Lo Slalom del 14 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

martedì 14 gennaio 2025

 

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QUELLO CHE STA SUCCEDENDO

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DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

I primi mondiali dell’anno

  I Mondiali di pallamano sono quel posto che in fondo tanto mondiale non è. Una volta passati i gironi, quando il tempo scorre, lo spazio si restringe e l’imbuto conduce il torneo verso le semifinali, diventano degli Europei con un’aria più enfatica e solenne. Nelle 28 edizioni giocate regolarmente dal 1954 – con un prologo nel 1938 – solo il Qatar del 2015 è riuscito a spezzare l’egemonia del continente, ma con una squadra piena di naturalizzati. Giocava in casa e voleva cogliere l’occasione. Sono riuscite a piazzarsi al quarto posto l’Egitto nel 2001 e la Tunisia nel 2005. Basta. Tre nazionali in tutto fra le prime-quattro su 112 posti. 

La pallamano maschile vive dentro una geografia ristretta. Quattro paesi si sono divisi 17 dei 28 titoli assegnati. La Danimarca ha vinto gli ultimi tre, la Francia i precedenti due. Le quattro semifinaliste del 2023 sono state le stesse del 2021 e del 2011. Un panorama immobile e chiuso, dove stavolta una sola nazionale farà il suo debutto in assoluto, la Guinea

L’Italia si è qualificata per la seconda volta nella storia, torna a distanza di 28 anni. Cuba e Kuwait non si vedevano dal 2009, la Repubblica Ceca mancava da dieci anni. Gli USA sono alla seconda apparizione consecutiva per la prima volta in trent’anni, ma lo devono a una wild card assegnata dalla federazione. L’altra è andata alla Svizzera perché così ha deciso il partner televisivo internazionale del torneo, considerando il bacino d’utenza, il mercato commerciale, quella roba là. Avevano fatto domanda 12 nazioni. L’ha mangiata l’Europa. Pure questa. Pezzi di un mondo più largo intravisti due anni fa stavolta sono rimasti fuori: Iran, Marocco, Arabia, Sud Corea, Uruguay. 

Comincia oggi il primo torneo della storia organizzato in tre paesi: Croazia, Danimarca e Norvegia, dove la pallamano è radicata nella vita quotidiana dei cittadini, dai giovani agli anziani. Questo fa dire alla federazione internazionale che è cominciata una nuova era”. Può darsi, ma i Mondiali del 2027 torneranno in Germania come nel 2019, quelli del 2029 saranno divisi a metà tra la Francia [come nel 2017] e di nuovo la Germania, l’edizione del 2031 si riaffaccerà in Danimarca e in Norvegia, aggiungendo l’Islanda. La sola pallanuoto vive forse dentro un recinto più claustrofobico. 

 

Le partite di oggi

  La partita d’apertura è Italia-Tunisia al Jyske Bank Boxen di Herning, seguita da Francia-Qatar allo Žatika Sport Centre di Parenzo. Fa sensazione ricordare che 10 anni fa assegnò il titolo. Ne ha parlato con L’Équipe Bertrand Roiné, ex terzino sinistro campione del mondo con i Blues nel 2011, uno dei naturalizzati dagli emiri. Dice che stasera guarderà di sfuggita la partita da Abu Dhabi, dove accompagna la figlia al concerto dei Coldplay. Ricorda così l’avventura folle del 2015: «Sono stati momenti bellissimi. La finale per me è stata un misto di emozioni: giocavo contro la mia nazione, contro ex compagni di squadra. Il momento degli inni fu il clou. Ho giocato una partita disastrosa, sono rimasto sopraffatto da tutto. Nel secondo tempo abbiamo ridotto le distanze e sentimmo che la partita poteva cambiare, ma alla fine fece la differenza l’esperienza». 

Roiné è rimasto a vivere in Qatar dopo il ritiro. Ha aperto due attività, una per il noleggio di attrezzature video professionali e l’altra per la vendita di sciarpe – sciarpe tradizionali – con i colori delle squadre nazionali o dei club. L’epoca d’oro di una decina d’anni fa si è spenta. Gli investimenti sono calati con il cambio delle norme sulla naturalizzazione: bisogna prima aver giocato tre anni nel Paese. La Nazionale è allenata comunque da un monumento di questo sport, il montenegrino Veselin Vujovic e conta ancora qualche espatriato dal Nord Africa o dai Balcani. A questi Mondiali rientra Frankis Marzo, il cannoniere di origine cubana. 

