Lo Slalom del 20 febbraio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

giovedì 20 febbraio 2025

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|   L’uomo passa tra foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari

Charles Baudelaire

 

    EUROGOL

La peggiore Champions italiana degli ultimi dieci anni

È andata così. La foresta di segni non faceva immaginare un epilogo diverso. È uscita pure la Juventus dopo l’Atalanta e il Milan, tutt’e tre fuori contro squadre che al momento del sorteggio avevano fatto sospirare: dai che è andata bene. Il calcio si diverte a nascondersi dietro una colonna per ascoltarci e poi prenderci in giro. 

Un’italiana sola agli ottavi è un passo indietro di dieci anni. Nel 14-15 parteciparono in due alla Champions, la Juventus superò il girone e arrivò in finale. Erano ancora tempi in cui la Nazionale andava ai Mondiali. Usciva al primo turno, ma ci andava. 

La tentazione di aprire un processo ampio esiste. Antonio Barillà su La Stampa scrive che ci ritroviamo a riflettere sul ritardo del made in Italy, con la Nazionale assente negli ultimi due Mondiali, reduce da un flop europeo e con il trionfo nel 2021 ridotto a cameo tra cocenti delusioni, con i club che nelle coppe vivono di ondate e fiammate, con il rigurgito di riflessioni a orologeria – rimestate cioè solo nei momenti bui – su strutture inadeguate e carenti programmazioni giovanili. Fabio Capello, intervistato dalla Gazzetta, ne fa una questione di ritmo e intensità. Niente di nuovo. 

Meglio non fare affidamento sul quinto posto in Champions, avverte Fabio Licari dalla Gazzetta. Inghilterra prima nel ranking UEFA e Spagna seconda. Oggi le wild card dell’UEFA andrebbero a Bournemouth e Villarreal: sono i loro Bologna. Per come si stanno mettendo le cose, resterà fuori dalla grande Coppa una fra Juventus e Milan, se non tutt’e due. Qualcuno piangerà ha scritto Licari. Perché restare fuori dalla Champions è un giro in meno al Bancomat

I Minions agli ottavi di finale sono quattro e in tre sono passate sul corpo di un’italiana. La Spagna ha portato tre squadre agli ottavi, una in meno che nel 2024 ma tre in più del 2023. L’Inghilterra è salita da due a tre pur perdendo il Manchester City per la prima volta dal 13-14. La Germania ha ripetuto le stesse tre di un anno fa. La Francia ne ha due come nel ‘20 e nel ‘22. Il Portogallo almeno una come 10 volte negli ultimi 11 anni. L’Olanda due come non succedeva dal 2005-2006. Il Bruges è agli ottavi per la seconda volta in tre anni dopo il niente che per il Belgio durava dal 16-17. 

L’ANALISI DELL’ELIMINAZIONE  |  Il PSV Eindhoven aveva vinto una sola partita su quattro dall’inizio di febbraio e veniva da tre pareggi di fila in Eredivisie: gli sono costati il primo posto. Eppure. Emanuele Gamba su Repubblica sottolinea che “Thiago Motta fallisce così il secondo traguardo su due dopo la Supercoppa, invocherà gioventù e inesperienza come alibi ma è una débâcle clamorosa per lui e per l’intero calcio nostro, perché nemmeno a questo tracollo, come per Atalanta e Milan, c’è scusante. La Juventus ha giocato una partita senza fronzoli, passando però dalla forza della resistenza alla fragilità della paura, lasciandosi travolgere dal Psv, che ha confermato i suoi limiti ma ha trovato il coraggio per provarci anche scavalcando regolarmente il centrocampo e sfruttando i lancioni dei due difensori centrali, entrambi di piede buono, alla ricerca della zucca di De Jong o del piede di una delle due ali, per attivarne il dribbling”.

Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta considera che alla Juve sono mancati gli inserimenti di McKennie e le accelerazioni di Gonzalez a sinistra, forse l’americano e l’argentino hanno sofferto il lavoro difensivo, di prevenzione. La Juve ha pagato carissimo il mancato gol nel quadro di un primo tempo accettabile

Una certa aria di sufficienza circondò pure il sorteggio di Ajax-Juve quarto di finale del 2019. Finì come finì. Ora ci trasciniamo questo piccolo grande incubo olandese pure al turno successivo, l’Inter troverà o il PSV o il Feyenoord. Non ci sarà né Juve-Inter né Milan-Inter, ma possono apparire dal cilindro di Nyon il derby di Madrid, il derby tedesco tra Bayern e Leverkusen, avremo PSG-Liverpool o PSG-Barcellona. Tutto sapremo domani, con la composizione di un tabellone topo tennis fino alla finale del 31 maggio in Baviera. 

figurine

La postura di Sergio Conceiçao

  In una bella analisi per Sky Sport Insider, Marco Bucciantini si domanda se davvero Sergio Conceiçao fosse così necessario al Milan. Parla di pagine chiare e pagine scure come nella Rimmel di De Gregori, canzone che ha gli stessi cinquant’anni dell’allenatore portoghese e lo definisce un tecnico che non ha saputo trovare una linea fra le emozioni distanti e polari perché lui stesso per primo è sempre troppo sopra o troppo sotto il tono giusto. In circa 50 giorni ha consumato più retorica d’un romanzo avariato, ha cavalcato tutte le battaglie più facili, quelle più suggestive per un tifo deluso, esaltato dalla miracolosa tournée araba, con le due avversarie più importanti e aspre battute in rimonta, e il conseguente trofeo, venduto con impeto western. Un imprudente racconto della vittoria che s’è logicamente ribaltato. Troppo in fretta ha voluto marcare il successo, così da essersi costretto da subito ad additare altri per le sconfitte o le sofferenze, rincorrendo giocatori per il campo, punendo e assolvendo e punendo ancora e perdonando ancora ma non troppo: un disorientamento che deve aver minato la credibilità del tecnico

Secondo Bucciantini, nell’agire di Conceiçao è stata troppo ostentata la posa. L’evocazione del mestiere. Il Milan aveva bisogno di organizzazione e di cultura del gioco. Di trovare un equilibrio che permettesse ai giocatori talentuosi ma dispersivi e un po’ traditori di stare insieme e coprire il campo. Di livellarsi (non nel senso di appiattirsi), di trovare un’andatura fra quella polarità premessa nelle righe iniziali e questo poteva avvenire con un lavoro squisitamente “tattico”, con un pensiero di squadra. Invece, in questi giorni intensi (troppo intensi: anche nel campo emotivo andava trovata una serenità) si è visto l’umore di squadra, i nervi, la reazione, la pulsione, l’impeto ma mai un’idea forte, appunto: un senso e una coscienza.

meduse

Aggiungi un posto a tavola, Gasperini ha un nemico in più

  «Lookman è uno dei peggiori rigoristi che io abbia mai visto». Così ha detto Gian Piero Gasperini del suo attaccante dopo sconfitta contro il Bruges, perché le vittorie sono di tutti ma le sconfitte sono dei Theo e dei Lookman.

Maurizio Crosetti su Repubblica ha scritto: Un maestro che dà dell’asino a un allievo, non nel chiuso di una stanza (non si fa comunque) ma di fronte al mondo intero, che razza di maestro è?. Di Canio direbbe che se Lookman ha perso contro il Bruges, allora aveva vinto contro il, Bayer Leverkusen quando segnò tre gol. I panni sporchi – continua Crosetti – si lavano in casa, Gasperini preferisce lavarli nelle conferenze stampa dove, negli anni, è riuscito ad attaccare arbitri, dirigenti (anche i propri), giocatori (anche i propri), tifosi e avversari. Ci vorrebbe un po’ di rigore.

Anche Antonio Barillà su La Stampa ha scritto che colpiscono le parole scelte: liberissimo, il tecnico, di ricordare che non si tratta d’uno specialista, ma definirlo «tra i peggiori rigoristi mai visti» sottende protervia e arroganza. Ultimamente è recidivo, ha perfino bacchettato la società per il mercato invernale, crediamo abbia grandi meriti nel successo nerazzurro ma un filo d’umiltà (e un buon esempio) non guasterebbero.

cadute

Le metafore usate per la caduta di Guardiola

  L’altro grande tema della serata è la cosiddetta fine del ciclo Guardiola. Se poi dovesse vincere la Champions l’anno prossimo, il grande tema sarà la resurrezione di Guardiola. Tempo fa c’era il direttore di un giornale che accoglieva con rassegnazione le proposte di pezzi tipo: non ci sono più salmoni al largo della Scozia. Diceva: va bene, facciamolo, e il mese prossimo facciamo: il ritorno dei salmoni al largo della Scozia. 

