Lo Slalom del 19 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

giovedì19 dicembre 2024

 

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RUOTE

La morte di van Looy

  C’è una statua di Rik Van Looy piantata sulla Grand-Place, all’ombra del campanile di Herentals, la città che chiama Imperatore. È stato il primo ciclista nella storia a conquistare tutt’e cinque le classiche monumento, dopo lo hanno imitato altri due belgi, Eddy Merckx e Roger De Vlaeminck. Ma quando Rik parlava di questa cosa, era seccato. Faceva notare di aver vinto anche tre volte la Gent-Wevelgem, quando era infilata al mercoledì tra il Fiandre e la Roubaix. Merckx no, Merckx non c’è riuscito. 

È morto alle soglie dei novant’anni, proprio adesso che era finalmente uscito da un lungo silenzio mediatico. L’Équipe lo definisce un ciclista classico e proteiforme, un velocista autoritario, insaziabile, un guerriero-scalatore. Ha vinto 37 tappe nei grandi giri, di cui 7 al Tour de France. Nel ‘62 in Francia venne investito da una motocicletta. Pensava che avrebbe potuto vincerlo. Eddy aveva 19 anni quando entrò in squadra a lavorare per Van Looy, il quale capì, capì annusò sentì che era arrivato il suo Bruto. Gli spalmava lo sciroppo sulla colazione. Lo chiamava Jack Palance per una vaga somiglianza. Infastidito, Merckx lasciò la caserma Van Looy dopo una stagione. La caserma, dice L’Équipe. Anche lui voleva delle truppe da tenere al comando. 

Rik usava una tattica che a Merckx non piaceva: gli stava sempre a ruota – ha scritto Alessandra Giardini sulla Gazzetta – e cercava di batterlo in volata. Ma quando non funzionava, Van Looy preferiva veder vincere qualcun altro piuttosto che Eddy. E viceversa.

Si erano riconciliati da tempo, pranzavano insieme spesso. La loro rivalità aveva diviso il Belgio, dice il giornale francese stamattina, come se riflettesse il divario culturale del regno. Quando il Tour de France è partito da Bruxelles nel 2019, nessun eco dei trionfi di Merckx è arrivato a nord, nel villaggio di Grobbendonk, a Kempen, dove è nato Van Looy, a un colpo di pedale da Herentals. E l’Imperatore si rifiutò di recarsi nella capitale

Ci sono sempre stati due clan, spiega su L’Équipe Paul De Keyser, osservatore di ciclismo per il Nieuwsblad: quello di Merckx e quello di Van Looy. Per molti fiamminghi, Rik Van Looy rimase il dio. Merckx era di Bruxelles. Dopo aver smesso van Looy ha presieduto la squadra di calcio dell’Herentals. Sua moglie, Nini, ricorda il giornale francese, fu la prima donna a superare la fama del marito. L’eredità di Van Looy a Herentals rimarrà la sua scuola di ciclismo, la Flemish Wielerschool, una struttura che lavora per la diffusione delle biciclette nelle Fiandre. 

Rik Van Looy è stato un gigante – ha scritto Pier Bergonzi sulla Gazzetta – il più grande delle corse in linea prima che quello tsunami di Eddy Merckx spazzasse via tutti i riferimenti e traghettasse il ciclismo in una nuova dimensione

Leggendaria fu pure la sua pià grande sconfitta al Mondiale del 1963, quando l’obiettivo di una terza maglia iridata scolorò nel tradimento di Ronse, dove van Looy venne battuto allo sprint da uno dei compagni di squadra. 

Benoni Beheyt, cugino di Desmet, 22enne prodigio della Wiel’s-Groene Leeuw, la squadra rivale della Faema. Van Looy chiese ai compagni di prepararsi per lo sprint. Fu Desmet a lanciarlo, ma troppo presto. Van Looy dovette spremersi per raggiungere Tom Simpson,  vide sbucare Beheyt e gli chiuse la strada ma quello riuscì a passare. Quando taglia il traguardo da vincitore, di una decina di centimetri, nelle immagini si intravede che spinge il suo capitano.Van Looy è furioso, accusa Beheyt di tradimento. Lui si difende: l’accordo prevedeva di sostenerlo fino all’ultimo km, senza sacrificare nessuna chance personale. Molte analisi di questo tradimento racconteranno che Van Looy, con la sua influenza e il suo rancore, si adoperò poi per rovinare la carriera di Beheyt. Dovette ritirarsi a 28 anni. Gli storici hanno provveduto a limitare nel tempo la portata della vendetta imperiale, così almeno spiega L’Équipe stamattina, aggiungendo che Beheyt non era un campione dell’allenamento e anche il peso del commercio di biciclette di suo padre avrebbe attenuato le sue motivazioni.

