Lo Slalom del 17 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

martedì 17 dicembre 2024

 

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DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

Parigi val bene un canestro

La città senza basket è in testa all’Eurolega

Il Paris va a sedersi al tavolo dei giganti. Così titola L’Équipe con una prima pagina mai vista, perché mai era accaduto che Parigi avesse una squadra di pallacanestro così competitiva e tanto in alto, prima da sola in testa all’Eurolega. Un primato due volte rispettabile per il cammino fatto. Parigi è ovviamente un brand che fa gola avere nel torneo, ma non c’è stata nessuna wild card, nessun diritto acquisito: la squadra è al torneo perché si è qualificata attraverso l’Eurocup, com’è successo alla Virtus quando vi tornò. 

Gioco di parole queneausque da L’Équipe, che giocando su suoni, pronunce e parole scritte all’interno titola: “Par ici la folie”, in questo modo è una follia: un club con soli sei anni di vita che stasera guarda dall’alto verso il basso il Real Madrid, il gigante delle undici corone europee, un vertice che cristallizza la sua traiettoria fulminea e la sua ambizione senza limiti

Yann Ohnon e Sami Sadik scrivono che la squadra di Parigi assomiglia a “un gruppo di adolescenti turbolenti ma affettuosi, ragazzi armati della loro disattenzione e della loro incoscienza, di quelli che prendono una scala nascosta per salire verso vette proibite

Paris gioca un “basket sovralimentato, con rotazioni incessanti per promuovere l’intensità. Il palazzetto ha venduto i diritti del nome all’Adidas e non sarà lontano dal tutto esaurito, come giovedì contro il Fenerbahce, aiutato dalla diaspora turca. Porte de la Chapelle – spiega L’Équipe – non è il quartiere più glam della capitale. Tuttavia è diventato il posto dove si deve stare”.

«La città – dice il presidente David Kahn – ha preso una decisione intelligente spostando il basket qui, uno degli ultimi posti all’interno della tangenziale dove c’era bisogno di un progetto per ridisegnare il quartiere, rispondere alle sue questioni sociali». 

Nel suo editoriale d’apertura, Mathieu Barberousse dice che questo Paris-Real Madrid è garantito 0% Mbappé. Lo scontro si svolge alla Porte de la Chapelle e non al Parc des Princes, e la palla sarà arancione. Una rarità. L’ultima volta che il basket parigino ha ospitato il grande Real, giocavano ancora Richard Dacoury e Stéphane Risacher, il club si chiamava PSG, era gestito da Canal+ e diretto da Charles Biétry. Era il 1997, semifinale di ritorno dell’Eurocup

Vinse il Real con un punteggio basso, 58-56, ma poche settimane dopo il PSG-Racing andò a prendersi uno scudetto che sfuggiva alla capitale da più di trent’anni. 

E poi… E poi niente, racconta L’Équipe.

Tre anni dopo Canal+ si ritira e nel 2007 la squadra scompare, lasciando il basket francese senza la capitale. Se vi suona familiare, se vi pare di ascoltare la storia di Roma non è un abuso.

La troupe di T.J. Shorts, Tyson Ward o Nadir Hifi somiglia a un branco di marmocchi, impertinenti e disinibiti, travolgono tutto sul loro cammino, facendo volare con gioia le teste coronate. Parigi è l’oggetto di ogni desiderio. Ultramoderno nel suo gioco elettrico, Paris Basketball segue il principio di base di David Stern, ex capo della NBA, fonte di ispirazione per i dirigenti parigini: riempire la stanza, offrire spettacolo, generare entusiasmo è il punto di partenza di ogni forma di sviluppo. L’Adidas Arena è ancora lontana dall’essere un calderone in stile Moutet a Orthez o Beaublanc a Limoges, ma il pubblico arriva sempre più numeroso. È troppo presto per sapere fino a che punto si spingerà l’avventura parigina in questa stagione, ma possiamo scommettere sulla sostenibilità del progetto. Un grande club parigino è un po’ come l’ultima carta nelle mani del basket francese

Un movimento che si è riempito di tre medaglie olimpiche a Parigi quest’estate, gli ultimi due numeri 1 nel draft NBA [Victor Wembanyama e Zaccharie Risacher], giocatrici arrivate in WNBA, allenatori riconosciuti negli Stati Uniti, club di successo in Europa, un numero record di tesserati [725.000], palazzetti pieni con una percentuale del 92% in campionato. 

