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SABATO 7 SETTEMBRE 2024
#GIORNO-10 DELLE PARALIMPIADI
«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
Qualcuno ha usato il pollice sul telecomando per cambiare i canali, qualcun altro l’indice sullo schermo dello smartphone per saltare da una app all’altra. A un certo punto, sotto l’effetto allucinante di Sinner e Spalletti, ieri sera pareva di essere sia a Parigi sia a New York, e dunque a Paris, New York, quella town statunitense nella contea di Oneida. Non l’hanno chiamata così a imitazione della capitale francese, anche se gli americani ogni tanto lo fanno, hanno una Naples in Florida, una Venice a Los Angeles, Florence in Alabama e in Carolina del Nord, Madrid nell’Iowa e nel Nuovo Messico, Lisbon in Ohio, perfino una Oslo in Minnesota. Questa Paris, New York viene invece dal nome di uno dei suoi benefattori, il colonnello Isaac Paris. Ecco, fra le 20.45 e la mezzanotte, ieri sera eravamo là.
US OPEN
La finale di Jannik Sinner
Forse non c’era mai stato uno Slam con due semifinali giocate una dietro l’altra da due coppie di amici, due coppie di ragazzi che hanno diviso l’adolescenza fianco a fianco, pensieri, sogni, timori, frustrazioni, Jannik Sinner e Jack Draper sono stati anche compagni di doppio, l’ultima volta il mese scorso al torneo di Montréal. Sinner ne è venuto fuori con la 54esima vittoria di questa sua extra-ordinaria stagione, la stagione del salto di qualità, costruita sulle fondamenta dei tre match point annullati a Novak Djokovic nel singolare decisivo della semifinale di Coppa Davis a Malaga, il momento in cui la carriera di Sinner è andata da un’altra parte. In questo 2024 ha vinto 34 delle sue 36 partite su cemento, aggiungendo la finale nella New York settembrina al titolo di gennaio conquistato a Melbourne.
Il Guardian lo chiama “uno degli incontri più turbolenti del torneo”, Tumaini Carayol usa il termine “psicodramma” per definire questo match di tre ore e tre minuti che ha vissuto un primo turning point quando sul 5-5 Draper ha commesso tre doppi falli, incluso uno sulla palla break, per consegnare a Sinner il game decisivo per prendersi il set. All’inizio del secondo set, la partita è finita in un cono di caos. Draper era in difficoltà. Ha cominciato a sudare copiosamente. Ha cambiato una racchetta dietro l’altra perché le impugnature non lo convincevano, o forse semplicemente si bagnavano troppo spesso, perfino le scarpe si sono bagnate, ne ha messo un altro paio. Dalla metà del secondo set, Draper ha sentito la tensione arrivargli allo stomaco. Ha vomitato più volte in campo, la sua mobilità è diminuita. Ha continuato a trovare grandi servizi a cui aggrapparsi. Sul 4-4, 40-15, Sinner ha tirato fuori dalla sua galleria di colpi difensivi uno dei punti migliori del torneo, deviando uno smash di Draper con un dritto vincente. Durante lo scambio è scivolato e ne è uscito con un polso malconcio, tanto da dover chiamare un timeout medico nel quale pure Draper si è fatto curare. Così per un po’ la semifinale degli US Open è parsa una corsia del Fatebenefratelli, Draper malaticcio e Sinner acciaccato. Jannik si è riorganizzato e ha chiuso il secondo set con un un tiebreak dominato. Draper ha dismesso la volontà di restare in piedi e si è consegnato. Il Guardian spiega che Jack ritiene i suoi problemi fisici un prodotto dell’ansia che prova prima delle partite. “I problemi fisici di Draper – leggiamo – hanno definito finora la sua carriera. Ha fatto passi da gigante per raggiungere il punto in cui è arrivato, abbastanza per produrre questa corsa superba di New York. Ma quando ha lasciato lo stadio, se n’è andato con la consapevolezza che c’è ancora molto lavoro da fare”.
E JANNIK? Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto che “il modello di Sutton che a New York ha approfittato del corridoio lasciato sguarnito da Alcaraz arrivando in semifinale senza cedere un set (e un totale appena di 36 game: meno di lui negli ultimi quarant’anni solo Djokovic e Lendl) è sconfitto da Jannik in una partita brutale come sa essere il cemento di Flushing a fine estate, esigente fino a succhiarti il fiato dai polmoni. È l’umidità, più del caldo”.
