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|   Anche se in molti dei suoi aspetti questo mondo visibile sembra formato nell’amore

le sfere invisibili furono formate nella paura

Herman Melville

 

  VITE OLIMPICHE

Il controllo del sesso alle atlete: c’è qualcuno che ci sta pensando

Non è che Sebastian Coe si stia facendo trumpiano, forse lo è sempre stato, figuriamoci adesso che il vento soffia in quel verso. Coe è in corsa per diventare il presidente del CIO al posto di Thomas Bach. Con lui tutte le caselle di Los Angeles 2028 si incastrerebbero nel modo in cui piace alla Casa Bianca. In una intervista con i tedeschi di Deutsche Welle ha ribadito quanto va dicendo da tempo: lo sport femminile d’élite si perde se non si prendono provvedimenti contro le atlete transgender.

Non è che Coe lo dica soltanto. Coe dice e razzola. World Athletics è tra le federazione internazionali che hanno disposto la messa al bando completa, nel dubbio anche delle atlete intersex, in perfetta coerenza con i comizi di Donald Trump e con la sua convinzione che così si tengono «gli uomini fuori dagli sport femminili» 

Alla domanda di DW se le atlete transgender rappresentino una minaccia per lo sport femminile, Coe ha risposto: «A livello d’élite, sì, lo sono. È qualcosa che non sono disposto a tollerare». Nella corsa contro altri sei candidati, nel suo manifesto elettorale, Coe ha chiarito il suo desiderio di «proteggere e promuovere» la categoria femminile, segnalando che l’inclusione non deve essere prioritaria rispetto all’equità. Sono già fuori dalle gare femminili di World Athletics tutte le persone che hanno vissuto la pubertà dentro il genere maschile. 

Se diventerà presidente del CIO, concede, «ci sarà chiaramente una discussione tra le federazioni sportive internazionali. Il modo in cui ho sempre operato è la collaborazione. Mentre le federazioni internazionali e i comitati olimpici nazionali devono mantenere il primato sulle loro politiche, è molto importante che il CIO mostri una leadership di pensiero e una guida in quello spazio. Penso che le regole debbano essere chiare, e non lo sono. Questo ha lasciato molte federazioni internazionali in una sorta di terra di nessuno».

In realtà le regole sono chiarissime. È che non piacciono alle destre mondiali. Deutsche Welle avanza l’ipotesi che le Olimpiadi possano reintrodurre i test sul sesso, ricordando la controversia di genere che ha occupato le pagine dei giornali per due settimane con i successi dell’algerina Imane Khelif e della taiwanese Lin Yu-ting. La pratica era stata cancellata in occasione delle Olimpiadi di Sydney del 2000. Coe dice: «Sono situazioni che non avremmo dovuto affrontare» ma si è rifiutato di entrare nei dettagli dei nuovi test sul sesso. Accenna solo che «sono necessarie una valutazione e una verifica, nel rispetto delle metodologie e delle conformità mediche concordate a livello globale e internazionale» 

Tutto torna. La scorsa settimana, poco dopo aver assunto l’incarico per il suo secondo mandato, Trump ha firmato un ordine esecutivo in cui afferma che il governo degli Stati Uniti riconoscerà solo due sessi, maschile e femminile, e che «non saranno modificabili».  Coe aggiunge che non spetta a lui «esprimere giudizi sul modo in cui qualcuno sceglie di vivere la propria vita. Se vuoi fare la morale, non entri in politica: entri in chiesa. Non ho la disposizione filosofica né la il potere giuridico per impedire, né voglio impedire, ad atlete transgender di competere e di godere della fisicità dello sport. Ma quando si tratta di competizione femminile d’élite, allora dico no, ed è un no molto chiaro».

Coe è in piena campagna elettorale. Ha fatto un giro anche nella redazione de L’Équipe dicendo una serie di non so, vedremo, mi piacerebbe, può darsi, parlando di inclusività [!], sostenibilità ambientale, cambiamenti necessari per restare al passo coi tempi [!]. 

Coe ha affrontato sia nell’intervista francese sia in quella tedesca i temi relativi alla partecipazione della Russia allo sport internazionale nel contesto della guerra in corso in Ucraina e ha parlato delle tensioni tra l’Agenzia mondiale antidoping [WADA] e il governo degli Stati Uniti. La Russia ai Giochi? «Penso che lo sport abbia una posizione consolidata» – anche in questo caso la sua atletica leggere ne ha avita una più consolidata di tanti altri, mentre sulla WADA Coe si mostra più aperto, affermando di avere fiducia nell’organizzazione.

