Quando la palla entra in porta, non hai scampo. Sei un modello. Quante volte era successo in questi anni. Il modello tedesco. Un modello con la Bundesliga che non dipende dai diritti tv. Con il limite del 50% +1 alle proprietà. Con le Accademie giovanili così come sono. Con la scuola tecnica di Ralf Rangnick. Poi succede, succede quasi sempre, arriva un soffio di vento e la palla sbatte contro il palo, gli altri sono cresciuti, si sono messi a studiare, alcuni forse proprio da te. Succede a allora: puff, tutto svanito, all’improvviso sei una nuvola di bortocalco. Non c’è più niente. Macerie. Le stesse virtù di un tempo vengono raccontate come delle zavorre. La Bundesliga che non dipende dai diritti tv. Il limite del 50% +1. Le Accademie giovanili così come sono. La scuola tecnica di Ralf Rangnick. Non va più bene niente, anche se tutto è uguale a prima. Tutto. Tranne i risultati.
Ce li ricordiamo, i tre allenatori su quattro in semifinale di Champions nel 2020. Erano tedeschi. Thomas Tuchel lavorava a Parigi, Julian Nagelsmann a Lipsia, Hansi Flick a München. Non era mai successo. Non solo alla Germania. A nessuna nazione. Esiste in noi un’esigenza di assoluto che ci porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è, oppure a trovare una spiegazione per quel che accade, quando a volte è il caso che la fa accadere. Così nacque la necessità di spiegare i fatti con la scuola tecnica tedesca. Non ne avevamo mai vista una prima e forse non c’era neppure allora. Ma c’erano tre allenatori in semifinale. Fino al gegenpressing di Klopp, nessuna vera innovazione era mai venuta dalla Germania. Strano. È il paese della filosofia.
Allora scoprimmo la figura del Laptop Trainer, ecco, era così coerente con la contemporaneità. Un allenatore che nella sua vita il pallone e il campo li aveva visti da lontano, ma aveva saputo partorire idee intorno al gioco. Tuchel ha giocato 8 partite in Serie B. Nagelsmann nemmeno quelle, tutt’e due hanno studiato economia aziendale.
Alec Cordolcini su Rivista Undici aveva provato a mettere in fila certi passaggi chiave, dal primo seme gettato da Jürgen Klinsmann fino a Joachim Löw, all’arrivo del fenomeno Jürgen Klopp e lo sciame dietro di lui.
“Non è una scuola – spiegava Cordolcini – perché ciascuno adotta approcci tecnici e metodologici differenti. Tutti però sono accomunati da un’attitudine tendente a rielaborare certi principi sacri del calcio, su tutti quello legato al modulo di gioco, in una chiave più fluida e moderna”.
Di Flick si diceva che fosse stato prodigioso nel rigenerare Manuel Neuer e Thomas Müller, il suo predecessore Kovac li aveva messi fuori squadra. Era stato lui a informare Mertesacker che non avrebbe giocato la finale dei Mondiali nel 2014, perché – secondo Löw – Flick conosceva e conosce l’arte di parlare ai calciatori. Arrivò a scriverne perfino il New York Times, ricostruendo le sue capacità psicologiche dentro uno spogliatoio che è “una pentola bollente di ammutinati”.
Tuchel nella ricostruzione di Chiamarsi Bomber era il professionista che aveva studiato il cervello umano, le capacità di apprendimento dei giocatori, l’aspetto nutrizionale. Aveva incontrato matematici, si era fatto spiegare i modelli per predire non solo i risultati, ma le zone del campo in cui un calciatore avrebbe potuto segnare.
“Ha cancellato gli angoli dai campi di allenamento e ha trasformato il rettangolo verde in un terreno di gioco romboidale”
E Nagelsmann? Ce lo ricordiamo Nagelsmann. Lui crede ai numeri, ma al logos, alle domande, alle risposte, alle linee di passaggio in mezzo al campo “perché i contrasti creano casualità al gioco e Nagelsmann – e qui rientra l’approccio scientifico – cerca di evitare il più possibile la casualità nel gioco”.
Ecco. Ora che mancano nove mesi agli Europei della Germania in casa, come dobbiamo prendere allora il commento di Martin Schneider sulla Süddeutsche Zeitung, dove scrive che la scelta del Ct è uno dei molti problemi del calcio tedesco? Soprattutto: come accogliere il parere di Oliver Fritzsch su Die Zeit, dove si legge che è arrivato il momento di rivolgersi a un selezionatore straniero, forse Antonio Conte, forse Louis van Gaal. Eh sì, dice Die Zeit, perché “contrariamente a quanto si crede, il calcio tedesco non ha problemi con i giocatori, ma con gli allenatori”.
Gulp. E Rangnick? E quella famosa tedesca? Die Zeit ora scrive che “Il calcio tedesco ha commesso un errore enorme. Hansi Flick è stato considerato un grande allenatore per aver vinto diversi titoli in una stagione. Anche se fino ad allora, all’età di 55 anni, non aveva ancora maturato alcuna esperienza significativa e non aveva lasciato traccia all’Hoffenheim. Lo stile di gioco impegnato e selvaggio del suo Bayern è stato esagerato dai media e le circostanze del successo sono state trascurate. La Germania adora le storie degli eroi”.