| Stefano Semeraro su La Stampa fa notare che “la concorrenza gli si è sfarinata davanti, è vero, e anche in finale avrà un avversario più che commestibile, il vincitore del derby americano giocato nella notte fra Taylor Fritz e Frances Tiafoe, ma questo è un problema di Alcaraz, fuoriclasse assoluto anche nell’intermittenza, o dell’incompiuto Zverev; non certo di Jan che – ora lo sappiamo – i passi falsi nell’estate del suo scontento li ha commessi sotto ombra di un processo che avrebbe potuto spezzargli la carriera. Ora è in equilibrio con se stesso, pronto a rimettersi in linea con il suo destino”
| Paolo Bertolucci sulla Gazzetta sottolinea la caratteristica di giocatore all-around di Sinner, cioè le sue semifinali Slam su tutte le superfici e scrive che “gli enormi progressi mostrati in questa fantastica annata permettono a Jannik di entrare nella cerchia dei grandissimi e di iniziare a fare paragoni senza rischiare di essere irriverenti. La posizione di partenza foot-up nel servizio, il ritardo ridotto del braccio-racchetta rispetto al lancio di palla, hanno migliorato il rendimento di questo colpo che necessita però ancora di miglioramenti per raggiungere il livello desiderato. Anche il back di rovescio, così utile per tagliare il campo e spezzare il ritmo all’avversario, sembra sia uscito dallo stato embrionale e, a poco a poco, stia diventando sicuro ed efficace, come quello in top spin. Non si finisce certo a 23 anni di imparare e alimentare le qualità tecniche e, proprio per questo, si parla di work in progress quando buttiamo l’occhio sulle esecuzioni volanti o i tentativi di drop shot”.
La semifinale tutta americana
Non sembrava che Taylor Fritz fosse il favorito contro l’amico di lunga data. Aveva sì un bilancio di 6 vittorie in 7 partite su Frances Tiafoe, lui testa di serie #12 e l’altro #20, ma l’uomo chiamato Big Foe gli aveva lanciato un avvertimento. «È tutto diverso sull’Arthur-Ashe, credimi, un’altra cosa», gli aveva detto dall’alto della sua esuberanza e della sua vocazione allo show tra la folla. Fritz è più misurato, più silenzioso, più timidi, e i timidi ogni tanto fanno quest’effetto qui, sembrano impauriti, sembrano fragili, sembrano inadatti. Se non fosse che ogni tanto si rompono i coglioni.
Tiaofe confidava nell’effetto di 24.000 tifosi chiassosi che soffiano vento nelle vele, convinto che quel vento l’avrebbe preso intero lui nella sua poppa. Invece uno dei giocatori più amati dal pubblico di Flushing Meadows ha scoperto una platea più divisa del previsto e una costanza in Fritz che non sospettava, un giocatore capace di vincere al quinto dopo essere stato sotto per due set a uno [4-6, 7-5, 4-6, 6-4, 6-1], il primo finalista uomo americano in uno Slam da quando Andy Roddick perse il titolo di Wimbledon 2009 contro Roger Federer.
Fritz e Tiafoe sono nati a tre mesi di distanza, si frequentano da quando erano adolescenti, sono opposti per personalità, per stile di gioco, diverso è stato il loro percorso di avvicinamento alla semifinale dell’Arthur-Ashe. Avevano entrambi il tennis scolpito nella strada da percorrere. Tiafoe è figlio di immigrati dalla Sierra Leone, il padre era l’addetto alla manutenzione del College Park’s Junior Tennis Champions Center, dove Frances spesso andava a dormire da bambino per tenergli compagnia di notte. Fritz è nato da ex tennisti professionisti, decisamente benestanti. Sua madre, Kathy May, è stata tra le prime-10 negli anni ’70. La sua famiglia ha fondato la May Department Stores Company, che si è fusa con Macy’s nel 2005. La sintesi del Washington Post: “Tiafoe affronta la vita con uno zelo infantile e un sorriso smagliante, Fritz è più riservato, si anima solo quando l’argomento è il tennis, i videogiochi o la moda”.
Tiafoe usa i ruggiti di una folla come carburante, alza il pugno dopo i punti importanti, uno di quei tipi che ogni tanto colpisce pure la palla dietro la schiena. Fritz ha colpi potenti e puliti da fondo campo, ha un gran servizio, dispone del fiuto di chi comprende quando sta passando un’occasione. Dopo tre set era sotto due set a uno, ma pari sulla carta: Tiafoe aveva vinto 87 punti contro gli 86 di Fritz, entrambi avevano commesso 24 errori non forzati, Tiafoe aveva messo in campo otto ace contro i sette di Fritz, entrambi con un picco di velocità al servizio di 135 mph. Ma c’era un dato che anticipava l’epilogo [ovviamente sappiamo dirlo stamattina, a epilogo noto]: Tiafoe aveva 26 vincenti contro i 34 di Fritz. Il vantaggio di due set a uno per Tiafoe aveva un punto debole: il costo pagato in termini di energia. Fritz lo ha preso per sfinimento e in certi tratti ha fatto il Big Foe, è stato un Big Fritz, in certi tratti ha mostrato lui il pugno alla folla. Le folle cambiano parere in un attimo. Cercano cibo facile da digerire in fretta.