Difficile fare di meglio – dice L’Équipe – eppure il basket francese soffre ancora di una mancanza di visibilità nazionale e pochi potranno assistere a Paris-Real di questa sera. Non molto visibile, ma tanto desiderabile, questo è il paradosso. È tempo che anche questo cambi.

IL BURRASCOSO MONDO DEL PALLONE

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Tutto questo accade mentre al Parco dei Principi, domenica sera, la partita fra il PSG e il Lione è stata interrotta per qualche minuto, a causa dei cori di insulti da parte dei tifosi del PSG. Una decisione inedita per la Ligue 1. La procedura non era mai stata applicata. John Textor e gli altri dirigenti hanno lasciato lo stadio cinque minuti prima della fine dell’incontro, “stanchi di sentire i cori degli ultras parigini” dice il giornale francese. I rapporti con Nasser al-Khelaifi sono tesi da qualche tempo. 

PARIGI E GLI ALTRI SPORT DI SQUADRA

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Nella pallamano il PSG  ha vinto 8 scudetti, tutti fra il 2013 e il 2024, portandosi al secondo posto nell’albo d’oro di tutti i tempi alle spalle del Montpellier, 14 titoli fra 1995 e 2012. Fra 1956 e 1974 il Paris Université Club, maglia viola, aveva già vinto quattro volte il campionato. Nella pallavolo il Paris è arrivato a 9 titoli fra 2000 e 2016, eguagliando il veccio Paris UC [1941-1998] e portandosi a uno di distanza dal Cannes [1981-2021]. Nella pallanuoto non c’è verso di riavere Parigi al vertice dagli anni Cinquanta, quando il Racing vinse il campionato due volte [1951 e 1955]. Da allora il torneo è stato vinto 41 volte dal Marsiglia, 12 dal Nizza, un paio di briciole sono state lasciate a Strasburgo e Montpellier. 

Tra le donne pare che resista la sola pallavolo, per merito ormai del Levallois Paris, arrivato al suo primo scudetto nel 2024 dopo cinque titoli lontani di una precedente squadra che portava il nome della città [fra 1945-1978]. Il club è nato nel 2003 con una serie di molteplici fusioni. L’Union Stade français Paris Saint-Cloud riunì il Saint-Cloud e la sezione di pallavolo dello Stade français per poi congiungersi con la  sezione di pallavolo del Levallois Sporting Club e andare a giocare le proprie partite al Palais des Sports Marcel-Cerdan a Levallois-Perret. un comune sulla riva destra della Senna, il più densamente popolato della Francia e uno dei più popolosi del mondo. Insieme a Neuilly-sur-Seine è anche uno più ricchi dell’hinterland parigino. 

La gloria è invece lontana negli altri sport: cinque scudetti femminili nella pallamano [1975-1981], sette nel basket [1954-1965]. 

 

La devastazione climatica a Mayotte

Lo sport non esiste più a Mayotte, dipartimento e regione d’oltremare della Francia nel canale del Mozambico, regione dell’Unione europea costituita da due isole, la Grande-Terre e la Petite-Terre. È la regione più povera della Francia, una delle principali destinazioni per l’immigrazione clandestina. Lo sport non esiste più dopo il passaggio sabato del ciclone Chido che ha distrutto gran parte del territorio e ha fatto almeno una ventina di morti e diverse centinaia di feriti.

È la testimonianza che arriva dal presidente dei Diables Noirs di Combani, Ibrahima Ambdoulhanyou, partito per il Kenya poco prima dell’arrivo del ciclone, oggi diviso tra sollievo e sgomento. Per quasi 48 ore non ha avuto notizie della sua famiglia e dei suoi giocatori sull’isola. «Siamo stato tagliati fuori dal mondo, non c’è rete, tranne in uno o due posti molto difficili da raggiungere con tutte le macerie sulle strade. Due giocatori sono andati a Mamoudzou, la capitale, e mi hanno contattato per darmi qualche informazione. Sono in difficoltà, uno ha perso il tetto di casa, e si è rifugiato da un compagno di squadra»

I Diavoli Neri erano arrivati all’ottavo turno della Coppa di Francia fra le polemiche, con sette giocatori scoperti in posizione irregolare e con l’accusa di aver utilizzato dei documenti falsi. Sono stati poi eliminati il 20 novembre. «È un disastro e nessuno sa se ci riprenderemo mai». 

