Guardiola e Mbappé, che conforto vedere in crisi le stelle

Quelli del Liverpool, loro sì avrebbero dovuto portare i segni dei graffi sulla faccia, quel senso così italiano di disperazione che si vive quando un Klopp se ne va, quando un Salah e un Alexander-Arnold sono a fine contratto e non rinnovano. Invece i segni sulla faccia, metaforici e non, li porta Guardiola, alla vigilia dello scontro diretto fra la prima e la seconda in Premier League. Nell’episodio di questa settimana del podcast Rest is Football, è stato chiesto a Rodri se gli piacerebbe mai diventare un allenatore come Pep. Por l’amor de dios, ha risposto Rodri. Più guarda Pep, più cresce la certezza che non farà il suo mestiere. Casomai farà il lavoro di Txiki Begiristain, direttore sportivo, perché il suo volto – dice Rodri – «mi piace di più. Più pulito e rilassato»

Ne parla stamattina Jonathan Liew sul Guardian, scrivendo che dopo la partita con il Feyenoord Pep aveva l’aspetto di un tizio che ha appena combattuto con una spillatrice e ha perso. Noi in Italia avevamo a portata di mano esempi più ministeriali. Non aveva comunque la faccia di una persona che sta facendo il lavoro dei suoi segni. In effetti di onirico al City è rimasto poco.

È diventato sempre più caotico in difesa – scrive Liew – e sempre più privo di mezzi a centrocampo, Erling Haaland ha apparentemente dimenticato come si segna un gol in Premier League, e c’è la piccola ma reale possibilità che a gennaio il club sia ritenuto colpevole di violazioni seriali delle regole, privati ​​dei loro titoli di campionato, retrocessi nel calcio amatoriale e indelebilmente associati a uno degli episodi di imbroglio più infami mai visti nel calcio moderno. In tutto questo: benvenuti ad Anfield

La partita diventa allora un’opportunità per esaminare come mai questi due club sembrano essere finiti su traiettorie così diverse”. Il Liverpool avrebbe dovuto essere in una fase di ricostruzione e il City un modello di stabilità e di calma. L’altro giorno su Domani lo scrittore Marco Ciriello si domandava che diavolo ci mettono questi Reds nei loro algoritmi, cosa chiedono alla macchina, quali dati caricano, cosa cercano, prima che la macchina gli restituisca i nomi dei giocatori da prendere per aprire nuovi cicli, prima che la macchina tiri fuori il nome di Arne Slot per sostituire Klopp. Al Liverpool, ha scritto, funziona tutto ciò che spaventa noi italiani. Alla fine – si legge – il Liverpool non si è scisso, non ha perso l’identità, ma ha solo cambiato testa. In Italia per cambiare testa a una squadra servono almeno tre esoneri, due moti di piazza, una santa inquisizione calcistica e tanto tanto dibattito. E pensare che basterebbe un algoritmo.

 

L’orecchio di van Gogh

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Su Guardiola riflette stamattina anche Alessandro Bonan nella sua rubrica per il Foglio Sportivo. Nella notte dei tempi, Van Gogh si tagliò un orecchio per motivi mai ben precisati. Era malato il genio, e forse quella era la spiegazione reale. Fatto sta che si ritrasse con la benda sopra l’orecchio, nel famoso dipinto realizzato all’ospedale dove era stato ricoverato in condizioni pessime. L’immagine di Guardiola mi ha ricordato quel quadro, tanto era triste e malinconico. Guardiola mi ha trasmesso stanchezza e vita stressata. Mi sono chiesto nuovamente chi sia e che cosa abbia rappresentato nel calcio. Ha sempre vinto abituandosi al successo, e questo probabilmente lo ha condotto dentro un territorio desertico, senza riferimenti precisi, solo illusori, come un palmizio sotto una duna, il classico miraggio di chi ha sete. Perché non si può vincere sempre, è contrario allo sport e anche alla vita. Van Gogh era talmente ossessionato da se stesso da ritrarsi anche in momenti osceni, come quello del taglio all’orecchio di cui (forse) era l’autore. In alcuni suoi ricoveri gli venne impedito di dipingere. Nessuno faccia la stessa cosa con Guardiola. La sua arte ci serve per continuare a pensare che il calcio sia anche il genio

Liew dall’Inghilterra sottolinea allora che le crepe adesso sono evidenti invece nella macchina che pareva implacabile, quel City così stabile a velocità di crociera. Quelle crepe sono un prodotto non solo dei loro guai legali ma di errori nella campagna acquisti e nei rinnovi di contratto, una cultura che in qualche modo si è ossificata, congelata, è diventata un po’ troppo piena di comodità, un po’ troppo compiaciuta di sé stessa”.