Stasera la finale femminile
Qui i risultati combaciano con i pronostici. Non perché Aryna Sabalenka e jessica Pegula fossero le teste di serie #1 e #2, ma perché si sono presentate a NY come le più in forma, venivano dalla finale giocata una contro l’altra a Cincinnati, e l’hanno confermata. Due settimane fa vinse la bielorussa, in testa agli scontri diretti per 5-2. Sabalenka giocherà la sua quarta finale del Grande Slam, e come Sinner può fare l’accoppiata di titoli con Melbourne.
Pegula è invece alla sua prima volta e L’Équipe le ha dedicato un ritratto. Antoine Bourlon ne ricorda le origini, figlia di un miliardario, giocatrice che prende le distanze dai cliché che la seguono, finalmente nel pieno del sogno sognato durante l’infanzia. Primeggiare nel tennis. Un anno dopo Coco Gauff, c’è un’altra donna americana sulla soglia del primo grande titolo della sua vita. Ma sono due destini, due persone e due mondi distanti. Gauff è entrata nella top-10 a 18 anni e ha portato uno Slam a casa a 19, “incarnando la speranza di uno sport più aperto alle comunità nere e quelle di una generazione più impegnata nel sociale”. Pegula ha 30 anni, una “mamma maturata lentamente, mentore di Gauff ed Emma Navarro, terza al mondo a 29 anni, figlia di Terry, proprietario di una delle franchigie più famose della NFL, i Buffalo Bills”.
L’Équipe scrive che la multinazionale Pegula vale 7 miliardi di dollari, da quando papà Terry, ingegnere, ha fatto fortuna con il petrolio. Martin Blackman, responsabile dello sviluppo dei giocatori presso la federazione americana, dice che Jessica è ricca ma non si vede, questa etichetta non le interessa. «La gente pensa che io abbia un maggiordomo, una limousine, un jet privato. È divertente perché non conosco nessuno che vive così». Lei si sposta in metropolitana, ma solo perché si gioca a New York. La voglio vedere al torneo di Napoli.
Anche suo padre ha costruito il suo impero dal nulla, come si dice di tutti i ricconi americani. Si fece prestare 7.000 dollari dagli amici per aprire l’attività. La madre di Pegula è nata a Seul. È stata adottata da una famiglia americana negli anni ’70. Lui e lei si incontrarono in un ristorante dove Kim serviva e non si sono lasciati più.
Contro Aryna Sabalenka, scrive L’Équipe, sarà uno scontro di stili. Ma si dice quasi sempre così.
LA NAZIONALE
L’Italia ritrovata. Finalmente Spalletti ascolta
Dicono che Gianni Brera si rifiutasse di parlare di una partita di calcio prima della fine, una testa dura, si ostinava, non lo convincevano, né le radio né le tv, non si commenta nell’intervallo e basta, mai lo avrebbe fatto dopo 20 minuti o 12 secondi. Ma era solo Gianni Brera, non aveva nemmeno un follower. Invece dopo il nuovo disastro del figlio Di Lorenzo e dopo una mezza porzione di primo tempo, i mezzadri del twitter la sapevano già lunga, tsk, salvo aver cambiato parere con una piroetta mezz’ora più tardi, perché “il giornalista è uno che, dopo, sapeva tutto prima” [Karl Kraus]
Alla fine non è così male ‘sta confusione che vive Luciano Spalletti nella sua testa, così irredimibile, così irrevocabile, così irrecuperabile nella lettura di molte righe ieri mattina. Prima della partita. Alla vigilia. Un dead man walking. Stamattina no, stamattina Spalletti è diverso. È diverso perché ascolta, ecco, Spalletti quando vuole ci ascolta. Oh. Si lascia guidare. L’ha capito ‘sto testardo che deve tornare alla semplicità, all’essenzialità, non li deve rimbambire i giocatori con le sue idee.
LA PARTITA | Una Nazionale che nel giro di 12 secondi aveva comprato il biglietto per andare verso l’imbarcata. Bradley Barcola si era messo a fare Nico Williams e a Olise piaceva dar dimostrazione del meglio di sé. È quella che L’Équipe oggi definisce “l’illusione di una squadra molto al di sopra dell’Italia” ma è durata un quarto d’ora . Dopo il gol di Barcola, Donnarumma ha fatto una sola parata difficile, prima che il 4-2-3-1 di Didier Deschamps implodesse. La Francia non prendeva tre gol dalla finale dei Mondiali 2022 contro l’Argentina. Dice L’Équipe: per fortuna che sono stati tre. “Il conto avrebbe potuto essere ancora più pesante”.