CHI GUARDARE. Nedim Remili è un mancino cruciale nel gioco della Francia. Appassionato del gioco fino a esserne uno studioso. È stato MVP agli Europei 2024 e fa parte della schiera degli unicorni dello sport mondiale: gioca sia da terzino sia da regista. 

L’Équipe ieri mattina ha dedicato due pagine al ricordo del primo titolo mondiale vinto dalla Francia giusto trent’anni fa, quando due bottiglie di vino acquistate all’aeroporto da Denis Lathoud per i suoi figli durarono a malapena fino al decollo da Reykjavik. Il pilota del volo AF 0550 dovette chiedere all’allegra troupe di smettere di ballare per poter atterrare a Roissy alle 5 del mattino. Sul nastro trasportatore i passeggeri videro arrivare seduto Jackson Richardson. Tre giocatori sfondarono il tetto di una Twingo viola saltandoci sopra a torso nudo. Era una squadra uscita dal nulla. Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 aveva portato la prima medaglia alla pallamano francese, un bronzo, si ossigenarono i capelli per celebrarlo. Nel 1993 la prima finale mondiale contro la Russia, festeggiata con una fotografia nella quale la squadra posò nuda, con un basco a coprire quel che andava coperto. Era uno spogliatoio turbolento, guidato dal cittì Daniel Costantini. Furono dei pionieri, i primi a dare un titolo mondiale alla Francia in uno sport di squadra, con tre anni di anticipo su Zidane e la nazionale di calcio. 

  L’Italia è l’incognita del girone. Non ha mai affrontato né Danimarca, né Tunisia né Algeria in partite ufficiali. Ha battuto la Turchia nella prima fase delle qualificazioni, Belgio e Montenegro nella seconda. Alla Nazionale mancherà Marco Mengon, ed è il caso di dire che qui non arriva la musica. Il capitano Andrea Parisini, il giocatore più esperto della squadra, è ancora alle prese con un infortunio. La Tunisia è in campo per la 16esima volta consecutiva ma la sua ultima vittoria in un turno preliminare dei Mondiali risale al 2019: dopo sono arrivati due pareggi e quattro sconfitte. 

 

  Quattro giocatori danesi hanno l’occasione di vincere un quarto Mondiale di fila. Una cosa che manco Pelé. Il record assoluto è di cinque e apparterrà ancora a Thierry Omeyer [2001, 2009, 2011, 2015 e 2017], seguito da altri cinque francesi con quattro ori [Nikola Karabatic, Jerome Fernandez, Mickael Guigou, Daniel Narcisse e Cédric Sorhaindo]. Ma nella Danimarca che si presenta al via dopo tre Mondiali di fila ci sono Magnus Landin Jacobsen, Mads Mensah Larsen, Simon Hald e Henrik Møllgaard che possono aggiungere un grano alla corona. Le leggende Mikkel Hansen e Niklas Landin hanno invece lasciato la Nazionale. La stella è Mathias Gidsel, MVP e capocannoniere due anni fa, al quale manca un gol per arrivare a 100 ai Mondiali. Lo segnerà stasera contro l’Algeria. È stato nominato MVP anche alle Olimpiadi di Tokyo 2020 e di Parigi 2024, è stato capocannoniere agli Europei 2024 e ai Giochi 2024. Ha solo 25 anni. Potrebbe essere diventato uno dei migliori marcatori della storia quando si ritirerà. La Danimarca è imbattuta da 28 partite ai Mondiali.

 

    L’Austria si presenta ai Mondiali ancora nel ricordo dei sorprendenti Europei 2024 chiusi all’ottavo posto, ma è priva del suo giocatore di spicco Nikola Bilyk. In preparazione al torneo i risultati sono stati contrastanti. L’Austria ha perso contro Giappone e Polonia, ma è riuscita a battere la Tunisia. Il Kuwait non si è mai piazzato più su del 15esimo posto e mai sotto il 23esimo. I giocatori chiave sono Saleh Ali, Saif Al-Adwani, Hassan Safar, Haider Dashti, Abdulaziz Salmeen e Abdullah Al-Khamees. Così, nel caso a qualcuno facesse comodo saperlo. 