 

Il valore del cambiamento

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I guai del City sono l’infortunio di Rodri, certamente, ma si nascondono anche negli ingaggi di Kalvin Phillips, Matheus Nunes, Mateo Kovacic, arrivati per una spesa complessiva di oltre 100 milioni di sterline. Nessuno di loro – scrive il Guardian – è una scelta all’altezza di un club che aspiri a essere il migliore al mondo. Nunes non è abbastanza bravo; Kovacic non è abbastanza in forma; Phillips non è né abbastanza bravo né abbastanza in forma; Gündogan è un trentaquattrenne che si muove lentamente, con tutta l’intelligenza del mondo ma senza più l’acutezza che possedeva nel fiore degli anni. A questo bisogna aggiungere la decisione di lasciar andar via Cole Palmer al Chelsea dopo avergli concesso tre presenze in Premier League in tre stagioni; permettere a Julián Álvarez di andarsene in estate senza avere un sostituto, mettere praticamente l’intero peso dell’attacco su Haaland.

Il Liverpool, al contrario, ha sviluppato alternative in quasi ogni ruolo. Mohamed Salah e Virgil van Dijk sono insostituibili, ma una loro assenza non costringe a un cambio di stile o di approccio. Conor Bradley è un buon sostituto di Trent Alexander-Arnold da terzino destro. Alexis Mac Allister è in una forma smagliante, ma nessuno andrebbe nel panico se Curtis Jones subentrasse al suo posto.

Come ha fatto il Liverpool a raggiungere questo punto? – si domanda Liew. Prendendo decisioni – si risponde – che gli hanno causato un bel po’ di dolore a breve termine. Smantellando il loro famoso tridente d’attacco quando probabilmente aveva ancora un paio d’anni davanti. Ingaggiando un intero centrocampo [Mac Allister, Wataru Endo, Dominik Szoboszlai e Ryan Gravenberch] nello spazio di otto settimane nell’estate del 2023. Fidandosi di giocatori delle giovanili come Jones e Bradley, dando loro i minuti giusti nelle partite giuste.

Ora, detto così, sembra che uno voglia lamentarsi di avere Guardiola in panchina e naturalmente ci sono strategie peggiori che scommettere sull’allenatore più brillante e dotato della sua generazione. Ma legarsi mani e piedi a lui, fa notare Liew, significa trasformare un collettivo nelle sembianze di un individuo. Come Guardiola è invecchiato e cambiato, così è cambiato il City: più preoccupato di difendere un’eredità che di costruirne una nuova

Secondo Liew, la resa dei conti è alle porte. Potrebbe arrivare in estate, potrebbe arrivare dagli avvocati a gennaio, potrebbe arrivare persino ad Anfield domenica. Guardiola ha appena firmato un rinnovo di altri due anni, ma in un modo strano il tempo sta ticchettando. Gli errori del passato hanno portato il City a questo suo presente così sfocato. Quali altri errori potrebbero già aver commesso?. L’indicibile risposta è la conferma di Guardiola

 

Ci fa sentire meno stupidi

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In uno dei suoi vertici filosofici più alti degli ultimi tempi, come spesso gli accade quando non scrive del Real, Jorge Valdano stamattina scrive nella sua rubrica su El Pais che il calcio è un gioco umano, perché è contraddittorio. Quando pensiamo di essere arrivati ​​a una conclusione, ci scontriamo con prove inaspettate che la sconvolgono e ci disarmano. Si vive più comodamente avendo delle prove, il calcio solitamente ne ha due: la prima e il suo contrario. Così noi che guardiamo e ne parliamo, facciamo in fretta a convincerci dopo – che sapevamo tutto prima. 

