Un tedesco cittì dell’Inghilterra: l’orgoglio e il pregiudizio che vengono da Londra

  In principio fu Sven Goran Eriksson, svedese, il primo cittì non inglese dell’Inghilterra, la nazione che ha inventato il calcio, ne ha scritto le regole e trova insopportabile farsi spiegare tutto dagli altri. Eppure non vince niente dal 1966. Anzi: ha vinto solo una volta. Quella. Nel 1966. Così succede che a ogni manifestazione internazionale la curva canti che football is coming home, mentre il resto del mondo si interroga chi sia davvero un maestro, qualcuno che inventa un gioco e ne scrive le regole, oppure chi quel gioco ha saputo interpretarlo nel modo più esatto. 

I tedeschi, per esempio. In Inghilterra sono rinchiusi dentro quell’aforisma di Gary Lineker così iper-citato da essere diventato logoro. Uno di loro va a sedersi sulla panchina che è stata di Eriksson e che non aveva un padrone definitivo dopo la separazione da Gareth Southgate. Jonathan Northcroft sul Times ricorda che la biografia definitiva di Thomas Tuchel si intitola Rulebreaker e quando il suo Chelsea sconfisse il Manchester City di Pep Guardiola nella finale di Champions League, lui stesso parlò di essere rimasto affamato come un lupo. 

Un allenatore d’élite dalla personalità distintiva, dal vocabolario e dall’intensità carismatica. Un operatore fuori dagli schemi con un bilancio da vincente. La federazione pensa chiaramente che sia il fattore X necessario all’Inghilterra per fare il passo finale. La ricerca del successore di Gareth Southgate è iniziata sondando Guardiola, ma si è conclusa con la sua nemesi, l’ex discepolo che gli ha spezzato il cuore in quella finale del 2021, consolidando così le sue credenziali di allenatore in grado di orchestrare il successo nelle partite più importanti. Era ciò che mancava di più all’Inghilterra. La storia giudicherà Southgate con gentilezza, come un leader che ha portato l’Inghilterra da una posizione ridicola a una rispettabile, il cittì che ha vinto più partite a eliminazione diretta di tutti gli altri allenatori inglesi dal 1966 messi insieme. Ma non è riuscito a tagliare il traguardo. A Euro 2020, l’Inghilterra è arrivata a un tiro di rigore dalla gloria e ha perso la finale di Euro 2024 negli ultimi cinque minuti contro la Spagna. Ha avuto delle opportunità che si è lasciata sfuggire. La speranza è che Tuchel fornisca quel piccolo extra, in termini di tattica e mentalità.

Il Times dice allora che il tedesco è nel temperamento un cocktail frizzante, in netto contrasto con le acque tranquille navigate da Southgate. Condivide una qualità con il suo predecessore che la federcalcio apprezzerà. Davanti alle telecamere è impressionante. Quando la Russia invase l’Ucraina e il governo del Regno Unito impose sanzioni a Roman Abramovich, all’epoca proprietario del Chelsea, Tuchel divenne praticamente l’unico portavoce del club, rispondendo a domande su geopolitica e moralità con straordinaria pazienza e intelligenza. Una certa lobby – prevede il Times – si scaglierà contro l’idea di un tedesco alla guida dell’Inghilterra. La verità è che Tuchel è un anglofilo che ama la Premier League e ha continuato a seguirla da vicino dopo aver lasciato il Chelsea nel 2022.