«È importante – dice – che i governi sostengano le ambizioni della WADA. È assolutamente fondamentale che il suo lavoro venga giudicato in un quadro molto più ampio. C’è di mezzo l’integrità dello sport», ma se gli USA dei MAGA escono dall’organizzazione mondiale sanitaria che finanziano con miliardi di dollari, figuriamoci se non possono smettere di finanziare pure la WADA. 

RUOTE

Doping o no, il dilemma del monossido di carbonio

Non è il rumore dei nemici. Questo è monossido di carbonio. Nell’aria del ciclismo si è disperso da tanto, non si dovrebbe avvertire, è inodore, in compenso fa parecchio casino. A partire dall’ultimo Tour de France. Quando mancavano pochi giorni alla partenza della corsa da Firenze, un convegno scientifico in città rivelò che l’inalazione ripetuta di dosi di monossido di carbonio portava a un miglioramento delle prestazioni. Ne fece cenno Daniele Cardinale, un ricercatore presso la Swedish School of Sport and Health Sciences, lasciando sbalorditi molti direttori sportivi. 

Due settimane dopo, il 12 luglio, Escape Collective rivelò online che non era fantascienza, c’erano almeno tre team [UAE, Visma e Israel] consapevoli dello studio, così consapevoli da avere una macchina in grado di diffondere dosi di gas per simulare l’allenamento in alta quota. Sulla vicenda è ritornato L’Équipe con un intervento della sua firma ciclistica di punta, l’immaginifico Alexandre Roos. Nella premessa avverte che i campi della medicina e della performance ogni tanto si sovrappongono, il monossido di carbonio era stato utilizzato già a partire dagli anni ’10 del Novecento per misurare i volumi di sangue o le masse di emoglobina. L’emoglobina aumenta dell’1% con cento ore di esposizione a un’altitudine di 2.500 metri. Il valore è molto importante perché esiste una relazione molto, molto forte tra l’aumento della massa dell’emoglobina e quello del VO2 max, il consumo massimo di ossigeno in un atleta, uno dei parametri chiave della prestazione.

La macchina adoperata nel ciclismo si chiama Detalo ed è stato progettata dal designer danese Carsten Lundby. Ha le dimensioni di una stampante ed è collegata a una piccola bombola di gas. Detalo semplifica e automatizza i test. Costa 50.000 euro. In Francia ce ne sono tre a disposizione degli atleti di tutte le discipline: a Parigi presso l’Insep, a Font-Romeu presso il Centro nazionale di allenamento in altitudine e a Chamonix presso la Scuola nazionale di sci e alpinismo. Sono acquisti recenti, grazie ai fondi dall’Agenzia nazionale per la ricerca [ANR] e l’Agenzia nazionale per lo sport [ANS], avvenuti nell’ambito del piano di ricerca HypoxPerf finalizzato ai Giochi di Parigi.

Ora finché Detalo misura qual è il livello, ogni altra questione etica può restare nei cassetti. Ma se viene utilizzata per pompare monossido di carbonio nei corpi qualche domanda dai cassetti esce. L’assunzione simula gli effetti della presenza in quota. Gli studiosi interpellati da L’Équipe lasciando intendere che non esiste alcun interesse a pubblicare i risultati delle ricerche in ambito scientifico. 

Qualche giorno fa ne ha parlato Jonas Vingegaard a Le Monde trovando iniquo l’uso dell’inalatore per migliorare le prestazioni. «Si tratta di un aumento della dose ipossica – dice Grégoire Millet, ricercatore di Losanna al giornale francese – quando inaliamo CO compromettiamo il trasporto di ossigeno e ricrea quegli adattamenti dell’organismo che avvengono in alta quota. Non si conoscono gli effetti sulla salute a lungo termine». 

La domanda che tutti iniziano a porsi è se la pratica vada considerata come doping. «Con l’inalazione di monossido di carbonio – il parere di Millet – entriamo nel campo della manipolazione chimica»

La pratica viene segnalata anche nello sci di fondo. Jonas Forot, accompagnatore delle nazionali francesi, dice a L’Équipe che partecipare a questo tipo di esperimenti è fuori questione dal punto di vista etico, e trova scioccante – dice così – presentare la pratica come un nuovo metodo rivoluzionario di allenamento. «Non è così: è doping».  

