Lo Slalom del 25 settembre | Cosa leggere, sapere, vedere | Cosa succede LIVE Blog

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  • DISCUSSIONI  La lotta di classe dei calciatori non può esistere. Perché i calciatori non sono una classe E la lotta di classe nel tennis? Il dibattito dopo le denunce di Rodri e di Alcaraz Tutte le strade portano a Riad: le critiche del Telegraph alla boxe organizzata dai sauditi a Wembley, e visto che ci troviamo pure al Manchester City emiratino
  • EUROGOL  Ancelotti e i circuiti di mille valvole che ancora non si accendono Deve esserci un caso Mbappé, pare Vincius, decidi: o sei Mandela o sei Joker
  • PODEMI  Fabregas aveva l’anestesia sulla sedia del dentista
  • RUOTE  Il senso delle doppiette di Grace Brown e Remco Evenepoel Una maglia iridata al giorno: 1977, Francesco Moser 
  • TENNIS  Ritirarsi dopo la Davis: gli indizi intorno a Rafa Nadal
  • La guida allo sport in tv della giornata
  • Le prime pagine di sport da tutta Europa

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MERCOLEDÌ 25 SETTEMBRE 2024

#3 GIORNI AL MONDIALE DI CICLISMO SU STRADA

«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»

[Niccolò Campriani, campione olimpico]

DISCUSSIONi

La lotta di classe dei calciatori non può esistere

Perché i calciatori non sono una classe

 

Ce li vedete Rodri e Haaland con i cartelli in mano mentre sfilano per le vie del centro, un qualunque centro, per chiedere meno partite, meno calcio, loro che di partite e di calcio vivono? In effetti è una visione assai improbabile, e improbabile la trova Jonathan Liew, editorialista del Guardian che dice le cose con la forza sottovalutata dell’ironia e del sarcasmo. Ora, a parte l’evidenza dei fatti – il controllo da parte di Infantino e Ceferin di qualche leva che innesca una magia nera sui legamenti di chi minaccia lo stato delle cose – ora, a parte tutto questo, il Guardian giudica davvero strana la minaccia di uno sciopero annunciata da Rodri poco prima di sfasciarsi e dover stare fuori un anno. La minaccia di uno sciopero e uno sciopero effettivo, scrive Liew, sono fenomeni radicalmente diversi, intanto perché un’azione vera e propria si troverebbe quasi certamente a dover sfidare una temibile serie di azioni legali da parte di organizzazioni, sponsor, televisioni. Ma soprattutto, analizza l’editorialista del Guardian, perché uno sciopero richiede tre condizioni di base: i mezzi con cui organizzarsi e unirsi; una causa comune di massa; e un senso di urgenza o disperazione. In questa scheda di valutazione, i calciatori della Champions League che chiedono meno calcio sono – secondo la stima più generosa – a 0,5 punti su tre

In effetti, aggiunge Liew, esiste un quarto parametro: l’esistenza di una storia o di una cultura di azione collettiva. Ma nella storia del calcio quando i giocatori hanno minacciato uno sciopero, non c’è stato affatto uno sciopero. Il nocciolo della storia, si legge sul Guardian, è che stiamo parlando di una categoria difficile da far diventare categoria. Prendiamo la congestione delle partite, un problema reale. Escludendo gli allenamenti e i viaggi, l’anno scorso Julián Álvarez ha giocato 75 volte per il suo club e per la nazionale, Phil Foden è arrivato a 72. Rodri a 63. Ma si tratta di un problema per i giocatori che fanno parte dell’élite, quelli che hanno contratti solidi, lunghi, sicuri, con gli stipendi più alti, negoziati dai migliori agenti del mondo. Uno studio recente dell’International Centre for Sports Studies ha scoperto che però solo lo 0,31% dei giocatori ha giocato più di 60 partite a stagione, e meno del 10% arriva oltre le 40. Come la mettiamo? Scrive Liew: A meno che i giocatori migliori non stiano pianificando di orchestrare il loro sciopero tramite un gruppo WhatsApp, l’unico vero strumento per un’azione collettiva sarebbe un sindacato: la Professional Footballers Association in Inghilterra e Galles, la Fifpro a livello globale. E per definizione, un sindacato coinvolge tutti.