Guardiola è finito tra le fauci del Real Madrid e col senno di poi – scrive Alfredo Relano su As  – il fatto che il Madrid abbia dovuto sopportare la dura prova di questi sedicesimi di finale ha fatto bene alla sua immagine come club, ai suoi tifosi e alla sua nuova stella, Mbappé, incoronato sotto i riflettori europei con una straordinaria tripletta

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IL CALCIO ITALIANO

Le plusvalenze del Napoli

  La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis con l’accusa di falso in bilancio in relazione alle annate 2019, 2020 e 2021. Al centro del procedimento le presunte plusvalenze fittizie nelle operazioni di cessione di Manolas e di acquisto di Osimhen. I legali: “De Laurentiis estraneo alle contestazioni”

Monica Scozzafava sul Corriere della sera ricorda che “il club nell’aprile 2022 era già stato prosciolto in due gradi di giudizio. La vicenda potrebbe riaprirsi in sede di giustizia sportiva solo se sopraggiungessero nuovi e rilevanti elementi così da contraddire la sentenza precedente. La Procura Federale in questo caso avrebbe il diritto di proporre un ricorso per revocazione. Ora il procuratore federale Chinè dovrà ricevere gli atti dalla procura di Roma. Due anni fa in sede sportiva lo stesso Chiné chiese 11 mesi di inibizione, ma il Tribunale federale assolse De Laurentiis e la società”.

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RUOTE

Che Ferrari sarà

  Sulla prossima Rossa c’è uno spruzzo di bianco. Sembra venire dagli anni Settanta. Sembra la macchina di Niki Lauda. Ma le modifiche più consistenti sono quelle sotto la vernice e sotto la scocca, sempre che in Formula 1 si possa chiamare scossa, chi lo sa, chi può dirlo. Ieri la Ferrari ha fatto i primi giri non ufficiali per il filming day, qualunque cosa sia, seminando entusiasmo e passione, in alternativa passione ed entusiasmo. Vincenzo Borgomeo su Formula Passion fa notare che al primo giorno sono tutti campioni del mondo, mentre Leo Turrini sul suo blog Profondo Rosso prende l’aspetto sentimentale e dice che il primo giorno della SF25, la nuova Ferrari, si è trasformato in una sorta di Woodstock motoristica, un Festival di Sanremo a bordo pista, con il rumore della macchina Rossa al posto dei ritornelli delle canzonette. Giuro: in mezzo secolo di vita randagia sui sentieri della emozione chiamata Cavallino mai mi ero imbattuto in scene simili. Gente aggrappata alle reti del circuito, gente arrampicata su improbabili tralicci, gente che vagava tra Fiorano e Maranello tirandosi dietro panini al prosciutto e piccole scale, per salire più in alto e buttare lo sguardo sulla vettura della ennesima, infinita, eterna speranza. Ora, lasciate perdere gli intellettuali da strapazzo e gli opinionisti un tanto al chilo e i presunti maestri in cattiva sociologia. Qui c’è qualcosa di più del marketing, della potenza del Brand, del fascino dell’ormai quarantenne Lewis Hamilton che viene a sparare le ultime cartucce di Rosso vestito. Qui invece c’è un sentimento che forse potremmo considerare il residuo di un orgoglio ormai inesistente per tante cose “italiane” [mmm, ndSl]. Miracolosamente, magnificamente e forse persino incomprensibilmente, un uomo nato nell’Ottocento, cioè Enzo Ferrari, ha saputo lasciare in eredità una speranza ad un Paese depresso, svuotato di energie e perplesso (eufemismo) sull’avvenire.