I ricercatori intervistati da L’Équipe sono tutti propensi all’introduzione di un divieto. Jonas Forot dice che il monossido di carbonio è «contrario alla mia etica sportiva». La WADA potrebbe semplicemente decidere di includere la pratica nel capitolo intitolato Manipolazione del sangue e dei suoi componenti. Ma come controllarlo? Un livello di monossido di carbonio nel sangue leggermente troppo alto potrebbe essere dovuto a qualsiasi cosa. Al traffico stradale, alle sigarette, il monossido di carbonio è presente ovunque nell’ambiente. Sarebbe impossibile stabilire se l’assunzione sia avvenuta con una macchina per migliorare le prestazioni o per contaminazione. In sintesi: un bel casino. 

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I MONDIALI DI PALLAMANO

Troppa Europa: c’è chi parla di Olimpiadi a rischio

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  E sia così. La 29esima edizione dei Mondiali di pallamano avrà la 28esima finale tutta europea, Croazia contro Danimarca, domani pomeriggio a Bærum in Norvegia. Per la 28esima volta avrà anche un podio tutto europeo e per la 27esima una finale per il terzo posto senza nazioni di altri continenti. Le eccezioni al dominio sono stati il Qatar secondo nel 2015, l’Egitto quarto nel 2001, la Tunisia quarta nel 2005. Diciassette delle prime 20 squadre al mondo sono europee. La distanza si misura agevolmente. L’Algeria ha perso con la Danimarca per 47-22. Ci sono altre parti del mondo ancora più indietro. Cuba ha perso 19-41 dalla Slovenia, l’Olanda ha battuto la Guinea 40-23. 

Andreas Michelmann, presidente della federazione tedesca di pallamano, ritiene che le nazioni europee non debbano certo scusarsi per le loro prestazioni, ma debbano cooperare spingere gli altri Paesi a a crescere. Deve avere un animo gentile perché ha detto che bisogna «annaffiare le piante più delicate». Oppure un animo gentile non è, teme che il suo giocattolo venga messo da parte. Qualche voce comincia a sollevarsi. Secondo la radio pubblica tedesca, Deutschlandfunk, l’egemonia europea potrebbe mettere a repentaglio anche il futuro olimpico dello sport

Per evitarlo il presidente tedesco starebbe pensando di proporne l’inserimento nel programma dei Giochi invernali. «Se siamo onesti, sarebbe anche un bene perché è un problema per i nostri atleti avere tre tornei internazionali in 13 mesi»: gli Europei nel gennaio dell’anno olimpico, i Mondiali nel gennaio dell’anno post olimpico. Inoltre, fa notare Michelmann, la pallamano è uno sport indoor, dunque è uno sport invernale. Messa così: è inattaccabile. 

La federazione internazionale [IHF] non vede motivi di preoccupazione. «Possiamo dire con Il futuro della pallamano ai Giochi Olimpici non è in pericolo. I numeri di Parigi 2024 sono stati molto buoni sotto ogni aspetto. Cercheremo di coinvolgere più squadre extraeuropee nei tornei», fanno sapere. 

Il numero di ore di trasmissione della pallamano è quasi raddoppiato tra le Olimpiadi del 2021 a Tokyo e quelle del 2024 a Parigi. Il presidente della Bundesliga Frank Bohmann è convinto che l’IHF debba però investire più soldi per sviluppare il gioco a livello internazionale. «I campioni del mondo ricevono un premio di centomila dollari, meno della squadra quarta classificata nella nostra Coppa. Come si può sviluppare il mercato? La distribuzione in digitale della pallamano a livello globale non è assolutamente sufficiente rispetto ad altri sport»

Le elezioni alla presidenza del CIO nel mese di marzo, dice Deutschlandfunk, potrebbero rappresentare un punto di svolta. Alcuni dei candidati alla successione di Thomas Bach hanno annunciato di voler rendere i Giochi Olimpici più internazionali e più grandi. Il motore economico dello sport mondiale è l’Asia, la principale cassaforte è in Arabia Saudita. L’India è vicina come mai prima all’organizzazione di un’Olimpiade [2036]: se la pallamano non esce dalla Vecchia Europa che futuro può avere? [Il discorso vale paro-paro per la pallanuoto]. 