Oggi ha 84 anni e ha sempre parlato poco della vicenda. In un’intervista per il sito web del museo Koers, suo nipote, il corridore Guillaume Van Keirsbulck, ha rivelato che suo nonno quel giorno si sentiva bene e voleva fare lo sprint. Era d’accordo con Desmet che gli avrebbe tirato la volata. Aveva visto la possibilità di diventare campione del mondo e aveva voluto cogliere un’occasione irripetibile. Nel 2022 Benoni Beheyt si presentò al Gran Premio Rik Van Looy di Herentals. Suo cognato andò a chiedere al campione se fosse ancora arrabbiato. Rik rispose che non lo era, anzi, che non lo era mai stato. Andarono a bere una birra.

Le nuove utopie del ciclismo

  La rivoluzione ciclistica nera sta travolgendo il mondo. Così dice la newsletter The Long Wave del Guardian parlando di Marlon Lee Moncrieffe e del suo nuovo libro New Black Cyclones: Racism, Representation and Revolutions of Power in Cycling. Nel saggio inchiesta spiega perché il ciclismo sport è stato storicamente inaccessibile a molte persone afro-discendenti, suggerisce soluzioni pratiche e attinge a nuovi modelli di ciclismo che stanno emergendo in tutto il mondo. 

Marlon è un ex ciclista professionista, campione nazionale europeo e mondiale su pista. Nel 2022 ha fondato Ubuntu Cycling per aiutare le giovani donne africane a partecipare alle gare. Dai neri di tutto il mondo, dice, il ciclismo è percepito come uno sport bianco. «Ha un immaginario europeo, ha barriere psicologiche all’ingresso, persino in Occidente. Un’immagine costruita su disuguaglianze reali: i paesi europei hanno avuto le risorse per far prosperare il ciclismo. La disuguaglianza è più evidente quando si parla di pista, che ha bisogno di velodromi per l’allenamento. Nel Regno Unito ce ne sono sei coperti, sei in Australia, sei o sette in Francia, un solo al coperto in tutta l’Africa e solo uno nei Caraibi».  

Chi vuole gareggiare deve andarsene, così nessun investimento viene incentivato. «L’Europa diventa una calamita – dice Marlon – dimentichiamo la nostra immaginazione e la capacità di rendere lo sport qualcosa che si adatta agli ambienti di tutti. Cosa possiamo fare per creare la nostra cultura del ciclismo?».  

Per giunta i costi crescono. Le biciclette con cui Marlon gareggiava nei primi anni 2000 erano più economiche. A suo tempo comprò un modello da 3.500 sterline che oggi costerebbe 20.000. Eppure, dopo la pandemia di covid, sono emersi più club di ciclistici afro-discendenti. Ora «i neri hanno uno spazio per avvicinarsi allo sport e per imparare cose fondamentali come le dimensioni degli pneumatici, come aumentare la pressione per non forare in inverno, ridrla d’estate quando il calore gonfia gli pneumatici. Le piccole cose che devi sapere»

La newsletter del Guardian aggiunge che è anche importante capire cosa vogliamo da questo sport: solo pedalare in città? Gareggiare? Migliorare la propria forma fisica pedalando? Le risposte determinano molto in termini di scelta del telaio, del manubrio e del cambio. Più un posto è pianeggiante e urbano, più semplice può essere l’attrezzatura

Le cose stanno cambiando grazie a gruppi come Black Girls Do Bike, una rete statunitense che punta a demistificare il mondo del ciclismo e aiutare nuovi ciclisti a superare le barriere all’ingresso per far parte di una ampia comunità ciclistica. Nel Regno Unito ci sono pure Black Cyclists Network, Black Riders Association e Black Unity Bike Ride. Nel continente africano, oltre Ubuntu Cycling di Marlon, ci sono gruppi tipo Critical Mass Nairobi, il cui motto è Le strade difficili portano a destinazioni meravigliose

Nel tentativo di creare diverse culture del ciclismo, Marlon sottolinea l’importanza del gravel, più adatto ai paesi in cui non ci sono infrastrutture stradali e dove sarebbe necessario investire per avere l’asfalto che viene in mente quando si pensa alla volata degli Champs-Élysées al Tour de France. Sono queste le opzioni che chiama «le nostre utopie ciclistiche».

    EUROGOL

Un titolo svogliato per il Real

Era una finale secca Europa vs Sudamerica, poi è diventato un piccolo torneo, in estate lieviterà fino a essere un vero campionato mondiale con 32 squadre. Non è che si fanno poi troppe distinzioni quando un titolo in più arriva a riempire la lista, né uno ricorda come fu che andò nell’anno tal dei tali. In assenza di quei brasiliani snob del Botafogo, il Real Madrid ha battuto i messicani del Pachuca e si è portato un’altra Coppa a casa. Trionfo, gloria, celebrazione, grande Carletto – tutti fan finta di essere sani per un giorno, sapendo che il giudizio finale verrà se non dalla Liga, dalla Champions. 

Alfredo Relano su Diario AS parla di vittoria semplice, come può esserlo il calcio in un torneo che serve soprattutto a rendere netta la distanza tra il mondo Champions e le sue periferie. Lo stesso disegno del torneo lo sancisce, convocando i campioni d’Europa direttamente per la finale. La partita, disputata a Doha, dove Infantino ha preso la sua residenza, è servita a ratificare questa differenza. Il Pachuca non poteva competere. Non sapeva nemmeno come potesse rovinare il gioco, cosa apprezzabile. È stata una partita pulita.