    L’OPPOSIZIONE DEI NAZIONALISTI

Il Times conoscono i loro chicken. Previsione azzeccata. Basta sfogliare il Telegraph, le pagine care ai conservatori del Regno. Sam Wallace è contrario. Molto contrario. Scrive che buttare soldi sui talenti stranieri riduce il gioco internazionale a un’imitazione del calcio di club: la federazione avrebbe dovuto assumere un allenatore inglese.  Il manager dell’Inghilterra deve essere inglese. Altrimenti, non è calcio internazionale. Suggerirlo attira l’ira di persone che sembrano non capire che il calcio internazionale è un piccolo angolo della nostra vita pubblica nel quale la nazionalità conta. Non in modo sgradevole. In un modo innocuo e intrigante. La nazionalità è il punto del calcio internazionale. Ed è per questo, dispiace dirlo, che Thomas Tuchel, allenatore talentuoso, poliglotta e astuto, nato in Baviera, non dovrebbe essere il manager dell’Inghilterra. Sarebbe scortese prendersela con lui. Ha semplicemente accettato un lavoro. Il problema è la federazione. La squadra inglese è attualmente priva anche di un terzino sinistro valido, ma nessuno prenderebbe seriamente in considerazione la possibilità di naturalizzare qualche promettente riserva che Spagna o Francia potrebbero avere a disposizione. La Germania non prenderebbe mai in considerazione l’idea di nominare un inglese a capo della sua formidabile nazionale, e giustamente. Sanno istintivamente che coprire quel ruolo con un tedesco è un obbligo, non un’opzione

Il Telegraph ha calcolato che solo il tedesco Otto Rehhagel ha vinto un trofeo internazionale come cittì da straniero: l’Europeo 2004 con la Grecia. Se Tuchel fallisse, la federazione potrà scrollare le spalle e suggerire che questo è un lavoro impossibile. Non è vero che lo sia. Servono solo una buona pianificazione, uno sviluppo e una fede nel principio del calcio internazionale. Questo non significa essere ostili a Tuchel, o addirittura a Sarina Wiegman delle Nazionale femminile. La colpa non è loro. E il loro successo non cambia il quadro. Semplicemente ignora il problema fondamentale.

 

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  I PREGIUDIZI CONTRO UN TEDESCO

Dalla sponda dell’opinionismo progressista arriva la replica di Barney Ronay, che sul Guardian parla invece di  scelta intrigante e piena di senso. Fa notare che si tratta della prima volta che la federazione nomina un allenatore che ha lavorato in Inghilterra e vinto la Coppa dei Campioni. 

Fabio Capello aveva il secondo requisito tra i due, ma intrapreso l’avventura con l’entusiasmo contagioso di un uomo che pulisce una lettiera per gatti. Tuchel è qualcosa di più. Si tratta di un ex allenatore dell’anno UEFA che ha portato due club alla finale di Champions League in tre anni. Se il progetto è puntare su un sistema calcistico centrato sul possesso palla così tipico degli ultimi anni del DNA inglese, infondendo allo stesso tempo una certa conoscenza di come si vincono le grandi partite; se essere licenziato per non aver apprezzato la visione di Todd Boehly nella costruzione di una squadra in stile Monopoli sotto l’effetto di un acido può essere considerato, a posteriori, un enorme passo avanti; allora Tuchel si adatta molto bene alla descrizione di chi merita il lavoro

Ci sono dei però. Il primo problema – dice il Guardian – è che nessun altro lavoro è così incline alle variabili e all’irrazionalità. Il secondo punto non dovrebbe essere un punto, ma esiste. Tuchel è tedesco. Otto decenni fa la Gran Bretagna è entrata in guerra con una precedente declinazione della Germania. Ronay scrive che esiste un certo numero di persone nel paese per le quali questa faccenda è un problema, per esempio quella classe di commentatori dei media che sembrano essere ancora là fuori a combattere l’Operazione Market Garden dall’interno di un cespuglio poco fuori Eindhoven. Ogni riferimento al Telegraph non è casuale. 

C’è un punto serio qui. Il fatto che una simile questione venga sollevata – dice il Guardian – dovrebbe essere motivo di sincera preoccupazione per la nazione, anche se viene sollevata come una pigra ripetizione di alcuni vecchi schemi culturali, con una visione della storia da sitcom ITV degli anni ’80, come se essere semplicemente tedeschi significasse portare per tutta l’eternità la colpa per una guerra dichiarata dal Terzo Reich, per un fallo di Harald Schumacher su Patrick Battiston, per Andreas Möller che balla in modo sexy a Wembley. Tuchel canterà God Save the King? Canterà Ten German bombers? E se non lo farà, quanto dovremmo sentirci indignati per questo atto ulteriore di tradimento culturale? La versione breve di questa riposta è: non importa. La versione lunga è: davvero, davvero non importa.