    EUROGOL

La nuova Champions è una ghigliottina

Appena se ne accorgono la cambiano 

Una delle prime tre squadre nel ranking UEFA sarà fuori dalla Champions a metà febbraio, e soprattutto si tratterà di una delle due più ricche al mondo. Saluteremo nel giro di una ventina di giorni il miliardo di euro di fatturato del Real Madrid o gli 837 milioni del Manchester City. La nuova formula della Champions che non solo sorteggia i turni ma tiene conto dei piazzamenti in classifica per l’eliminazione diretta li ha messi uno contro l’altro: un rimescolamento di gerarchie che già da solo merita un’altra apertura di credito, sempre che nel frattempo Florentino Pérez non minacci di cambiare le regole, di non presentarsi in campo o di farsi una Superlega insieme con il Wolfsburg e il Nottingham Forest. 

Non è tutto. È vero che fra le otto squadre già qualificate per gli ottavi di finale [Liverpool, Barcellona, Arsenal, Inter, Atlético Madrid, Bayer Leverkusen, Lille, Aston Villa] sono assenti rappresentanti dei Minions – i campionati che in Europa vengono considerati di seconda fascia rispetto a Francia Germania Inghilterra Italia e Spagna – ma è anche vero che da quell’elenco sono rimaste fuori le prime-4 del ranking UEFA e sei delle prime-otto. Sono fuori dalle prime-8 della nuova Champions anche cinque degli otto club più ricchi secondo l’ultimo report di Deloitte: devono ancora garantirsi la certezza di andare avanti Real, Man City, PSG e Bayern, mentre il Man United era fuori già prima di cominciare. 

È vero che sono avanti tre inglesi, due spagnole, un’italiana, una tedesca e una francese, ma la francese [Lille] è fuori dalle venti potenze finanziarie del calcio europeo e aveva iniziato la stagione al 45esimo posto del ranking. L’Aston Villa era 81esimo ed è una specie di Bologna inglese: sta tornando in Champions dopo decenni senza nessuna certezza di restarci [ottavo oggi in premier]. Lo stesso Bayer Leverkusen porta un vento nuovo: fuori dal G-20 per ricchezza e dal G-10 per risultati dell’ultimo quinquennio. 

Ai play-off il partito dei Minions può ancora fare affidamento su due olandesi, due portoghesi, una belga e una scozzese. Sono andate definitivamente fuori la Croazia, l’Ucraina, la Serbia, l’Austria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e la Svizzera. Tredici delle sedici squadre costrette a passare dai play-off hanno giocato in passato almeno una finale, tutte tranne Atalanta, Brest e Sporting. Le palline di Nyon hanno messo insieme quattro partite che Gianni Brera avrebbe definito Classiche, cioè sfide tra due squadre presenti nell’albo d’oro del torneo. Oltre che Manchester City-Real Madrid [16 Coppe: quella degli inglesi nel 2023 e le 15 degli spagnoli], anche Celtic-Bayern che ne somma 7 [una degli scozzesi nel 1967 e sei dei tedeschi], e le due sfide Italia vs Olanda: la Juventus contro il PSV vincitore del 1988 e il Milan contro il Feyenoord vincitore nel 1970.

I Minions si sono presi due posti agli ottavi di Europa League con i greci dell’Olympiakos e gli scozzesi del Rangers, offrendo una partita di play-off fra squadre che hanno vinto una Coppa europea in passato [Porto-Roma] più altre due con la presenza di club arrivati almeno in finale [AZ vs Galatasaray e PAOK vs Steaua]. 

 

Lo United taglia le barrette di cereali agli steward

Come si sono ridotti gli ex ricchissimi

A questo punto bisogna cambiargli il nome. A questo punto dovremmo chiamarlo l’Austerity United. È la conclusione a cui giunge Jonathan Liew sul Guardian parlando di teatro di fantasmi a corto di soldi, un club che cerca di costruire il suo nuovo cast dei sogni sulle ossa del vecchio. Ogni sterlina aiuta il progetto, alla sua maniera ironizza sul fatto che potrebbe essere esso sul mercato anche il 63enne Jorge Vital, l’allenatore dei portieri che Ruben amorim ha detto di utilizzare in attacco nelle partitine d’allenamento al posto di Rashford. 

