La casa di Giannis Antetokounmpo e di quelli come lui

La vittoria di Milwaukee Bucks in NBA Cup

I tedeschi che di neologismi ne sanno hanno una parola che significa un po’ casa e un po’ patria. Heimat dicono, risolvendo così il dilemma intorno a uno dei concetti più complicati da definire. A sentire le canzoni viene pure da confondersi. Guccini dice che la casa è come un punto di memoria, e dunque una radice, un’ancora nel passato. I Pinguini Tattici Nucleari smitizzano: Le case in fondo sono solo scatole dove la gente si rifugia quando fuori piove. Jovanotti guida il partito degli incerti: Voglio andare a casa, la casa dov’è?. Lo diceva Marcello Marchesi in uno dei suoi aforismi: La strada per arrivare a casa non finisce mai

Milwaukee è oggi la città americana che Giannis Antetokounmpo sente di poter chiamare casa, come ha chiamato casa Atene quando arrivò con la sua famiglia tra le strade di Sepolia, la periferia più periferia, seguendo le rotte dell’immigrazione clandestina dalla Nigeria – figlio di un venditore ambulante di collanine con il cognome di Adetokunbo. 

Milwaukee aspettava una stella del basket come lui da una cinquantina d’anni, da quando Kareem Abdul-Jabbar aveva vinto l’anello del ‘71 e poi se n’era andato per diventare un totem altrove, con la maglia dei Lakers. Quando mancava un giorno alla cerimonia d’apertura dei Giochi di Tokyo, Giannis portò l’anello nel Wisconsin, dove una volta si accorsero che le mucche facevano del latte migliore ascoltando Mozart. I Bucks risalirono da uno 0-2 iniziale contro i Phoenix Suns e il merito della svolta venne attribuito alla stoppata piazzata da Giannis sul tentativo di alley-oop di Deandre Ayton nella coda di gara-4. Poteva mandare Phoenix avanti 3-1 e invece cominciò la rimonta. Oppure fu merito della sua schiacciata nel finale di gara-5 dopo una palla recuperata da Holiday.

Come fu, come non fu, nell’America che celebra le imprese e sfoglia i libri dei record per aggiornarli ogni notte, Antetokounmpo diventò il quarto giocatore ad avere segnato 40 punti per tre o più partite in una finale. Una compagnia abbastanza nobile: Michael Jordan, Shaquille O’Neal e LeBron James. Lo chiamammo un anti-Curry. Nel senso che contribuì in quel 2021 a rispostare il gioco dal perimetro all’area, senza peraltro disdegnare lui stesso il tiro da tre. Fu l’unico giocatore oltre a LeBron James ad aver tentato quell’anno almeno 10 tiri da sotto. Non succedeva dai tempi di Shaquille O’Neal [2002] e accadde nella stagione che diede per la prima volta il titolo di MVP a un centro, Nikola Jokić. È questa somma di fattori che non vediamo, quando sbuffiamo e diciamo che ormai il basket è solo tiro da tre, uffa che noia, uffa che barba. Le cose sono più complesse rispetto a come le giudica la setta dei nostalgici. Se Dan Peterson pensa che LeBron James e Giannis Antetokounmpo sarebbero spazzati via dai giocatori che ai suoi tempi tiravano e segnavano dalla media distanza, commette l’errore di non vedere quanta raffinatezza ci sia in questi corpi giganteschi, non considera il mismatch che sarebbero in grado di creare centri che passano la palla con dolcezza, uomini di 2 metri e 24 che palleggiano deliziosamente. I famosi unicorni. Quelli che sul campo hanno un Heimat ovunque. Ma come dicono quelli bravi: questa è un’altra storia. 

Giannis Antetokounmpo of the Milwaukee Bucks is guarded by Jalen Williams of the Oklahoma City Thunder in the first quarter of the championship game...

Il dibattito su quanto credito meriti Kidd per la sua trasformazione – scrisse The Athletic – continuerà finché Kidd andrà avanti come allenatore in NBA, ma i risultati sono innegabili. Da punto interrogativo allampanato, Antetokounmpo è diventato una delle forze dominanti del gioco

Giannis è diventato molto di più. La svolta per portare i Bucks alla vittoria in NBA Cup è stata stavolta emotiva. Dopo due vittorie nelle prime 10 serate di stagione regolare, ha detto ai compagni che chi non voleva restare a Milwaukee poteva pure preparare la valigia e andarsene. 

Daniele V. Morrone su Ultimo Uomo considera: Il record di 2-8 di inizio stagione aveva lasciato presagire una squadra a fine ciclo e destinata a sfaldarsi, anche per alcune dichiarazioni dei suoi leader. Poi è arrivata la svolta, una serie di vittorie in sequenza per aggiustare il tiro e ora questa vittoria della NBA Cup (che però non conta per il record di squadra). Per raggiungere la finale i Bucks hanno battuto gli Orlando Magic e gli Atlanta Hawks nella fase a eliminazione diretta, dopo essere rimasti imbattuti nel girone di qualificazione. E la vittoria è arrivata senza Khris Middleton, che ha saltato la finale per una malattia presentatasi lunedì mattina e non meglio specificata. una vittoria che rilancia le ambizioni personali di Giannis Antetokounmpo, che ora ha affiancato LeBron James come unico giocatore ad essere nominato MVP della stagione regolare, delle finali, dell’All-Star Game e della NBA Cup.  Ieri Giannis non ha provato neanche una tripla, rimanendo fedele al suo stile, che vuol dire arrivare al ferro o prendersi un tiro dal midrange, il tanto bistrattato tiro dai 5-6 metri, che però in questa stagione gli sta entrando con costanza , al contrario del passato. Ieri non gli è neanche servita questa opzione (1 su 4 dal mid-range), però rimane una possibilità decisiva per Giannis, perché se la difesa deve contrastare anche quel tiro contro di lui, oltre a preoccuparsi dei suoi tentativi di arrivare al ferro… beh: buona fortuna

Oh, comunque alla fine Albert Einstein diceva che l’ideale di un uomo come me è sentirsi a casa in qualunque posto 

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