 

  FRANCIA

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Il PSG prende Kvara ma non ne ha bisogno

Oggi in Francia riattaccano con i 32esimi di finale della Coppa di Francia e L’Équipe riprende la sua serie di pezzi dedicati alle Cendrillon del pallone di casa che avanzano e stupiscono. Dopo aver raccontato di Ayrens, Moussages, Riom-ès-Montagnes, Saint-Chély-d’Apcher, Aurillac, Onet-le-Château, Agde, oggi è il turno della squadra di Le Puy-en-Velay, serie D, posta dinanzi all’occasione di poter avanzare di un altro turno: il suo avversario oggi è il Dives Cabourg che gioca in Quinta. Sono qualificate 12 squadre di serie A, 7 di serie B, 4 di serie C, 5 di serie D, 4 di serie E [diciamo così], tra cui l’Espaly che ha pescato al sorteggio il PSG. 

A proposito di PSG. Ora. La faccia mia sotto i piedi vostri. Prendono Kvara, e va bene. Ma siamo certi che sia il giocatore adatto all’ambizione antica di vincere finalmente la Champions? Fanfan La Tulipe ha molto sedotto e molto abbandonato. Dopo la super prima pagina dell’altro giorno, oggi L’Équipe si fa venire un dubbio. L’ingaggio di Khvitcha Kvaratskhelia rafforzerà il PSG nel suo punto di forza, senza necessariamente curare il suo punto debole in Champions League: la sua inefficacia.

Vincent Duluc scrive che avere Kvara 18 mesi fa era un conto, ma da allora cammina un po’ meno sull’acqua, sia con il Napoli di Antonio Conte sia  con la Georgia, a 23 anni probabilmente ha dovuto digerire questa esplosione improvvisa. Resta un attaccante straordinariamente attraente, come tutti i palleggiatori della sua specie. Ma Kvaratskhelia va a rafforzare un settore parigino che già funziona, il migliore degli ultimi due mesi. Invece di chiedere un centravanti di livello mondiale che gli manca così tanto in champions, Luis Enrique aggiungerà un’ala creativa a Bradley Barcola, Ousmane Dembélé, Désiré Doué, Kang-in Lee

È la stessa tentazione in cui sono caduti Arteta e Guardiola, così secondo L’Équipe deve esserci qualcosa di culturale tra gli allenatori spagnoli nella sovrapposizione di giocatori con profili simili in posizioni offensive

È vero che Lucho ha già fatto giocare da numero nove  Gonçalo Ramos, Dembélé, Kolo Muani, Lee, Asensio e Doué, ma Kvara non sembra avere quel profilo, come neppure Barcola. Secondo Duluc il suo arrivo a Parigi rappresenta “una minaccia per il minutaggio del nazionale francese, così come per quello di Désiré Doué, migliorato nelle ultime settimane. Barcola e Doué sono stati insieme in campo per appena 255 minuti in 25 gare ufficiali, nove volte si sono alternati sulla sinistra. La presenza di Kvaratskhelia sconvolgerà inevitabilmente questa alternanza, a meno che Luis Enrique non abbia un’altra idea, che resta possibile, anzi probabile. L’analisi percentuale delle azioni in copertura dell’attaccante georgiano nella scorsa stagione rivela una cifra poco adatta alle richieste di Luis Enrique: solo il 2% dei rientri in difesa. Ma correre per gli altri non è tra le cose più complicate nel calcio, Kvara non ha alcuna possibilità di sfuggire al suo allenatore. Soprattutto se come dice Sagnol assomiglia a Franck Ribéry.

 

Il calcio pirata in Francia funziona benissimo

Da diverse settimane lo streaming illegale è diventato il nemico numero 1 del calcio francese e delle emittenti che trasmettono il campionato. Una lotta, scrive So Foot, che rappresenta l’altra faccia della medaglia della disastrosa gestione dei diritti tv da parte della Ligue

Ma non preoccupatevi, dice in modo paradossale Baptiste Brenot: tutto quel che è pirata funziona bene. La sua esistenza è antica quanto il mondo virtuale. Negli anni 2000 stava già scuotendo le potenti industrie della musica e dell’audiovisivo. In un famoso spot pubblicitario trasmesso per la prima volta nel 2004, la lobby degli studi di Hollywood dipinse i pirati del web come potenziali criminali, paragonando il download illegale al furto d’auto, con una musica così orecchiabile che faceva venire voglia di diventare dei criminali scaricando l’ultimo album dei Linkin Park su Emule o MegaUpload.

Il fascino discreto della pirateria, vent’anni dopo, va a sbattere contro l’offensiva condotta in dall’FBI ma sostanzialmente nulla è mutato. È ancora semplice – scrive So Foot – guardare il film che si preferisce su siti oscuri, senza pagare nulla a nessuno. Lo streaming illegale continua a funzionare bene, forse meglio che mai, nel mondo dello sport. È un attore fondamentale nella trasmissione del calcio mondiale, ha soppiantato nettamente l’emittente ufficiale del campionato francese in Francia. DAZN raggiunge un massimo di 500.000 abbonati, più di 800.000 guardano le partite altrove. Un fenomeno di proporzioni senza precedenti, lo ha definito Benjamin Morel, direttore generale della LFP Médias, a Le Monde. 