Gli occhi esperti hanno visto e hanno colto cose anche dai primi giri. Matteo Bobbi su Sky Sport Insider accenna a tutti i segreti della SF-25: Il cambiamento più d’impatto però, da un punto di vista tecnico, è localizzato sull’anteriore, dove è stata cambiata la geometria delle sospensioni. Dopo tanti anni la Scuderia ha abbandonato il sistema ‘push rod’, cioè con il puntone, per un sistema ‘pull rod’, quindi a tirante. Il motivo è presto detto: l’aerodinamica della macchina. Una sospensione ‘pull rod’ regala una maggiore pulizia nell’anteriore, soprattutto in una zona nevralgica come quella dell’entrata dei canali venturi. Maggiore pulizia uguale minori vortici in ingresso nei canali: in questo modo si migliora il lavoro del fondo della vettura. Un altro vantaggio della ‘pull rod’ è la disposizione dei pesi, perché tutti gli elementi che compongono la sospensione si trovano più in basso rispetto a una ‘push rod’. Per quanto riguarda invece la sospensione posteriore sono rimasti fedeli al 2024: se il ‘pull rod’ all’anteriore è la novità, il ‘pull rod’ al posteriore è la continuità. Ferrari è l’unico team, insieme alla Haas, ad aver optato per questa scelta: tutti gli altri otto team in griglia hanno scelto il ‘push rod’ al posteriore. Un altro modo per differenziare la strategia rispetto alle dirette concorrenti McLaren e Red Bull.

Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera ha invece esaminato il debutto di Lewis Hamilton sulla macchina. Ha trovato perfetto l’approccio dell’eptacampione del mondo al mondo di Maranello, dal West alla via Emilia, scrivendo che Lewis sprizza un’energia contagiosa, si esprime come un ragazzino che ancora deve vincere qualche garetta. Un grande attore, un uomo che pare rigenerato, come dice, mentre si appresta a giocare il suo terzo tempo in F1. Anche per questo punta a conquistare ogni singolo elemento del team, ponendosi, da ultimo arrivato, come magico leader. D’altro canto, ha azzeccato i toni anche Leclerc, concedendo la scena al nuovo compagno con l’aplomb di chi sa che la scena, quel Lewis, l’avrebbe presa comunque nelle settimane che precedono il primo testa a testa”.

La data è il 16 marzo, il posto è Melbourne, la sfida per Vasseur e il box – scrive Terruzzi – è gigantesca: Assorbire una doppia impazienza. Quella di un fenomeno che rimanda da anni l’appuntamento con il titolo; quella di un vecchio campione che ha poco tempo per realizzare il sogno più potente della storia delle corse

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Dove vuole arrivare Pogacar

Lo Jebel Jais è una montagna bellissima. Così sembra almeno. Boh. È  la vetta più alta degli Emirati Arabi, ma si trova sul versante dell’Oman. Vicino alla cima ci sono parcheggi, punti di ristoro, servizi igienici, una piattaforma panoramica. Dopo un posto di blocco la strada continua a salire per alcuni chilometri fino alla teleferica più lunga del mondo e a una torre per le telecomunicazioni che giganteggia su un’area utilizzata per spettacoli all’aperto. L’ultimo tratto della salita è una strada privata in mattoni che s’arrampica verso l’alto ma è chiusa al pubblico, porta fino al palazzo dello sceicco Saud Bin Saqr Al Qasimi. 

In questo posto principesco e sovrannaturale Tadej Pogacar ha vinto ieri la prima corsa del suo 2025, la terza tappa del Giro UAE con la maglia UAE. Ha colmato il ritardo che aveva preso nella cronometro dal gallese Joshua Tarling e stamattina parte con la maglia rossa di leader. Domenica ultima tappa ancora in cima sullo Jebel Hafeet. 

Davide Cassani sta guardando la corsa in tv e stamattina sulla Gazzetta ipotizza che Pogacar sia preparando Sanremo e Roubaix. Ha scritto: Quando Tadej corre vince quasi sempre. Mi erano arrivate informazioni dalla squadra dove mi spiegavano che già in ritiro in Spagna Tadej era davvero incontenibile. Non c’è niente da fare, è un fenomeno. Ma lo sapevamo già. Dove potrebbe sorprenderci? Il primo pensiero che mi viene in mente è rivolto alla Milano-Sanremo. Non è per scalatori ma per finisseur, una corsa in cui gente come Van der Poel, Van Aert e, perché no, Ganna sono corridori difficilmente staccabili. E allora penso che, andando a vedere anche i primi giorni di gara, lunedì Tadej si è impegnato nella volata in leggera salita, è partito a 400 metri dall’arrivo nello sprint poi vinto da Milan. Avendo in programma il Tour, la prima grande corsa a tappe a cui parteciperà, potrebbe aver cercato di migliorare la volata e la sparata, lo sforzo breve e intenso che servirebbe per staccare tutti sul Poggio o eventualmente cercare di battere quelli che ci saranno su via Roma nel finale