Liew racconta che la situazione è assai critica. Gli ospiti nei box all’Old Trafford non ricevono più il programma della partita stampato, ma sono invitati a scaricarlo con un QR code. C’è stato un taglio pure alle barrette di cereali gratuite distribuite agli steward nel giorno della partita. Il bonus di Natale annuale di 100 sterline per lo staff è stato sostituito da un buono di 40 da spendere in certi negozi convenzionati. I biglietti agevolati per bambini e anziani sono stati temporaneamente sospesi. 

Ecco perché Austerity United, perché le perdite da 313 milioni di sterline negli ultimi tre anni hanno portato il club sull’orlo della violazione delle regole di profitto e sostenibilità [PSR] che già stanno facendo dannare i commercialisti del Manchester City. Secondo la contabilità più aggiornata, lo United deve ancora 410 milioni di sterline in commissioni di trasferimento ad altri club. 

Senza dubbio – commenta Liew – non vi sarà sfuggito che la capacità dello United di competere in campo è stata significativamente influenzata da un po’ di tempo a questa parte per ragioni solo marginalmente collegate alla finanza. Molte delle stesse persone che impongono licenziamenti di massa e aumenti dei prezzi dei biglietti hanno approvato la spesa di 21,4 milioni di sterline per licenziare Erik ten Hag e sostituirlo con Amorim, così come hanno messo in conto una spesa di 100 milioni di sterline per prendere Matthijs de Ligt. E però bisogna togliere le barrette di cereali agli steward

Il quarto club più ricco del mondo è 12esimo in campionato. Cosa ci vuole per riportare questa squadra fra le prime tre? Liew dice sette giocatori nuovi: un portiere, due terzini, un difensore centrale, un centrocampista, un attaccante e un altro esterno o numero 10 dietro il centravanti. Bisogna pure essere fortunati e sperare che un adolescente come Ayden Heaven o Chido Obi-Martin sia presto pronto per fare il salto in prima squadra. Ma è probabile che vadano sacrificati Alejandro Garnacho e Kobbie Mainoo. 

Sulle scale del Carrington, ricorda Liew, sono dipinte le parole Gioventù, Coraggio, Successo, in ricordo dell’orgoglioso record di oltre 4.000 partite consecutive in cui un giocatore delle giovanili è stato presente in prima squadra. Nel clima attuale – aggiunge – lo slogan assume un significato leggermente diverso. I ricavi generati dalla vendita di prodotti dell’accademia contano come profitto puro ai sensi del PSR. Per i club che hanno il coraggio di liberarsi dei loro migliori giovani giocatori, essi possono fornire una strada completamente diversa verso il successo. Il modello che lo United sta cercando di emulare è quello il Chelsea, che per la maggior parte degli ultimi due decenni non ha fatto mistero del fatto che considera la sua accademia una fattoria di guadagni, un posto dove il talento viene nutrito, ingrassato e venduto. A Cobham hanno tirato su in questa maniera Conor Gallagher, Mason Mount, Ruben Loftus-Cheek, Callum Hudson-Odoi, Ian Maatsen, Lewis Hall e Billy Gilmour. Tre stagioni fa con Thomas Tuchel, il Chelsea offriva il 25% del suo minutaggio di campionato al vivaio. 

Ora siamo scesi al 12% ma se il Chelsea lotta per i primi tre posti, i tifosi disposti a lamentarsi di questa politica sono diventati minoranza. Pochi di loro, dice il Guardian, oggi scambierebbero Moises Caicedo con Gallagher, o Cole Palmer con Mount. È su questo tipo di amnesia collettiva che fanno affidamento i vertici dello United, sperando che una fan base sempre più globalizzata preferisca la scarica di endorfine che viene dai nuovi acquisti all’attrazione dell’eredità. Confidano nel fatto che il rimpianto per la cessione di Scott McTominay al Napoli, o quelle future di Garnacho, Rashford, persino Mainoo, durino poco e poi scompaiano

Liew sostiene che quel vecchio senso di appartenenza così a lungo coltivato per Jim Ratcliffe significhi nulla, o poco. Non dovrebbe sorprendere che un uomo così tanto legato al nord-ovest dell’Inghilterra da andarsene a vivere a Monte-Carlo, consideri la discendenza e l’eredità dell’accademia in termini riduttivi. Manchester è solo una parola su una maglietta, un comodo espediente, qualcosa da vendere ai turisti. Non ci sono più persone, esistono solo prodotti, esistono celle su un foglio di calcolo da copiare e incollare a piacimento.