IL CALCIO ITALIANO

Gli aggettivi speciali per l’Inter e l’Atalanta

    Contro la Lazio che aveva battuto due volte il Napoli in pochi giorni, l’Inter ha segnato sei gol. Se il calcio fosse logica e razionalità, se vivesse di proprietà commutative, gli ultimi quindici giorni avrebbero mandato un segno più che chiaro. Avrebbero quasi scritto un verdetto. I numeri affidabili sono quelli della classifica, dove l’Inter resta a tre punti di distanza dall’Atalanta con una partita da recuperare, mentre a Bergamo continua a montare questa terribile emergenza che sono le esultanze di Zaniolo. 

Il Corriere della sera riserva all’Inter un aggettivo speciale e soprattutto integro, non di quelli lisi consunti e stropicciati che siamo un po’ abituati a masticare e buttare là per ogni cosa [medaglia d’oro degli aggettivi consumati: importante]. 

La squadra di Inzaghi è stata spietata” al primo rigo della cronaca di Alessandro Bocci ma è stata soprattutto “mannara”: nel titolo. Mannara perché era una notte di luna piena. La bella definizione spunta dalle pagelle di Paolo Tomaselli alla voce Inzaghi. Ringhia in faccia al campionato. Un segnale che l’Inter voleva dare a tutti, prima di tutto a sé stessa. Il voto più alto è un 8 in pagella per Dumfries: Tema: quando l’attacco è la miglior difesa. Svolgimento: stende Tavares alla prima sgasata, vola dentro l’area piccola e si guadagna il rigore, fa il cross per il gol al volo di Dimarco e poi si mette in proprio per la frustata di testa del 4-0, saltando addosso proprio a Nuno. Serata esagerata

Esagerata dice appunto Repubblica e nelle pagelle spunta un 8 anche per Barella. Nel suo commento, Paolo Condò fa notare che nel frattempo Inzaghi si è ripreso il primato dei gol segnati su Gasperini, una voce molto spesso sottovalutata nel pesare le chance di uno o dell’altro, in favore del minor numero di gol subiti [Napoli 11: secondo – Fiorentina 11: quarta – Juventus 12: sesta]. Questa è un po’ un’ossessione del papà di Slalom, un giorno che c’è più tempo ne parliamo per bene. 

Comunque. Scrive Condò: Quando diciamo che l’Atalanta se la può giocare è anche agli scontri diretti (tra le prime 8) che guardiamo: Gasperini ha fatto 10 punti in 5 gare, Inzaghi 8 sempre in 5, Conte 8 in 6. Baroni con stasera è a 7 punti in 6 partite, Palladino deve ancora giocarne molti, perché ha fatto 6 punti in 4 gare. Inzaghi all’Olimpico ha affrontato il primo scontro diretto in trasferta, e ha devastato la rivale segnando con sei giocatori differenti, uno solo dei quali – Thuram, ultimo goleador – è un attaccante di ruolo. Nelle prime 15 gare di campionato l’Inter di Inzaghi non aveva mai segnato 40 reti (36-34-37 la sequenza precedente): era successo a Conte nell’anno del suo scudetto. È chiaro che ogni discorso sulle polveri bagnate di Lautaro o sul modesto contributo del reparto offensivo – segna solo Thuram, appunto – scolora rispetto a questi dati. L’Inter sta cambiando ancora pelle, e il meglio pare proprio che debba ancora venire.

Luigi Garlando sulla Gazzetta scarta gli aggettivi e va sulle immagini. Scrive che è come quando lo sceriffo entra nel saloon e mette la stella sul bancone per far capire chi comanda.  A proposito di difese poi fa notare che l’infortunio di Gila, in un reparto già privo di Romagnoli, è stato determinante. Per inciso Antonio Conte ha appena perso Buongiorno per un mese. Chance per Marin? titola la Gazzetta. E che ne sappiamo noi. Noi al massimo compriamo i giornali per saperlo. 

[Stream of scemenzousness: Buonanotte gioca invece al Leicester. Ma è un centrocampista].

    Un altro bell’aggettivo arriva da Sofia Goggia sul conto dell’Atalanta, la squadra della sua città, sempre sul Corriere della sera, in una intervista con Daniele Sparisci dopo il suo ritorno portentoso in Coppa del mondo  [seconda in discesa e prima in Super-G]. Che cosa ritrova del suo carattere nell’Atalanta capolista, gli è stato chiesto. E lei: «La tenacia. Ho guardato la partita con il Real, un livello fotonico. Carattere, cattiveria e voglia nonostante la sconfitta. È quasi meglio perdere con quest’atteggiamento, aiuta a crescere. Mai vista giocare così l’Atalanta: merito della società e dell’allenatore».