Le sue pagelle sono il consueto esercizio di ferocia: 4 a Maignan e Olise, 3 a Clauss Saliba Kanté Griezmann e Mbappé, 2 a Konaté, Theo, Fofana. Un bel 3 pure a Deschamps, mentre la pagella dell’Italia è piena di 7 [Dimarco, Frattesi, Tonali, Ricci, Raspadori] con un 4 per Di Lorenzo
“Una partita catastrofica” la definisce Vincent Duluc la prima firma del calcio, trova che non ci sia niente da salvare in una squadra che ha “accettato con lo stesso entusiasmo il proprio destino e la propria mediocrità. Volevamo vedere qualcosa di diverso dall’Euro, e l’abbiamo visto, dato che la solidità difensiva si è persa durante l’estate e tutto il resto è rimasto intatto, la catastrofica animazione offensiva, l’impalpabilità di Kylian Mbappé, un ambiente sofferente, un centrocampo sovrastato, il crepuscolo di Antoine Griezmann. È bastato che gli italiani giocassero dalla parte di Jonathan Clauss, per far sbandare la difesa. Nessuno dimentica che la Nations League non è un obiettivo dello stesso ordine della qualificazione ai Mondiali 2026, ma al Parc giureremmo di aver visto la Francia, con il suo allenatore, su una brutta china”.
I gol dell’Italia sono stati un piccolo grande manifesto di realtà. Uno l’ha segnato Davide Frattesi, che sarebbe titolare in 19 squadre della Serie A, ma fa la riserva nell’unica in cui deve giocare. Il terzo gol è stato di Giacomo Raspadori che presto avrà un destino simile: la panchina nel Napoli. Il pareggio di Dimarco con un tiro al volo sotto la traversa è nato invece da un colpo di tacco di Sandro Tonali – non un’azione di essenzialità. Tonali è il miglior calciatore italiano almeno dal gennaio 2022, una verità palese al suo rientro in azzurro ieri sera, quando è stato abbagliante cos’è che ha perso con la sua squalifica la Nazionale agli Europei e cosa ha perso il Milan nel cederlo al Newcastle.
Paolo Condò su Repubblica fa notare che contro la Svizzera in Germania mancavano a vario titolo Calafiori, Dimarco e Tonali. In uno scenario che dipingiamo spesso come depresso, se togli tre giocatori così a una squadra, forse quella squadra ne risente. È uno dei rari casi in cui finanche Julio Velasco sarebbe disposto ad ammettere che non si tratta di un alibi. «Se ti manca mezza squadra – parole sue – ma quale alibi».
Condò dice allora che “vale la pena di immaginare una prospettiva per questa vittoria”, non per il risultato, “per questa prestazione, soprattutto. Spalletti – leggiamo – ha disegnato una squadra capace di disporre del fragile centrocampo francese, aggiungendo in Pellegrini un palleggiatore lì dove Deschamps ne aveva tolto uno aggiungendo Griezmann all’attacco. Una volta capito che il possesso del pallone ci avrebbe potuto portare lontano, Calafiori si è aggiunto al reparto in un gioco di scambi con Ricci che i francesi non hanno digerito mai (mossa di una certa complessità almeno sulla carta, il che ci rassicura sulle intenzioni tattiche ancora ambiziose di Spalletti). Calafiori è l’unico giocatore uscito rinvigorito dall’Europeo, e la sua crescita non accenna a rallentare. L’opportunità di dialogare con Tonali, che con il passare dei minuti ha aumentato i colpi finendo da dominatore, è una delle pietre angolari di questa squadra in proiezione Mondiale”.
Dalla lettura degli appunti vergati sulle pagine della Moleskine di Fabrizio Roncone, sembra invece una partita giocata a Lourdes, non a Parigi. Ieri mattina sul Corriere della sera Spalletti era “finito dentro una cupa e pericolosa solitudine”, al punto che veniva da porsi “una domanda cruda, sgradevole, che qui, al Parco dei Principi, molti si ripetono a bassa voce, tra pena e imbarazzo: possiamo ancora fidarci di Luciano Spalletti?”.