Secondo il Guardian alla fine rimane solo una domanda, la solita. Tuchel è abbastanza bravo per questo lavoro?  La narrazione degli ultimi anni è stata che l’Inghilterra avesse realmente bisogno di un vincitore. Bene, ora ne abbiamo uno. C’è qualcuno che vuole ignorarlo? Il paradosso è che Tuchel esprime ciò che il calcio inglese è diventato al suo apice. Una camera di compensazione per le competenze degli altri, una gazza lega, un’associazione in cui il DNA dichiarato della Nazionale, le sue basi di allenamento, si basano sullo stesso modello di possesso palla dei primi anni 2000 che Tuchel ha adattato. È una cosa utile non avere uno stile nazionale riconoscibile o una cultura di allenamento. Puoi adattarti abbastanza facilmente a ciò che c’è. Allora benvenuto a casa, Thomas. Ti stavamo aspettando

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  IL CONGEDO A CARSLEY

Salutiamo allora Carsley, l’allenatore delle Under chiamato a gestire l’interim e per un breve arco di tempo candidato a restare su quella panchina in modo definitivo, nonostante la tuta vestita in panchina, nonostante non cantasse l’inno nazionale. Jonathan Liew sul Guardian scrive un affettuoso saluto al cittì provvisorio, affettuoso e paradossale, mettendo sulla scena tutti i suoi limiti e i suoi difetti, a cominciare da quelli di fronte ai microfoni. 

 

«Yeah, I think it … the point that I was, that I was, that I was trying to make. Which, um, I suppose, was more like the ‘hopefully’ comment. It was the, it was the fact that this is a world-class job, um, this will be up there with the best jobs in football, so, you know, whoever gets this is going to be at a high level»  [La titubante dichiarazione di Carsley dopo Finlandia-Inghilterra]

 

Scrive Liew: Carsley è a detta di tutti un ragazzo adorabile, Ma quando si tratta di oratoria, un attributo sottovalutato e indispensabile per qualsiasi allenatore inglese, fa concorrenza a Fabio Capello. Spesso ai tifosi piace supporre che i media siano eccessivamente crudeli con i c.t. inglesi, desiderosi di rigirare il coltello nella piaga. Ma la stampa ha fatto a Carsley un favore, con generosità. Perché se una risposta di Carsley dovesse mai essere trascritta nella sua fedele interezza, sembrerebbe un incrocio tra un romanzo di James Joyce e un’emicrania. Carsley balbetta molto. Si ripete molto. Si contraddice molto. Dice cose che avrebbe preferito non aver detto. Ogni tanto dimentica la domanda originale e vira su un argomento completamente diverso. Non è un giudizio sulla sua intelligenza o sulla sua istruzione o sulla sua educazione o sulla sua capacità di allenatore, ancora meno sul suo carattere. So tutto questo di Carsley perché in questo senso io sono Carsley. [E qui colpo di scena, si può anche mormorare: ooooh]

L’editorialista di spicco del calcio inglese scrive che più si dà per scontato che i manager, anche quelli scarsi, siano degli abili comunicatori, dei televangelisti in tuta, più lassù sul palco non c’è spazio per nascondersi. Questo è doppiamente vero per il manager della Nazionale, le cui parole vengono analizzate in modo sproporzionato, giustamente o meno ci si aspetta che sia una figura di spicco, e che guidi, con le parole e con i fatti.  Carsley ha avuto il destino di vedersi affidare come primo grande lavoro il lavoro più grande che ci sia. Il fatto che Carsley venga condannato tanto per le sue parole quanto per il suo calcio, tanto per l’artificio quanto per la sostanza, la dice lunga sulla nostra epoca ossessionata dai discorsi. Forse questo lavoro merita davvero un allenatore di fama mondiale. Forse la partita con la Grecia è stata davvero così mostruosamente brutta da esigere che la sua ombra non oscuri mai più una panchina inglese. Forse tutta questa straziante esperienza lo terrà lontano dalla gestione di una squadra di alto livello per tutta la vita. Ma da collega peso gallo della retorica, non credo di aver mai trovato un allenatore inglese più vicino a me.  

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