Tuttavia, Diario AS parla di trasferta un po’ inopportuna in una stagione estenuante ma quel nome così pomposo che porta il torneo ha obbligato il Real a mettere l’abito migliore

Il primo gol è venuto da una bellissima combinazione Bellingham-Vinicius-Mbappé; il secondo è stato una perla di Rodrygo. Un rigore ha chiuso i conti. Ancelotti con questo titolo supera il mitico Miguel Muñoz – ma a quei tempi non esistevano le Supercoppe.

Conseguenze? Prospettive? Sembra che si vada verso un 4-2-1-3 , con Valverde e Camavinga doppio perno e Bellingham alle spalle di Mbappé. Buona idea, penso. Tchouameni si è mimetizzato in difesa e se il francese si sistemerà lì, chissà che Asencio non finisca a fare il terzino destro

    Inghilterra

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I difensori che fanno i numero 10

Malo Gusto è un terzino che ogni tanto va a fare il numero 10. Non ce l’ha dietro la maglia, ma che importa. È figlio dei nostri tempi, i tempi dell’’ibrido, della riscrittura dei ruoli secondo le funzioni, dei corpi grossi che fanno cose da piccoli, la fine degli specialisti. È così che Enzo Maresca utilizza Malo Gusto al Chelsea. Michele Tossani su Ultimo Uomo fa notare che non si tratta del tutto di una novità, né in assoluto né per il francese. 

Gusto ha infatti iniziato a giocare da centrocampista offensivo, arretrando nella posizione di terzino soltanto più avanti nel suo processo di sviluppo. L’uso offensivo di Malo Gusto è sicuramente originale ma non è una rivoluzione in Premier League, dove negli ultimi anni molti allenatori sono ormai convinti che l’importante sia andare ad occupare determinati spazi per creare strutture offensive efficaci, non importa con quali giocatori. Un altro esempio recente è quello che riguarda Riccardo Calafiori. Il difensore della Nazionale italiana ha avuto un impatto istantaneo prima del suo infortunio al ginocchio, e parte del merito va dato anche all’idea di Mikel Arteta di liberarlo da limiti nell’andare ad occupare centralmente la zona di rifinitura. Come nel caso di Malo Gusto, anche Calafiori, agendo “da numero 10”, può contribuire al possesso dei “Gunners ” oppure attaccare in prima persona l’area avversaria. Un caso un po’ più radicato è quello di Joško Gvardiol nel Manchester City. Pep Guardiola, infatti, già in passato aveva utilizzato il centrale croato in zone più avanzate di campo in fase di possesso, ma da questa stagione questa tendenza sembra estremizzata

Perciò la domanda che si pone Ultimo Uomo è se abbiamo davvero bisogno che i difensori facciano i trequartisti in un mondo nel quale non ci sono più i difensori di una volta che spazzavano in tribuna, non ci sono più i portieri di una volta che tiravano la rimessa dall’area piccola lontano lontano, non c’è nemmeno più il basket di una volta perché tirano sempre da tre, e pure il grammofono se la passa male.

La risposta di Ultimo Uomo è che in pratica nel calcio vale l’assunto marxista: ognuno secondo le sue capacità. O se preferite, il motto di Larry David nel celebre film di Woody Allen: basta che funzioni. Il buon senso. Se sei Gentile, strappi la maglia a Zico e Maradona. Se sei Alexander-Arnold o Kimmich, vai pure a fare il numero 8, il numero 10, amico, vai a fare quello che vuoi tu. 

I dolori del giovane Rashford

Chris Wheeler sul Daily Mail ha scritto che il rapido declino di Rashford è una tragedia, ma insomma a ‘sta parola così seria va fatta la tara, va presa con leggerezza, e allora aggiunge che Rashford ha spezzato un mucchio di cuori, compreso quello del  mio nipotino di nove anni che lo ha sempre preso a fantacalcio

E i dolori degli allenatori

Ange Postecoglou sostiene che il lavoro di allenatore del Tottenham è più difficile che fare il primo ministro., In effetti sa spiegare molto bene quel che pensa. «La durata e la longevità della carriera consente a pochi di uscirne senza cicatrici. Quante volte Keir Starmer va alle elezioni? Io ne ho una ogni fine settimana. Abbiamo elezioni ogni week-end, o veniamo eletti o veniamo esonerati». [Qui sul Guardian]

  Germania

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Il coraggio del Mainz

L’imbattibilità del Bayern Monaco in Bundesliga è finita nello scorso fine settimana e nella rubrica del Guardian dedicata alla Bundesliga si sottolinea come il Mainz stia diventando la nuova buccia di banana preferita dai bavaresi. È stata la quarta sconfitta a Mainz in cinque stagioni, e allora si potrebbero collocare gli 05ers nel piccolo pantheon dei distruttori del Bayern, insieme con l’Eintracht Frankfurt e il Borussia Mönchengladbach. Andy Brassell ha visto un Bayern stanco e sfinito che aveva un monopolio virtuale del possesso palla ma creava ben poche vere occasioni da gol.

