L’occhio di settant’anni fa sullo sport femminile

Quel paragone fra le atlete e le cavalle

Il 20 febbraio del ‘55 il signor Piero Gabotto da Milano scrive una lettera al dottor Giuseppe Frattini, specialista di medicina sportiva e capo del servizio medico del Giro d’Italia, titolare di una rubrica scientifica sulla Gazzetta dello sport dell’epoca.

Ho notato con perplessità – gli dice il signor Gabotto – che nel suoi scritti mai ha speso una parola per lo sport femminile. Ciò mi induce a pensare che ella sia, non dico avversario, ma perlomeno indifferente verso ogni attività sportiva della donna. Non pensa che lo sport femminile, in fase di enorme evoluzione, di costante e impressionante progresso, sia destinato in un tempo non troppo lontano a raggiungere i traguardi a cui è pervenuto quello maschile? Io credo che vi saranno, un giorno, donne capaci di correre i 1500 in 8’40”, o nuotare i 400 in 4’20”, lottando pari a pari con l’uomo. Del resto non è quello che avviene nell’ippica, dove le femmine, che non hanno da trascinarsi i secoli e secoli di vita sedentaria ed antigienica dello nostre donne, spesso prevalgono sui maschi, vincono grandi prove e stabiliscono record?.

Giuseppe Frattini risponde: La sua osservazione è fondamentalmente giusta, ma le preciso subito che ciò non deriva da una personale avversione o indifferenza verso lo sport femminile; anzi, se lei volesse scorrere un mio articolo in data 17 dicembre ’50, vi troverebbe espressioni di rammarico e di incitamento per una maggior diffusione dello sport e della sana educazione fisica fra le donne d’Italia. Tuttavia non penso che lo sport femminile sia, da noi «in fase di enorme evoluzione, di costante e impressionante progresso»  e neppure che sia «destinato in un tempo non troppo lontano a raggiungere i traguardi a cui è pervenuto quello maschile». Tantomeno che in Italia «vi saranno un giorno donne capaci di correre i 1500 in 3’40”» (tempo di Beccali 3’49”; dell’australiano Landy, attuale recordman del mondo, 3’41″8 … ) ; né me lo auguro, perche vorrei donne veramente più sportive, ma per ora, più che di campionesse eccezionali, sarebbe auspicabile il diffondersi della vita igienico-sportiva con esercitazioni e giochi atletici tall da migliorare in senso fisico completo la massa delle nostre leggiadre compagne. 

Penso anch’io che sarebbe interessante il ritratto fisico di qualche moderna… Atalanta, ma, sempre per polemizzare cortesemente, la mitologia ci tramanda che essa fu vinta in corsa dal «maschio» Ippomene, sconfitta quindi, anche se a giustificazione ci fu l’inganno. Tornando alla realtà, a parte una difficoltà puramente occasionale di non avere sott’occhio una atletessa di grande valore da esaminare, a parte poi la difficoltà di un tale esame, non essendo io il tipo da trinciare giudizi affrettati, resta pur sempre il fatto che, nonostante tutto, lo sport femminile non raggiunge sotto cieli italiani la consistenza e popolarità di quello maschile. L’organismo femminile ha delle proprietà fisiologiche e anatomiche sue proprie, per cui mi è difficile ammettere che limiti come quelli da lei citati possano essere raggiunti dal bel sesso e non solo in Italia. Non è esattamente come dice lei, anche nell’ippica, per quanto esistano qui differenze fisiologiche meno marcate, soprattutto riguardo il sistema neuro-endocrino, che in questi ultimi tempi va acquistando una sempre maggior importanza nella valutazione atletica. Inoltre, gli oppositori dell’agonismo femminile sportivo osservano nelle donne: minor massa muscolare, ossa più fragili, tronco lungo, bacino obliquo, centro di gravità più basso, cuore più piccolo, minor numero di globuli rossi, respirazione costale, psiche in equilibrio meno stabile, possibilità di congestioni, viziature degli organi del bacino, deformità e ipertrofie in certi sport, minor resistenza nervosa e di adattamento organico allo sforzo. 

Lungi dal concordare in tutto: forse la scienza in avvenire ci dirà che qualcuno di questi «vizi» è invece un indice di superiore potenziale atletico, ma … bisogna rimanere saldamente ancorati alla realtà ed essere cauti due volte negli esperimenti in corpore vili, anche se credo fermamente che la donna possa e debba «rendere sportivamente» di più, almeno nel nostro Paese. 

Federico Tesio, il geniale e scrupoloso osservatore nel campo dell’ippica e dell’allevamento, segnala (dai libri genealogici del purosangue, su 12 milioni di casi controllati e rapidamente controllabili): 1) le femmine celebri che hanno corso molto, appunto perché celebri, sono spesso delle fattrici modeste; 2) moltissimi fra i cavalli convenzionalmente qualificati di gran fondo sono figli di femmine che non hanno mai corso o corso poco o solo sulle brevi distanze. Perché? Perche queste femmine hanno risparmiato e quindi accumulato molto del loro potenziale nervoso trasmissibile. Badi bene, Tesio parla di purosangue e di selezione: che per quanto riguarda il numero, la potenzialità procreativa delle campionesse non può essere intaccata. (Uno studio riferisce che da 16 nostre atlete di vari sport si ebbero 25 figli). 

Interpretando i suoi desideri, mi pare che il problema più vivo resti sempre quello del numero delle praticanti, molto scarso invero; poche atlete raggiungono poi una maturità atletica reale intesa nelle effettive modificazioni cardiovascolari e morfologiche e neuro-psichiche. In conclusione – e a parte il fatto che nello sport femminile non sono compresi i 1500 piani, la distanza massima essendo degli 800 metri – può anche darsi che un giorno una donna-fenomeno (una vera donna!) raggiunga limiti ritenuti irraggiungibili: ma questo sarà pur sempre una eccezione.

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