Lo Slalom del 24 febbraio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

lunedì 24 febbraio 2025

 

|   In Russia sta cambiando tutto

Ho visto dei bambini che mangiavano i comunisti

Gino e Michele

 

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

I russi alle porte dello sport

Soffia un vento trumpiano nelle vele dello sport. Lo sapeva Flaiano quando diceva che gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori. La sorpresa è che non sono soltanto gli italiani. Gli ultimi commenti della Casa Bianca sull’invasione dell’esercito russo [l’Ucraina è responsabile] e sull’illebaralità del potere di Volodymyr Zelensky [un dittatore senza elezioni], insieme con il dibattito sugli accordi di pace ha innescato una discussione parallela sul ritorno delle squadre e degli atleti della Russia nella comunità sportiva

Le squadre di calcio di club non giocano le Coppe, la Nazionale non parteciperà alle qualificazioni per i Mondiali del 2026. Finora. La sospensione rimane in vigore e la UEFA ha dichiarato che per ora non ci sono motivi a sufficienza per rivedere la decisione. Zoran Lakovic, direttore delle associazioni nazionali dell’organismo di governo, è intervenuto a una conferenza straordinaria della Federcalcio russa durante questo mese e ha affermato di sperare di vedere il paese tornare al calcio internazionale nel 2025. «Lo sport dovrebbe unire, non dividere le persone» ha detto a Izvestia. «Lo sport dovrebbe rimanere completamente fuori dall’influenza politica».

Giovedì scorso, il presidente di World Athletics Sebastian Coe, candidato a presidente del CIO con la stessa linea trumpiana sull’esclusione transgender, ha dichiarato al canale YouTube Uncensored di Piers Morgan che avrebbe «considerato molto attentamente» la possibilità di consentire alla Russia di rientrare in gara, in caso di sua vittoria alle elezioni e di accordo di pace. «Se arriviamo a un accordo di pace con la soddisfazione di entrambe le parti, allora è molto meglio avere persone dentro lo sport che fuori». 

Nel 2023 la UEFA aveva annunciato il reintegro della Nazionale Under-17 russa agli Europei giovanili dell’anno successivo. Ci fu una forte resistenza guidata dalla federazione inglese e una repentina marcia indietro. [Se ci fate caso, le marce indietro sono sempre repentine]. 

Per riportare il calcio russo dentro il perimetro dell’attività UEFA bisognerà passare dal protocollo previsto. Dovrà deciderlo il comitato esecutivo [ExCo] della UEFA. L’articolo 27 dello statuto afferma che le decisioni «devono essere prese con la forza di più della metà dei voti validi espressi dai membri votanti presenti». Se il voto finisce in parità, il presidente Aleksander Ceferin esprime quello decisivo alzando o abbassando il pollice [non è che davvero lo fa con il pollice, ma faceva fico e ammiccava assai scriverlo così]. 

L’ExCo è composto da Ceferin e da un massimo di altri 19 membri, 16 dei quali eletti dal congresso UEFA, due dall’ECA e un altro dalle European Leagues. Attualmente l’ExCo è a 18 membri: servono perciò 10 voti a favore della Russia. Uno dei membri dell’ExCo è Aleksandr Dyukov, presidente della compagnia petrolifera russa Gazprom Neft, una sussidiaria della statale Gazprom. Per quanto paia difforme dal contesto generale, Dyukov può ancora partecipare alle riunioni dell’ExCo. Di fronte a un via libera della UEFA, il consiglio della FIFA difficilmente potrebbe ostacolare il ritorno anche in campo mondiale. Sarebbe irrituale se il consiglio [37 membri senza russi] non ratificasse. 

ALTRI ABRAMOVICH  ►  È interessante il passaggio che The Athletic dedica alla prospettiva di nuovi oligarchi russi alla presidenza di club europei. Roman Abramovich, considerato filo-Cremlino, venne inserito tra le personalità da sanzionare e dovette vendere il Chelsea. Oggi non ci sono calciatori russi in Premier League, in serie A e in Bundesliga, ce ne sono tre nella Ligue 1 francese e uno nella Liga spagnola. La Premier League ha anche sospeso il suo accordo di sei anni con Match TV, l’emittente russa che avrebbe dovuto iniziare a trasmettere il campionato dal 2022-23.  Avere un nuovo Abramovich presidente è una questione più complessa. In teoria, un cittadino russo che non sia stato sanzionato dal governo del Regno Unito può ancora acquistare una squadra inglese, nonostante la guerra in corso in Ucraina. Ma perché accada, dovrebbe superare il test dei proprietari e dei dirigenti della Premier League [OADT]. La lega ha aggiornato le sue regole dopo il caso Abramovich in termini più restrittivi.  