L’allenatore del Mainz, Henriksen, dice che se ti metti dietro a difendere contro il Bayern sei destinato a una morte lenta. Tanto vale provare a far qualcosa con la palla. Sono cambiate tante cose per il Mainz nell’ultimo anno. Avevano solo nove punti – ricorda il Guardian – a questo punto della scorsa stagione rispetto ai 22 di oggi, sembravano destinati alla retrocessione. Henriksen ha preso il posto di Jan Siewert a febbraio, la realtà era dura. L’ex allenatore dello Zurigo ha tenuto la squadra imbattuta nelle ultime nove partite della stagione, uscendo dalla zona retrocessione e chiudendo al 13esimo posto. Henriksen dice che la cosa più importante nel calcio sia avere il coraggio di tenere la palla. 

Dopo aver battuto il Borussia Dortmund e ora anche il Bayern, oltre ad aver perso una partita emozionante da sette gol al Wolfsburg, il coraggio dei Mainz non è più in dubbio.

  Francia

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Il PSG non ha rivali in Ligue

Eclatante, così dice L’Équipe per la vittoria del PSg sul campo del Monaco [2-4]. Parigi fa Natale in anticipo è il titolo che riecheggia secoli di influenze sulla lingua madre del papà di Slalom. La sua supremazia nazionale non si discute. È quando il PSG si confronta con l’Europa che cominciano le note dolenti. A proposito di note, la vittoria largheggiante non ha impedito a Marquinhos di prendere un bel 3 in pagella insieme con Barcola all’ala sinistra. Dall’altra parte se l’è guadagnato Singo, mentre spiccano l’8 di Dembélé e il 7 di Fabian Ruiz. 

Oh, il tre di Singo è principalmente dovuto a un’entrata scomposta, tacchetti alti, sulla faccia di Donnarumma. Gigio è dovuto uscire dopo 22 minuti con la faccia insanguinata: Una suola che lascia tracce dice L’Équipe. Ma pure la prestazione ha lasciato a desiderare. La difesa monegasca crolla partita dopo partita scrive Antoine Maumón de Longevialle. 

Mettendo il destro Vanderson nella posizione di terzino sinistro e il centrale Singo sulla corsia di destra, Adi Hütter ha cercato di ripetere il colpo tattico visto contro il Barça [2-1, 19 settembre]. Era stato uno degli elementi del successo. Questa volta il miglior parigino è stato Achraf Hakimi, al quale la velocità di Vanderson avrebbe dovuto mettere la museruola, inoltre Wilfried Singo si è spinto spesso avanti facendosi prendere alle spalle più di una volta

 

AMERICHE

La casa di Giannis Antetokounmpo e di quelli come lui

I tedeschi che di neologismi ne sanno hanno una parola che significa un po’ casa e un po’ patria. Heimat dicono, risolvendo così il dilemma intorno a uno dei concetti più complicati da definire. A sentire le canzoni viene pure da confondersi. Guccini dice che la casa è come un punto di memoria, e dunque una radice, un’ancora nel passato. I Pinguini Tattici Nucleari smitizzano: Le case in fondo sono solo scatole dove la gente si rifugia quando fuori piove. Jovanotti guida il partito degli incerti: Voglio andare a casa, la casa dov’è?. Lo diceva Marcello Marchesi in uno dei suoi aforismi: La strada per arrivare a casa non finisce mai

Milwaukee è oggi la città americana che Giannis Antetokounmpo sente di poter chiamare casa, come ha chiamato casa Atene quando arrivò con la sua famiglia tra le strade di Sepolia, la periferia più periferia, seguendo le rotte dell’immigrazione clandestina dalla Nigeria – figlio di un venditore ambulante di collanine con il cognome di Adetokunbo. 

