inventore – dice – ma era molto sensibile all’attualità. La sua ispirazione fu l’Esposizione universale di Parigi del 1867, che aveva visitato e dove si era molto parlato di questi argomenti» 

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Non è stato sempre un profeta. La tuta inaffondabile e galleggiante dell’avventuriero americano Paul Boyton, protagonista di Le tribolazioni di un cinese in Cina [1879], non si è mai vista. Non ancora.

«Nell’inverno del 1877 – spiega lo storico Dekiss – Boyton aveva percorso la Loira da Orléans a Nantes con la sua muta e Jules Verne aveva assistito al suo arrivo. Ma credo che questa invenzione sia rimasta allo stadio di prototipo». Ma anche no, se ripensiamo ai costumoni del nuoto, messi fuorilegge per abuso di record mondiali. 

Nel Padrone del mondo, uno dei suoi ultimi romanzi [era il 1904], Verne ha inventato una macchina da fantascienza che poteva volare, poteva rotolare e poteva muoversi come un anfibio. In parte aereo, in parte automobile, in parte sottomarino. L’aveva chiamata Terrore, segno probabilmente di una sfiducia verso le innovazioni. 

«Alla fine della sua vita – spiega lo storico – non aveva più lo stesso appetito iniziale per le novità. Nei romanzi successivi è quasi contrario alla tecnologia e al suo sfruttamento». Un perfetto giornalista sportivo, si direbbe. Verne si rivela un critico dell’automobile, la sua esperienza sulle quattro ruote si riduce a un giretto di quindici minuti lungo i viali di Amiens, a bordo della macchina del suo medico, scrisse Victor Breyer di ritorno dalla sua visita del 1904. Negli archivi di L’Auto oggi l’Équipe c’è pure la risposta dello scrittore che preferiva viaggiare coi pensieri: «Cosa vuole farci, questi strumenti vanno troppo veloci per me, sono molto vecchio. Investono troppi polli e troppi cani». Avranno sfiorato sì e no i 30 km all’ora. Temerari. 

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E la bicicletta? Come la macchina l’innovazione veniva dalla Germania, per giunta dalla stessa Mannheim. Ma nemmeno la bicicletta sembra aver interessato Jules Verne. Diversi suoi colleghi l’hanno adoperata, da Guy de Maupassant a Émile Zola. Bisogna considerare che Verne dal 1886 zoppicava. Suo nipote Gaston gli aveva sparato con un revolver. Era stato colpito a una caviglia. Negli ultimi anni della sua vita dovette appoggiarsi a un bastone. In uno dei suoi discorsi, alla cerimonia di premiazione presso il liceo femminile di Amiens nel 1893, sconsigliò alle donne di andare in bicicletta. «Un discorso imbarazzante» – dicono gli interlocutori dell’Équipe, «così esagerato che è difficile distinguere tra ciò che pensava sinceramente e ciò che diceva in modo deliberatamente scandaloso». O forse pensava esattamente quello, e siamo noi a far faticare ad accettarlo, siamo noi a non voler accogliere l’idea che una mente così aperta alla fantasia fosse così limitata negli orizzonti della realtà. 

La bicicletta non è del tutto assente dalle sue opere. Ci sono dei ciclisti sono tra i personaggi di Il Testamento di uno Stravagante [1899], «un gigantesco gioco dell’oca che attraversa gli Stati Uniti» racconta Emmanuelle Grunvald, vicedirettrice del museo che porta il nome di Verne. Un concorrente completa il suo viaggio su una tripletta, aiutato da due pistard americani. Ma la tripletta, a differenza del tandem, non riscosse molto successo nei velodromi. 

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Quando a Il giro del mondo in 80 giorni [1873] non è per forza il romanzo più sportivo di Jules Verne. E nemmeno il più futuristico. Phileas Fogg, Passepartout e la signora Auda si spostano principalmente in barca e in treno, qualche volta a dorso di un elefante. Tuttavia – ha scritto Vincent Hubé su L’Équipe – oggi il libro è molto nello spirito dei tempi sportivi, quello dei maratoneti amatoriali o degli ultra trail runner, quegli atleti che non cercano tanto la competizione quanto la sfida personale da affrontare

Per Agnès Marcetteau-Paul, «c’è nelle azioni di Phileas Fogg una forma di gratuità, poiché Jules Verne ci spiega che se scommette 25.000 sterline, spende la stessa cifra. Cosa gli resta al ritorno? Aver compiuto un’impresa. Un’impresa compiuta soprattutto perché ci trasforma. Questo deve parlare agli sportivi». L’impresa di Fogg di attraversare il pianeta in 80 giorni è un’impresa che tutti vorranno presto imitare e persino superare. Il libro lanciò la moda del viaggio intorno al mondo, molto rivelatore di un’epoca. Nel 1889-1890, la giornalista americana Nellie Bly scoprì che poteva impiegarne 72 di giorni, partendo e arrivando a New York, con una sosta ad Amiens per rendere omaggio a Jules Verne. In bicicletta, in aereo, in barca, in macchina, a piedi, in autostop. Nel 1992 Florence Arthaud e Titouan Lamazou crearono il Trofeo Jules-Verne, una regata per fare il giro del mondo, con un equipaggio ma senza scali né assistenza: gli 80 giorni erano il tempo limite. I primi a vincere il trofeo furono Bruno Peyron e i suoi compagni di squadra: ne impiegarono 79. 

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Titouan Lamazou si prende cura del trofeo ancora oggi e a l’Équipe  racconta: «Florence e io eravamo buoni amici, insofferenti alle regole e alla misura. Dopo la mia vittoria alla Vendée Globe e la sua alla Route du Rhum, abbiamo voluto organizzare qualcosa che ci permettesse di avere barche di 25, 30, 40 metri, senza vincoli. Abbiamo ripreso l’idea di Yves Le Cornec che voleva fare il giro del mondo in 80 giorni ma privo di finanziamenti. All’epoca si pensava che non ci fosse barca in grado di fare il giro del mondo in 80 giorni. Il tempo di Bruno Peyron non ha smesso di essere battuto. Francis Joyon neh ha impiegati 40 nel 2017».

Oh, coupe de theatre. Sorpresa delle sorprese, meraviglia delle meraviglie, Jules Verne non è l’autore preferito del fondatore del Trofeo Jules Verne. «Quello che mi piace di più del libro è la storia d’amore con Aouda. Ho invece letto molte volte Michele Strogoff. È un vero eroe. I personaggi di Jules Verne, in un modo o nell’altro, hanno contribuito al mio destino senza essere necessariamente legati allo sport e alle barche. Nemo, per un navigatore, non è proprio l’esempio migliore da seguire. Finisce sepolto nel suo sottomarino, il Nautilus, alla fine di L’isola misteriosa. Per il Trofeo Jules-Verne feci costruire uno scafo di 43 metri, il Tag Heuer, che poi in effetti affondò. Allora tutti i marinai furono caustici. Non mi hanno mai chiamato Phileas Fogg, ma molte volte capitano Nemo

Tre mesi fa l’Amiens che gioca in Ligue 2 ha reso omaggio al concittadino con una terza maglia a lui dedicata, con dei riferimenti a un sottomarino, una mongolfiera, la Luna, un razzo, un vulcano e chissà quante altre cose ancora. Un omaggio paradossale – dice L’Èquipe – perché nella sua vita on risulta che Jules Verne si sia mai interessato al calcio

[illustrazione: Portrait of french writer Jules Verne, Illustration by Alessandro Lonat – si compra qui

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