Lo Slalom del 15 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

domenica 15 dicembre 2024

#2 giorni ai Mondiali femminili per club di pallavolo

 

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DISCUSSIONI

Le rimonte che tolgono credibilità alla Coppa del mondo di sci

DI ROBERTO LIBERALE

  Quanta credibilità sportiva può avere lo sci alpino nelle sue discipline tecniche, con risultati finali che non sono più frutto della bravura, ma della buona sorte di trovare una pista praticabile nelle seconde manche? 

Ormai è ricominciata la sarabanda delle rimonte incredibili, altamente spettacolari per chi guarda la gara davanti alla TV, ma frustranti per i migliori, ovvero coloro che scendono in pista per ultimi nelle seconde manche.

Siamo al circo, con umiliazioni per campioni che hanno come unica colpa quella di essersi ben classificati nella prima manche, costretti così a subire la roulette russa dell’inversione dei trenta. Troppo spesso gli capita di rimanere in pista per puro miracolo, soprattutto quando la neve deteriorata dalle condizioni atmosferiche del pomeriggio diventa nemica.

Quello che si è visto in Val d’Isere è perfettamente nel solco di ciò che si è visto sistematicamente negli ultimi anni, in quasi tutte le seconde manche delle discipline tecniche. Al di là del piazzamento finale, fanno impressione i distacchi che grandi campioni hanno subito da sciatori inferiori.

Premiamo ieri. Lo svizzero Luca Aerni è partito con il pettorale 62, si è classificato trentesimo nella prima manche ed è partito così per primo nella seconda, rifilando 3”19 a Marco Odermatt, che era in testa. Per sua fortuna è riuscito a salvarsi vincendo di appena 8 centesimi di secondo grazie all’enorme vantaggio accumulato nella prima. Fa impressione il fatto che il fuoriclasse svizzero sia stato il 21esimo nella seconda manche. 

Kristofferssen, secondo nella prima manche, ha fatto il 22esimo tempo nella seconda, subendo un distacco di 3”28 da Aerni, finendo quinto e fuori dal podio.

Peggio ancora è andata a Meillard, terzo dopo la prima manche e nono a fine gara, addirittura 24esimo tempo nella seconda manche, con un distacco di 3”44 rispetto a Aerni.

Parliamo di tre mostri sacri dello slalom gigante, costretti a subire un’ingiusta mannaia che è nel regolamento a beneficio di un presunto spettacolo, ma che purtroppo nello sci alpino di questi ultimi anni, con le piste che resistono a malapena al passaggio di non più di una decina di sciatori dopo le 13, funziona sempre e solo a discapito dei grandi campioni.

È l’era delle rimonte, a ogni gara si stabiliscono nuovi record, e in Val d’Isere ci sono state le 26 posizioni guadagnate da Luca Aerni, le 22 dell’austriaco Patrick Feurstein, le 14 dell’estone Tormis Laine e di Giovanni Borsotti, le 9 di Tomas Stockinger e De Aliprandini, le 7 di Tommy Ford. Tutti sciatori partiti tra i primi otto nella seconda manche, tranne De Aliprandini.

Se un semisconosciuto estone dà 2 secondi a Marco Odermatt in un minuto di gara, qualche domanda dobbiamo iniziare a farcela. Guardare la prima manche diventerà sempre più inutile, piazzarsi bene è spesso più un danno che un beneficio. Si rischia un futuro di strategie che porteranno gli atleti a rischiare meno nelle prime manche per evitare di piazzarsi nei primi posti in classifica. Arrivare a metà classifica con un distacco accettabile significherebbe partire meglio nelle seconde manche e giocarsi il tutto per tutto su piste non deteriorate.

È questo lo sci che vogliamo?