LA PALLACANESTRO    Alla Russia sta pensando anche l’Eurolega. Il CSKA Mosca ha il suo nome nell’albo d’oro recente del torneo [2016 e 2019], nel 2021 era alla Final four. Il direttore esecutivo del Coaching Board, Goran Sasic, in una intervista rilasciata a Sport Express ha buttato lì la sua previsione: due squadre russe torneranno presto a giocare il torneo. «Un anno fa credevo che le sanzioni sarebbero durate tre anni come per la Jugoslavia. Ma avete visto cosa è successo nelle ultime 48 ore? Credo che le cose cambieranno presto». Ha anche rivelato che durante l’ultima riunione del consiglio direttivo si è discusso dell’opportunità di ampliare la competizione a 20 squadre, una proposta che ritiene sia stata avanzata proprio per fare spazio ai club russi.

Sasic crede che saranno CSKA Mosca e Zenit San Pietroburgo. «Dobbiamo correggere questa ingiustizia storica e penso che abbiamo aspettato abbastanza».  

    EUROGOL

Quasi quasi mi apro il paracadute

Il Leeds non perde in campionato dalla fine di novembre. Stasera va sul campo dello Sheffield United per portare a cinque i punti di vantaggio nella Serie B inglese, oppure sarà lo Sheffield a prendersi il primo posto in classifica, mentre il Burnely è là che incombe al terzo posto. Leeds, Sheffield United e Burnley sono tutte in corsa per il ritorno in Premier League, ma Jonathan Wilson sul Guardian ha scritto che i tifosi si chiedono se ne valga davvero la pena, considerato che l’euforia del momento sarebbe presto rimpiazzata dalla tristezza per la sconfitta abituale, una volta risaliti in Premier. 

Tutt’e tre le squadre lo sanno bene perché sono retrocesse nelle ultime due stagioni. Hanno una delusione fresca sulla pelle, ma non solo. Se sono lassù è perché stanno tutte beneficiando dei soldi della Premier League e del pagamento di quella specie di welfare che chiamiamo paracadute. Anche l’anno scorso due delle tre squadre promosse erano appena retrocesse dalla Premier League nella stagione precedente. Non è un fenomeno del tutto nuovo – spiega il Guardian – ma la manciata di squadre troppo forti per la serie B e non abbastanza per la Premier, non era mai stata così chiaramente definita.

Ci sono eccezioni, ci sono squadre che si fanno prendere dallo sconforto e non risalgono, anzi, continuano a perdere [il Sunderland 2018 o il Luton adesso], ma certamente non ci sono eccezioni al contrario, non c’è più spazio per un Ipswich 1962 o un Nottingham Forest 1978, quelle che salgono in Serie A e vincono il campionato. Ma i soldi della Premier League sono chiaramente un enorme vantaggio.

Wilson è uno storico del calcio e mette in scena una paraustiello. Racconta che i monaci buddisti tibetani trascorrono mesi e mesi lavorando al freddo, ghiacciando le dita e sopportando disagi per creare sculture con il burro di yak. Quando finalmente le hanno terminate, le mettono al sole affinché si sciolgano. Wilson dice che chiunque segue il calcio trova tutto questo familiare. La maggior parte dei club – scrive – esiste per sfamare quelli che sono più in alto nella piramide. Quindi perché un tifoso dovrebbe investire emotivamente in una giovane stella – si domanda – sapendo che difficilmente resterà per più di due o tre anni? E se una squadra viene promossa, almeno la metà dei giocatori dovrà probabilmente essere cambiata per garantirsi anche solo una possibilità di salvezza. Quando il divario tra le divisioni è così vasto, tutto è fugace, la costruzione della squadra è un atto di evoluzione permanente. Quello che i monaci fanno per trasmettere la comprensione che la vita è transitoria, e che un oggetto è molto meno importante dell’atto della creazione

Così siamo di fronte a un doppio paradosso, siamo di fronte a una catena alimentare in cui due campionati, e non uno, sono in fondo segnati dallo squilibrio economico. La piramide – conclude WIlson – la più grande benedizione del calcio inglese, è ormai rotta e nessuno lassù in cima sembra molto preoccupato di correggere la situazione.