L’editorialista del Guardian chiude riferendo che qualche mese fa una fotografia ha iniziato a circolare online, uno screenshot di Google Street View, un’immagine catturata a Wythenshawe nel 2009. Mostra un ragazzino in piedi sul ciglio della strada. Indossa la sua maglia da calcio e aspetta un passaggio per andare l’allenamento all’accademia dello United. 

Potrebbe essere Rashford, sarebbe una bella storia. Naturalmente non lo sappiamo. Il volto è sfocato, il contorno è indistinto. È solo un mucchio di pixel rossi. Oggi potrebbe essere chiunque che va dovunque.

La prima allenatrice siriana

Dallo scoppio della guerra civile in Siria [2011] sono morte circa 500.000 persone. Secondo le Nazioni Unite, gli sfollati hanno toccato la cifra di 14 milioni, quasi la metà si è diretta all’estero. Tra loro c’è Maha Janoud, la prima allenatrice di calcio donna della Siria. È andata a lavorare nel settore giovanile del Breidablik, uno dei più grandi club d’Islanda. È stata Deutsche Welle a raccontare la sua storia. Si dice felice per la caduta nel mese di dicembre del regime di Bashar Assad, sebbene il futuro del paese rimanga incerto, ma pure addolorata dal fatto che la sua famiglia è divisa da 12 anni. 

Janoud ha seguito corsi per diventare allenatrice già durante la carriera da giocatrice conclusa nel 2011. Nel 2018 la Asian Football Confederation [AFC] ha imposto a tutte le associazioni affiliate di istituire dipartimenti tecnici per il calcio femminile. Lei era la sola ad avere una licenza e pure l’esperienza, così è stata assunta in federazone, ente sotto il controllo diretto di Assad. «La federazione tratteneva lo stipendio che mi era stato assegnato dall’AFC e mi costringeva a firmare come se lo avessi ricevuto». Contemporaneamente lavorava come assistente presso la squadra maschile di Damasco, l’Al-Muhafaza, dove dice di essere stata sfruttata dal governo per scopi propagandistici, come simbolo dell’emancipazione femminile nel Paese.

«Tutto il mondo – racconta – parlava di me come della prima allenatrice donna in Medio Oriente ad allenare una squadra maschile, ma non ho ricevuto alcuna parola di ringraziamento dalle autorità in Siria, né alcun riconoscimento morale o finanziario». La federazione siriana non ha risposto alla richiesta di commento ricevuta da Deutsche Welle

Nel 2020 Janoud ha lasciato la Siria, ha avuto un’esperienza in Oman, due anni fa si è trasferita in Islanda. Da lontano dice che «la Siria sta attraversando le doglie di una nuova nascita e questa sofferenza è necessaria. Spero che il nuovo bambino nasca sano. La mia gioia per la fine della tirannia è indescrivibile, ma spero di non passeremo da un fuoco all’altro. Sto ancora aspettando di conoscere la visione per il governo del Paese e la nuova costituzione, le fondamenta su cui verrà costruito il futuro della Siria e del suo popolo. L’intera popolazione ha lavorato nelle istituzioni di Assad, mi riferisco specificamente agli individui corrotti che prosperavano sul sangue delle vittime, sul sudore dei contadini e dei lavoratori, attraverso il traffico di corpi di donne e di organi umani. Devono essere ritenuti tutti responsabili» 

Nonostante la guerra, la nazionale maschile è rimasta competitiva, arrivando vicina alla qualificazione per la Coppa del Mondo 2018. C’è ottimismo sul fatto che in un immediato futuro possano davvero farcela. Il futuro del calcio femminile è meno chiaro. In alcune interviste, al-Sharaa ha respinto le preoccupazioni, ribadendo che il paese non vieterà alle donne né l’istruzione né l’attività sportiva, rinunciando a seguire la strada dei talebani afghani.

