La prima barba sulla panchina della Juventus

Dovrebbe trattarsi del primo allenatore nella storia della Juventus con la barba. Perché quando qui si parla di barba, si parla di barba. Non quella roba di due-tre giorni alla Ciro Ferrara o alla Vincent Cassel per fare colpo su Monica Bellucci. Una barba tipo che incontri uno in strada e quello ti chiede: ma ti sei fatto crescere la barba? 

   Ecco. La Juventus non l’aveva avuta mai. Su una panchina che è tra i luoghi più simbolici del potere, dobbiamo chiederci se sia più portatrice di sovversione una tuta di Sarri o una barba di Pirlo. Nella relazione col potere, la saggezza e la spiritualità, la barba è stata per secoli il canone, solo dopo la seconda guerra mondiale è diventata di segno opposto, il tratto di una ribellione. Stava bene sul viso delle caste, si fece controcultura, un’insegna di protesta.

✘  la casa bianca | I primi quindici presidenti nella storia degli Stati Uniti d’America, la barba la portavano tutti. Così come ce l’avevano ancora appena cent’anni fa due dei quattro candidati alla Casa Bianca. Poi è successo qualcosa. La rivista Slate trovò l’argomento appassionante e giunse alla conclusione che un po’ per l’arrivo di Gillette nel 1903 e un po’ per le maschere anti gas che nell’esercito spingevano a radersi, le barbe finirono per rimanere solo sui volti di chi credeva in una vita da hippy e nelle idee di Karl Marx

✘  il quirinale | Nella nostra metà del campo, nel senso di noi italiani, nessun presidente della Repubblica s’è mai fatto crescere la barba. Abbiamo avuto al massimo i baffi di De Nicola, di Einaudi, quelli sottili sottili di Leone. Alla presidenza del Consiglio baffoni barbe e pizzetti sono stati la norma durante gli anni del Regno, fino alla ventisettesima legislatura, quella di Benito Mussolini che ha segnato la svolta in favore del potere glabro. La peluria italiana ha perso il potere a Palazzo Venezia. Con la sola eccezione di Giovanni Goria – quando un tiro faceva ancora la barba al palo – e dei baffi di Massimo D’Alema. 

 la chiesa | Glabro è il potere al Vaticano, qui se vogliamo in modo più clamoroso, perché una bella barba folta è sempre stata attribuita al primo motore immobile, la causa del divenire, si tratti di Zeus o del Signore delle religioni monoteiste. “El Barba mi ha salvato la vita molte volte” ha detto Maradona per ringraziare Dio. Lui stesso, mano de dios, la barba non se l’è fatta quasi mai mancare. Per francescani cappuccini e certosini una barba è simbolo di austerità. Eppure dentro il Vaticano un papa barbuto manca dal 1700, da Innocenzo XII nato Antonio Pignatelli – a parte voglio dire Giovanni Paolo III, il cardinale John Brannox che aveva il volto di Malkovich per la serie tv di Sorrentino. Dopo Innocenzo XII venne accolto l’invito di Carlo Borromeo a radersi per tagliare via vizi e peccati. Un motivo pratico era legato alla liturgia: i peli impedivano di bere igienicamente vino dal calice

 

✘  i ct azzurri | Anche il calcio è stato propenso ad attribuire alla barba l’indizio di una rivoluzione (Sócrates, Breitner, Sollier), di una irregolarità. Commissari tecnici della Nazionale italiana con la barba: zero. Diversi baffi e alcuni baffoni a manubrio tra i membri delle commissioni tecniche precedenti Vittorio Pozzo, a inizio Novecento (Giannino Camperio, Franz Calì, Carlo Ferraris con pizzetto, Giuseppe Varetto), ma nessuno che in panchina si sia mai presentato a ribaltare l’ordine costituito. Anzi, Cesare Prandelli se la fece crescere dopo le dimissioni, quasi a contorno di una delusione e il Guerin Sportivo scrisse che la cosa valeva “più di mille discorsi, anche senza fare psicoanalisi da treno. Pareva avesse 97 anni anziché 57”, ma se la tagliò in Turchia, dove la faccenda era diventata a un certo punto un caso politico e sociale, con il presidente del Gençlerbirligi che voleva multare chi in campo sembrava «uno studente di una scuola coranica».

✘  la continassa | E allora Pirlo? Nel passaggio da un Comandante a un Maestro, la panchina della Juventus ha congedato C’era Guevara (Sarri secondo Roberto Beccantini) e ha aperto al look di C’era una volta il West. È passata dagli Inti Illimani a Into the Wild. Diciamo che era ora, i tempi cambiano, i catenacci evolvono, i falli in area crescono, che cresca pure la barba all’allenatore della Juve, che sarà mai, dopo tanta barba per il gioco. Visto che c’è pure Gattuso a Napoli, scrive stamattina il Messaggero che alla Roma sta venendo la tentazione di giocarsi lo stesso azzardo con De Rossi. A uno come Pirlo hanno preparato il terreno sia il peloso Messi che rivaleggia col potere glabro di Ronaldo, sia l’irsuto Klopp che contrasta i governi rasati di Guardiola e di Zidane. Che sovversione sarà mai se alla Juventus oggi la barba la porta finanche un Agnelli

 

 

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