Di paracaduti e dintorni ha scritto anche Mattia Zaccaro sulla rivista Contrasti, trovando sorprendente il mercato in dismissione fatto a gennaio con una classifica da rimontare. “Un ringiovanimento della rosa cui plaudire? Un virtuoso cambio di marcia verso un calcio sostenibile? Forse anche. Ma, più probabilmente, un occhio già rivolto, e strizzato, alle modalità di distribuzione dei diritti televisivi della Serie B che tengono in grande, grandissimo conto, i minutaggi dei giocatori under 21 e 23 convocabili dalla FIGC, oltre alle spese sostenute per il settore giovanile.  Data la comunicazione spesso fosca della federazione, possiamo dire, usando un doveroso condizionale, che il paracadute prevederebbe che il conquibus versato nelle casse del Monza in caso di retrocessione quest’anno sia tra i venti e i trenta milioni. Tanti soldi, quasi gli stessi, al netto di entrate e uscite ricalibrate, che si avranno rimanendo in A – ma col vantaggio di poter avere, alla fine del percorso, un asset ringiovanito, snello, ripulito. Sorge il dubbio, quindi, che a un certo punto del campionato convenga, se non proprio andare in B, quantomeno non rimanere in A”

Contrasti ricorda che i meccanismi del paracadute diventano più vantaggiosi per i club che sono rimasti per tre anni di fila in Serie A e fa notare come la Salernitana si sia lasciata andare nel 23/24 “(ma guarda un po’: dopo tre anni di Serie A), Sampdoria nel 22/23, Parma nel 20/21 (indovinate dopo quanti anni?), SPAL nel 19/20 (sempre tre anni dopo la promozione)”. Lo definisce effetto Ofelia, cioè “si lascia andare alla corrente della rinunzia, che abbandona la lotta, che viene via, cede, si dà per vinta e quindi falsa il campionato”. 

cadute

Le prospettive del Manchester City

Breve riassunto delle puntate in corso e di quelle precedenti. Il Manchester City ha perso ieri pomeriggio a LIverpool la terza delle ultime 4 partite giocate, la quarta delle ultime 6, la quinta delle ultime 9. È fuori dalla Champions prima degli ottavi di finale come non accadeva dal 2013. Dal 30 ottobre al 21 dicembre ha gettato in un cassonetto dell’indifferenziato tutte le chance di ripetersi in campionato con nove sconfitte in 12 partite. Alla fine di tutto questo, Barney Ronay sul Guardian considera che tre cose sembrano vere. La prima: questo ciclo si è chiuso con l’eliminazione di fronte al Real Madrid, l’ultima occasione, l’ultima spiaggia, the last dance e tutta quella roba là. Un’uscita di scena perfino mansueta, in un modo che ancora oggi è uno shock per chi non l’ha visto dal vivo. La seconda: il City tornerà. Per forza. Non è la sua fine, perché la fine non può esistere per i club con queste risorse. Non solo il progetto durerà, il progetto sta già liberando nuove linee di finanziamento attraverso la sua battaglia in tribunale. La terza riguarda Guardiola, che ancora una volta in pubblico è apparso come un uomo legato a una ruota di dolore, incapace di elaborare la sconfitta, il fallimento o elementi al di fuori della sua portata. Il City ricostruirà. Ma Guardiola ha davvero la volontà e la capacità di prendersi cura di un’altra era?. La risposta qui su Slalom è facile e sempre uguale: e noi che ne sappiamo?

  FRANCIA

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A Marsiglia vedono complotti

Hanno fatto incazzare Robertino De Zerbi. Parlando dopo la sconfitta per 3-0 del suo Marsiglia contro l’Auxerre, ha detto che dopo quest’esperienza non ha nessuna voglia di allenare più in Francia. Ecco. Parlando a Téléfoot dopo la sconfitta ha detto che esiste un problema nel campionato francese, «se i francesi sono contenti di questo livello di decisioni, bene per loro. Ma oggi è stato scandaloso. L’arbitro non era nella posizione giusta per arbitrare questa partita a causa di tutte le polemiche che lo circondano».  