Milwaukee aspettava una stella del basket come lui da una cinquantina d’anni, da quando Kareem Abdul-Jabbar aveva vinto l’anello del ‘71 e poi se n’era andato per diventare un totem altrove, con la maglia dei Lakers. Quando mancava un giorno alla cerimonia d’apertura dei Giochi di Tokyo, Giannis portò l’anello nel Wisconsin, dove una volta si accorsero che le mucche facevano del latte migliore ascoltando Mozart. I Bucks risalirono da uno 0-2 iniziale contro i Phoenix Suns e il merito della svolta venne attribuito alla stoppata piazzata da Giannis sul tentativo di alley-oop di Deandre Ayton nella coda di gara-4. Poteva mandare Phoenix avanti 3-1 e invece cominciò la rimonta. Oppure fu merito della sua schiacciata nel finale di gara-5 dopo una palla recuperata da Holiday. Come fu, come non fu, nell’America che celebra le imprese e sfoglia i libri dei record per aggiornarli ogni notte, Antetokounmpo diventò il quarto giocatore ad avere segnato 40 punti per tre o più partite in una finale. Una compagnia abbastanza nobile: Michael Jordan, Shaquille O’Neal e LeBron James. Lo chiamammo un anti-Curry. Nel senso che contribuì in quel 2021 a rispostare il gioco dal perimetro all’area, senza peraltro disdegnare lui stesso il tiro da tre. Fu l’unico giocatore oltre a LeBron James ad aver tentato quell’anno almeno 10 tiri da sotto. Non succedeva dai tempi di Shaquille O’Neal [2002] e accadde nella stagione che diede per la prima volta il titolo di MVP a un centro, Nikola Jokić. È questa somma di fattori che non vediamo, quando sbuffiamo e diciamo che ormai il basket è solo tiro da tre, uffa che noia, uffa che barba. Le cose sono più complesse rispetto a come le giudica la setta dei nostalgici. Se Dan Peterson pensa che LeBron James e Giannis Antetokounmpo sarebbero spazzati via dai giocatori che ai suoi tempi tiravano e segnavano dalla media distanza, commette l’errore di non vedere quanta raffinatezza ci sia in questi corpi giganteschi, non considera il mismatch che sarebbero in grado di creare centri che passano la palla con dolcezza, uomini di 2 metri e 24 che palleggiano deliziosamente. I famosi unicorni. Quelli che sul campo hanno un Heimat ovunque. Ma come dicono quelli bravi: questa è un’altra storia. 

Il dibattito su quanto credito meriti Kidd per la sua trasformazione – scrisse The Athletic – continuerà finché Kidd andrà avanti come allenatore in NBA, ma i risultati sono innegabili. Da punto interrogativo allampanato, Antetokounmpo è diventato una delle forze dominanti del gioco

Giannis è diventato molto di più. La svolta per portare i Bucks alla vittoria in NBA Cup è stata stavolta emotiva. Dopo due vittorie nelle prime 10 serate di stagione regolare, ha detto ai compagni che chi non voleva restare a Milwaukee poteva pure preparare la valigia e andarsene. 

Daniele V. Morrone su Ultimo Uomo considera: Il record di 2-8 di inizio stagione aveva lasciato presagire una squadra a fine ciclo e destinata a sfaldarsi, anche per alcune dichiarazioni dei suoi leader. Poi è arrivata la svolta, una serie di vittorie in sequenza per aggiustare il tiro e ora questa vittoria della NBA Cup (che però non conta per il record di squadra). Per raggiungere la finale i Bucks hanno battuto gli Orlando Magic e gli Atlanta Hawks nella fase a eliminazione diretta, dopo essere rimasti imbattuti nel girone di qualificazione. E la vittoria è arrivata senza Khris Middleton, che ha saltato la finale per una malattia presentatasi lunedì mattina e non meglio specificata. una vittoria che rilancia le ambizioni personali di Giannis Antetokounmpo, che ora ha affiancato LeBron James come unico giocatore ad essere nominato MVP della stagione regolare, delle finali, dell’All-Star Game e della NBA Cup.  Ieri Giannis non ha provato neanche una tripla, rimanendo fedele al suo stile, che vuol dire arrivare al ferro o prendersi un tiro dal midrange, il tanto bistrattato tiro dai 5-6 metri, che però in questa stagione gli sta entrando con costanza , al contrario del passato. Ieri non gli è neanche servita questa opzione (1 su 4 dal mid-range), però rimane una possibilità decisiva per Giannis, perché se la difesa deve contrastare anche quel tiro contro di lui, oltre a preoccuparsi dei suoi tentativi di arrivare al ferro… beh: buona fortuna

Oh, comunque alla fine Albert Einstein diceva che l’ideale di un uomo come me è sentirsi a casa in qualunque posto 

VITE OLIMPICHE

La prima donna transgender ai Mondiali di freccette

A un certo punto hanno cominciato a fischiare. Noa-Lynn van Leuven ha tenuto la testa alta e ha cercato di mantenere la sua concentrazione in mezzo alla cacofonia di derisione e disprezzo che la folla le lanciava contro ha scritto Jonathan Liew sul Guardian

Non era contestazione, non era protesta, non era disprezzo. Dice l’editorialista del Guardian che era tipo la solita razione di fischi che il pubblico delle freccette riserva per tradizione a chi comincia a sbagliare i tiri intermedi dopo aver cominciato bene, una cosa normale che succede sempre, e non è davvero un gran problema.

Noah-Lynn Van Leuven è stata la prima donna transgender a partecipare ai Mondiali di freccette. È al numero 144 del mondo e ha perso al primo turno contro Kevin Doets, olandese pure lui, numero 51 del ranking. Ma fuori dal contesto delle freccette, la vita di Van Leuven è fatta di minacce di morte quotidiane, messaggi feroci sui social media. Ancora oggi, la Professional Darts Corporation deve disattivare i commenti ogni volta che pubblica qualcosa su di lei su X. 