Ieri mattina in effetti era così. Soprattutto in certi ambienti. Era pena e imbarazzo per Spalletti. Stamattina no, daje, stamattina per fortuna il cittì è cambiato e ha saputo fare autocritica. Certo, si ostina ancora a non chiamare Totti in Nazionale, ma l’uomo è questo, lo fa, per ora sopportiamo, arrangiamoci. Intanto si rivede un gruppo solido che usa schemi classici, un’Italia all’italiana, finalmente liberata da quella che il Corriere della sera giudica “la furia guardiolesca”, in sostanza – pare di capire – la nostra rovina: meglio il contropiede, il contropiede è tutto, il contropiede è l’ammore della vita nostra. Anche la musica col grammofono si sente meglio e le mele di oggi non hanno più il sapore di una volta.
In realtà i cambi di campo fra gli esterni di ieri sera non sono il manifesto più puro del classico calcio all’italiana, ma il calcio è un intrattenimento meraviglioso perché ognuno ci legge dentro quel che gli pare, la propria ossessione, la propria ideologia, certi sentito dire. “Leggo avidamente il giornale. È l’unica fantasticheria che mi concedo regolarmente” [sempre Karl Kraus]
Anche nella cronaca di Fabio Licari sulla Gazzetta non c’è traccia di barricate. Parla di Francia frastornata dal gioco degli azzurri, “l’Italia più bella dai tempi dell’Europeo di Mancini. Il miglior Spalletti possibile dallo scudetto del Napoli. La Francia è stata complice con il suo niente, ma siamo ripartiti, palla dopo palla, azione dopo azione” per quella che definisce “una indimenticabile lezione di calcio ai francesi distratti, e si sapeva, supponenti e senza un’idea di gioco che non sia palla a chi ha più qualità. Quasi sempre Mbappé. Bravo Spalletti a dare una svegliata ai suoi. Il bello dell’Italia è il gioco. La rinascita passa per tre gol uno più bello dell’altro, tutti su azione, rubando palla, cambiando fascia, incrociando e verticalizzando. Una varietà sconosciuta”.
Cristiano Gatti sul Corriere dello sport-stadio si concentra sul meraviglioso risvolto che accompagna Spalletti nei giorni in cui il risultato non è la sconfitta: il famoso Spalletti cambiato che ha messo da parte il suo calcio ossessivo, eccetera. Gatti scrive: “Allora diciamolo: chi lo vuole un altro Spalletti, uno Spalletti diverso, un non-Spalletti. Si passa una vita a diventare ciò che siamo, perché bisogna cambiare. Se si è deciso che all’Italia serve Spalletti, serve uno Spalletti vero, non geneticamente modificato. Proprio lo Spalletti che marca a uomo i suoi uomini, perchè prima di tutto siano uomini. «Agli Europei eravamo inferiori alla Svizzera, ma prima ancora eravamo inferiori a noi stessi. Adesso cominciamo a rimettere le cose a posto»: non è Platone, non è Eraclito, è Spalletti nella migliore versione di se stesso. Com’è sempre stato, come nessuno gli ha chiesto di non essere. E comunque non andrebbe mai dimenticato: è lo Spalletti che s’è preso in mano la grana del secolo. Rifare l’Italia, l’Italia che non c’era più”.
Amen.
EUROGOL
Prima dote di un bravo cittì: deve sapere cantare l’inno
Dopo la separazione da Gareth Southgate, l’Inghilterra sta aspettando di nominare un cittì e nel frattempo ha dato l’interim a Lee Carsley, passato dalla panchina dell’Under-21. Potrebbe essere una soluzione, chi lo sa, le giovanili inglesi negli ultimi anni hanno prodotto campioni e hanno pure raccolto risultati. Solo che. Ecco. Come dirlo. Lee Carsley ha un problema. Ha un grosso problema. Non fa neppure niente per nasconderlo. Uno potrebbe aiutarlo, se lui si mettesse nelle condizioni di. Invece. Si ostina. Il grosso problema con Lee Carsley è che non canta l’inno. Niente. Nemmeno una strofa, un ritornello, un verso. La musica parte e lui fa scena muta. Come al liceo alle interrogazioni di filosofia [No, non lui, in questo caso]. Ed è un grosso problema, lo vede chiunque.
Lo vede soprattutto il Telegraph, ma lo vedremmo anche noi in Italia con il nostro cittì, se non lo facesse neanche lui: c’è stato un tempo di editoriali puntuti contro i calciatori azzurri muti – poi in effetti li senti cantare e pensi che sarebbe meglio se tacessero, stonati come sono. Comunque. Chiuso il flusso di coscienza, resta da dire che Jason Burt trova il silenzio di Carsley un buon motivo per tagliarlo fuori, scrive che si tratta di “un ostacolo nel suo ruolo di nuovo allenatore candidato per l’Inghilterra”.