L’arbitro si chiamava Jérémy Stinat, ma si chiama ancora così pure stamattina. Ha dato un secondo giallo dato al difensore del Marsiglia Derek Cornelius ed è successo dopo che il Marsiglia aveva inviato un reclamo al collegio arbitrale in settimana sulla sua designazione. Perché? Perché Stinat era stato il responsabile della sospensione di tre mesi per il direttore sportivo Medhi Benatia, dopo l’eliminazione della Coppa di Francia dell’OM a gennaio, contro il Lille. Da allora, dicono in Francia, la tensione e la paranoia dentro il Marsiglia sono aumentate. Il presidente Pablo Longoria è andato su tutte le furie dopo la partita di Auxerre davanti ai giornalisti, secondo La Provence. Avrebbe urlato: «Questa è corruzione. Non ho mai visto niente del genere. Potete scriverlo: Pablo Longoria dice che è corruzione. È stato tutto organizzato. È pianificato, è truccato. Me l’hanno detto per messaggio»

Longoria è andato oltre, e alla presenza di Benatia, dell’ufficio comunicazione dell’OM e di altri membri dello staff, ha detto che «questo è un campionato di merda, se la Superlega ci vuole, ci andremo subito». Perché certe cose – sia chiaro – nella Superlega non succederanno. Sarà tre volte Natale e si giocherà con un profumo di lavanda che dai prati si solleverà nell’aere. 

CLIC

Make Cowboys Great Again

Il tipo che scampaniava per Toledo nella canzone di Renato Carosone, voleva fare l’americano con uno stemma dietro i pantaloni e un berrettino con la visiera alzata. John Textor non ha bisogno di far l’americano. John  Textor lo è. È venuto dal Missouri, dalla città di Kirksville, dove qualcuno sostiene che il nome venga da Jesse Kirk, il primo direttore delle poste che condivise una cena a base di tacchino e whisky con i geometri al lavoro, a condizione che chiamassero il luogo in costruzione come lui. In effetti mister Kirk fu anche il primo a possedere un hotel e una taverna in città. Ma pare sia una leggenda tipo Romolo e Remo, questo è il solco, non passare, io passo, io ti ammazzo, eccetera eccetera. Il nipote di Jesse Kirk ha riferito che la città prese in effetti il suo nome attuale dal figlio di Kirk, cioè suo padre John, una figura della leggenda locale a cui si attribuisce l’uccisione di due cervi con un solo proiettile. E non era meglio la storia dei geometri?

Comunque John Textor è venuto da quel posto lì, dove ha lanciato lo snowboard e ha creato un’azienda di tecnologia digitale capace di inventare un multiverso e di vincere l’Oscar per gli effetti speciali di Benjamin Button. Ha lasciato cervi e geometri e s’è comprato pezzi di pallone sparsi per il mondo, il Crystal Palace in Inghilterra, il Lione in Francia, il Botafogo in Brasile. Dove lo chiamano l’Elon Musk do futebol

Ora: è sotto gli occhi di tutti che il mondo si sta facendo più complesso e sfumato. Ai tempi di Carosone uno voleva fare l’americano scampanianno per Toldeo perché quelli erano i riferimenti culturali. Whisky, soda e rock ‘n roll. Qualcuno si era scelto Frank Capra, Billy Wilder o Howard Hawks. Qualche visionario aveva aggiunto Andy Warhol. I più audaci guardavano a Noam Chomsky. Ma adesso boh, adesso chissà cosa sarà di quei valori condivisi. Speriamo di salvare almeno Frank Capra e Billy Wilder – al cospetto dei quali Howard Hawks è un minore. 

Essere americano nel calcio europeo non è mai stato facile. Eppure i ‘mericani hanno vinto di recente a Liverpool e al Milan. Prendete John Textor. All’uomo del Missouri è stato rimproverato nelle settimane scorse di essere un cowboy. Diamine. Tutti volevamo essere dei cowboy a Carnevale. E invece. Lo ha definito così, con una punta di disprezzo, forse due, forse tre, il presidente del PSG Nasser Al-Khelaifi durante un incontro sui diritti televisivi a luglio, quando Textor ha osato mettere in discussione il potere del gran capo dell’ECA amico di Ceferin, facendo notare l’esistenza di un lieve conflitto di interessi. 