Fotonico. Relativo ai fotoni; strabiliante, incredibile. Etimologia da fotone, termine coniato a partire dal greco phòs ‘luce’, col secondo elemento (in italiano -one) che indica particelle subatomiche. Da un lato questa parola ha la serietà alacre della scienza, dall’altra ha l’entusiasmo di chi esagera senza sapere bene quello che dice. l’aggettivo fotonico è filtrato fuori dal lessico scientifico attraverso alcune opere popolari di fantascienza, specie televisive, in cui la generale impenetrabilità o indisponibilità del vero significato del termine fotonico da parte degli spettatori veniva sfruttata per campire un’aura futuristica (peraltro è una tattica buona ancora oggi). Visto che questo aggettivo qualificava armi incredibili, strumenti strabilianti, il fotonico è diventato l’incredibile, lo strabiliante tout court. La battutaccia mi fa meritare uno schiaffo fotonico (ma vengo graziato), questa pasta alla Norma è fotonica, e l’amica ci presenta il suo drudo che è di una bellezza fotonica. [Una parola al giorno  – 24 luglio 2019]

  I TORMENTI DI FONSECA

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Non è fotonico, non è esagerato, non è mannaro, non è spietato. Paulo Fonseca è invece confuso e infelice. Gli dedica una riflessione Gabriele Romagnoli su Repubblica, con un mucchio di spunti interessanti. 

  La sensazione è che nessuno abbia creduto a Fonseca. Non la società, qualunque cosa ci sia dietro la sigla e dentro le stanze, se mancano perfino le chiacchiere e il distintivo. Non i giocatori, che non hanno temuto il bastone né desiderato la carota: entrano ed escono dalla formazione titolare come da un ristorante in chiusura dove si è entrati senza avere fame.  

   A Pioli non si perdonava di perdere i derby e perdere in Champions. Fonseca ha vinto il derby, ha battuto il Real e va avanti in Champions, può essergli fatal Verona? Come no.

  Gli ultrà, come da intercettazioni telefoniche, erano divisi: qualcuno aveva suggerito De Zerbi proprio mentre l’ala dura andava a pretendere Conte (già in viaggio verso Napoli). Ibra propendeva per Van Bommel e questo già doveva far capire molte cose. Non è chiaro chi fosse il buontempone che fece uscire il nome di Gallardo, detto Napoleon.

 La sua stagione migliore, l’unica vincente, l’ha trascorsa in Ucraina, allo Shakhtar, dove non ha fallito quasi nessuno. Lì conquistò campionato, coppe, una seconda moglie e l’inedita allegria che lo rese famoso per essersi presentato a una conferenza stampa mascherato da Zorro, il costume dei bambini poveri quale è stato, quello facile per le mamme: una striscia di stoffa nera con due buchi, una pezza sulle spalle, un cappello in testa e il gioco è fatto. Fosse così facile far divertire San Siro.

Conclusione: Il destino gli dà appuntamento venerdì sera a Verona, la Samarcanda del Milan, e porta con sé un panettone che potrebbe non scartare. La situazione non è né disperata né seria. Mal che vada Fonseca se ne andrà con l’ingaggio di un contratto triennale e il Milan troverà un altro capocomico.

    Spagna

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In federcalcio un altro presidente che imbarazza

In Spagna c’è materia per gli spiriti arguti e le scritture brillanti. Prendiamo l’elezione del nuovo presidente in federcalcio, dopo il bacio di Rubiales a Jennifer Hermoso e i sette arresti per il contratto di noleggio della Supercoppa all’Arabia Saudita. Alla guida è arrivato Rafael Louzán, e Manuel Jabois su El Pais ha scritto che è del tutto logico sia toccato a lui. “Niente di meglio per evitare scandali che far venire da casa qualcuno già condannato. così evitiamo l’accusa, il processo giudiziario e la sentenza. Soprattutto ci risparmiamo di metterci le mani sulla testa nel caso in cui tutto questo si ripetesse con lui in carica. Sono le tradizioni e dobbiamo rispettarle”. 