Ciò che sta accadendo con Pep Guardiola – dice Valdano – è un’altra prova di questa introduzione. Penso che Pep sia il miglior allenatore al mondo per conoscenza, passione, creatività, esperienza, risultati, influenza. Ma nemmeno lui è infallibile. Nella confusione e nella tranquillità generale, ora si trova a dover perdere spesso. Dico confusione – continua Valdano – perché nella sua lunga carriera perdere è qualcosa di eccezionale; dico tranquillità, perché ci fa sentire meno stupidi. Se Pep non trova un modo per aggirare un problema, è logico che non ci riesca nemmeno il resto di noi

Poiché Valdano è argentino e non gli è estraneo Borges, dice che dai labirinti si esce dall’alto, quindi la proposta è superare il problema per elevazione. Parlo al plurale, perché nei giorni scorsi ne ho discusso con diversi allenatori importanti, i quali come me giustificano questo fatto eccezionale sminuendone l’importanza. Sostengono che quanto sta succedendo a Pep è sano perché dimostra che i giocatori sono più importanti degli allenatori. Meno male, perché stavamo per credere che gli allenatori fossero più importanti non solo dei giocatori ma anche del pallone

Valdano tira un sospiro di sollievo, dice che “nessuno è invece garanzia di nulla” e non si riferisce mica solo agli allenatori, anche ai giocatori. Altrimenti come potremmo spiegarci quanto accade a Mbappé? Una stella intelligente nel pieno della sua carriera arrivata a rafforzare i campioni di Lega e Champions League. Poiché nessuno, men che meno una star, dimentica come si gioca a calcio, stiamo impazzendo nel tentativo di spiegare l’inspiegabile. Il calcio risponde: ah ah ah. Il calcio ci sfugge anche come fenomeno socioeconomico. Cresce, cresce, cresce e non sappiamo più dove abiti, perché il gioco non fa altro che lamentarsi del business e il business continua a lamentarsi del gioco. La cosa brutta è che hanno ragione entrambi. I giocatori si sentono stressati dal numero di partite e dagli impegni esterni allo sport, tipo contribuire con la propria immagine alla produzione di denaro. L’industria non sopporta che il prodotto continui a essere così primitivo né che i giocatori continuino a essere così umani. Non collaborano con il marketing, ogni tanto si infortunano. I club intendono usare gli stadi come piattaforma per fare soldi tutti i giorni della settimana, ma i vicini dei palazzi protestano perché i concerti fanno tremare le case e costringono le famiglie a parlare a voce alta. Il calcio – prosegue Valdano – non va d’accordo con se stesso e con la società, ma continua a essere il principale produttore mondiale di conversazioni ed emozioni. Una via di fuga che tocca estremi di frustrazione e di felicità e che ci aiutano a vivere intensamente

Ecco perché Valdano sostiene l’esistenza di un mostro indomabile che governa il calcio e che si ribella a quel volgare capitalismo desideroso di impadronirsi di tutto ciò che si muove, anche delle cause popolari. Adesso arriva l’IA per provare a domarlo, ma non illudetevi, le contraddizioni umane sono indecifrabili e nel calcio dilagano.  

 

A proposito di Mbappé

Le Parisien ha rilanciato l’allarme di cui parlava L’Équipe qualche giorno fa sul benessere mentale di Kylian Mbappé. Stamattina anche Repubblica riprende la discussione in corso in Francia sull’attaccante della Nazionale che si è smarrito dopo il trasferimento al Real Madrid: l’elefante nella stanza – come dicono quelli che parlano bene – è la denuncia per stupro in Svezia, dove volò a settembre approfittando dell’accondiscendenza di Didier Deschamps, il cittì che aveva accetato le pressioni del suo club per non convocarlo e consentirgli di riposare e recuperare dopo un infortunio a un polpaccio. 

Oggi Marca scrive che con lui Ancelotti applicherà la terapia già adoperata con Shevchenko, Del Piero e Crespo. Non è la prima volta che una grande stella non brilla come previsto. La motivazione e il morale scompaiono. La cosa più bella è che l’allenatore del Real Madrid ne ha già recuperati altri si legge sul quotidiano sportivo spagnolo. 

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