 

  MEDUSE

 

IL CALENDARIO STROZZATO DEL TENNIS

 

Sempre da un ragazzo spagnolo è arrivata un’analoga presa di posizione nel tennis. Carlitos Alcaraz ha mosso al tennis gli stessi rilievi che Rodri ha avanzato nei confronti del calcio. Ora deve augurarsi che Andrea Gaudenzi non abbia poteri occulti. È una battaglia che pure Iga Swiatek conduce da un po’ sul fronte femminile, quando ripete che il prezzo di giocare così spesso è troppo alto e che il suo morale ne ha sofferto. «Il nostro sport sta andando nella direzione sbagliata. Non abbiamo tempo per pensare o per migliorare. Passiamo da un torneo all’altro. La stagione è troppo lunga, bisogna cambiare» ha detto e da qualche giorno ha annunciato una pausa. Ashleigh Barty, la numero 1 al mondo prima di lei, si è ritirata all’età di 25 anni. Swiatek ne ha 23  e quest’anno ha giocato già 61 partite, con cinque tornei vinti e un bronzo olimpico.

 

  ZIZZANIE

Tutte le strade portano a Riad

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  Il conclave milionario del tennis, per dirla con le parole di El Pais, si tiene durante l’anno più di una volta e in diversi sport. La disponibilità economica saudita sta spostando da diversi anni verso il Golfo il baricentro dell’organizzazione dei grandi eventi. Il Mondiale di calcio del 2034 sembra oggi il picco annunciato di questa ascesa, ma vai a sapere che succede di qui a dieci anni. Nel frattempo l’Arabia si è presa le finali del Masters donne, non senza imbarazzo dentro il mondo femminista della WTA. 

L’Arabia si è anche fatta appaltare da un po’  i grandi match della boxe, l’ultimo è dello scorso week-end ma organizzato in Inghilterra, nello stadio di Wembley, il match per la corona IBF dei massimi tra Dubois e Joshua, un derby. In Inghilterra il Telegraph l’ha fatto diventare un caso. La firma più conservatrice del giornale più conservatore ha raccontato di essere stato escluso dal match per aver criticato lo sportswashing saudita. Oliver Brown parla di attacco alla libertà di stampa britannica e lo definisce una conseguenza inevitabile dell’inchino fatto ai padroni sauditi della boxe. Nei 20 anni trascorsi come giornalista – dice – non mi era mai stato impedito di partecipare a un evento sportivo per nessun motivo, tanto meno per aver semplicemente espresso un’opinione che non piaceva ai padroni di casa

Accanto alla questione di libertà, tra le righe del suo intervento Brown introduce una sorta di irritazione patriottica perché sabato sera a Wembley, con lo stadio immerso in una sgargiante luce verde per riflettere la bandiera saudita, l’inno nazionale dell’Arabia ha avuto la precedenza su God Save the King, in genuflessione agli uomini che mettono il denaro. In effetti un affronto grosso. Brown parla di vile acquiescenza al repressivo regno del Golfo, ricorda di averlo scritto da tempo, aveva avvertito su dove saremmo finiti, bene, ora lo sappiamo, gli hanno ritirato l’accredito a una competizione di pesi massimi tutta britannica ribattezzata Riyadh Season: Wembley Edition, come se questo paese non fosse altro che una colonia dello stato saudita

Ora, metterla sul piano del colonialismo nel Regno Unito di Gran Bretagna non sembra una grande idea comunicativa, ma a Oliver Brown si perdona questo altro, per tutte le contestabili riflessioni che offre a Slalom. Il match Joshua vs Dubois è stato definito in un suo pezzo do qualche giorno fa una Disneyland saudita, un mezzo comodo per proiettare il prestigio saudita nel mondo. Brown ricorda di essere andato in Arabia tre volte per vedere Joshua e Tyson Fury, ero diventato fatalista per il tutto esaurito, ma questa sezione londinese del circo aveva il sapore di uno sportswashing sotto steroidi, un macabro canale per glorificare il regime saudita sul suolo britannico. Insomma, più o meno quello che si dice da anni sullo sport usato dagli stati del Golfo come propaganda di sé e come mezzo di diplomazia per ripulire la propria immagine nei confronti dell’Occidente. Le stesse critiche sono state mosse al Qatar per i Mondiali del 2022, ma non risulta che il Telegraph abbia evitato di andarci, e allora come lo vuole combattere lo sportswashing? Col portafogli degli altri? 