 

Tornare, voce del verbo Goggia

  Per fortuna c’è Sofia Goggia. A trecento e passa giorni dalla frattura di tibia e malleolo, Sofia Goggia s’è rimessa gli scarponi, il caschetto e il pettorale numero #7, quello con cui ha vinto cinque prove di Coppa del mondo, quattro delle ultime dieci, e come se niente fosse accaduto è arrivata a 16 centesimi dalla vittoria. Flavio Vanetti sul Corriere della sera l’aveva intervistata qualche giorno fa raccogliendo confidenze su amori che vanno e vengono, sul fatto che «quest’estate sono arrivata a tanto così dal mollare tutto» ma soprattutto sulla sua irritazione per il comunicato stampo della federazione dopo l’intervento chirurgico. C’era scritto: Tornerà più forte di prima. E Sofia l’ha sentita come una violenza. Cosa ne sai come torno, cosa ne sai cosa mi sta passando per la testa, la tempesta che sento dentro. Perfino lei, perfino lei che arriva giù al traguardo e dice Only The Braves, perfino lei che ripete «si parte per vincere» pure alla prima discesa dopo dieci mesi, ha pensato che fosse troppo, che dare per scontati i successi è il più imperdonabile degli errori. 

Vanetti sul Corriere stamattina scrive che Sofia temeva la parte alta della pista: lì nelle prove non si era piaciuta. E lì, anzi subito, dopo una decina di secondi, ha regalato un brivido con un’«internata» in una curva verso destra. È stata un’indecisione che, pur rimediata al meglio, avrebbe potuto macchiare la gara. Ma a ben vedere Goggia s’è giocata il primo posto con una sbavatura — traiettoria un po’ larga e sterzata necessaria, ancorché minima — nel tratto che conduceva al salto conclusivo: peccato, i 21 centesimi persi sul muro erano un prezzo più che equo in vista dell’ultimo settore, dove Sofia era nelle condizioni di liberare i suoi cavalli. Oggi il Super-G. Senza la parte alta. 

«Con me stessa so essere cattiva, molto cattiva. Sono molto dura con me stessa. Per esempio, se sbaglio una mattinata di allenamento, se non sono contenta di quello che faccio in pista o non sono soddisfatta di me, al pomeriggio arrivo in palestra e mi dico: adesso voglio star male. Cioè: voglio allenarmi fino a stare male, distruggermi con l’allenamento. Trovo che sia un modo di pensare e di agire “positivo”, costruttivo, come quando vado in pista e sto lì finché non faccio mille giri come voglio io. Mi sfinisco col lavoro. Io mi auto-punisco e mi ricarico così» [Federica Brignone, intervistata da Eurosport] 

 

  ACQUE

In vasca corta si è chiusa l’era dei costumoni gommati

Nel periodo in  cui non siamo stati collegati, per usare una frase cara a Roberto Bortoluzzi, quelli del nuoto hanno deciso di esagerare. A una giornata dalla fine del Mondiale in vasca corta, sono già stati battuti 24 record del mondo, uno in più che a Doha nel 2014. C’è sempre oggi per ritoccare il numero, ma nel frattempo abbiamo avuto il primo uomo sotto i 20 secondi nei 50 stile libero [Jordan Crooks, Isole Cayman, 19.90], la riscrittura totale dei primati femminili a farfalla [Gretchen Walsh nei 50 e nei 100 con 23.94 e 52.71; Summer McIntosh nei 200 con 1:59.32] e la riscrittura totale anche nei misti femminili [Gretchen Walsh nei 100 in 55.11, Kate Douglass nei 200 in 2:01.63, Summer McIntosh nei 400 in 4:15.48]. Si aggiungono alla riscrittura di tutti i primati femminili di dorso fra 1° novembre 2024 e l’altro ieri, tutti detenuti da Regan Smith. Ieri è anche arrivato il primo record del mondo della Russia sotto le spoglie di Atleti neutrali autorizzati: la 4×100 misti di genere misto l’ha stabilito in 3:30.47 con Miron Lifincev, Kirill Prigoda, Arina Surkova e Daria Kleipikova. Il primato più storico fra tutti è quello di Luke Hobson nei 200 stile libero (1:38.91), durante la frazione di apertura della staffetta. Ha cancellato l’1:39.37 stabilito nel 2009 da Paul Biedermann, ultimo record che resisteva dall’era dei super-costumi in poliuretano. Pochi giorni prima era stata Gretchen Walsh nei 50 farfalla a cancellare l’ultimo primato di Therese Alshammar che ancora stava in piedi dal 2009.