Carsley lo ha annunciato alla vigilia, Starò zitto. Stasera la nuova Inghilterra comincia il suo cammino nella Serie B della Nations League a Dublino, e lui non canta. Ha vestito la maglia di quella Nazionale per 40 partite. È nato a Birmingham, ma si fece calcisticamente irlandese per le origini di sua nonna. Burt allora lo definisce un ingenuo. “Non può certo aspettarsi di guidare l’Inghilterra se non canta l’inno? A volte devi solo fare delle cose per rispetto e riconoscimento della posizione in cui ti trovi. Carsley non ci riesce. Lui sosterrà di essere coerente. Non lo ha mai cantato come giocatore per la Repubblica d’Irlanda, non lo ha fatto come capo allenatore dell’Inghilterra Under-21. Ma questa è una storia completamente diversa. Un livello completamente nuovo. Un nuovo livello di responsabilità, un nuovo livello di attenzione, di controllo, di aspettative, deve essere un leader e, sì, un ambasciatore. Guidare la nazionale maschile inglese è un lavoro diverso. E Carsley deve capirlo se vuole occupare quel posto senza causare offese inutili”.
In Inghilterra hanno rimproverato Wayne Rooney perché a inizio carriera non lo cantava, Gary Neville neppure, diceva di volersi concentrare sulla partita, più di recente è stato rimproverato il magnifico Trent Alexander-Arnold. La posizione della federazione inglese oggi è che cantare o non cantare God Save the King è una scelta personale. Il Telegraph si straccia le vesti come i sacerdoti nel sinedrio: “Southgate e prima di lui Roy Hodgson erano fortemente convinti, spingevano i loro giocatori a cantare come facevano loro. Il patriottismo di Southgate è una parte importante del suo carattere e ne ha parlato con passione, del suo orgoglio di essere inglese e del suo amore per il suo paese. Qualunque fossero le discussioni sull’acume di Southgate come allenatore, nessuno poteva dubitare di quanto significasse per lui, di quanto lo sentisse profondamente e di quanto seriamente prendesse ogni aspetto del lavoro”.
Non importa se sbagli una sostituzione, Lee. Ma impara ‘ste parole e canta l’inno.
Che fatica essere il Real Madrid
Oh, eccolo qua. È tornato. Sono finite le ferie di Jorge Valdano. In realtà erano finite anche sabato scorso, ma una cosa, un’altra, la sveglia, leggi qua, leggi là, questi di Slalom non se n’erano accorti. Valdano è tornato con la sua rubrica del sabato su El Pais e scrive del Barcellona, ecco. Un Barcellona che ha cominciato la Liga a tutto sprint per ottenere un vantaggio sul Real, sia in classifica sia psicologico. “Una squadra giovane, talentuosa ed energica che sembra aver ritrovato fiducia. Questa resurrezione si basa su un grande impegno fisico. Raphinha è tornato quel giocatore che sotto la direzione di Bielsa correva come tutti e giocava come nessun altro. Se ogni giocatore raggiunge quel 10% in più di coinvolgimento e impegno, si arriva al 110% dell’intera squadra”. Buona parte del merito, secondo Valdano, va attribuito al signore che s’è seduto in panchina, il tedesco Flick, “proprio l’uomo che ha causato la ferita più profonda al Barça” ai tempi in cui allenava il Bayern Monaco, un riferimento al famoso 8-2 pandemico. Valdano scrive che Flick è riuscito a trovare un rimedio in tempi record. “La tattica, che sembra aver preso il sopravvento nell’intero dibattito calcistico – dice – è solo una piccola parte della rivoluzione. Dove sembrava esserci una carenza, Flick con discrezione ha trovato delle risposte alimentando la professionalità e l’entusiasmo dei suoi giocatori”.
Se Valdano scrive del Barcellona, lo fa anche per parlare del Real, il Real del suo cuore così bianco, una squadra che ha cominciato il campionato “con problemi di abbondanza”, scrive. Uno magari legge da Bologna e non se ne rende conto, eppure ci sono posti nel mondo del calcio dove l’abbondanza è un problema. A Bologna sono fortunati. Non ce l’hanno, ‘sto problema. Aver preso Mbappé, dice Valdano, “suona come un successo prima di cominciare ma è una trappola. Aspettative alle stelle, sicura angoscia”. Una sofferenza indicibile. Valdano ricorda “i giorni felici dei Galacticos (ci sono stati anche quelli infelici)” e parla di una consapevolezza, “quanto più alte sono le aspettative, tanto più alto è il picco da cui si può cadere”. Oddio, staranno pensando a Bologna – ma pure a Firenze, a Verona, a Udine, a Sassuolo – potevano evitarsi questo supplizio, bastava non prenderlo, bastava lasciare Mbappé – che so – all’Ipswich Town. Ma al Real Madrid sono democratici. Amano la competizione leale. Vogliono dare un piccolo vantaggio alle avversarie e allora hanno preso Mbappé per soffrire. Ma vedrete che poi ne escono.