«Se il nuovo sistema di governo e la costituzione consentissero alle donne di partecipare – dice Janoud a Deutsche Welle – allora la traiettoria del paese potrebbe sul serio cambiare. Dobbiamo aspettare e vedere se agli sport femminili sarà consentito di andare avanti. Con un budget dedicato. Niente avviene solo nei sogni. Se la Siria diventerà sicura, se sarà governata da una costituzione giusta, libera da razzismo e discriminazione, se garantirà una vita dignitosa ai suoi cittadini, allora potrò tornare»

  GERMANIA

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I microfoni agli arbitri in Germania

Fermi tutti, in Germania mettono i microfoni agli arbitri. La Bundesliga testa la novità in cinque partite di A e B: Düsseldorf-Ulm, Bayern-Kiel, St. Pauli-Augusta, Francoforte-Wolfsburg e Leverkusen-Hoffenheim. La Lega vuole lanciare una campagna di trasparenza sulla VAR e chiede agli arbitri di parlare con i tifosi allo stadio ogni volta che sono responsabili di una decisione al video. Ma una maggiore trasparenza – si domanda Die Zeit – porta davvero a una maggiore comprensione o causa l’effetto contrario? La domanda è la prova che non siamo mai contenti. 

Nella tradizionale rubrica della Zeit dedicata alla partita della settimana che ci possiamo francamente perdere, c’è questa Union-Lipsia di oggi. I signori della RedBull hanno appena perso in Champions League perfino con lo Sturm Graz. La settima sconfitta in otto partite. Il primo obiettivo stagionale è andato. Un po’ poco – scrive il magazine tedesco nella versione online – per un club che questa settimana ha ingaggiato Xavi Simons con una spesa che si dice sia stata di 50 milioni di euro.

Bisognerebbe aggiungere in realtà che la rubrica è stata tradizionale. Dalla prossima settimana viene soppressa, insieme con la presentazione della giornata di Bundesliga. La redazione non deve averla presa bene. Christian Spiller e Nico Horn ne danno notizia ai lettori e aggiungono: Non preoccupatevi, le cronache del lunedì rimangono. Vi preghiamo di inviare eventuali petizioni al responsabile dello Sport.

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La suggestione dell’allenatore identitario ha preso un’altra spallata a Dortmund. È dai giorni del Barcellona di Guardiola che tutti vogliono farsi l’allenatore in casa. La Juventus ci provò con Ciro Ferrara, l’Inter con Andrea Stramaccioni. In Italia l’ultima è stata la Roma di Daniele De Rossi. Il Borussia aveva pensato di investire soldi e sentimenti su Nuri Sahin. Non è durato. È stato licenziato la notte stessa della sconfitta a Bologna. 

Ora il Dortmund si affida a Niko Kovac, ottavo allenatore negli ultimi 10 anni. Ha le carte in regola? – domanda Deutsche Welle. La risposta è la solita: e noi che cosa ne possiamo sapere. È la quarta squadra tedesca che si affida a lui. Nel primo periodo all’Eintracht Frankfurt vinse una memorabile Coppa di Germania [2018] e per aver battuto il Bayern Monaco in finale, si guadagnò un lavoro presso i campioni seriali tedeschi. Aggiunse un’altra Coppa di Germania, la Bundesliga nella stagione successiva e pochi mesi dopo era disoccupato, per l’inizio difficile della stagione 2019-20. Non è più stato cool. Non ha lasciato tracce speciali al Monaco [2020-22] né al Wolfsburg [2022-24]. Cosa porterà al Borussia: la sua esperienza, l’energia tipica delle sue squadre, dice il direttore generale Lars Ricken. Ha un grosso lavoro da fare. 

La reputazione del Dortmund come trampolino di lancio per i migliori giovani giocatori del mondo – scrive Deutsche Welle – è vacillata negli ultimi anni, così ora hanno un nucleo di giocatori avanti negli anni come Julian Brandt [28], Waldemar Anton [28], Niklas Süle [29], Pascal Gross [33] ed Emre Can [31], insieme al giovane prospetto inglese Jamie Bynoe-Gittens e all’attaccante Serhou Guirassy

Kovac deve trovare un modo per farli tornare tutti al meglio. Il Dortmund ha una difesa instabile, ha preso più del doppio dei gol subiti dal Bayern Monaco in Bundesliga. Kovac ha una certa reputazione per l’organizzazione difensiva e di sicuro sarà quella la sua priorità.

Ha firmato per 18 mesi, sembra chiaro che il Dortmund ha bisogno di ritrovare un’identità.