Rafael Louzán è in attesa di sentenza dalla Corte Suprema in seguito a una condanna per malversazione durante il suo mandato come presidente della Deputazione provinciale di Pontevedra. La decisione è prevista per il 5 febbraio. Se confermerà la condanna, sarà necessario andare a nuove elezioni in federcalcio. Louzán era vicepresidente sotto Pedro Rocha e dal 2014 anche guida del comitato regionale di Galizia. Louzán ha pure un percorso in politica. Era il custode del Comune e diventò prima consigliere locale, poi provinciale, vicepresidente e presidente per 13 anni. La sua vicenda giudiziaria riguarda l’assegnazione di un sussidio di 86mila euro a una società di Moraña per il miglioramento di un campo di calcio, quando la maggior parte dei lavori era già stata completata. In primo grado Louzán è escluso dalla possibilità di ricoprire cariche pubbliche per sette anni. Ma ha il sostegno di Javier Tebas, presidente della Liga. 

Jabois ha scritto che “stupisce, e la dice lunga sul simpatico stato terminale del massimo organo del calcio spagnolo, che non sia stato possibile trovare nessun candidato senza una condanna”. Il calcio di Spagna è campione del mondo tra le donne e campione d’Europa tra gli uomini, Alfredo Relano su Diario AS stamattina parla di  “avanspettacolo della Federcalcio, un grottesco minuetto ballato dal coro dei presidenti delle federazioni territoriali, con un triste corteo dei segretari di Stato allo Sport. Siamo di fronte a un futuro imperfetto. Louzán ha vinto con lo zampino di Uribes, il quarto Segretario di Stato a restare invischiato in questa faccenda. Avrebbe potuto modificare la legge elettorale da ministro, invece si è perso nell’organizzare martingale dietro le quinte. Forse è stato condizionato da tanta goffaggine dei suoi predecessori

A questo avanspettacolo la FIFA ha assegnato l’organizzazione di un pezzo dei Mondiali 2030. 

  TITOLI

▥   La Gazzetta: È tornato il Cholo. L’Atletico ha invertito la rotta. Parte l’attacco al Barcellona” – Sei successi consecutivi in Liga e sabato c’è la sfida con i blaugrana: una partita stregata per l’argentino, che ora però è in fase positiva.  ➔  Filippo Maria Ricci ha scritto: Simeone ha rotto il suo lungo sodalizio col “profe” Ortega, storico preparatore charrua , ha visto il club fare un magnifico mercato (Julian Alvarez, Le Normand, Sorloth, Gallagher), ha trovato nuovo entusiasmo per chiedere ai suoi di giocare al meglio. Per questo quella sconfitta col Betis gli ha fatto così male. Non se l’aspettava, era convinto di non meritarla. Ne ha fatto una questione personale e sociale: i giocatori non potevano permettersi di calpestare lui e il club, in termini di valori, impegno e mentalità, pensando di farla franca. «Con l’Atleti non si gioca», gli ha detto il Cholo dal profondo del cuore. L’hanno ascoltato e hanno reagito e l’hanno seguito, e da lì è iniziata una nuova stagione.

 

AMERICHE

C’è un tipo nel football che fa tutto e non si ferma mai

  Pare di capire che nel football americano siamo dinanzi a un altro caso Shohei Ohtani, la stella giapponese del baseball che su un diamante sa essere di bosco e di riviera, gioca da battitore e da ricevitore [non quest’anno ma ci siamo capiti]. Il Wall Street Journal scrive che Travis Hunter è l’uomo che lavora di più nel football universitario giacché la stella del Colorado ha concentrato due stagioni in una, giocando come cornerback e wide receiver: per questo motivo ha vinto l’Heisman Trophy. Il premio al migliore di tutti nei college. 

Hunter è sceso in campo per 709 snap in attacco, 713 in difesa, secondo i dati di Pro Football Focus. Significa che non è esagerato dire che esce a malapena dal campo. Le sue 1.400 e passa giocate a partita sono quasi 400 in più di qualsiasi altro vincitore dell’Heisman nell’ultimo decennio, più del doppio del vincitore dell’anno scorso, il quarterback della LSU Jayden Daniels. I giocatori bidirezionali – spiega Laine Higgins – sono rari oltre l’High School, a causa del pedaggio che si paga dal punto di vista fisico per giocare sia in attacco sia in difesa. Ci sono wide receiver che gestiscono i compiti di punt return e cornerback, possono anche catturare un passaggio o due, ma ciò che sta facendo Hunter, essere in campo per quasi ogni singolo snap, è praticamente senza precedenti nel gioco moderno