LA MOTOGP
La ricostruzione di Marc Marquez
Francesco Bagnaia ha chiuso in testa il venerdì di prequalifiche a Misano, nonostante il dolore e i postumi dell’incidente di Aragon. Con lui in Q2 anche Marc Marquez, Jorge Martin, i rampanti Morbidelli e Bastianini, l’emergente Acosta, i veterani Vinales e Quartararo. Tra gli esclusi che dovranno passare dal Binder e i fratelli Espargaro.
El Pais si dedica stamattina a quella che definisce la nuova maturità di Marc Márquez. Guille Alvarez scrive che l’otto volte campione del mondo ha “imparato a scalare le marce dentro e fuori dalla pista, un cambiamento fondamentale nel suo ritorno alla vittoria dopo quattro anni di prove fisiche e sportive”. Dal famoso GP di Jerez del 2020, quando Marc Márquez si sopravvalutò dopo una caduta e azzardò il rientro compromettendo a lungo le condizioni del braccio, ha sempre sperato di tornare la migliore versione di sé stesso. Veniva da sei titoli in sette stagioni, la testa gli diceva che avrebbe potuto lottare di nuovo per il titolo. “Mai però – scrive El Pais – aveva immaginato che ci sarebbe voluto così tanto tempo per dimostrarlo. L’inerzia del successo lo ha spinto ad avere fretta, la stessa che lo aveva portato a provare a correre 13 giorni dopo essersi rotto l’omero e aver rotto le placche che gli tenevano unito il braccio destro. Un calvario durato più di quattro anni, nei quali è cresciuto come pilota e soprattutto come persona”.
La crescita è certificata dalla testimonianza di José Luis Martínez, il suo braccio destro, cioè – adesso sembra una battuta, sembra umorismo nero – il suo braccio destro in senso figurato, nel senso di spalla [ahé]. Martínez è l’uomo che passa più tempo con Marquez a parte suo fratello Alex e dice che il campione spericolato ha imparato a contenersi, vede tutti i rischi di spingere troppo, in circuito e in palestra. È diventato un esperto nell’ascolto del corpo. Sa quando deve fermarsi, sa quando deve riposare. Prima non pensava ad altro che allenarsi, allenarsi, ora è diventato un gran preparatore fisico di sé. Martinez dice che l’arrivo di Gemma Pinto nella sua vita ha avuto un ruolo essenziale in questo cambiamento, “La nuova versione di Marquez, con la magia di un tempo intatta ma con più pazienza – scrive El Pais – gli permette di essere più cauto anche in sala stampa”.
VITE OLIMPICHE
Il vantaggio sleale di Valentina Petrillo?
Due volte eliminata in semifinale
Valentina Petrillo è ripartita da Parigi senza medaglie e viene da dire per fortuna, meno male, avrebbe dovuto portare un peso enorme, non glielo avrebbero perdonato. In queste Paralimpiadi è stata la copia degli argomenti riassunti per Laurel Hubbard e Lia Thomas, arrivando per giunta dopo un’edizione dei Giochi segnata dal caso della pugile algerina Imane Khelif, decisamente diverso nella sostanza, ma attiguo per forma e violenza di lessico e toni adoperati.
L’Équipe dedica una pagina alla velocista italiana, prima atleta transgender a partecipare ai Giochi paralimpici, ricordando che ha iniziato la sua transizione nel 2019 e che “la sua presenza sulla pista dello Stade de France cinque anni dopo ha fatto scorrere molto inchiostro, non mancando di attirare numerosi messaggi d’odio sui social network”. Scrive Valentin Pauluzzi che in zona mista tutte le sue avversarie si sono rifiutate di parlare di lei, tranne una, chiedendo però di restare anonima. Il suo pensiero: «Dal punto di vista sociale la sostengo al 100%, la considero una donna e condivido le sue lotte. Ma in pista ha un vantaggio, è più potente. Basta confrontare il suo corpo con quello degli altri». Nel suo caso, così come nel caso di Laurel Hubbard e Lia Thomas, è un vantaggio bizzarro. È più palese nell’occhio di chi guarda che nell’esito delle prestazioni. La sollevatrice di pesi Hubbard uscì dai Giochi di Tokyo dopo tre nulli al primo tentativo, Lia Thomas perse due finali su tre alle finali NCAA di nuoto ma la vittoria nella terza ha prodotto la messa al bando dalle gare di tutte le atlete transgender nel nuoto [e poi nell’atletica, nel ciclismo, nel rugby, negli scacchi – ehm], nonostante il tempo nuotato fosse assai mediocre. Il vantaggio di Valentina Petrillo non solo non era tale da darle una medaglia, non l’ha portata neppure in finale, né nei 400 metri né nei 200. Ha corso i 400 con un tempo più alto di 4 secondi rispetto alla cubana Elias Durand medaglia d’oro e i 200 metri ha fatto il suo personale, più alto di 2 secondi e 90 centesimi rispetto alla stessa cubana, la più veloce nelle semifinali. È abbastanza buffo per essere un dominio fisico.