Ma la 28enne di Heemskerk – scrive Liew – si è abituata da tempo allo sguardo selvaggio. Ha imparato da tempo a escludere il rumore, a trovare conforto nella semplicità e nella sincerità di tre freccette e un bersaglio

«Voglio solo giocare a freccette. Gli insulti contro di me dicono molto di più su chi li lancia».  

È stato un anno di svolta per lei, un anno di prodigiosi miglioramenti, con vittorie pesanti contro gli uomini nel Challenge Tour e molteplici vittorie nella Women’s Series, il debutto nel Grande Slam, la qualificazione per i Mondiali. Quello che il Guardian definisce il profumo di uno shock onnipotente

Aveva smesso di giocare per qualche anno, insoddisfatta di sé. Doets ha detto che si aspettava un cattivo comportamento dalla folla. Non c’è stato. Non c’è stato perché, spiega Liew, all’interno delle freccette Van Leuven ha trovato il più forte sostegno. Una giocatrice come Fallon Sherrock, giocatori come Luke Humphries e Michael van Gerwen l’hanno sostenuta. Le persone non legate alle freccette, con una leggera patina di snobismo, trovano sorprendente questa solidarietà. Ma le freccette sono sempre state uno sport in cui tutti sono benvenuti. Dove non importa il posto da cui arrivi, chi sei o chi eri. Tutto ciò che conta sono le tre freccette nella tua mano e la magia racchiusa in esse.

Gordon Mathers cinquanta chili dopo

Gordon Mathers non veniva al Mondiale di freccette da tre anni. Quando s’è presentato ieri sera per la sua partita d’esordio, l’Alexandra Palace e tutto il mondo intorno hanno scoperto che la star australiana ha perso 50 chili. Ne ha scritto Sam Brookes sul Daily Mail trovando un uomo completamente nuovo. Mathers ha 43 anni e ha messo sotto pressione Ricky Evans prima di perdere per 3-2. È nato a Brisbane e il suo peso era cresciuto fino a 160 kg. Mathers ha raccontato di aver trascorso anni a mangiare negli orari sbagliati. La sua decisione di mantenersi in forma è stata motivata dalla perdita del padre, all’età di 57 anni per insufficienza cardiaca. 

«Lo stile di vita dei giocatori di freccette non è il massimo. Mangi all’ora sbagliata della sera perché devi. Non c’è nessuno aperto, quindi è tutto cibo spazzatura. Sono stato davvero male finché non sono tornato in Australia. I miei figli sono stati la spinta per perdere peso. Mi hanno sempre detto: stai facendo la fine di Big Pop, mio fratello era con me nella prima World Series 2013 e si è sottoposto all’intervento di chirurgia bariatrica. Quando ho toccato i 160 kg, ho deciso che era il momento giusto. Ora sono sceso a 110, lo rifarei anche domani».  

Il premier francese che scavalcava i cancelli per vedere il rugby

Quando Francois Bayrou non immaginava di ricevere un giorno dal presidente della Repubblica l’incarico di provare a formare il governo, si spaccò una mano nel tentativo di entrare allo stadio Hameau, dove era iniziata da poco la partita di rugby fra il Pau e il Colomiers. «Quando ho visto che il cancello era chiuso, mi sono detto che l’avrei scavalcato. Non volevo perdermi l’inizio della partita. All’inizio ero appeso per le gambe, poi ho ceduto e mi sono aggrappato con la mano, alla fine sono rotolato giù. Ho urlato ma nessuno mi ha sentito. C’era tanto sangue, non è stato piacevole. È stata una cazzata adolescenziale», ha spiegato in una intervista a La République des Pyrénées. È successo 12 anni fa e Bayrou viaggiava già intorno ai 62.

L’aneddoto è citato da Stefano Semeraro su All Rugby, dove ricorda pure che il comico Coluche sostenesse come «tra i politici, metà sono buoni a nulla e l’altra metà sono pronti a tutto». Evidentemente – scrive Semeraro – Bayrou fa parte dei secondi per poi chiedersi se sia giusto stupirsi che per guidare forse la più grande crisi della Francia della quinta repubblica, con le destre estreme che premono in mischia, Macron abbia scelto proprio un rugbista spericolata per guidare il governo; se ci sia da trarre qualche considerazione, positiva o meno, sul fatto che al momento della disavventura nessuno abbia sollevato le terga per andare a soccorrere un politico in difficoltà: uno vale uno? Il rugby vale più di tutti? In Italia sarebbe successo lo stesso?

