
Tre allenatori su quattro in semifinale sono tedeschi: Tuchel a Parigi, Nagelsmann a Lipsia, Flick a Munich. Non era mai successo. Non alla Germania, a nessuna nazione. A loro tre si aggiungerà stasera uno tra Guardiola e Garcia. Esiste sempre in noi un’esigenza di assoluto che ci porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è, come dicevano i poeti, oppure a trovare una spiegazione per quel che accade, quando a volte è il caso che la fa accadere. Un anno fa ci davamo spiegazioni sul dominio del calcio inglese che aveva 4 finaliste su 4. Il calcio inglese oggi è ridotto in sostanza ai soldi della città di Manchester. Oggi allora domandiamoci quando sia nata questa scuola tecnica tedesca, mentre Raymond Domenech accartoccia coni di carta e li attacca dietro alla schiena a noi italiani.
Non è mai nata una scuola tedesca, dovremmo darci come risposta. Fino al gegenpressing di Klopp non ci sono state sostanziali innovazioni tra le idee del calcio attribuibili ai tedeschi. Non per scomodare lo scomodato Lineker, ma i tedeschi sono quelli che vincono non quelli che inventano, non quelli che ragionano sul calcio. Un’anomalia storica nel paese della filosofia.
✘ Poi è successo qualcosa in panchina, così come è successo che la Germania si sia messa a produrre giocatori di fantasia così distanti dai cliché e dai loro prototipi classici. C’è uno stesso filo che riconduce al Mondiale perso nel 2002, quando la federazione decise di ripartire dalle basi. Investì 800 milioni di euro nei settori giovanili e impose la presenza nel club professionistici di un certo numero di allenatori con il patentino B e di uno staff composto da figure qualificate come psicologi, medici, fisioterapisti.
Mentre nascevano prototipi nuovi come Özil, Götze e Reus, mentre evolvevano in Havertz Sané e Gnabry, oppure in figure più complesse come Kimmich e Goretzka, fiorivano anche quelli che sarebbero stati chiamati i Laptop Trainer. Gli allenatori con i computer.
✘ Esattamente come diamo del filosofo a Valdano oppure come per il tiki-taka, certe etichette nascono per sfottere e poi si affermano come una qualità che definisce. Vale anche per Laptop Trainer che all’inizio aveva una connotazione negativa, da noi vagamente sperimentata quando è iniziata a circolare la notizia che la Lega avrebbe diffuso il coach virtuale, i tablet in panchina con un software in grado in tempo reale di suggerire mosse e contromosse (ehi, che fine ha fatto?). Il Laptop Trainer è un allenatore che nella sua vita il pallone e il campo li ha visti con il binocolo (non lo dite a Pirlo). Tuchel ha giocato 8 partite in Serie B e basta. Nagelsmann nemmeno quelle, solo settore giovanile. Ma tutt’e due per esempio hanno studiato economia aziendale.
✘ Alec Cordolcini su Rivista Undici tempo fa ha provato a mettere in fila i passaggi che oggi ci hanno condotto fin qui, dal primo seme gettato da Jürgen Klinsmann a Joachim Löw, all’arrivo del fenomeno Jürgen Klopp e di uno sciame dietro di lui. “Non è una scuola – spiega Cordolcini – perché ciascuno adotta approcci tecnici e metodologici differenti. Tutti però sono accomunati da un’attitudine tendente a rielaborare certi principi sacri del calcio, su tutti quello legato al modulo di gioco, in una chiave più fluida e moderna”. Oggi in Germania esistono corsi di tattica calcistica (non lo dite ad Allegri) ai quali ci si può iscrivere anche con una laurea – che ne so – in biologia molecolare.
✘ Così ora indaghiamo nella formazione di Flick per capire come abbia fatto a trasformare il Bayern e a rigenerare Manuel Neuer e Thomas Müller, con Kovac finiti invece fuori squadra. Fu lui, secondo santa religione aneddotica, a informare Mertesacker che non avrebbe giocato la finale dei Mondiali nel 2014, perché – secondo Löw – Flick conosceva e conosce l’arte di parlare ai calciatori. Il New York Times in queste ore ne ha ricostruito il suo lavoro psicologico dentro uno spogliatoio che è “una pentola bollente di ammutinati” (non lo ricordate ad Ancelotti).
✘ E Tuchel? Tuchel per un anno, nella ricostruzione di Chiamarsi Bomber, ha studiato il cervello umano, le capacità di apprendimento dei giocatori, l’aspetto nutrizionale, ha incontrato matematici che avevano sviluppato modelli per predire i risultati e le zone del campo in cui un calciatore avrebbe potuto segnare. “Ha cancellato gli angoli dai campi di allenamento e ha trasformato il rettangolo verde in un terreno di gioco romboidale”.
✘ E Nagelsmann? Lui ha un profilo diverso. Non crede ai numeri, ma alla psicologia, alla natura dei rapporti personali, al logos, alle domande, alle risposte, alle linee di passaggio da sbarrare in mezzo al campo “perché i contrasti creano casualità al gioco e Nagelsmann – e qui rientra l’approccio scientifico – cerca di evitare il più possibile la casualità nel gioco”.
Ma sì, il calcio è semplice. La Germania ha creato una scuola senza averne solo una. Non ha inventato il Catenaccio, non ha inventato il Tiki Taka, però s’è messa a studiare – ma tu guarda – e adesso il gegenpressing lo chiamiamo così anche noi. Poi magari l’anno prossimo vanno tutti fuori agli ottavi.