Nel biennio 2008-2009 portarono alla caduta di 124 record mondiali in vasca corta [53 nel 2008 e 71 nel 2009]. Nel 2010 World Aquatics mise al bando i materiali e la tecnologia tornando ai tessuti. ll record di Paul Biedermann nei 200 stile libero è durato 15 anni e 28 giorni, ma non è stato il più longevo: il primato degli 800 stile libero maschili di Grant Hackett è durato 15 anni e 143 giorni, fino a quando Daniel Wiffen ci ha messo una riga sopra nel 2023.

Otto primati con il costume gommato resistono ancora in vasca lunga. Sette sono maschili: Cesar Cielo nei 50 stile libero, Paul Biedermann nei 200 e 400, Zhang Lin negli 800, Aaron Peirsol nei 200 dorso, le due staffette a stile libero. Quello femminile è di Liu Zige nei 200 farfalla. 

Se Mameli vi ruggisce dentro e chiede notizie italiche, sfamatelo con le sette medaglie azzurre [1 oro, 4 argenti, 2 bronzi], tutte arrivate nonostante l’assenza di Ceccon, Martinenghi e Paltrinieri. 

 

LA PIPPA DEL GIORNO  Koopmeiners

Massimiliano Nerozzi, Corriere della sera: Toh, si può sostituire pure lui (se gioca così): fin lì, qualche combinazione al volo, ma se vali 60 milioni devi (anche) fare giocate decisive. Invece, siamo a un gol in 1.346 minuti e 17 partite.

  È STATA TUA LA COLPA Vlahovic

Emanuele Gamba su Repubblica racconta la contestazione al centravanti servo: Le scene peggiori sono arrivate dopo, quando la gradinata degli ultrà ha chiamato la squadra a rendere conto delle nefandezze mostrate (altra disdicevole prassi) e che per la curva si riducono a una banale una carenza di attribuiti. Vlahovic s’è però ribellato al rito e ha fatto un gesto (lo si potrebbe definire di ribellione, o di disapprovazione) verso i tifosi che insultavano, ottenendo come effetto la moltiplicazione degli insulti. Il serbo ha fatto per andarsene, ma il capitano Danilo lo ha riportato alla gogna collettiva cui la squadra ha accettato di sottomettersi. Più tardi, mentre i giocatori guadagnavano l’uscita, dalla Scirea è partito un coro («Sei solo un uomo di m…») che Vlahovic deve aver inteso indirizzato a sé e cui ha reagito alzando sarcasticamente il pollice verso che cantava. Le conseguenza di questo disamore rischiano di essere più fatali di quelle dell’ennesimo pareggio che tiene la Juve a bagnomaria ai margini della zona Champions.

  IL CERCHIO DI FUOCO  Quelle partite che sono segnali

Alla decima vittoria di fila, questa arrivata sul campo del Cagliari, Andrea Elefante sulla Gazzetta dello sport rilancia il sospetto sempre più forte: non sarà davvero l’anno dell’Atalanta? Per quanto vince, ma anche per come vince: ieri senza incantare, e la storia insegna che bisogna saper fare anche questo, nelle stagioni di gloria. Non è successo per colpa della pressione da primato: semmai da logorio Champions, perché evidentemente la sconfitta con il Real non aveva lasciato solo rabbia da ingiustizia. Però intanto – altro record stracciato – la squadra di Gasperini è andata in doppia cifra: dieci vittorie consecutive, in campionato non sa far altro dal 5 ottobre, più di due mesi. Così è arrivata in testa alla classifica, così ieri c’è rimasta

Eppure, aggiunge Elefante, non si fa peccato a dire che stavolta un pareggio non avrebbe scandalizzato: l’Atalanta è stata graziata di un possibilissimo rigore per una mano piuttosto alta, seppur in movimento di scivolata, di Kossounou su cross di Deiola, quando si era ancora sullo 0-0. Carnesecchi è stato per distacco il migliore in campo: otto parate, tre incredibili in serie adrenalinica (due volte su Piccoli e poi su Zortea) e altre ancora nei momenti più delicati della gara, alla fine tutte fondamentali.