Semeraro in effetti fa pure notare come Bayrou che considera i 62 anni compresi nel perimetro anagrafico in cui sono possibili ‘connerie d’adolescent’, sia un inguaribile romantico, un velleitario fuori tempo massimo, o un ruffiano in cerca di scuse. Fate voi

Piccole beghe fra vicini. In Nuova Zelanda sono stati così bravi da riuscire a vietare le corse dei levrieri. Perché noi non ne siamo capaci? si domanda Peter Fitzsimons nella sezione delle Opinioni dell’australiano The Age

TENNIS

Naomi Osaka non sa se le piace più giocare

Prima del tennis viene sua figlia. Naomi Osaka forse ci sta dicendo qualcosa con la sua intervista all’edizione del mese di gennaio di Harper’s Bazaar Australia, ripresa e riassunta da Il Tennis Italiano. L’ex numero 1 del mondo giapponese ha parlato della salute mentale, di questa nuova dimensione senza aspettative, soprattutto senza ansie e senza pressioni. Racconta di aver superato momenti di depressione e dà una definizione di libertà: «Essere in grado di trascorrere del tempo con mia figlia, di vedere la gioia nei suoi occhi e di sapere che, finché sono lì per lei, e un modello per lei, allora nessun’altra voce esterna conta. Ho scoperto che dopo essere diventata mamma, la mia attenzione si è spostata su una persona importante come mia figlia e ogni tanto mi chiedo, mi piace ancora giocare?».  

È la domanda delle domande. Naomi Osaka prosegue: «Sto ancora lavorando per trovare la vera libertà nella mia vita, ma rimanere fedele alle mie convinzioni mi ha sicuramente aiutato a raggiungere un senso di libertà personale. Mi ha anche aiutato a mettere meno pressione su me stessa per essere perfetta. Lavoro davvero sodo anche per essere un esempio per gli altri che potrebbero non aver ancora trovato la loro strada, io non sono riuscito a trovarla»

PALAZZETTI E DINTORNI

Per il dopo Egonu siamo a posto

  Merit Adigwe ha compiuto 18 anni nel mese di agosto. È nata a Crema da genitori nigeriani. Ha cominciato a giocare a pallavolo all’età di cinque anni perché la pallavolo è riuscita più di tanti altri sport – al pari dell’atletica leggera – a intercettare la fantasia delle figlie dell’immigrazione, come spiegava una ricerca dell’Istat che ogni tanto qui su Slalom viene richiamata. 

Adigwe non è altissima [1,83], ha iniziato da centrale, posto-tre, mettendo in luce qualità tecniche e atletiche tali da spingere gli allenatori delle giovanili di Conegliano a cambiarle ruolo, a trasformarla in un’opposta. È già la vice di Isabelle Haak in prima squadra, Daniele Santarelli l’ha schierata da titolare nella seconda partita del Mondiale per club contro le vietnamite dell’LP Bank Ninh Binh, vinta 3-0 con tanto turn-over, con 14 punti di Lubian e Lanier, 8 di Chirichella, 17 di Adigwe. 

Per dribblare i paragoni con Paola Egonu, Eurosport dice che Adigwe è Adigwe, una giocatrice attesa da un futuro tanto luminoso quanto personale e già capace di fare la differenza. Innanzitutto con le under. Il punto di svolta della sua carriera è avvenuto nel luglio 2022, durante gli Europei under 17 giocati insieme ad altre giovani stelle: su tutte, la palleggiatrice Safa Allaoui (MVP del torneo) e la centrale Linda Manfredini. Una giocatrice ancora tutta da scoprire tecnicamente e paradossalmente “bassa” per poter performare ad altissimi livelli. Adigwe ha però dalla sua parte due qualità impressionanti: elevazione e potenza. Due pregi che nella pallavolo spesso non bastano ma, almeno nel suo caso, la rendono una sorta di unicum nel panorama

Con la qualificazione per la semifinale di sabato già acquisita, Conegliano torna in campo domani mattina alle 8 contro le Red Rockets del Giappone. 

L.A. 2028 vuol portare l’atletica fuori dallo stadio

Se abbiamo avuto una cerimonia di inaugurazione sulla Senna, ora siamo anche pronti per avere l’atletica leggera fuori dallo stadio. Potrebbe succedere a Los Angeles, scrive The Atlhletic, proprio perché Parigi ha stravolto le convenzioni olimpiche. Per anni Sebastian Coe è stato restio all’idea di organizzare competizioni fuori dallo stadio olimpico, una struttura che in genere contiene 80.000 spettatori. In passato sosteneva che spostare il salto con l’asta, il salto in lungo o il getto del peso in un luogo più piccolo e intimo avrebbe compromesso un momento irripetibile per un atleta. Pare stia cambiando idea. Secondo il magazine americano, lunedì ha discusso con il comitato organizzatore dei Giochi di Los Angeles la possibilità di collocare alcuni eventi in un contesto meno tradizionale.

Casey Wasserman, presidente di LA28, ha confermato il contatto. È da anni che Los Angeles fa pressioni su World Athletics per rendere i Giochi Olimpici più accessibili a più persone. Parigi ha ricevuto commenti euforici per aver portato il beach volley sotto la Torre Eiffel, la scherma al Grand Palais, la break-dance e lo skateboard vicino a Place de la Concorde, un po’ meno esaltazione – ehm – c’è stata per il nuoto di fondo e il triathlon nella Senna. Eppure l’hanno fatto. Parigi ha cambiato l’equazione – scrive The Athletic – e ha mostrato al mondo come organizzare le competizioni nel cuore pulsante di una città sia una formula vincente.