«No, non sono per niente stanco» ha detto Hunter venerdì quando gli è stato chiesto del suo pesante carico di lavoro. Non c’è alcun segreto per gestirlo, ha detto, a parte dare priorità al recupero, credere in se stesso e fare un pisolino ogni pomeriggio. In realtà anche il papà di Slalom per molti anni ha creduto in se stesso e soprattutto faceva un pisolino ogni pomeriggio, ma è bastato a stento per andare all’università, non per giocare pure nella squadra di football, anche per via del fatto che la Federico II non ne aveva una. Viene il dubbio che serva il fisico, ma è solo un’ipotesi, eh. 

    A proposito di football americano e di fisico. In America sono tutti molto preoccupati per lo stato della caviglia di Patrick Mahomes, e più di tutti i tifosi dei Kansas City Chiefs. Lo vedono zoppicare tanto e spesso fuori dal campo. La squadra ha vinto 13 partite su 14, ma potrebbe trattarsi del 13-1 più traballante del mondo, scrive Jason Gay sul Wall Street Journal. È una squadra fortunata, imperfetta e piena di infortuni: brillerà di nuovo nei playoff? La risposta potrebbe essere in una caviglia molto famosascrive, mentre The Athletic considera una serie di cose troppo raffinate per poter essere comprese da chi non aveva una squadra di football americano alla Federico II, tuttavia pare di capire che sia arrivata finalmente una vittoria con largo margine e che prima di quest’ultima partita contro Cleveland, i Chiefs fossero più propensi a successi striminziti [No, niente, pensavo all’Utopia di vedere un giorno in un titolo la stringa “successo striminzito” anziché “di corto muso”]. 

RUOTE

Ma allora pure in Francia dicono il tetto del mondo”, perfino L’Équipe lo mette nei suoi titoli. Parbleu, viene da dire. Sur le toit du monde c’è stamattina la Ferrari, secondo quanto garantisce la sezione Extra del quotidiano francese, dove hanno preso la calcolatrice, hanno fatto due conti, hanno sommato i risultati e le prestazioni di tutte le categorie motoristiche e hanno stabilito che a Maranello sono i più bravi di tutti. Primo posto per la Scuderia per il suo quasi-titolo Costruttori in F1, il terzo posto nel WEC, la 24 Ore di Le Mans, le prestazioni nella 296 GT3, un po’ meno nel DTM o nell’IMSA: Un trionfo per il marchio italiano. Al secondo posto la Toyota e al terzo la Porsche. La Mercedes si è piazzata quarta, la Renault quinta. Audi-Lamborghini al tredicesimo, al nono spunta una Stellantis sotto il cui nome sono conteggiati i risultati della Peugeot. 

VITE OLIMPICHE

Il Mondiale di freccette ha bisogno di un’altra sede

Tutti i 90.000 biglietti disponibili sono andati esauriti in 15 minuti. È solo questione di tempo e l’Alexandra Palace di Londra non sarà più adatto a ospitare i Mondiali di freccette. È solo questione di tempo prima che i soldi parlino ha scritto Jonathan Liew sul Guardian in questi giorni di schermaglie iniziali e turni eliminatori. Lavori di ampliamento, mmm, non sono semplici. Qui trovano sempre roba. Ogni volta che i dirigenti intraprendono qualche opera di ristrutturazione sull’edificio di 151 anni fa, scoprono reperti del passato: una specie di storia popolare attraverso i detriti. Di solito sono monete arrugginite e matrici di biglietti. Ma una volta trovarono incastonate in un muro delle fiale perfettamente conservate di un prototipo iniziale di vaccino antitetanico, una reliquia che risaliva ai giorni in cui il posto era un ospedale della prima guerra mondiale. O quella volta che spuntarono dei graffiti dell’era vittoriana, un commerciante scontento che scriveva: Il salario del peccato è la morte, il salario di un falegname è peggio

Ma prima di capire se e dove se ne andranno le freccette, l’editorialista del Guardian indugia al pensiero [indugia al pensiero è bello – bisognerebbe usarlo più spesso] – indugia al pensiero di “cosa troveranno fra qualche decennio, nelle nicchie polverose di questo palazzo, sotto le assi del pavimento marce: cosa faranno gli archivisti del futuro delle molteplici piccole bustine di plastica contenenti tracce di un misterioso residuo bianco polveroso? Quali storie racconteranno di noi, qui, ora?