Chissà che non sia legata all’irritazione per l’accredito ritirato pure la seconda polemica del week-end apparsa sul giornale inglese, una sparata dritta dritta contro il Manchester City che batte bandiera emiratina. Si sa come vanno le cose nello sport: tu critichi e quelli ti tengono fuori dal campo, oppure per due-tre anni non ti fanno avere un’intervista, fanno telefonate ai direttori, chiedono la tua rimozione, cercano di danneggiarti in ogni modo nella prosecuzione del tuo percorso. Si sa pure come vanno le cose nelle redazioni: quelli ti ritirano l’accredito, non ti danno le interviste, e tu gli metti in pagina le foto in cui sono bruttarelli, fanno le smorfie, al primo 0-0 gliela fai pure pagare. 

    E IL TELEGRAPH ATTACCA IL CITY DOPO I SAUDITI

La seconda polemica del week-end del Telegraph è stata contro le lamentele del Manchester City per l’atteggiamento ostruzionista tenuto dall’Arsenal nella partita di domenica, affrontata in 10 contro 11 per 55 minuti. Sam Dean ha scritto che agli occhi del City, l’approccio più dignitoso sarebbe stato quello di arrendersi e aspettare che iniziasse la batosta. Un editoriale irritato contro Bernardo Silva e tutti i Bernardi-Silva che hanno osato affermare come in campo solo una squadra fosse intenzionata a giocare a calcio. Forse avrebbero preferito che l’Arsenal rispondesse a un cartellino rosso con lo stesso comico crollo difensivo avuto all’Etihad nell’agosto 2021, quando perse prima Granit Xhaka e poi la partita per 5-0. Si può serenamente dire che quel giorno ci furono poche lamentele sull’approccio tattico dell’Arsenal. Nello spogliatoio del City c’è la convinzione che l’Arsenal fosse moralmente obbligato a far giocare la squadra di Guardiola al proprio gioco. Ad attaccare, ad aprirsi, a scambiare colpi per colpi e poi vedere chi l’avrebbe spuntata. I giocatori del City devono svegliarsi e rendersi conto della realtà. L’unico obbligo dell’Arsenal era quello di stringere i denti e rendere il secondo tempo più duro possibile agli avversari. Mentre il dibattito infuriava nelle ultime 24 ore, i tifosi dell’Arsenal vanno compresi: la loro squadra è stata accusata per anni di essere troppo debole in occasioni come queste. Ora vengono calunniati per essere troppo cattivi. Il belato dei giocatori del City è duro da digerire perché suggerisce come la squadra di Guardiola creda di essere una sorta di sommo sacerdote su tutto ciò che è giusto nello sport. Francamente  è un’idea ridicola. Accusare l’Arsenal di essere maestro delle arti oscure significa ignorare l’eccellenza del City in questo campo. Una delle caratteristiche distintive del suo successo sotto Guardiola è la capacità di commettere falli tattici. Rodri ha affermato di aver imparato quell’arte sotto la gestione di Guardiola. Non è una critica al City. Tutte le squadre di vertice lo fanno. È la natura del calcio d’élite nel gioco moderno. L’Arsenal era dall’altra parte della barricata quando perse una partita contro il West Ham che aveva solo il 26 percento di possesso palla. L’allenatore era David Moyes, che ha sempre visto bellezza in queste vivaci difese. Moyes, non dimentichiamolo, è stato l’allenatore di Arteta per sei anni all’Everton. Le lamentele dei giocatori del City significano una cosa sola: l’Arsenal sta davvero mettendo i bastoni tra le ruote ai suoi avversari

  EUROGOL

Ancelotti e i circuiti di mille valvole che ancora non si accendono

 

Il collezionista di coppe e di trofei sta diventando un discreto collezionista anche di obiezioni e rilievi. Il Real Madrid che compra tutto e tutti non gioca ancora all’altezza galattica della sua collezione di figurine. El Pais stamattina fa notare una prestazione al contrario rispetto alle ultime, nel senso che non ha dovuto giocare in rimonta, si è trovato avanti per 3-0, aveva tutto sotto controllo e quando la notte sembrava già morta, l’ha ravvivata con un vertiginoso calo di tensione. Il Real ha finito per non sapere cosa farsene della palla, l’Alavés non ha mai mollato la presa nonostante il punteggio, spingendo con il pareggio in vista. Una sciocchezza in cui tutto quello che il Real aveva costruito è quasi evaporato. La placidità – scrive David Alvarez – si è rivelata eccessiva. il finale ha lasciato uno strano sollievo al Bernabéu