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Ci sono novità anche nel campionato femminile. Dopo la lunga pausa invernale, la Bundesliga è ricominciata con la partita clou tra Francoforte e Leverkusen. È la Bundesliga più emozionante degli ultimi anni. Le prime tre in classifica – Francoforte, Bayern e Leverkusen – sono a pari punti, con il Wolfsburg staccato di uno. Dopo dodici anni, potrebbe vincere una squadra diversa dal duopolio Bayern-Wolfsburg. La centrocampista bavarese Georgia Stanway si è rotta un legamento durante l’allenamento. Resterà fuori per diversi mesi e potrebbe a questo punto anche dover saltare gli Europei in Svizzera a luglio.

 

     IL TELECO-SLALOM

 Guida allo sport in tv di oggi

15.30  BAYERN VS HOLSTEIN KIEL – SKY SPORT

Quando l’allenatore Vincent Kompany fa le sostituzioni, i tifosi del Bayern si chiedono che fine abbia fatto Kathleen Krüger, che per oltre un decennio teneva il cartellone con numeri dei giocatori che entravano e uscivano. Dal mese di giugno dell’anno scorso, l’ex team manager è diventata Senior Leading Expert Sport Strategy & Development, qualunque cosa significhi. Il progetto principale che segue è la costruzione del nuovo centro di formazione in Säbener Straße. I fondi sono stati approvati e il progetto di costruzione è stato concordato con l’amministrazione comunale. Krüger si occupa anche delle collaborazioni con le scuole e supporta il direttore del campus Jochen Sauer. Non si fa più vedere così spesso allo stadio. Da quando è diventata madre nel giugno 2021, dopo una pausa di sei mesi dovuta alla maternità, Krüger ha deciso di non viaggiare più tanto nei fine settimana. Pep Guardiola le propose di seguirlo al Manchester City: voleva darlo lo stesso incarico di team manager che ricopriva in Germania. Lei disse che le faceva piacere ma che non poteva accettare. L’incarico è ora affidato all’ex capo della sicurezza Maciej Jagiellowicz.

Per i tifosi dell’Holstein Kiel la promozione in serie A ha un senso quasi solo per questa partita. Arrivano in 5.500 dal nord, percorreranno 874 km per prendere posto all’Allianz Arena, stadio che può ospitare cinque volte gli spettatori che entrano all’Holstein Stadium. La rosa del Bayern vale circa 22 volte quella dell’Holstein, secondo i dati del portale Transfermarkt [ci sono in giro molti appassionati di queste cose]. La vittoria degli ospiti viene data a 33. Die Zeit racconta che mercoledì sera l’allenatore Marcel Rapp ha guardato la partita di Champions League del Bayern solo su un secondo schermo più piccolo. Su quello grande, come si addice a una persona nata a Kiel, c’erano i Mondiali di pallamano.

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IL CALCIO ITALIANO

La brutta piega del Parma

  . Andrea Schianchi sulla Gazzetta scrive della sconfitta del Parma contro il Lecce e della contestazione. Prestazione desolante quella dei ragazzi di Pecchia che non riescono a uscire dal tunnel e non hanno mai trovato, in tutta la stagione, quella continuità e quell’equilibrio tattico che sono fondamentali per raggiungere la salvezza. O si dà una sterzata o sarà buio pesto. Alessandro Sugoni su Sky Sport Insider illustra il senso del neologismo da calciomercato: corvinata. In sostanza: una genialata di Pantaleo Corvino che porta benessere nei conti del club. Nell’ultima applicazione: la scoperta di Dorgu e la sua cessione al Manchester United. Segue galleria delle sue scoperte. 

E la brutta piega del rugby gallese

Adesso il rugby mondiale si è messo a contare le sconfitte consecutive del Galles. L’ultimo Sei Nazioni ha sfilato l’Italia dal ruolo di collezionista di cucchiai di legno, così stamattina L’Équipe giudica la vittoria della Francia in apertura di Sei Nazioni [43-0] troppo perfetta per essere attendibile, mentre Eurosport France usa la formula facile, troppo facile. Le sconfitte di fila del Galles sono diventate tredici e in campo c’era un divario di due o tre categorie ha scritto Laurent Campistron. I Blues erano troppo potenti e i tre quarti troppo ispirati per offrire una possibilità. L’unica nota stonata della serata, dice il giornale francese, è arrivata dal ritorno di Romain Ntamack in nazionale dopo un anno e mezzo. Ha dovuto abbandonare il campo a dieci minuti dalla fine per un cartellino giallo trasformato in rosso dopo la verifica al video. Salterà la partita della settimana prossima contro l’Inghilterra. 

 

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