Secondo uno studio Ipsos, il 37% dei potenziali telespettatori del campionato francese opterebbe ormai per canali di trasmissione illegali. Sono stati il 55% nella sera di Marsiglia-PSG. Ma So Foot scrive che dietro le dimensioni folli assunte dalla pirateria ci sono le scelte disastrose della Ligue, la principale responsabile di questa situazione.

Mille e.341 domini sono stati chiusi, operazioni internazionali sono state condotte dall’Interpol, eppure niente sembra poter impedire agli streamer di trasmettere in streaming. L’unico modo per riportare sulla strada giusta i recalcitranti consumatori di calcio, diventati pirati del web – scrive la rivista francese – è offrire un servizio di qualità a un prezzo ragionevole”.

Le politiche adottate negli ultimi anni vengono invece definite un modo per sabatora il giocattolo. L’offerta per vedere la Ligue 1 era presente dieci anni fa in un pacchetto completo con i migliori campionati europei e la Champions a un prezzo interessante, mentre oggi – dice So Footla formula è orribile, troppo costosa, con un format scontato, senza nessuna trasmissione che ci racconta il campionato, con uno studio scarso pochi istanti prima di ogni partita. La Ligue avrebbe potuto facilmente prevedere il fallimento di questa nuova formula dopo il fiasco di Mediapro. I week-end architettati da DAZN hanno un sapore insipido. Chi si dissanguerebbe per garantire lo stipendio astronomico di Vincent Labrune [da 100.000 a 70.000 euro – al mese, ovviamente] o per rendere redditizia l’operazione del fondo di investimento CVC? Se l’aumento massiccio dello streaming illegale nel calcio sta sconvolgendo gli equilibri finanziari, deve essere anche uno stimolo a farsi un esame di coscienza. Considerando i clienti delle mucche da mungere, la punizione era inevitabile.

FONTE | So Foot

 

RUOTE

Senza Pogacar non sarà lo stesso Giro 

El Pais: Risorge il passato colonialista dell’Italia

|   È difficilissimo trattare con Cairo

Se la Groenlandia ha bisogno di farlo con Trump, gli consiglio di chiamare lui

Edi Rama

 

Partenza dall’Albania, rientro in Puglia, due cronometro [una a Tirana e la Lucca-Pisa], sei tappe di alta montagna, quattro nell’ultima settimana con il Tonale e il Mortirolo nel giorno dell’arrivo a Bormio, due negli ultimi tre giorni di corsa. Abbiamo il Giro d’Italia. Con notevole ritardo. L’ultimo dei grandi Giri a disvelarsi. Qualcosa deve essersi inceppato a un certo punto nelle relazioni tra la corsa e il governo albanese, qualcosa deve aver reso necessario l’intervento della Farnesina, come alcune fonti fanno trapelare. Com’è-come non è, il Giro d’Italia numero 108 è quello che Alexandre Roos su L’Équipe definisce un percorso nella più pura tradizione moderna del Giro con molti degli ingredienti che hanno aromatizzato la corsa alla maglia rosa degli ultimi anni, a cominciare da una grande partenza esotica

Avremo le Strade Bianche sulle colline senesi, i tratti di sassi verso Piazza del Campo e il muro di Santa Caterina. Avremo un dislivello in aumento di 10.000 metri rispetto allo scorso anno, il primo arrivo in vetta sull’Appennino, a Tagliacozzo, alla settima giornata di corsa. Secondo Roos, il Colle delle Finestre sarà il giudice di pace di questa edizione nel giorno dell’ascesa finale verso Sestriere, 18,5 km di cui 8 sterrati al 9,2% di media. Come spesso accade, il Giro farà pure un’incursione in Slovenia. Era un occhiolino per Tadej Pogacar, farà la gioia di Primoz Roglic. La UAE pare abbia intenzione di presentarsi col tridente Adam Yates-Juan Ayuso-Isaac Del Toro. Jonas Vingegaard è tentato dalla doppietta con il Tour: dovrebbe parlare martedì. Wout Van Aert andrà a caccia di tappe, quando non aiuterà Olav Kooij negli sprint, in Puglia, a Napoli, a Vicenza.

