Questo tennis è un lavoro per Janni-Cinik Sinner

 

  Il pathos sarà durato – boh – dieci minuti, nel cuore dei più scaramantici pessimisti al massimo venti. Ma al terzo cambio di campo era già abbastanza chiaro che gli USA avrebbero dovuto farsi bastare la prima finale maschile in uno Slam dopo 15 anni, senza riuscire a prendere il primo titolo dopo 21. L’altro Taylor della serata di Flushing Meadows – la prima vera Taylor era seduta in tribuna – ha fatto la fine di Jessica Pegula, pure lei americana, anche lei battuta da chi aveva vinto il titolo su cemento in Australia a gennaio [Aryna Sabalenka]. 

È stato quel tipo di partita che separa a occhio nudo i buoni giocatori dai grandi. L’uscita di Djokovic e Alcaraz, la caduta forse non casuale o forse sì di chi aveva speso energie nervose ai Giochi olimpici, ha reso monca la finale degli US Open. Come spiegavano Elena Pero e Stefano Pescosolido in telecronaca su Sky, Sinner avrebbe giocato una partita simile a quella affrontata con Daniil Medvedev, per spartito scelto e per inclinazione, non certo per il valore oggettivo dell’avversario – comunque il #7 al mondo da stamattina. «Non sarà mai un giocatore stiloso» [Pero] e nel momento più alto della sua carriera fin qui, ormai 28enne, non è stato neppure sé stesso, non dall’inizio, contro un avversario che Tuttosport stamattina ribattezza JanniKing Sinner ma che ieri a New York è stato soprattutto Jannicinik Sinner. 

Secondo L’Équipe un Djokovic 2.0, Quentin Moynet scrive che di fronte a un giocatore alle prime armi in una finale del Grande Slam, l’italiano ha usato la sua esperienza e la sua capacità di non sbagliare nei momenti decisivi. Non è certo un caso che Jannik Sinner abbia scelto, dopo aver vinto il sorteggio, di iniziare la partita alla risposta: è subito saltato alla gola dell’americano, quando non era ancora aiutato dalla sua prima di servizio. Dopo la sua partenza difficile, Fritz non ha mai più veramente preso il controllo della partita, né è riuscito a rilassarsi del tutto e liberarsi dalla presa di Sinner, molto più sicuro di sé.

È forse stata una delle chiavi tecniche della partita. L’ha indirizzata. Ha fatto alzare il pathos dal divano. Quando Fritz ha ritrovato il suo servizio, ha scoperto dal tabellone di essere già sotto di un set. È passato dal 38% al 78% con le prime e da due ace a cinque. Nei primi quattro game in battuta ha perso solo due punti. Si era rimesso in corsa, o questa era l’apparenza.

Sul 4-3, Sinner ha apportato allora un accorgimento che ha segnato il set. Ha deciso di arretrare di un buon metro in risposta, scoprendo un Fritz incapace di adattarsi alla situazione, incapace di azzardare qualche serve-volley, spesso la prima cosa che viene in mente dinanzi a dei ribattitori così oltre la riga. Preso dalla tensione, l’americano è sceso di nuovo al 40% con le prime di servizio rispetto all’89% di prima. Ha commesso un numero di errori non forzati nel decimo game [tre] pari a quelli messi insieme nei nove. In un attimo era al terzo set, il migliore di Taylor Fritz. Il solo nel quale sia davvero sceso in campo il pubblico, il famoso pubblico da 24mila spettatori che avrebbe dovuto soffiare nelle sue vele.

Forse Frances Tiafoe lo avrebbe aizzato prima con la sua naturale propensione al palco. Fritz ha avuto bisogno di trovare i primi colpi spettacolari per alzare il volume dello stadio. È andato sul 5-3 e poi a servire per il set, tirando a quel punto il velo su cosa fa la differenza tra un numero #1 e un numero #7, più o meno la stessa che deve esistere tra chi salta con l’asta 5,99 e chi scavalca i 6 metri. È solo un centimetro, ma è molto di più. È una barriera nella testa. Quando Fritz è andato a servire per il set, Sinner non ha sbagliato più nulla, e sul 6-5 Fritz ha cominciato il game dell’ultima chance con un doppio fallo. La più lampante spiegazione di una finale segnata quasi prima di essere giocata. 

LE PROSPETTIVE

Il Times dall’Inghilterra scrive che qualunque sia la vostra opinione sull’esito del controverso caso antidoping di Jannik Sinner, il modo in cui il numero 1 al mondo ha ignorato tutte le critiche e il clamore che ne sono seguiti, diventando campione degli US Open meno di tre settimane dopo, è davvero notevole. Questa ferrea determinazione lo ha portato a diventare il più giovane uomo ad aver vinto entrambi i Major su cemento in una sola stagione. È un’altra indicazione della transizione che sta attraversando il gioco maschile, lontano dall’era dei “big three. È la prima volta dal 1993 che due giocatori di età pari o inferiore ai 23 anni si sono divisi tutti i Major. 