L’Équipe le ha parlato alla fine dell’esperienza paralimpica di Parigi. «È stato fantastico – dice – giorno dopo giorno ho ricevuto sempre più sostegno, con la gente che gridava il mio nome allo stadio. Esco con una vittoria. Chi mi ha discriminato ha perso. Il mio unico modo per rispondere agli insulti e alle critiche era in pista. L’ho fatto. Ero alle Paralimpiadi, hanno parlato, ho vinto. Il clima nei miei confronti è molto positivo, il mondo paralimpico ha sempre avuto affetto per me. In Francia mi sento meno osservata, sono ipovedente ma percepisco un’atmosfera molto più tranquilla rispetto all’Italia. Ho trascorso un mese sotto molta pressione mediatica, ero molto tesa, ma lo stadio mi ha accolta e mi ha anche spinto emotivamente. Le domande che mi fanno le mie avversarie nate donne sono legittime, ma io seguo le regole, nessuno può accusarmi di nulla. Sono stata riconosciuta donna dallo Stato italiano. È come mettere in discussione la nazionalità di una persona naturalizzata. Inoltre la legislazione italiana è una delle più severe d’Europa, si basa su una legge del 1982 che impone un percorso medico. Non mi hanno fatto nessun favore. Nel mio paese non possiamo autodeterminare il nostro genere, a differenza di altri posti come la Spagna, dove mi criticano. Da chi? Molte vengono dal TERS (Transexclusionary radical feminist), un movimento femminista estremista che vuole escludere le persone transessuali dallo sport e dalla cultura. J.K. Rowling ha parlato di me addirittura sui social, mi stupisce che una scrittrice di questo calibro perda tempo a parlare di me, che ci attacchi addirittura per l’accesso al bagno. Tuttavia, in Harry Potter il quidditch è uno sport misto, giusto?».
Petrillo viene invitata nell’intervista a dire la sua anche su Imane Khelif. «Siamo due casi diversi. Lei è nata donna e si batte contro le donne, qual è il problema? Quanto ad Angela Carini, secondo me non si è accorta che stava entrando in un turbine, era una polemica inutile che non ha fatto bene a nessuno. Io ho cercato di concentrarmi mentre la mia federazione mi ha protetta, perché la mia partecipazione alle Paralimpiadi ha avuto un impatto ancora maggiore. Agli Assoluti Master di Ancona, la mia ultima gara con i normodotati, mi hanno negato l’accesso ai bagni delle donne. Sono una persona ipovedente, di cosa avevano paura? È stato ridicolo, la cosa ha assunto proporzioni enormi perché ho vinto la gara battendo il record italiano sui 200 metri. Poco dopo l’organizzatore del Mondiali Masters in Polonia mi ha chiamato per dirmi che era meglio se non fossi andata, il clima era troppo aggressivo nei miei confronti, sarei dovuta andare con una guardia del corpo. Siamo accusate di falsare le gare, ma tre anni fa a Tokyo la pesista neozelandese Laurel Hubbard non ha alzato nemmeno una volta il bilanciere, quando tutti dicevano che avrebbe vinto: questo dovrebbe spazzare via i preconcetti transfobici. Non siamo avvantaggiate, i farmaci che prendiamo per la transizione sono pensati per curare i tumori, distruggono tutto. Omara Durand corre i 400 metri in 51 secondi, un tempo che io non facevo nemmeno a 20 anni quand’ero un ragazzino. Le linee guida del CIO si sono evolute, ma le regole sono diverse da una federazione all’altra. Per i Mondiali di atletica leggera è necessario essere stati sottoposti a terapia ormonale prima dei 12 anni. È impossibile, è addirittura eticamente discutibile e sconsigliato dai medici. Ho un figlio di 11 anni, so cosa significa. Questa è falsa inclusione, per me è politica perché non ci sono studi che dimostrino che abbiamo un vantaggio».
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▥ La Stampa: “Azzurri da record” – Altri 4 ori, l’Italia a quota 20: mai tanti alle Paralimpiadi Super Legnante apre la strada con il trionfo nel lancio del peso: “A Los Angeles avrò 50 anni porterei volentieri una bandiera”
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