Il povero Flick oggi è il responsabile di “imbarazzanti sconfitte interne contro Colombia, Giappone e Belgio. Inoltre – scrive Die Zeit – un documentario televisivo lo ha mostrato come una persona retoricamente impotente”. Calciatori ce ne sono, considera l’editorialista di Die Zeit, sono sotto contratto con i migliori club del mondo, “ma in Nazionale non funziona nulla. Sono anni che nessuno riesce a dare un ordine e a far brillare la classe di Kai Havertz e İlkay Gündoğan. O quella di Lena Oberdorf e Jule Brand”.
Ecco perché è arrivato il momento di aprirsi agli stranieri, dice la rivista, a un allenatore di quei paesi che tre anni fa pensavano di doversi aprire ai tedeschi. E Tuchel? Mmm. “Un passaggio di Tuchel dal Bayern alla nazionale – secondo Die Zeit – non favorirebbe la pace sociale nel calcio”. E Nagelsmann? Mmm. “Il suo talento è incompiuto. A 36 anni sembra troppo giovane per questo compito. A Monaco ha fallito, anche per motivi tecnici. La sua reputazione di statura internazionale si deve alla semifinale in Champions League con il Lipsia, venuto nella stagione pandemica del 2020. Anche con Flick siamo caduti in questo errore”.
Ho scritto calcio sulla sabbia. E il vento a poco a poco se l’è portato via con sé. In questa fase di revisione delle certezze e di riscrittura delle verità, Tim Schulze sullo Spiegel è certo che “guardandoci indietro, bisogna dire che in realtà Flick è sempre stato l’uomo sbagliato per questo lavoro. Ma per molto tempo la federazione non ha voluto crederci. Già prima dei Mondiali era evidente che Flick aveva delle difficoltà a mettere in pratica le sue idee di calcio con questa squadra. Allo stesso tempo continuava a rimandare il futuro. E tutti gli credevano”.
Metteva Joshua Kimmich in linea nella nella difesa a quattro, metteva Nico Schlotterbeck terzino. Eppure. “Come poteva sbagliarsi un allenatore che aveva vinto sei titoli in una stagione con il Bayern?”. E come potevamo sbagliarci noi, se la palla era sempre andata in porta, senza sbattere mai sul palo?
L’altro grande vanto del sistema calcistico tedesco si chiamava Talent Development Program. Il piano per la ricerca e lo sviluppo del talento. L’atto fondativo della Goldene Generation, una banda di ali e mezzepunte fiorite con la maglia della Germania, dinanzi alla quale il vecchio interista Hansi Müller disse al suo sbocciare di «non aver mai visto una cosa del genere nella nostra storia». I Reus e i Draxler, quel piccoletto di Mario Götze che simbolicamente segnò il gol decisivo nella finale Mondiale contro l’Argentina, per un paio d’anni la cosa più vicina a Messi che si sia vista in giro per l’Europa. La scrematura in periferia, il lavoro dei Leistungszentren, i centri di formazione con parametri fissi per tutte le società di A e B, l’intuzione di far provare ai ragazzini tutti i ruoli fino a 13 anni. Almeno questo, ora, possiamo salvarlo?
Macché, dicono in Germania. C’è un dibattito finanche più feroce che sul Ct. La federazione sta pensando di rivedere certe linee guida nel calcio giovanile. Horst Hrubesch sostiene che a un certo punto tutto è diventato troppo scientifico, nella costruzione dei calciatori. Hanno ristrutturato le competizioni giovanili. Hanno abolito i campionati nazionali juniores di serie A e B. Dal 2024 verranno introdotto nuove forme di gioco del calcio. In sostanza, i più piccoli giocheranno su campi di gioco più ristretti, in numero inferiore a undici, qualcuno ha proposto di eliminare le porte. Pare che alla fine ne metteranno quattro, piccine, saranno vietati gli schemi.
Hannes Wolf, il responsabile della Under 19, ripete in questi giorni che va «messo l’accento sulle prestazioni, non sul feedback immediato di vittorie e sconfitte. I nuovi format non sono rigidi, ma dobbiamo avere la possibilità in futuro di svilupparli ulteriormente e adattarli alla nostra realtà e alle migliori condizioni di apprendimento».
Hans-Joachim Watzke, amministratore delegato del Borussia Dortmund, sta seppellendo tutto questo con una risata. «Se a sei, otto o nove anni, non hai mai la sensazione di cosa significhi perdere, non troverai mai la grande forza per vincere. La paura che un bambino di otto anni smarrisca il suo equilibrio perché la sua squadra è stata battuta per 5-0, dice molte cose sulla società tedesca. Vogliono togliere le porte. Presto giocheremo anche senza palla. Oppure chiederemo alle squadre di giocare in modo che la palla non scappi ai giovani che sono un po’ più lenti».
Viene prima il divertimento o l’agonismo? Viene prima il benessere dei bambini o l’avviamento alla competitività? Tra le righe delle parole di Watzke è assai facile riconoscere concetti che vanno oltre un parere su una proposta che riguarda il calcio. Peraltro si direbbero pensieri che non circolano soltanto in Germania. Sarà altrettanto facile riconoscere la bontà delle nuove proposte. Aspettiamo. Se la palla andrà sul palo, saranno state un fallimento. Se la palla finirà in porta, i tedeschi saranno fichissimi un’altra volta. E noi potremo sempre tornare a copiare il loro modello. Quale poi? Il vecchio o il nuovo? Boh. Uno. Uno qualunque.