OGGETTI DI SCENA
Il sigaro di Conceiçao dopo quello di Ancelotti
Prima ancora della moda lanciata dai giocatori della NBA, può darsi che sotto sotto c’entri Winston Churchill. La prima volta che scoprì gli habanos, fu durante l’occupazione spagnola di Cuba. Era in missione diplomatica. Raccontano che nella sua residenza inglese di campagna, nel Kent, tenesse una scorta di oltre tremila sigari in una stanza accanto allo studio privato, nelle confezioni originali, in scaffali diversi, in base alle dimensioni. Come a dirci che ci sono sigari e sigari, ci sono vittorie e vittorie. I suoi preferiti erano i Romeo y Julieta oppure El trovador selection nr. 60. Era tale la sua incapacità di separarsene, che sotto un bombardamento di guerra su Londra, temette non per sé e la propria vita, ma per la tenuta dei sigari presso il negozio Dunhill. Una bomba prese la vetrina durante un raid aereo. Alle due di notte, una volta constatati i danni, il direttore lo chiamò al telefono per informarlo che i sigari erano in salvo. Il suo pronipote Randolph raccontò che se li portava dietro ovunque si trovasse. Il famoso gusto del sigaro in trasferta. Se non fosse intervenuta l’UEFA, si potrebbe dire che fuori casa vale doppio.
Un sigaro non è una pipa. La pipa fa atmosfera e meditazione. Dove c’è una pipa, c’è un’indagine notturna. La pipa di Maigret – che poi è la pipa di Simenon – si sovrappone alla pipa di Sherlock Holmes. Così viene già il sospetto che si tratti di un luogo comune. Il sigaro invece è azione. Lo troviamo tra le labbra di Mazzini e di Garibaldi, due tipi – come dire – che prendevano l’iniziativa. Chi avesse voglia di accapigliarsi, potrebbe a questo punto ragionare sul tipo di azione: se un sigaro è più in linea con i contropiedisti e con la loro sfacciataggine – in fondo lo fumava Gianni Brera – oppure se è coerente con la rete di passaggi interlocutori della paziente costruzione dal basso, al molto fumo in attesa dell’arrosto. Non stava certo con le mani tra le mani il salgariano Yanez, né si può discutere che ci fosse intraprendenza in John Wayne e in Clint Eastwood, tutti uomini di sfrontatezza e sigaro, sigaro e sfrontatezza.
Le Manifatture del Toscano hanno in catalogo il Mascagni e il Garibaldi. Un estimatore del sigaro era Giacomo Puccini. Mark Twain diceva che sarebbe stato capace di smettere quando lo avesse voluto. G.B. Shaw accreditava la tesi aggiungendo: in fondo quando dormo, non lo fumo mai. Come si vede, il sigaro fa molto Ottocento. Sta tra il romanticismo e il melodramma. Nella Montagna incantata di Thomas Mann, Hans Castorp è definitivo: «Non capisco come si possa non fumare», e poco dopo sentenzia che mangiare ha un senso solo se ti puoi fare un sigaro.
Dietro la curva, incombevano le ragioni del Novecento. Il secolo della colpa. È il Novecento che ha portato la sigaretta. Ciao sapore, ciao gusto, il fumo si fa vizio. La sigaretta è lo Zeno Cosini di Italo Svevo, il segno dei segni di un insuccesso, del fallimento che segue un’utopia. Se state pensando a Zeman, siete delle brutte persone.
[già usato tempo fa per Carlo Ancelotti]