Carlos Arribas su El Pais ha un tono malinconico quando dice che per andare a Bormio si evita tristemente lo Stelvio, i corridori passeranno solo dai crocevia della strada che dalla città sale al gigante delle Alpi. Non ci saranno giganti, porti che sfiorano le nuvole, nevi perenni. Né Bondone né Gavia né Stelvio né Zoncolan né Marmolada né le Tre Cime di Lavaredo. Neppure il Pordoi. La partenza dall’Albania viene definita dalla grande firma del quotidiano spagnolo un ritorno a una certa forma neocoloniale dell’Italia ottant’anni dopo in quella parte dell’impero che Mussolini sognava nei Balcani. Il passato – sottolinea – risorge sotto forma di un centro per immigrati espulsi dall’Italia e di una corsa ciclistica

Cristiano Gatti su Tuttobici è finanche più in allarme. Scrive che c’è la fondata possibilità di rivedere qualcosa di già visto: il Giro moscio e noioso fino a pochissime tappe dal termine, per la precisione azzardo il martedì 27 maggio, arrivo sopra Brentonico, 199 chilometri, dislivello 4.800 metri. Il Giro 2025, intendo i giochi veri, potrebbe proprio aprirsi qua, per proseguire e chiudersi negli altri due tapponi, Champoluc il venerdì e Sestriere il sabato di chiusura. In assenza del matto Pogacar, il rischio è rivedere il solito film dell’attesa, dell’infinita e comoda attesa, “vediamo nella terza settimana”, una cosa del genere 2023, quando Roglic e Thomas menarono il torrone dell’attesa – e del rinvio – fino all’ultima cronoscalata, decisa sul filo di pochi secondi, con il thriller legato solo ai salti di catena. E chissà se è una coincidenza che anche stavolta ci sia in ballo Roglic

Bicisport aggiorna la lista dei partecipanti con il nome di Carapaz. Hanno confermato la loro presenza anche Hindley, Martinez, Bilbao, Tiberi, Gaudu, Quintana, Landa e Bardet. 

All’auditorium Ennio Morricone di Roma è stato presentato anche il percorso del Giro femminile, otto tappe da domenica 6 luglio a domenica 13 luglio, in concomitanza con il Tour maschile. La gara inizierà a Bergamo con una crono individuale di 13,6 km e si concluderà sul circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola, dove Julian Alaphilippe ha vinto il Mondiale 2020..  

 

TENNIS

I due fronti di Jannik Sinner

      AUSTRALIAN OPEN   Il prossimo avversario di Jannik Sinner si chiama Tristan Schoolkate, australiano di Perth, 23 anni, per la prima volta in tabellone agli Australian Open con una wild card. È il numero 173 della classifica mondiale, ha iniziato a giocare a tennis a cinque anni appresso a papà Peter, coach presso il Claremont Lawn Tennis Club di Perth. Diece che il suo idolo da bambino era Pat Rafter, e non si fa fatica a credergli. Nel mese di maggio ha vinto il primo challenger della sua carriera sul cemento cinese di di Guangzshou. È curioso che nel circuito maggiore abbia vinto solo due partite, tutt’e due in uno Slam e tutt’e due contro Taro Daniel: agli US Open 2024 e adesso qui. Sulla Rod Laver Arena c’è già stato una volta, tre anni fa fece da sparring partner a Novak Djokovic prima che lo sbattessero fuori dal Paese perché era stato manomesso il QR Code del green pass.

O forse no. Forse il vero prossimo avversario di Jannik è un altro. Ne ha scritto Giorgio Burreddu su G+: si chiama Jacques Radoux. No, non Giorgio Burreddu. Giorgio Burreddu si chiama Giorgio Burreddu. È l’avversario che si chiama Radoux. O meglio. Radoux dovrebbe essere un arbitro, non un avversario, ma se dovesse squalificare Sinner diventerebbe il nemico della Nazione. È stato nominato dal TAS presidente della commissione giudicante sul ricorso della WADA contro la decisione della ITIA per il caso Clostebol. Radoux è un tennista. È stato anche capitano del Lussemburgo in Coppa Davis. Ha 55 anni, fa l’avvocato, parla sei lingue [tedesco, francese, inglese, italiano e spagnolo oltre al lussemburghese] mai tutte insieme altrimenti sarebbe un grosso casino. È laureato in diritto privato e commerciale, pare sia uno specialista dei punti di conflitto tra il diritto comunitario e il mondo sportivo. Ha insegnato alle Università di Nancy e Zurigo. Uno di quei tipi che se a cena ti capita di fianco, chiedi di cambiare posto e sederti vicino a Fiorello. Non è chiaro perché dovrebbero trovarsi alla stessa cena Fiorello e Radoux, ma non si può escludere, casomai l’ha organizzata Djokovic, uno che ne può sapere. 