Peraltro l’atletica leggera ha pure una certa esperienza. Bruxelles ha organizzato una gara di getto del peso alla Grand Place, Zurigo tiene regolarmente corse del meeting attorno al teatro dell’opera. Los Angeles deve solo scegliere posti che siano memorabili. Non avendo né la Torre Eiffel, né il Grand Palais, né Place de la Concorde. Scommettiamo su Hollywood? 

Caro, guarda su Google dove sono le ragazze

In America hanno avuto i fratelli Manning nel football, le sorelle Williams nel tennis, fratello e sorella Korda nel golf e nel tennis. Un tempo lo sci si reggeva su Phil e Steve Mahre. Adesso c’è la famiglia Macuga, la prossima prima grande famiglia USA ai Giochi olimpici invernali. Matthew Futterman su The Athletic ci scherza. Dice che Dan e Amy, papà e mamma, devono ogni volta consultare un foglio di calcolo per scoprire dove si trovano le figlie. Samantha ha 23 anni e fa salto dal trampolino con gli sci. Lauren ne ha 22, fa discesa libera e super-G. Alli ne ha 21 e gareggia nel freestyle, categoria Mogul: le gobbe. Oh, poi ci sarebbe un fratellino più piccolo, Daniel 19 anni, anche lui si è dato allo sci alpino ma non fa ancora gare di livello internazionale. Non ancora. 

“Tre sorelle in una squadra olimpica sarebbero il sogno di qualsiasi genitore. Tre in tre sport diversi in una sola Olimpiade sono il sogno di uno psicologo, scrive The Athletic, dal momento che le ragazze non hanno praticamente mai gareggiato l’una contro l’altra, se non a Mario Kart e nei giochi di carte. Lauren dice che sono così competitive che se praticassero tutte lo stesso sport sarebbe un macello. 

Dopo essersi trasferiti a Park City nel 2007, i Macuga hanno iscritto le figlie al programma di sport invernali Get Out and Play della regione, un’eredità delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City 2002. Fornisce un sostegno economico agli sport olimpici invernali per i bambini della regione. Ogni sorella ha scoperto il proprio gusto, si sono autoselezionate, spiega il signor Dan alla rivista. Lui è un dirigente del marketing che ha lavorato per Chrysler e Usana. Dal punto di vista logistico, casa Macuga è un esempio di caos organizzativo.

Per anni si sono dovuti affidare ad amici o altri genitori per portare una delle tre figlie sulla montagna giusta al momento giusto. Oggi ci pensano le Nazionali e loro devono solo cercare di capire in quale continente e in quale paese si trovino per poterle telefonare. Così davvero esiste in casa un foglio di calcolo di Google compilato mesi prima con il programma di tutte.

Per esempio. Oggi Samantha dovrebbe essere a Engelberg, in Svizzera, per prepararsi alla qualificazione di domani. Lauren si allenerà a St. Moritz, per arrivare pronta al Super-G di sabato. Alli invece aspetta la gara del week-end in Georgia dopo essere partita dall’Alpe D’Huez in Francia. Dan e Amy voleranno a Zurigo per provare a incrociarne almeno una, se va bene due, mentre Daniel a casa si prende cura dei cani Yuki e Bowser. I quattro gatti – dice The Athletic – si prendono cura di se stessi

Il foglio di calcolo è usati dai genitori. Le ragazze hanno altri metodi. Usano la app Find My Friends.

 

ACQUE

L’analisi dei record del mondo di Budapest

  Boh, vuoi vedere che sarà davvero anche merito della piscina, delle caratteristiche tecniche con le quali è stata costruita? Noi alla fine che cosa ne sappiamo. Di fronte ai 30 record mondiali arrivati tutti insieme ai Mondiali in vasca corta di Budapest, il sito specializzato Swim Swam fa notare che alla Duna Arena sono caduti 62 primati fra il 2017 e il 2024. In tutto il mondo c’è una sola altra vasca che ne ha visti di più, il Foro Italico di Roma, complessivamente 68, ma è un conteggio che riassume gli eventi tenuti in una forbice più ampia [dal 1960 al 2022] e soprattutto include la famosa edizione dei Mondiali con i costumi gommati. Al terzo posto segue la piscina North di Sydney, 45 record del mondo tra il 1956 e il 1978, ma fuori dagli standard attuali perché contiene acqua salata. 

Swim Swam considera che un fattore decisivo per Budapest possa essere la vicinanza del pubblico alla vasca, oppure la distanza minima tra la piscina e gli alloggi degli atleti, oppure il fatto che quest’impianto è uno dei preferiti dai nuotatori di tutto il mondo. Venti primati su 62 sono stati battuti in vasca lunga, gli altri 42 in vasca corta. Lo stile libero guida la classifica con 13 record, seguito dalla farfalla e dal dorso con 12, dalla rana con 9. Trentaquattro record sono stati stabilità da donne, 24 da uomini, 4 da staffette miste. 

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