Insomma. Comunque. Se è il denaro che fa girare il mondo e fa girare pure lo sport, i 90.000 biglietti esauriti in 15 minuti dicono che i Mondiali di freccette potrebbero riempire una sede grande tre volte di più. E così, nonostante tutta la tradizione e l’affetto per il Palace, ti chiedi se questo non sia ormai un matrimonio in scadenza. Ufficialmente gli organizzatori sono irremovibili sul fatto che non si andrà da nessuna parte. Ufficiosamente ci stanno sicuramente pensando. L’esodo saudita è lontano, ma l’ExCeL e l’Olympia di Londra sono entrambi delle ipotesi sul tavolo. È ciò che fa qualsiasi capitalista che si rispetti, quando la domanda supera l’offerta. L’Alexandra Palace, spiega il Guardian, è stato perfetto per le corse di piccioni nell’età vittoriana ed è perfetto per le corse dei droni. È passato dagli incontri delle suffragette alle cerimonie di matrimonio tra persone dello stesso sesso, dai supereroi che sfrecciano ai ragazzi vestiti da supereroi: questo è sempre stato un posto dove la gente comune viene per vivere sogni straordinari. Ma oggi il salario di un giocatore di freccette è di 7.500 sterline per una sola notte di lavoro. Chi vince il titolo può arrivare a un potenziale di 500.000 sterline. Da qualche parte questi soldi devono pur entrare. 

Il tesserino di Daisy Osakue

Daisy Osakue è la primatista italiana del lancio del disco. Si è piazzata ottava alle ultime Olimpiadi di Parigi. L’altro giorno ha postato sui social il racconto di quanto le è successo all’Apple Store di via Roma a Torino, dove è stata scambiata per una ladra mentre comprava un adattatore per il cellulare. Stamattina ne parla con il Corriere della sera dicendo che «non volevo creare alcuna polemica ma soltanto condividere il mio malessere. Non è automatico che una ragazza di colore, in tuta, con le cuffie della musica, stia rubando. Il preconcetto che nasce dalla diffidenza nei confronti della diversità. Il “racial profiling” resta diffuso; non si basa sui fatti ma sui preconcetti. Succede a me e anche a tantissimi ragazzini e ragazzine. È sufficiente sentirsi gli occhi addosso quando entri in un negozio o quando fai la spesa al supermercato e vieni seguita dalla sicurezza tra le corsie. Sono esperienze difficili da spiegare e che puoi capire soltanto se le provi. Quando vado in un supermercato dove non mi conoscono, mi tolgo sempre lo zaino e lo lascio all’entrata perché so che può esserci sempre qualche “fenomeno” che pensa di fare il gradasso».

Osakue è tesserata per il gruppo sportivo delle Fiamme Gialle. È dunque tecnicamente pure una finanziera. Così, dice di essersi tirata fuori dall’imbarazzo mostrando il tesserino. Racconta: «Ho preso l’adattatore per il telefono e mentre scendevo al piano terra per altri acquisti sono stata bloccata da un addetto alla sicurezza che mi dice: “Devi pagare prima di andare via”. Non me l’aspettavo, mi sono spaventata. Così ho chiesto: “In che senso? Posso pagare sotto”. Lui ribadisce che devo pagare al piano superiore e mi indica dove andare; peccato fosse la zona ritiro dei prodotti ordinati. In tanti hanno assistito, tutti mi fissavano, mi sono sentita umiliata, a disagio, piccola piccola. Così mi sono irritata: “Siamo seri, guardiamoci in faccia, hai bloccato me e non altri con cose in mano, perché?”. Lui si è giustificato dicendo: “Sto facendo solo il mio lavoro”. E io: “Immagino perché mi abbia fermata ma ti faccio presente che stai facendo una figuraccia”. Non è stato bello dover far vedere il tesserino per dimostrare che sono una brava persona; lo sono a prescindere, non solo perché sono un militare».

Osakue invita pure non sommare le mele e con le pere. Nel 2018 era stata colpita a un occhio da un uovo. «Quella era stata una bravata – dice oggi – non c’entra nulla; non voglio più ricordarlo, non collegate gli episodi».

[Oh, comunque. A proposito delle tessere, dei distintivi, della reputazione e della rispettabilità. Pure Alberto Tomba era carabiniere e quella volta la paletta in macchina, vabbè, dai, non fa niente]. 

A domani. Forse. 

 

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