 

   POST-IT   L’educazione a Zaniolo insegnata da Gasperini

Certo che il calcio è un posto strano. Niccolò Zaniolo ha segnato due gol importanti per sé e per la sua Atalanta, prima contro la Roma e ieri contro il Cagliari. Una volta si è agitato togliendosi la maglia, ieri è corso sotto la curva degli ultrà avversari. 

Poteva evitare? Poteva evitare. Levare l’occasione, si dice nella lingua del papà di Slalom. Tuttavia. Far diventare un’emergenza dell’Atalanta le esultanze di Zaniolo è un piccolo abuso. Piccolo ma abbastanza grande da essere insopportabile e meritarsi un post-it. 

Il Corriere di Bergamo ha scritto la prima volta che Zaniolo deve imparare la sobrietà da Atalanta che al momento non conosce. Ora però, non più tardi del maggio scorso, la Curva Nord dell’Atalanta è stata chiusa per insulti razzisti a Vlahovic. Qualche anno fa per dei cori contro Dalbert l’arbitro fu costretto a sospendere Atalanta-Fiorentina. Tutto ciò mandando in prescrizione sia i molti Vesuvi invocati sia il carrarmato nerazzurro a bordo del quale Giulio Migliaccio si presentò alla Festa della Dea schiacciando due macchine dipinte con i colori del Brescia e della Roma. Non parve onestamente sobrietà.

Sia chiaro. Non è che a Bergamo siano più cattivi. È che da tempo abbiamo smesso di pensare che ci siano i Buoni. È solo la prova che non esistono vergini nel calcio italiano. Ma se non ci sono vergini, non si possono dar lezioni di verginità. Stamattina Gian Piero Gasperini veste panni da educatore verso un 25enne e parla di esultanze intollerabili, esultanze che provocano problemi con il pubblico. Ha ragione. Ma poche settimane fa, secondo il referto del giudice sportivo, ha rivolto reiteratamente al quarto ufficiale epiteti insultanti a Parma. Lo ha chiamato deficiente. Nella primavera scorsa, dopo il pareggio a Firenze, ci furono offese al personale dello stadio e ai dirigenti della Fiorentina, le cronache riferirono di un contatto fisico sfiorato. Anche in questo caso si applica lo sconto, scatta la prescrizione e si tace dei numerosi altri precedenti. Forse, ma chi lo sa, qui su Slalom scarseggiano le certezze, forse anche usare a fine partita la parola guerrieri per elogiare la prestazione della squadra potrebbe essere stato un filo fuori posto, considerato che di guerrieri veri in giro ce ne sono troppi. Avere 66 anni dovrebbe offrire un vantaggio su chi ne ha 25.

[Questo Post-it fa parte della serie: “E’ un lavoro sporco ma qualcuno lo deve fare”]

 

 Francia

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I veleni di PSG-Lione

  La partita tra PSG e Lione di stasera arriva nel bel mezzo di un’aria frizzantina tra le due proprietà, come racconta stamattina L’Équipe. L’ultima volta che Nasser al-Khelaïfi e John Textor si sono incrociati è stato il 5 dicembre a Miami per il sorteggio del Mondiale per club, e si sono regalmente ignorati scrivono Hugo Guillemet e Loïc Tanzi facendo un uso sapiente dell’avverbio. 