  UNA QUESTIONE MBAPPE’, PARE

C’è ancora qualcosa che stride dentro la corazzata di Ancelotti, l’allenatore che dispone del maggior numero di candidati al Pallone d’oro. Manuel Jabois, firma delle pagine culturali di El Pais con una settimanale incursione nello sport, ha esaminato lunedì il caso Mbappé e ha scritto che si tratta al momento di uno di quei giocatori di cui si fidano di più i suoi avversari, più temuto dagli altri che amato dai suoi. La minoranza, scrive, diventerà sempre più piccola via via che Mbappé deciderà le partite, eppure merita una piccola analisi. 

È una minoranza – dice – che antepone principi morali molto rigidi alla passione per i propri colori. Io non appartengo a quella minoranza né la invidio, ma la rispetto profondamente, anche se credo che quando si prendono decisioni etiche o morali, nel calcio, come in guerra, corriamo il rischio di restare senza idoli. Per Mbappé, scrive in sostanza Jabois, non è una questione di numeri, per uno come lui non si tratta solo di contare quanti gol segna, ci si aspetta che incida sul gioco, sblocchi le partite, faccia giocate straordinarie per ispirare le reti, come in Anoeta dove si è sbarazzato di un avversario con la bicicletta e in due falcate si è presentato quasi davanti al portiere. È anche una giocata descrittiva del suo inizio di stagione: Mbappé tira tanto, e tira male, tira vagamente o tira al centro della porta, ma tira. È un attaccante con una straordinaria capacità di smarcarsi, un creatore di spazi dal fisico prodigioso. I miei amici tifosi del Real Madrid, che sospetto siano legati a tanti altri, insistono che è disconnesso, non ha mira, si sta salvando grazie ai rigori, non difende. Dubitare di Mbappé mi rende pigro: mi sembra terribile. Mbappé è un affascinante pulsante rosso che il Real Madrid vede lampeggiare per tutta la partita e che a volte ha voglia di premere. A volte Mbappé sembra ritirarsi dalle partite per liberarsi dello sguardo ossessivo della difesa avversaria; altre volte – soprattutto nelle prime partite – sembra semplicemente giocare per necessità, cosa che non ha ancora superato se si considerano i suoi tiri ansiosi. Il suo adattamento è diverso da quello di Bellingham e simile a quello di Zidane. Ma col tempo diventerà più soffocante per i rivali e la sua presenza in campo sarà più costante per il Real, soprattutto fuori area

Da Barcellona la razione quotidiana di faida si manifesta sotto la polemica de La Vanguardia: la VAR sarebbe dovuta intervenire per espellere Endrick, inoltre il Real Madrid ha già messo insieme 9 cartellini gialli per proteste contro gli arbitri e 3 sono di Vinicius; La squadra è recidiva, non sembra imparare né voler imparare. In effetti anche da Diario AS, anche da Madrid, fanno notare che un occhietto è rimasto chiuso. Alfredo Relano scrive che Endrick avrebbe meritato il rosso per una ginocchiata a Mouriño e Vinicius avrebbe meritato il secondo giallo per aver deriso il quarto uomo. È stato scioccante che Ancelotti abbia messo in campo tutto il meglio che aveva a disposizione, a cinque giorni dal derby, senza concessioni al turnover. E del resto abbiamo visto cos’è successo quando ha fatto i cambi