Ieri sera, per Lione-PSG, Textor si è presentato allo stadio con il cappello adatto. In Francia stanno scrivendo che così ha bullizzato NAK. È diventato un meme ma lasciandoci la tentazione di leggere dentro la foto qualcosa di più alto, un altro segno dei tempi confusi, lui che è un imprenditore vicino al governatore trumpiano della Florida, Ron DeSantis.

Nel dubbio, Carosone aveva capito tutto. Con la forza dell’ironia e dunque della visionarietà, aveva profetizzato che per Toledo si potesse andare pure a cavallo di un cammello, con un binocolo a tracolla, un turbante della Rinascente, il fiasco in mano, il tamburello, il narghilè.

IL CALCIO ITALIANO

Siamo tornati al triello

Hanno 36 anni in due, Nico Paz e Diao. Insieme sono vecchi quasi quanto Lukaku. C’è il loro graffio sulla domenica che ha tolto il primato al Napoli, sempre che quel primato non sia sfiorito prima, sottovoce, durante il mercato di gennaio o nei minuti di recupero delle due partite a Roma, quattro punti persi intorno al 90esimo o giù di lì. Sembra che su questi ragazzi vi sia una cappa: non hanno più lo sguardo felice ha scritto Francesco De Luca sul Mattino, e sempre sul Mattino Marco Ciriello prova a guardare dentro i meccanismi complessivi di una squadra in frenata, tre pareggi e una sconfitta nelle ultime quattro giornate. 

Se il Como è la squadra senza ansia – ha scritto Ciriello – il Napoli è quella che ne ha di più, perché è la protesi di Conte: se lui lotta, loro lottano; se lui si deprime, loro si deprimono. Conte è un uomo del presente: vuole tutto e subito anche se ci gira intorno con le parole. Ciriello ricorda che Conte disse di non voler calciatori da formare” e adesso oltre ad aver creato uno stallo psicologico e tattico complice gli infortuni, se viene il raffreddore a McTominay il Napoli implode. È mancato il mercato, anche solo quello in funzione del futuro che poteva dare anche subito qualcosa di speciale come Diao. «Primavera non bussa, lei entra sicura» cantava De André o come diceva Valdano quando allenava il Real Madrid: «le porte della prima squadra non si aprono spingendole, ma sfondandole», e a Napoli nessuno ha sentito queste spinte da parte dei giovani, a trovarli poi i giovani come Diao e Paz

Un punto di differenza, scrive Paolo Tomaselli sul Corriere della sera non è niente ma vale moltissimo sotto il profilo psicologico, perché toglie l’assillo della vittoria nello scontro diretto ai nerazzurri, attesi quattro giorni dopo dall’andata degli ottavi di Champions a Rotterdam, contro il Feyenoord. Che anche l’Inter sia stanca e che le prestazioni di febbraio non siano state brillanti è sotto gli occhi di tutti, ma i nerazzurri non avevano mai avuto due settimane per allenarsi, libere cioè da impegni infrasettimanali. E il lavoro fatto ad Appiano può tornare utile proprio nelle prossime settimane.

GASPERINI  ►  Lo scopriremo solo vivendo ma la vera notizia di ieri potrebbe essere la risalita in corsa dell’Atalanta sul treno. Paolo Condò sul Corriere della sera ha in testa Match Point di Woody Allen quando scrive che ieri l’Atalanta era la pallina da tennis che oscilla sul nastro dopo averlo colpito e doveva decidere dove cadere. È finita dalla parte dell’alta classifica, e approfittando della caduta del Napoli a Como, dove stanno costruendo la Sampdoria di Mantovani 2.0 (potere ai giovani di gran qualità), ha apparecchiato così il prossimo sabato: Atalanta-Venezia alle 15, se vince disegna una classifica Inter e Atalanta 57, Napoli 56. Questo a un’ora da Napoli-Inter, in campo sempre sabato alle 18.  Al di là dello svarione di Rrahmani, peraltro presto recuperato, il grande problema del Napoli è il rendimento modesto di Lukaku. Viceversa Lautaro è l’uomo che permette all’Inter di sbarazzarsi del fastidiosissimo (è un complimento) Genoa, e di presentarsi al Maradona guardando i rivali dall’alto in basso. Due anni fa erano una coppia, come passa il tempo.

