Simona Quadarella è sempre Veleno e Marta Bassino il pesciolino Dory, ma poche cose, pochissime cose sono certe come una vittoria a cronometro del miglior ciclista italiano del nostro tempo e i titoli del giorno dopo: “Top Ganna”. Non bisogna mica vergognarsi di sorriderne, ce lo ha detto una volta Henri Bergson che di riso se ne intendeva: «La comicità nasce dalla ripetizione. Ma non da una ripetizione pura e semplice – una macchina non farebbe ridere nessuno – bensì dalla ripetizione di ciò che non dovrebbe ripetersi».
Tra le pochissime cose che battono Top Ganna ci sono i preservativi distribuiti al Villaggio olimpico. Hanno il difetto di arrivare solo una volta ogni quattro anni, Top Ganna è vivo e lotta insieme a noi quattro-cinque volte all’anno, ma la notizia sui condom accompagna la solennità di un’Olimpiade. Quest’anno per esempio è girato il numero di 300mila. Se la maestra Finizio ha fatto bene il suo lavoro alle elementari sulle divisioni, dovremmo essere all’incirca sui 27 a testa per ciascuno degli 11 mila fra atlete e atleti. Ventisette a testa per 16 giorni. Ora, per carità, parliamo di ventenni, ciascuno conosce le proprie abitudini e i propri ritmi, ma con 300mila preservativi viene da stupirsi che rimanga del tempo per le gare. Trecentomila sono un numero superiore perfino ai bisogni dei baccanali immaginati da Thomas Jolly nella cerimonia d’apertura.
Comunque. Il punto non è questo. Il punto è che goni quattro anni ci sono. Li contano, ce lo dicono e finiscono almeno in una breve, qualche volta in un fogliettone, in ogni caso nel colonnino di destra. «La ripetizione appartiene all’ humour e all’ironia, essa è per natura trasgressione» dice Deleuze in Differenza e ripetizione, altro saggio sui meccanismi filosofici del comico, o forse sui meccanismi comici della filosofia.

Quel che non ci dicono, nessuno, mai, neppure una volta ogni quattro anni, è il numero dei preservativi distribuiti al Villaggio durante le Paralimpiadi. In effetti è strano. Non ne girano. Nei titoli, nelle brevi, nei colonnini, nelle ricerche su Google. Non ci sono. Niente. Neppure uno. O i paralimpici fanno vita monastica in attesa delle gare o forse c’è un problema nel racconto. Se n’è occupato un paio di giorni fa L’Équipe, vincendo ogni resistenza e ipocrisia. Quentin Thomas ha scritto appunto che la sessualità degli atleti olimpici nel villaggio è ampiamente messa in risalto, quella delle persone con disabilità viene raramente raccontata. “Eppure fa altrettanto caldo” garantisce, sottolineando l’assenza di ogni statistica sui contraccettivi distribuiti alle Paralimpiadi, la conferma di “una società che rende invisibile la questione ancora tabù della sessualità delle persone con disabilità”. «Siamo stati a lungo considerati oggetti di cura – si rammarica Michaël Jérémiasz, capodelegazione francese – quando parliamo di noi stessi, pensiamo alla sopravvivenza, non a sogni, desideri o fantasie». Non c’è neppure da lamentarsi dei letti scomodi e di cartone, scherza Jérémiasz, perché «se in uno di quei letti ci può dormire Teddy Rinner, non è complicato che ci stiano due disabili».
Rassereniamoci. I preservativi ci sono. È ufficiale. Sono apparsi dentro il Villaggio quando il paratriatleta spagnolo Lionel Morales Gonzalez si è inginocchiato per fare la proposta di matrimonio alla sua fidanzata. A quel punto c’è stato un assembramento di curiosi, un’agitazione della folla e il lancio di preservativi al posto del riso. Sono piovuti come coriandoli. Un suggerimento per il prossimo show di Jolly.
«Non c’è motivo perché da noi funzioni diversamente rispetto al villaggio olimpico – spiega il velocista Dimitri Jozwicki – c’è gente, c’è euforia e alcuni ne approfittano. Siamo da soli in un luogo privato, ci sono tutte le condizioni». Jérémiasz confessa al giornale francese di aver usato molti preservativi quando era single e partecipava al torneo di tennis in carrozzina, Atene 2004 e Pechino 2008: «Il sesso è ciò che mi ha ricostruito dopo l’incidente. Quando avevo una paura: non riuscire più a sedurre. Ai Giochi ci sono atleti, volontari, lo staff. I corpi sono scolpiti, sei tagliato fuori dal mondo e quindi c’è una sorta di una liberazione, anche se alcuni vorrebbero solo scopare con una medaglia».
Per i più timidi, spiega L’Équipe, o per chi avesse bisogno di soddisfare i propri bisogni prima della competizione, la produttrice Erika Lust di film per adulti [“film etici e femministi”] offre l’accesso alla sua piattaforma su richiesta fino alla fine delle Paralimpiadi.
Quando si parla di sessualità e disabilità, spiega il giornale francese, bisogna poi considerare “la questione spinosa per gli atleti con disabilità intellettiva”. «Non è una questione che accantoniamo, anzi – spiega Laurence Manfredi, allenatore di Soane Luka Meissonnier in gara nel lancio del peso – non siamo qui per proibire, siamo qui per supportare. Ci sono pochi filtri tra noi. Il mio compito è spiegare le emozioni che prova. A volte fantastica su cose che sente di aver vissuto, ma non ha senso contraddire. Dobbiamo solo usare le fantasie per far capire che è importante che si protegga».
Vincent Clarico, allenatore di Charles-Antoine Kouakou, quattrocentista, dice di dover affrontare un problema diverso. «Non ha fantasie, non sogna glutei, seni, il corpo di una donna, per lui è importante il contatto fisico, che lo tranquillizza, gli dà compostezza». Clarico si rammarica che l’argomento del sesso al Villaggio paralimpico sia riservato solo a chi si trova in una condizione di maggiore visibilità, quelli che «si mettono in mostra, possono attirare l’attenzione, ma quando sei cieco o con una disabilità grave è molto più complesso».