Burreddu dice che c’è un confine oltre il quale la vita di Radoux diventa off-limits. Si sa poco di lui. C’è un’intervista su YouTube in lussemburghese, c’è qualche vecchia statistica sui doppi falli, le prime di servizio, le percentuali in risposta. Si sa però che prima di entrare nel gruppo dei 283 avvocati del Tribunal Arbitral du Sport, il Tageblatt, quotidiano del Lussemburgo, annunciò che la squadra di Coppa Davis si sarebbe dovuta trovare un nuovo capitano perché Radoux non aveva nessuna intenzione di prolungare il suo contratto. Era il 2013, e Jacques aveva fondato con alcuni colleghi Letz Serv, un’azienda che supporta gli atleti nella loro carriera e ne guida le scelta: management e comunicazione. Ma non pensate ai conflitti di interesse: Radoux ha lasciato anche questa creatura, come la squadra di Davis.

FONTE | G+

 

  LO ZIBALBOURNE 

L’altra notte il povero Frances Tiafoe è dovuto arrivare fino al quinto set per vincere la sua partita contro Arthur Rinderknech. Per il caldo ha anche vomitato in campo e lo scatto di un fotografo lo ha beccato chino sulle ginocchia, mentre si teneva i bordi dei pantaloncini con le dita. Tennis Letter ha pescato dalla memoria una posa uguale di Michael Jordan nel ‘97 e ha postato la suggestione su Twitter o come diavolo si chiama adesso, ma poiché i tempi sono quelli che sono, anziché dirgli bravo e che la connessione era stata geniale, sono usciti un mucchio di cancellieri che nei commenti vanno scrivendo: naaa guarda bene, non è la stessa cosa. Dopo lo scampato pericolo Big Foe ha regalato la sua racchetta a un ragazzino. Se ogni sua partita non fosse un romanzo Frances Tiafoe sarebbe molto meno unico [Ubitennis]. Rinderknech ha chiuso con 33 ace e 70 colpi vincenti, ma ha pagato i 64 errori non forzati.

 

    IL PAESE

Daniele Azzolini su Tuttosport ha scritto che questi Australian Open si stanno tenendo all’americana. In che senso? Nel senso che scordatevi il silenzio. Bocche che masticano, ingollano, parlano, ridono. E un continuo via vai con vassoi di pollo, hamburgher, patatine, birre, bevande. Poi gli uccelli. Quelli che a tetto chiuso sono rimasti dentro e quelli che quando viene aperto per la sessione serale, a pioggia finita, svolazzano e utilizzano le travi come rami. Casa loro. E la musica. Quella che proviene, continua e sparata da fuori, dove il traffico pedestre sembra quello dei motorini e delle auto sul Lungotevere di Roma. Arriva dal Grand Slam Oval, che non è un impianto di pattinaggio su ghiaccio di velocità n’è un campo da cricket (oddio, lo era). E l’omologo della Murray’s Hill, la mitica collina di Wimbledon, solo che è piatto. Una vera e propria piazza-arena per chi non ha il biglietto per entrare negli stadi e può godersi quelle partite dai maxischermi. Ma più che altro sembra che la maggior parte  della gente sia interessata al dj-set e a tutte le attrazioni disposte a raggiera.

Dagli store degli sponsor uffi ciali, a bar, ristoranti. Pure una farmacia. E giochi, tanti giochi. Un percorso per bambini con palline attaccate a pali con elastici, una metà campo da tennis-studio televisivo dell’emittente australiana, e pure il concessionario di auto (ovviamente Kia). Red Bull ha trasformato tavoli da picnic in mini campi da ping pong con i colori di quelli di gioco (azzurro e blu) e le racchette in tinta e griff ate AO. Il logo è ovunque. Il megastore ufficiale a fianco della sala stampa è preso d’assalto e non solo quando piove. Trovi e compri di tutto, dalle magliette ai cappellini, dagli asciugamani ai pantaloncini, dalle tazze ai portachiavi. E ogni cosa che viene in mente. Poi c’è l’altro mondo, quello vip. Contiguo, ma diviso. Devi avere un braccialetto colorato, così entri nelle hospitality lussuose vista fiume, con la skyline del centro città che è uno sfondo ideale per selfi e cartoline. Mangi e bevi di lusso. Ogni sponsor ufficiale ne ha una dedicata ai suoi clienti-ospiti. Una è a disposizione degli altri brand che non possono griff arsi qui dentro. Tutte, come i palchi negli stadi, sono targate AO Reserve. Come lo champagne, che ovviamente ha una sua “spiaggia” con ombrelloni. Giocano? E che sara mai, facciamoci un’ape riverside