Pasquale Salvione sul Corriere dello sport-stadio ha scritto che il Napoli si porta via anche due buone notizie: la scoperta di Billing e la conferma di Raspadori. Il centrocampista danese ha dimostrato di poter aiutare Conte in questo finale di stagione. Ha passo, dinamismo, struttura fisica, grandi doti sul gioco aereo e anche buone soluzioni balistiche sui calci piazzati. Un’arma che potrà essere sfruttata. Così come quella di Raspadori, al secondo gol consecutivo. In un attacco che segna poco e che spesso deve fare i conti con un evanescente Lukaku, Jack in questo momento e oro colato

discussioni

La fatica di giocare le Coppe forse non esiste

Da stamattina possiamo togliere dalle discussioni il famoso effetto Coppe che a Napoli non vivono. È neutralizzato. Se invece ancora esiste, da oggi appartiene anche all’Atalanta. 

The Athletic ha condotto uno studio interessante sul peso degli impegni infrasettimanali in termini di viaggi e trasferte. 

Non sono solo i minuti in più a logorare le squadre ma anche le miglia aeree aggiuntive che si accumulano viaggiando attraverso l’Europa. La distanza complessiva percorsa in questa stagione di Champions League è più alta rispetto alle ultime due stagioni, con più di 190.000 miglia. Una distanza relativamente bassa rispetto agli sport americani. La maggior parte delle squadre NBA ne percorre più di 40.000 a stagione. Ha il suo prezzo, ma poi dipende. È giocare di giovedì che può rivelarsi più pesante. Europa League e Conference League hanno confini più ampi della Champions. 

Dal 1992-93 che Porto e Benfica si sobbarcano quasi 700.000 miglia di viaggi nelle competizioni UEFA, circa tre volte la distanza fra la Terra e la Luna, eppure hanno lasciato sul tavolo solo cinque scudetti in 32 anni. Il Benfica detiene il record per la trasferta più lunga: viaggiò per oltre 7.000 miglia quando dovette affrontare i kazaki dell’Astana nella Champions 2015-16, la distanza tra Londra e le Hawaii. Vinse lo stesso il campionato. Oh, poi dovremmo anche considerare che quelle 7.000 miglia le ha fatte anche l’Astana: e neppure in quel caso hanno pesato sull’esito del torneo. 

E allora? E allora, riconosce The Athletic alla fine della ricognizione, giocare meno partite di calcio europeo non è una garanzia per nulla. Il Nottingham Forest finì a un comodo nono posto nel 1995-96 quando raggiunse i quarti di finale della Coppa UEFA, ma retrocesse una stagione dopo nonostante un calendario più leggero. La logistica di un viaggio andata-ritorno – si legge – non supererà mai il talento dei giocatori e l’intelligenza tattica di un allenatore. Se il solo viaggio determinasse i risultati, i club che hanno sede a Londra dovrebbero dominare, perché in genere viaggiano meno a causa dei molti derby. Invece hanno vinto solo il 25 percento dei titoli in Premier League.

[La squadra inglese che ha viaggiato di meno è l’Arsenal: ma la sua stagione è deragliata e il titolo è fuori portata: lo scrive qui James McNicholas su The Athletic]

MEGLIO IL KAZAKISTAN CHE IL REAL  ►  A proposito di viaggi e sorteggi. Non dovrà spostarsi dalla proprio città l’Atlético Madrid per gli ottavi di finale, ma vuoi mettere, Alfredo Relano su El Pais fa notare che a partire dalla prossima settimana la squadra di Diego Simeone giocherà otto partite consecutive, tre delle quali contro il Barcellona [semifinali di Coppa del Re più il ritorno in campionato] e due contro il Real.

Non ricordo un carosello di difficoltà come questo, che si alterna a tre partite di campionato: l’Athletic in casa e le trasferte contro Getafe, una squadra sempre tosta, ed ‘Espanyol. È la conseguenza dell’elevato livello di autoaffermazione raggiunto dall’Atlético, pienamente in corsa per tre competizioni. Chi vuole vincere, non può essere schizzinoso scrive.  