I presidenti del PSG e dell’OL non hanno più nulla da dirsi e quest’estate sono arrivati ​​al punto di rottura, nel corso di diversi scambi sull’annullamento del trasferimento di Rayan Cherki, ma soprattutto sulla strategia da adottare sui diritti televisivi

Dieci giorni fa, Textor ha detto ai giornali di sperare che il Botafogo – altro club di sua proprietà – possa prendere a calci in culo il PSG. Sono nello stesso girone ai Mondiali. Più discreto in pubblico, Al-Khelaïfi conduce una guerra dietro le quinte. È là che sferra i suoi colpi, dice l’Équipe. Lo scorso 19 luglio ha scritto una lettera incendiaria al grande capo dell’OL, per rispondere a un’intervista rilasciata da Textor a Globo due giorni prima. «Lei afferma in modo falso – c’era scritto – che il PSG abbia un modello di spesa dilagante e sfrenato, mentre sembra ignorare il fatto che il suo stesso club ha problemi significativi con la UEFA sotto la sua guida».  Una lettera in cui Textor viene minacciato due volte di essere perseguito. Per il resto tutto bene. 

 

AMERICHE

La finale della Coppa NBA

Sports Illustrated la chiama una possibile anteprima delle finali NBA. Un anno fa Sin City si affacciò sulla finale della Coppa NBA sapendo di avere di fronte una partita da considerare un’eccezione. Indiana propose alla nazione il nome nuovo di Tyrese Haliburton, i Lakers offrivano a LeBron James forse un’ultima occasione per un trofeo. La seconda edizione del torneo è stata presa più seriamente dalle grandi. I Bucks hanno tenuto a bada gli Atlanta Hawks in semifinale [110-102], grazie all’ennesima maestosa prestazione di Giannis Antetokounmpo: 32 punti, 14 rimbalzi e 9 assist, la sua quinta prestazione consecutiva da 30 punti in su. Con l’aggiunta di una stoppata irreale a 2 minuti e mezzo dalla fine. Damian Lillard ha chiuso segnandone 25, con sette assist insieme a tre palle rubate. I Bucks sono ora 22-11 nelle partite in cui le due stelle segnano almeno 25 punti a testa.

Oklahoma Thunder ha preso l’altro posto in finale battendo gli Houston Rockets [111-96], in una partita da 57 tiri liberi e 28 palle perse. Shai-Gilgeous Alexander ha sostenuto la sua squadra con 32 punti, otto rimbalzi e sei assist. Lu Dort ne ha segnati 19 con cinque tiri da tre punti, giocando la sua tipica difesa dura e sfacciata [Sports Illustrated]. 

Perché può essere un’anteprima dei play-off? Perché i Thunder sono di nuovo primi a Ovest dopo essersi guadagnati la testa di serie #1 l’anno scorso, i Bucks si sono scrollati di dosso un inizio di 8 sconfitte nelle prime 10 partite dopo una memorabile sfuriata di Giannis. «Chi non vuole lottare può anche andarsene» disse, e tutti pensammo che fosse un’introduzione all’annuncio di essere scambiato: andarsene lui. Milwaukee ha invece vinto 12 delle successive 15 partite ed è risalita al sesto posto. L’eccellenza combinata di Giannis e Lillard durante questa Coppa dovrebbe servire da promemoria al resto della lega sul fatto che i Bucks sono piuttosto pericolosi, quando entrambe le stelle funzionano [Sports Illustrated]. La finale martedì. 

 

L’amore di Nikki Giovanni per lo sport

Nikki Giovanni è stata la poetessa che ha scritto della gioia nera. Così il New York Times ha salutato l’altro giorno la donna la cui consapevolezza ha cambiato il mondo [il Guardian dall’Inghilterra]. A quattro giorni di distanza dalla sua morte, il Washington Post analizza la sua relazione con lo sport con Kevin B. Blackistone, secondo il quale Nikki Giovanni era attratta dalle competizioni sportive, era una mentore adatta per gli atleti della Virginia Tech. Da Ali a Kaepernick aveva capito il potere dello sport