Poi ci sono la foresta di Arenberg e le pietre. Lo abbiamo visto fare la ricognizione e sappiamo bene che il suo obiettivo è vincere tutte le gare importanti in calendario. Quindi, chissà, se fosse in condizioni eccellenti dopo il Giro delle Fiandre potrebbe evitare Amstel e Freccia Vallone

Ma non è il corridore con più gloria presente agli Emirati. Con il numero 71 attaccato dietro la schiena e sulla canna della bici pedala in tutta serenità Chris Froome, il solo corridore in attività ad avere il suo nome nell’albo d’oro di Tour, Vuelta e Giro. Ma l’ultima corsa vinta è di sette anni fa. Ieri è arrivato dopo 11 minuti, in classifica ha un ritardo di 14. Alessandra Giardini su Domani gli ha dedicato un ritratto, scrivendo che è facile oggi innamorarsi di lui

Quando vinceva, Chris Froome non piaceva quasi a nessuno.  Ha deciso di bere la sua amara borraccia fino in fondo, anzi sembra godersi un mondo questo finale di partita da very common people.  in Francia i dittatori erano visti con un certo sospetto: era troppo doloroso il vuoto nell’albo d’oro (ma non nella memoria) che aveva lasciato quel baro di Lance Armstrong. E figuriamoci se Froome poteva funzionare, con quelle gambine che impazzivano in salita come un frullatore della Girmi: sospetti, dossier, gossip, insinuazioni. E i tifosi sulle strade del Tour gli sputavano addosso, tiravano pugni ai suoi gregari, lo minacciavano di spaccargli le ossa. Un giorno uno gli lanciò una tazza di pipì e gli gridò dopé, dopato. Quando lo abbiamo visto mortale come noi ci siamo appassionati alla sua storia, e abbiamo sperato in un improbabile lieto fine. Quando lo abbiamo visto vacillare, trascinarsi, incapace di trovare una soluzione, finalmente Froome ci è apparso per quello che è: un corridore romantico, un uomo ironico e dolce, un gentleman. Adesso che non vince più, fare il tifo per Froome è facilissimo. È come in quelle serie che ci hanno catturato, tenuti lì per giorni, mesi, anni, ci siamo appassionati, indignati, spaventati, rassicurati, divertiti. E aspettiamo l’ultima puntata come un evento, perché vogliamo sapere come va a finire. E magari piangere un po’, che ci fa bene.

   SLALOM VINTAGE 

L’occhio di settant’anni fa sullo sport femminile

Il 20 febbraio del ‘55 il signor Piero Gabotto da Milano scrive una lettera al dottor Giuseppe Frattini, specialista di medicina sportiva e capo del servizio medico del Giro d’Italia, titolare di una rubrica scientifica sulla Gazzetta dello sport dell’epoca.

Ho notato con perplessità – gli dice il signor Gabotto – che nel suoi scritti mai ha speso una parola per lo sport femminile. Ciò mi induce a pensare che ella sia, non dico avversario, ma perlomeno indifferente verso ogni attività sportiva della donna. Non pensa che lo sport femminile, in fase di enorme evoluzione, di costante e impressionante progresso, sia destinato in un tempo non troppo lontano a raggiungere i traguardi a cui è pervenuto quello maschile? Io credo che vi saranno, un giorno, donne capaci di correre i 1500 in 8’40”, o nuotare i 400 in 4’20”, lottando pari a pari con l’uomo. Del resto non è quello che avviene nell’ippica, dove le femmine, che non hanno da trascinarsi i secoli e secoli di vita sedentaria ed antigienica dello nostre donne, spesso prevalgono sui maschi, vincono grandi prove e stabiliscono record?.