È questo il tennis che sta arrivando – ieri mattina era un’ipotesi, ora pare un filo più sicuro. Eppure, chi ne sa ci mette in guardia. Mats Wilander, voce tecnica di Eurosport per gli spettatori britannici,  ha detto che per Sinner «sta arrivando tutto piuttosto velocemente, dopo aver vinto l’Australian Open e aver raggiunto il numero 1 al mondo, ma allo stesso tempo ho la sensazione che si sia preso del tempo per crescere. I passi avanti sono evidenti, ma non è così ovvio pensare d’ora in poi vinca tutto. È solido, bravo, è grandioso nei punti importanti. Penso abbia tirato un sospiro di sollievo dopo tutto alla fine, considerando come aveva iniziato il torneo in mezzo alla questione dei test antidoping, ora tutti se ne sono dimenticati, ovviamente. Ma Taylor Fritz è stato davvero deludente, penso che avesse la possibilità di vincere».  

Nel suo commento per Sky, Ivan Ljubicic ha detto che «il tennis al momento sembra andare verso un’era segnata dalla rivalità Sinner-Alcaraz. Vedremo se Djokovic riuscirà ancora a contrastarli. Ora come ora Rune, Zverev, Medvedev e gli americani non sono a questo livello. Ma vediamo, perché tutto può cambiare velocemente. È il bello e il brutto di questo sport». 

 

  PUZZLE  Dicono di lui

▥  Stefano Semeraro, La Stampa: Gli Us Open, forse, li ha vinti quando ha affrontato la conferenza stampa della vigilia, maneggiando con la stessa scioltezza che esibisce in campo le domande sulla vicenda clenbutolo. Per mesi si era covato dentro un malumore profondo, quando ha potuto liberarsene ha capito che non c’erano avversari in grado di impensierirlo. Non l’Alcaraz dubbioso di se stesso, non il Djokovic appagato del dopo Olimpiadi, né l’ex bestia nera Medvedev, a cui aveva già visto le carte a Melbourne. Jannik così si è preso il lusso di vincere uno Slam senza mai giocare al meglio, o facendolo solo a tratti

▥  Gabriele Romagnoli, Repubblica: Si potrà dire che l’americano ha avuto “il braccino”, ma sarebbe una mezza verità e l’altra metà è quella più importante. Rivela la principale qualità di Sinner: trasformare le difficoltà in opportunità. Accendersi quando l’interruttore è rotto. Avrebbe detto Franco Battiato: “trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Questo distingue il fuoriclasse dal “pur bravo giocatore”. Si potrà anche sostenere che la vera finale non doveva essere questa, ma è demerito di chi non ci è arrivato. Ci voleva un altro rivale perché fosse vera gloria? No, perché come accade a molti, Sinner l’avversario l’aveva dentro.

New York ha rischiato di essere la sua Samarcanda: tanta strada alle spalle per poi trovarci un brutto finale. Ha scoperto l’assordante rumore dei nemici, il sibilo degli scettici e il silenzio dei presunti innocenti. Ci si può bloccare per molto meno. Ora, ci vorrebbe un abile psicologo per capire se una prestazione possa riuscire in presenza di un senso di colpa o se non avere freni dimostri che non si sentono responsabilità.

▥  Marco Imarisio, Corriere della sera: In questo lento processo di conoscenza di un campione sportivo dalle caratteristiche uniche per un Paese come il nostro, il mondo del tennis sta capendo che la qualità maggiore di Sinner è la solidità. Mentale e tecnica, i due aspetti vanno di pari passo. Oggi, non esiste nel circuito nessun giocatore capace di colpire la pallina in modo così violento e costante. Può picchiare da fondo campo per quattro ore consecutive sempre allo stesso modo, ha detto ammirata l’ex campionessa Justine Henin, ancora oggi oggetto di culto per via del suo tennis così diverso da quello di Jannik.

…  Jannik non è il giocatore perfetto nell’immaginario tennistico. Ci sarà sempre una ricerca verso qualcuno di più bello da vedere, di più estetico. È l’eterno equivoco in base al quale si confonde il talento, che risiede anche nella capacità di colpire un rovescio bimane per mille volte senza mai sbagliare, con un certo stile di gioco. Chiamiamolo pure il complesso di Federer, oppure di Stefan Edberg, o ancora più in là di John McEnroe. Ma questi sono distinzioni da appassionati storici. Questo è stato il primo anno dal 2002 in cui nessuno di quei Tre ha vinto uno Slam. I tempi sono cambiati. Il futuro che ci attende è fatto di martellatori da fondo campo. E il più forte di tutti ce lo abbiamo noi. [QUI]

▥  Vincenzo Martucci, Il Messaggero: Fai sembrare facili le cose difficili, trova la soluzione, non piangere sul punto perso, tieni la concentrazione, non lasciare trapelare le emozioni. Il credo dei campioni

▥  Vincenzo Santopadre, La Stampa: Ritengo che questi trionfali Us Open siano stati la rappresentazione, il riassunto, il concentrato del Sinner che in questi anni abbiamo imparato a conoscere. Ma di cui a volte, in maniera incomprensibile, sembriamo dimenticare la reale dimensione sportiva e umana, come se bastasse perdere mezzo set, o sbagliare tre colpi, per trasformare un fuoriclasse assoluto in un brocco.

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