L’addio di Griezmann alla Nazionale

Solo due persone sapevano. Solo due persone erano a conoscenza della decisione di Antoine Griezmann. Didier Deschamps è stato avvertito prima della pubblicazione del post con cui ha dato all’annuncio del suo ritiro dalla Nazionale, un’esplosione – la chiama L’Équipe – un tuono nel mondo del calcio francese, ma questa decisione era maturata nella mente di Griezmann da diverse settimane, e solo due donne conoscevano ogni dettaglio, sua moglie e sua sorella Maud, agente e confidente, una delle sopravvissute all’attentato al Bataclan del novembre 2015, era là al concerto degli Eagle of Death. 

A Euro 2024 Griezmann ha visto stravolto il suo status, spiega il giornale francese, e allora ha cominciato a mettersi in discussione. Ha iniziato a chiedersi se avesse ancora voglia di andare e venire, rinunciare al riposo, alla famiglia, andare in ritiro senza più la certezza di godere ancora della stessa considerazione da parte dell’allenatore.  Si sono dati ancora qualche giorno per pensarci prima di premere il tasto INVIO, giusto per vedere se la sensazione era solo temporanea. Non lo era, racconta Damien Degorre dalla Francia.

Una Francia spiazzata, come si intuisce dal clamore delle prime pagine. Le Figaro la definisce una decisione inattesa, Le Monde spiega che dopo dieci anni di successi questa determinazione sbalordisce, perché Griezmann ha trascorso tutta la sua carriera in Spagna, si esprime meglio nella lingua di Cervantes che in quella di Molière, e vedeva nella Nazionale un legame fondamentale con il suo paese.

Dan Perez su L’Équipe analizza qual è stato il suo contributo, da poliedrico cervello, nei Blues. Non era né il più veloce, né il più grosso, né il più potente, né il più dribblatore, né il più marcatore. Tuttavia, Antoine Griezmann siede nel pantheon della Nazionale francese. È riuscito nell’impresa di trovarvi un posto, sebbene giocasse in una posizione dove il trio Kopa-Platini-Zidane sembrava aver fissato standard così alti da trasformarsi in una maledizione per chiunque osasse succedergli.  Ha giocato con il numero 7, segno di un approccio diverso a questo ruolo di leader, Griezmann ha inventato uno stile, mescolando una straordinaria comprensione del gioco a un atteggiamento feroce sul piano difensivo, un numero 10 al servizio costante del collettivo. È così che ha potuto ricoprire diverse funzioni per un decennio, agli ordini di Didier Deschamps. 

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Nel suo editoriale, Vincent Duluc la chiama la fine di una storia che credevamo eterna, mai un infortunio, mai un’assenza, sempre sorrisi, sempre quel piede sinistro, quell’intelligenza e quella seta al servizio della finezza, un’immensa storia francese. L’annuncio del ritiro dalla nazionale fa pensare allo scorrere del tempo

È sempre unica la maniera in cui i grandissimi si fanno da parte. In Francia, Michel Platini aveva annunciato il suo ritiro tre mesi dopo la sua ultima partita al Parc, nel 1987. Zinedine Zidane aveva vissuto il Mondiale del 2006 come un giubileo, un addio rinviato di partita in partita, fino a quella maniera sciagurata di smettere, mettendo la testa nella trappola piazzata da Materazzi sul suo petto. Thierry Henry avrebbe dovuto accettare di smettere prima, ricorda oggi Duluc su L’Équipe, mentre Griezmann ha scelto il tempo perfetto, dice, perché non poteva arrivare niente di meglio. Alcuni atteggiamenti, all’inizio dell’anno, suggerivano che si stesse chiedendo cosa ci faccio io qui, e che il suo rapporto con Didier Deschamps non poteva più essere lo stesso. La Nazionale del futuro rischia di ricordarci che dopo certe pagine sfogliate dai suoi grandi protagonisti, arrivano periodi di instabilità. È anche per questo che Griezmann ha preso la decisione giusta. Con il giusto tempismo, come sempre.

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