L’editorialista del Washington Post dice che Nikki Giovanni scriveva mentre parlava. Semplice. Il suo stile era chiamato versi liberi. La sua potenza smentiva la delicata e minuta corporatura. Ha scritto del movimento Black Power degli anni ’60 che l’ha forgiata, della lotta delle madri single in cui si era immersa, degli eroi del movimento per i diritti umani che ha sostenuto. Dell’amore, molto dell’amore. Che è ciò che non abbiamo visto, ma che lei ha visto, quando Colin Kaepernick si è inginocchiato per protestare contro le morti causate dalla polizia tra gli uomini neri di questo paese.

È un riferimento a un saggio del 2017 in cui Nikki Giovanni aveva scritto: Per quanto ne so, gli uomini si inginocchiavano quando volevano chiedere a una donna: – Vuoi prendere il mio nome ed essermi fedele? Inginocchiarsi era un segno d’amore. I Come From Athletes è considerato dal Washington Post il più bel memoriale di amicus curiae per Kaepernick. Se l’avessi mai incontrata – scrive Blackistone – le avrei sicuramente parlato di sport. Il Black Arts Movement? James Baldwin? Malcolm X? Certo. Ma Nikki Giovanni era attratta dagli atleti. Per il loro potere visivo. Essendo un’artista, era naturalmente attratta dai momenti estetici dello sport. Ne parlò in Volleyball: A Ballet, inserita nella sua ultima raccolta di poesie, A Good Cry

La pallavolo non è / uno sport / È una suite di balletto / Diamo dei punti / Mentre ondeggiamo avanti e indietro / È una grazia sotto / un mucchio di pressione / Ma non c’è sconfitta / In un posto così bello / In un simile magnifico / Gioco

Lo sport era un’eredità di famiglia. Sua madre aveva giocato a tennis con Althea Gibson e chiamava Muhammad Ali amico mio e fratello, come raccontò la poetessa alla radio tempo fa. Al Washington Post è arrivata anche la testimonianza di Justin Robinson, playmaker che ha fatto il college a Virginia e ha girato 4 squadre in NBA prima di arrivare in questa stagione a Trapani in serie A. Ha raccontato di un viaggio fatto da Nikki Giovanni insieme con la squadra di basket. «Andammo a visitare l’African American Museum, con un tour privato prima dell’apertura del museo e mentre camminavamo fu una sorpresa per tutti noi che lei fosse citata in una delle mostre». 

 

Come fa una stella della NFL ad allenare all’Università

Il dibattito sulla scelta di Bill Belichick

La prossima vita di Bill Belichick fa discutere l’America. Ha vinto sei volte il Super Bowl con i New England Patriots, in una relazione di amore-odio con Tom Brady. Dall’anno prossimo sarà sulla panchina di North Carolina Tar Heels, nel campionato universitario. The Athletic ha criticato la scelta in modo aspro: Congratulazioni North Carolina. Avete fatto come tanti, provare a vincere la conferenza stampa invece di vincere le partite. Il fatto che Belichick non abbia mai allenato prima nel football universitario è la ragione di tanta perplessità. Non ha mai reclutato un giocatore. Non ha mai avuto a che fare con il portale dei trasferimenti. È scontroso e introverso, un carattere che non è adatto alla necessità di corteggiare i rookie, stringere le mani dei donatori, tenere discorsi motivazionali ai ragazzi tra i 18 e i 22 anni. È andato su Instagram per la prima volta lo scorso 4 settembre e da allora ha pubblicato altri otto post. Forse non si rende conto che molti atleti universitari comunicano principalmente tramite i social media.