Giuseppe Frattini risponde: La sua osservazione è fondamentalmente giusta, ma le preciso subito che ciò non deriva da una personale avversione o indifferenza verso lo sport femminile; anzi, se lei volesse scorrere un mio articolo in data 17 dicembre ’50, vi troverebbe espressioni di rammarico e di incitamento per una maggior diffusione dello sport e della sana educazione fisica fra le donne d’Italia. Tuttavia non penso che lo sport femminile sia, da noi «in fase di enorme evoluzione, di costante e impressionante progresso»  e neppure che sia «destinato in un tempo non troppo lontano a raggiungere i traguardi a cui è pervenuto quello maschile». Tantomeno che in Italia «vi saranno un giorno donne capaci di correre i 1500 in 3’40”» (tempo di Beccali 3’49”; dell’australiano Landy, attuale recordman del mondo, 3’41″8 … ) ; né me lo auguro, perche vorrei donne veramente più sportive, ma per ora, più che di campionesse eccezionali, sarebbe auspicabile il diffondersi della vita igienico-sportiva con esercitazioni e giochi atletici tall da migliorare in senso fisico completo la massa delle nostre leggiadre compagne. 

Penso anch’io che sarebbe interessante il ritratto fisico di qualche moderna… Atalanta, ma, sempre per polemizzare cortesemente, la mitologia ci tramanda che essa fu vinta in corsa dal «maschio» Ippomene, sconfitta quindi, anche se a giustificazione ci fu l’inganno. Tornando alla realtà, a parte una difficoltà puramente occasionale di non avere sott’occhio una atletessa di grande valore da esaminare, a parte poi la difficoltà di un tale esame, non essendo io il tipo da trinciare giudizi affrettati, resta pur sempre il fatto che, nonostante tutto, lo sport femminile non raggiunge sotto cieli italiani la consistenza e popolarità di quello maschile. L’organismo femminile ha delle proprietà fisiologiche e anatomiche sue proprie, per cui mi è difficile ammettere che limiti come quelli da lei citati possano essere raggiunti dal bel sesso e non solo in Italia. Non è esattamente come dice lei, anche nell’ippica, per quanto esistano qui differenze fisiologiche meno marcate, soprattutto riguardo il sistema neuro-endocrino, che in questi ultimi tempi va acquistando una sempre maggior importanza nella valutazione atletica. Inoltre, gli oppositori dell’agonismo femminile sportivo osservano nelle donne: minor massa muscolare, ossa più fragili, tronco lungo, bacino obliquo, centro di gravità più basso, cuore più piccolo, minor numero di globuli rossi, respirazione costale, psiche in equilibrio meno stabile, possibilità di congestioni, viziature degli organi del bacino, deformità e ipertrofie in certi sport, minor resistenza nervosa e di adattamento organico allo sforzo. 

Lungi dal concordare in tutto: forse la scienza in avvenire ci dirà che qualcuno di questi «vizi» è invece un indice di superiore potenziale atletico, ma … bisogna rimanere saldamente ancorati alla realtà ed essere cauti due volte negli esperimenti in corpore vili, anche se credo fermamente che la donna possa e debba «rendere sportivamente» di più, almeno nel nostro Paese. 

Federico Tesio, il geniale e scrupoloso osservatore nel campo dell’ippica e dell’allevamento, segnala (dai libri genealogici del purosangue, su 12 milioni di casi controllati e rapidamente controllabili): 1) le femmine celebri che hanno corso molto, appunto perché celebri, sono spesso delle fattrici modeste; 2) moltissimi fra i cavalli convenzionalmente qualificati di gran fondo sono figli di femmine che non hanno mai corso o corso poco o solo sulle brevi distanze. Perché? Perche queste femmine hanno risparmiato e quindi accumulato molto del loro potenziale nervoso trasmissibile. Badi bene, Tesio parla di purosangue e di selezione: che per quanto riguarda il numero, la potenzialità procreativa delle campionesse non può essere intaccata. (Uno studio riferisce che da 16 nostre atlete di vari sport si ebbero 25 figli). 

Interpretando i suoi desideri, mi pare che il problema più vivo resti sempre quello del numero delle praticanti, molto scarso invero; poche atlete raggiungono poi una maturità atletica reale intesa nelle effettive modificazioni cardiovascolari e morfologiche e neuro-psichiche. In conclusione – e a parte il fatto che nello sport femminile non sono compresi i 1500 piani, la distanza massima essendo degli 800 metri – può anche darsi che un giorno una donna-fenomeno (una vera donna!) raggiunga limiti ritenuti irraggiungibili: ma questo sarà pur sempre una eccezione.

 

     IL TELECO-SLALOM

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