   

  LA PIPPA DEL GIORNO

Il titolo va per ora a Ekaterina Alexandrova, la testa di serie più alta uscita dal torneo, la #26 del tabellone femminile. Trent’anni, allenata da suo padre Evgeny e in precedenza da Vojta Flegl. Ha una sorella [Anna] e un fratello [Jury]. Ha iniziato a giocare all’età di 6 anni. Il suo colpo preferito è il dritto, la superficie preferita è il cemento. Parla russo, inglese e ceco. Le piace preparare torte e ammira Serena Williams.

Non è bastato per battere Emma Raducanu, ua’ ve la ricordate Emma Raducanu? L’inglese che sbaragliò gli US Open nel 2021 a diciannove anni, sconvolse il mondo degli sponsor britannici e poi s’è mangiata tutta la tredicesima. 

La prima testa di serie a cadere nel torneo è stata in assoluto la numero #29 del tabellone femminile, la ceca Lina Noskova, battuta dalla danese Tauson in tre set. La più alta di tutte, escluso il ritiro di Dimitrov, è ancora la #11 di Tsitsipas, battuto da Michaelsen.

Ha scritto Ubitennis: La cosa più triste, per Stefanos Tsitsipas, è che questa sconfitta non è un’enorme sorpresa. L’essere uscito per la prima volta dopo 7 anni (ma ai tempi era n. 82 al mondo) al primo turno dell’Australian Open è solo una conferma della crisi senza fine, e di uno status probabilmente da aggiornare ormai al ribasso. Alex Michelsen è stato un boia poco clemente e per niente incline al compromesso, giocando allo stesso modo e con la stessa intensità dall’inizio alla fine: violento da fondo, servizi quasi sempre sopra i 200 km/h e l’arma delle palle corte non scontata, e per questo micidiale. Le poche variazioni tentate sono costate caro al greco, che in realtà non ha neanche giocato così male, al netto dei soliti problemi dal rovescio e qualche scelta leggermente scellerata.

 

    BOOMERANG

Tre partite maschili si sono chiuse al quinto set nel primo giorno. Prodigiosa la rimonta del 35enne giapponese Nishikori, sotto di due set contro il brasiliano Monteiro. Ha cancellato due match point e ha vinto la sua 29esima partita in carriera al quinto. A Melbourne ne ha persa una e in tutto appena 8. Il sito del torneo ha scritto che sono stati più gli uomini a passeggiare sulla Luna che quelli in grado di battere Nishikori al quinto set. 

Ha ribaltato  due set di vantaggio il francese Halys contro l’australiano Walton, Casper Ruud ha vinto al quinto sullo spagnolo Munar. Dal 2020 solo tre giocatori hanno giocato più partite di Ruud da cinque set prima dei quarti di finale negli eventi del Grande Slam. Lui ha detto una frase stupenda: Non avevo mai giocato la mia partita d’apertura di domenica. Se avessi perso, sarei tornato a casa prima ancora che il torneo fosse iniziato»

Al secondo giorno al quinto hanno vinto l’ungherese Marozsan sul brasiliano Seyboth Wild, l’australiano Vukic contro il bosniaco Dzumhur [da 1-2]. Nella giornata-tre che sta procedendo dritta come un fuso, al quinto set abbiamo visto vincere Daniil Medvedev contro la wild card indonesiana Samrej [una vittoria thrilling, Eurosport], il salingeriano giovane Holgen [cioè Holgen Rune] sul cinese Zhang; il non più giovane Gael Monfils sul battitore folle Giovanni Mpetshi Perricard [2-0 poi due tie-break persi e 6-4 al quinto, 19 ace a 18 per GMP con un picco di 232 kmh]; e ancora Kecmanovic nel derby slavo con lajovic; il qualificato americano Tien sull’argentino Carabelli; il canadese Diallo su uno sfinito Luca Nardi [6-1 6-2 nel quarto e quinto]. 