Il punto insomma sono i suoi 72 anni. Un’uscita che ha prodotto la reazione del Washington Post, dove Sally Jenkins ha scritto che se Bill va a North Carolina è perché prima di tutto si tratta di un insegnante. Se Belichick non dovesse avere successo alla North Carolina, non sarà perché è inadatto a quel ruolo. La presenza di Belichick in un campus universitario non ha senso – si legge – solo se lo vedi come il freddo e inavvicinabile tecnocrate, senza alcuna tolleranza per la gioventù, solo se sei uno di quelli che pensa che l’unica cosa da desiderare nel football sia la NFL. Belichick ha sempre operato sulla scorta di valutazioni diverse rispetto agli altri. Lo si vede dai pantaloni della sua tuta spiegazzati. Dovrebbero dirci che non gli è mai importato di essere scambiato per un insegnante di educazione fisica. La tesi prevalente è che Belichick sarà un disadattato all’Università della Carolina del Nord, un alieno innestato nella cultura universitaria. Ma questa convinzione ignora il suo background e ciò che lo ha reso grande con i New England Patriots.

Così mentre il New York Times scrive che Bill Belichick fa tagliare le maglie delle felpe dai negozi del college, il biografo David Halberstam pensa che lo scetticismo sia fuori luogo. Il titolo del suo libro è The Education of a Coach e il libro si apre con la frase: Belichick sarebbe stato altrettanto felice di allenare al liceo o in qualche piccolo college, pensano i suoi amici intimi

Il Washington Post fa notare che Belichick ha sempre tratto la sua più profonda soddisfazione nel portare con sé in squadra talenti insospettati, e dopotutto si tratta proprio della dote e dell’anima di un insegnante. Il giornale fa notare che è stato il re indiscusso dei free agent, il più bravo nella trasformazione degli scarti altrui in milionari. Nel 2018, alla sua penultima apparizione al Super Bowl, ne aveva 18 in una rosa di 53. E se qualcuno sospetta che non sappia parlare a degli adolescenti, dice il Washington Post, allora bisogna andare a riascoltare il discorso che fece nel 2017 quando tornò a far visita alla sua vecchia Annapolis High School.

«Quello che vogliamo è fidarci dei nostri compagni di squadra, del ragazzo seduto accanto a te, del ragazzo seduto dietro di te, del ragazzo seduto di fronte a te. Vuoi poterti fidare del fatto che faccia bene il suo compito e vuoi che lui possa fidarsi di te. Come si ottiene la fiducia? Parlandone? No, la fiducia si guadagna. Ti guadagni la fiducia dei tuoi compagni di squadra con le prestazioni e la costanza. Ogni giorno. Il punto non è cosa gli altri possano fare per te, ma cosa tu possa fare per loro. Non puoi dirgli: ti copro io le spalle. Gliele copri e basta. Ti guadagni quella fiducia attraverso prestazioni affidabili. La fiducia non puoi comprarla. Devi andare là fuori e guadagnartela». Disse che nel football l’affidabilità è più importante dell’abilità, e chi non vorrebbe che il proprio diciottenne lo imparasse? conclude Sally Jenkins. 

RUOTE

Roglic prova a correre Giro e Tour

Primoz Roglic partecipava ininterrottamente alla Vuelta dal 2018. È la corsa di cui detenie il record di vittorie [4] insieme con Roberto Heras. Nel 2025 non ci va. Lo sloveno accetta la sfida di raddoppiare Giro e Tour de France, riferisce L’Equipe dopo la conferenza stampa della Red Bull-Bora Hansgrohe, ieri a Maiorca. Roglic ha già vinto il Giro nel 2023. C’è un problema. Il percorso del Giro d’Italia non sarà noto prima del 13 gennaio, a Roglic – scrive il giornale francese – interessava particolarmente l’annunciato passaggio nella sua Slovenia e pare che abbia ricevuto delle garanzie. «È sempre speciale per noi, avere tappe vicine al nostro paese o direttamente in Slovenia – ha spiegato – con tutti i tifosi che vengono ogni volta»

1 commento su “Lo Slalom del 15 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

  1. Luca Rispondi

    Grande apprezzamento per le due rubriche di oggi “è stata tua la colpa” e “post-it”; ragionamenti che non si potranno leggere su alcun quotidiano, purtroppo.

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