C’è qualche timore per l’ordine pubblico, considerata l’ultima visita del Real al Metropolitano, e il lancio di oggetti nei pressi di Courtois. Nel 2014 – ricorda Relano – avevamo tutti celebrato la civiltà con cui due masse di tifosi dai colori opposti avevano percorso la stessa strada fino a Lisbona per la finale della Coppa, senza il minimo incidente. Ora è opportuno che ognuno di noi faccia appello alla pace, per ignorare sia il disastroso esempio del Frente che l’Atlético non vuole o non può smantellare, sia la fobia complottistica di Real Madrid TV contro gli arbitri, un inchiostro nel quale ha intinto la penna il sinistro comunicato del club, deciso a screditare la Liga alla ricerca di giustificazioni per la fantasmagorica Superlega di Florentino e Laporta: che bella coppia di gemelli”.

AMERICHE

Che barba questi Yankees

Contrordine, compagni. Anzi: contrordine, yankees. Potete farvi crescere la barba. Yankees nel senso di New York Yankees, la squadra del baseball, dove da 49 anni era in vigore il divieto di avere dei maledetti peli sulla faccia. Così aveva deciso il proprietario George Steinbrenner. Ora, forse freudianamente, il figlio Hal ha deciso di radere il padre. Ha definito il divieto obsoleto e un po’ irragionevole. 

«Questa generazione – ha detto – la stragrande maggioranza degli uomini tra i 20, i 30 e i 40 anni in questo paese ha la barba. È parte di ciò che sono. È parte del loro carattere. È parte della loro persona. È difficile per me accettarlo. Sono un uomo più grande che non ha mai portato la barba in vita sua, ma vedo che è una cosa molto importante per loro. Credono che definisca il loro carattere». E che vi devo dire, allora, figli miei. Tenetela. 

George Steinbrenner aveva annunciato la sua regola durante il ritiro primaverile del 1976, quando pose il divieto anche ai capelli lunghi. Erano ammessi i baffi. I giocatori si adeguarono. Hal Steinbrenner spiega che «mio padre era nell’esercito. Credeva che una squadra dovesse avere una disciplina. Era molto importante per lui, ma per lui e anche per me niente era più importante che vincere». Ecco. 

Hal è succeduto George nel novembre 2008. Ha spiegato di aver considerato la questione per un decennio, uno se lo immagina di notte mentre si gira e si rigira mettendo disordine fra le lenzuola. Svela di aver discusso di recente del cambiamento con Aaron Judge, Giancarlo Stanton e Gerrit Cole in una serie di incontri che chiarisce: individuali. Alla fine ha preso la soffertissima decisione: «Modificheremo le nostre norme per consentire ai giocatori e al personale in uniforme di avere barbe ma ben curate».  

Il direttore generale Cashman ha aggiunto che in passato ha conosciuto giocatori che esitavano a firmare con gli Yankees per non tagliare i peli superflui. Devin Williams per esempio a Milwaukee la portava, a New York la tagliò. Anche Alex Verdugo fece piazza pulita dopo aver firmato per loro. Clay Holmes e Gleyber Torres se la sono fatta subito ricrescere quando hanno lasciato NY. 

«Gli Yankees sono diversi – ha detto Cashman – siamo un posto speciale nella storia del baseball. Il nostro logo ha un grande significato alle spalle, vogliamo che i nostri giocatori passati e presenti lo riconoscano, e che lo riconoscano anche i giocatori futuri. Quindi, in definitiva, ci saranno ancora dei valori a cui ci aggrapperemo, valori importanti per noi, ma penso che la cosa più importante sia cercare di essere una squadra competitiva» 

Nel 1976 George Steinbrenner disse al New York Times: «Non ho nulla contro i capelli lunghi in sé, ma sto cercando di introdurre un certo senso di ordine e disciplina perché penso che sia importante in un atleta». I Cincinnati Reds avevano proibito la barba nel 1902 e sotto la guida del direttore generale Bon Howsam iniziarono a far rispettare la norma in modo rigoroso nel 1967. Il divieto fu revocato dalla proprietaria Marge Schott nel febbraio 1999 su richiesta di un giocatore, Greg Vaughn, appena acquisito da San Diego. Adesso finisce un’era, ma con le barbe bisogna starci attenti. Quando il divieto cadde per la panchina della Juventus – anche se in quel caso non era un divieto esplicito – le cose non sono andate proprio lisce come la faccia di un neonato

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8 FEBBRAIO 2021

  IL CANALE WHATSAPP

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