 

  GIU’ IL CAPPELLO 

È stata storica vittoria la vittoria di Hady Habib, 26 anni, primo giocatore libanese di sempre a essersi qualificato per il tabellone di uno Slam e il primo a vincere una partita di primo turno. Ha battuto il cinese Yunchaokete Bu in tre set. Figlio di un americano-iraniano e di una signora libanese, Habib avrebbe potuto scegliere di giocare per gli USA visto che è nato a Houston e ha la doppia nazionalità. Ma gioca per il paese di mammà dalla Coppa Davis 2015. 

«La gente mi chiede perché, per me la decisione è stata facile. Qualunque siano le difficoltà che il Paese sta attraversando, sono orgoglioso di essere libanese. Con tutto quello che sta attraversando il Paese, penso sia bello portare qualcosa di positivo». Habib ha vissuto in Libano dai 6 ai 12 anni, prima di tornare negli Stati Uniti e frequentare la Texas A&M University, dove si è laureato in management dello sport. 

 

  LO SQUALO  L’oro di Mirra

Coco Gauff ha 20 anni. Iga Swiatek ne ha 23. Hanno sei titoli dello Slam in totale. Qinwen Zheng, oro olimpico, ha compiuto 22 anni a ottobre. Cinque delle prime 10 della classifica WTA sono sotto i 25 anni e solo una giocatrice ne ha più di 30. Il futuro del tennis è in buone mani. E poi c’è lei, la numero 14 del mondo, Mirra Andreeva, 17 anni, l’unica teenager al momento nella top-100 della WTA. Ha passato il primo turno a Melbourne vincendo 16 delle 23 partite giocate in uno Slam. Nel 21esimo secolo solo due giocatrici hanno avuto una percentuale migliore di successi Slam da Under-18: Nicole Vaidisova [26/36] e Maria Sharapova [24/32]. Le mancano due vittorie per raggiungere le 18 ottenute da minorenne da Cori Gauff. La vittoria al secondo turno su Moyuka Uchijima porterebbe Andreeva a cinque successi in Australia da teenager, uno in più di Gauff, dietro solo a Sharapova [7] e ancora Vaidisova [10] – mai andata oltre un paio di semifinali nello Slam [Melbourne 2007, Roland-Garros 2006]. Vaidisova è la ragazza che ha sposato Radek Stepanek in un castello a Praga. Tre anni dopo hanno divorziato, ma cinque anni più tardi si sono risposati. Ci riprovano. È una specie di seconda di servizio.

 

 

ACQUE

Nove giorni in meno di regata, il record alla Vendée Globe

Eccoli in arrivo, i signori degli oceani, i navigatori dei mille mari, i mille luoghi, i mille laghi, i signori delle rotte più assurde. Rotte sono pure certe antiche barriere alla Vendée Globe, la regata in solitaria senza assistenza e senza scali. È il giorno dell’arrivo di Charlie Dalin e Yoann Richomme a Sables-d’Olonne. Hanno impiegato nove giorni di meno rispetto ai 74 di Armel Le Cléac’h nel 2016-2017, record della traversata [per i notai: 74 giorni 3 ore e 35 minuti]. Mezzo oceano di differenza, dicono quelli che sono bravi a trovare le immagini per stupire.

Michel Desjoyeaux, unico doppio vincitore presente nell’albo d’oro [2000-2001 e 2008-2009], brontola e dice che nella vela l’unica cosa che conta è mettere il muso davanti al secondo. È stato il primo a infrangere la barriera dei 100 giorni nel 2001 [93 giorni 3 ore 57 minuti], così oggi non gli pare vero che la sua storica impresa d’allora possa essere polverizzata. Sminuisce. Il numero di giorni impiegati è impressionante, scrive L’Équipe e non è privo di significato. Le Figaro ha dedicato la prima pagina della sua sezione sportiva al primato. La storia ha premuto un pulsante. Dalin e Richomme sono stati spesso in testa insieme, a portata di sguardo. Si sono scambiati informazioni, ehi di voi laggiù, come va. 

Dalin e Richomme cadranno l’uno nelle braccia dell’altro, come due pugili esausti che vogliono restare in piedi dopo un combattimento scrive il giornale sportivo francese, mentre Romain Ménard, team manager del Paprec-Arkéa, dice che questa regata è stata come un match tra Federer e Nadal finito al quinto set. “La vela è una spietata partita a scacchi dove la scacchiera non è mai la stessa[Questa vale la pena segnarla e giocarsela in qualche occasione per fare bella figura]. 

Comunque tutto si spiega con i foil, tutto è cambiato con i foil. Come si diceva un paio di mesi fa alla partenza. 

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