GULP
Qualche conclusione forse affrettata sui graffi di Guardiola
Nella sua rubrica quotidiana sul Corriere della sera, Massimo Gramellini ritorna sui graffi e i segni sulla faccia di Pep Guardiola [una tentazione imparabile], e ne dà una lettura critica. Parla di “un gesto che lascia sgomenti perché siamo abituati ad abbinare la grandezza alla calma e Guardiola è un grande, un grandissimo, uno dei due allenatori più vincenti su piazza. Eppure, quando l’altro, Carlo Ancelotti, subì una rimonta di tre gol — e in una finale di Champions, mica in un turno preliminare qualsiasi — si limitò a sollevare un paio di volte le sopracciglia. Questione di indole, certo, ma anche di atteggiamento nei confronti della vita. Ancelotti sa bene che trionfi e successi sono fenomeni ingannevoli e si rifiuta di far dipendere il suo umore da un verdetto transitorio. Guardiola invece ha reagito come un adolescente: per lui il momentaccio del suo Manchester City non è una parentesi buia tra due arcobaleni, ma una catastrofe senza un domani”.
Mmm.
Ora.
L’ultima cosa che Slalom vorrebbe fare è annoiare con lo stesso disco rotto. Però come ha detto per cose più serie a Michele Serra un suo amico [la storia si trova qui], l’amore per la verità comprende la lotta con ogni mezzo. E allora. Se c’è un anno in cui gli adolescenti hanno mostrato in maniera portentosa una straordinaria propensione a vivere l’agonismo in maniera serena è proprio questo: MMXXIV [ne abbiamo parlato qui | qui e qui e forse in molti altri modi, molti luoghi, molti laghi].
Se noi adulti siamo distratti e non ce ne accorgiamo, non è colpa loro.
Quanto a Guardiola, mmm-2. Un conto è considerare il comportamento di una serata, un conto è farla diventare la traiettoria di una carriera. Nel giugno di tre anni fa, Pep perse una finale di Champions League – non ne aveva ancora vinta una – e anziché consegnarsi a un’ossessione, non solo non tolse dal collo la medaglia dei battuti come fan tutti, ma la baciò. Se ne accorse pure il papa: che da argentino è molto sensibile al tema della cultura della sconfitta.