  VINICIUS, ASCOLTA: O SEI MANDELA O SEI JOKER

Iñako Díaz-Guerra è invece uno degli esponenti del madridismo critico su El Mundo, puntuto e agguerrito soprattutto con Ancelotti. Nel suo ultimo intervento si è dedicato proprio a Vinicius, domandandosi chi e cosa voglia diventare il brasiliano. Mbappé è il migliore al mondo – scrive – ma Vinicius, con Lamine che si avvicina a lui a tutta velocità, è il più destabilizzante perché, a differenza del francese, non ha bisogno dell’aiuto di nessuno per trasformare un dramma in una commedia. E viceversa. Da tempo ormai, dare un giudizio su Vinicius è diventata una decisione azzardata, la garanzia di urla e luoghi comuni, ma questa settimana, la prima dopo secoli in cui sembra non esserci brace attorno a lui, è opportuno riflettere su un calciatore in cerca di identità. Cos’è Vinicius? Ancora più importante: cosa vuole essere? C’è uno scenario in cui accetta di essere il nuovo Cristiano Ronaldo . Sto parlando del ruolo in questo circo e non del livello. Essendo una stella del Real Madrid, CR pensava che sarebbe diventato una divinità in casa sua e un supercriminale per il resto della Spagna. Lo ha accettato, gli è piaciuto, lo ha incoraggiato. Ha capito che l’odio non era altro che un timoroso rispetto per qualcuno che ti feriva ed era sempre a un passo dal colpirti di più. Quando guardava con disprezzo la tribuna avversaria, non lo faceva alla ricerca di un’ammirazione che sapeva impossibile, ma per un senso di sfida che quasi sempre avrebbe vinto. Lui lo sapeva, tu lo odiavi, lui rideva.

L’editorialista di El Mundo aggiunge che invece Vinicius è il calciatore che esce da qualsiasi stadio come se Pedro Sánchez si trasferisse nel quartiere di Salamanca e andasse a comprare il pane. Si volta e fa gesti, sorride e applaude alla folla inferocita, indica il suo scudo e torna a contrattare con chi ha già mercanteggiato. Va tutto bene, fa parte dello spettacolo. Né Cristiano prima, né Vinicius oggi, sono venuti al mondo per educare i nostri figli, sarebbe una buona idea smetterla di prendere di tirare in ballo un cliché bonario e cinico. Se Vini vuole essere il Joker del calcio della sua generazione, ce l’ha fatta ed è un bellissimo ruolo. Niente da eccepire. Il problema nasce perché, allo stesso tempo, si propone come il leader di una giusta e lodevole crociata contro il razzismo, ma che modifica la lente d’ingrandimento con cui viene osservato. Bisogna capirlo. Quando Vinicius afferma che la Spagna è razzista, non mente e merita sostegno tutte le volte che denuncia gli insulti che subisce. Continuare a spiegarlo è triste, ma è la verità: se per insultare qualcuno che non ti piace lo chiami fottuto nero e non – per esempio – idiota, in effetti sei un razzista. Questa è la realtà. Ma come per i politici o per la moglie di Cesare, la leadership sociale richiede esemplarità. Se vuole essere Mandela, Vinicius deve mandare in pensione il Joker. Deve decidere lui

  TITOLI

▥   Die Welt in Germania racconta di Nicolas Winter, arbitro di calcio che ha ricevuto un risarcimento di 1.500 euro da una spettatore per una doccia di birra. Il tipo in tribuna era arrabbiato alla fine del primo tempo della partita di Serie C tra FSV Zwickau e Rot-Weiss Essen. La sentenza è stata emessa al termine di una causa civile dal tribunale regionale di Zwickau, Winter aveva chiesto 25mila euro.

▥   El Pais parla di seconda occasione di Iñaki Peña al Barcellona: andrà in porta in assenza di Ter Stegen mentre si attende la decisione del club di ingaggiare un altro portiere [QUI] . Da Madrid ABC punge con Salvador Sostres: “La cosa coerente per lo sporco Laporta sarebbe ingaggiare Keylor Navas perché ha il Jorge Mendes come agente, così da sacrificare ogni idea sportiva per interessi che non hanno nulla a che fare con il calcio [QUI]

CALCIO ITALIANO

Fabregas aveva l’anestesia

Avvertito da certe parole di Guardiola ormai logore, masticate e rimasticate come un chewing-gum, Cesc Fabregas deve essere andato a sedersi sulla sedia del dentista Gasperini portandosi l’anestesia. Altrimenti non si spiega la lezione di calcio che l’Atalanta ha preso dal Como, da 21 anni via dalla Serie A. Pietro Serina sul Corriere di Bergamo parla di poche idee, e ben confuse, costano all’Atalanta una sberla memorabile quanto meritata e scrive di un risultato [3-2] che è l’esatta rappresentazione delle differenze viste in campo

Era un’occasione per portarsi a ridosso del Torino capolista, nel frattempo eliminato in Coppa Italia, nel mucchio delle cinque di testa raccolte nel giro di 2 punti. Serina scrive che mister Gasperini, che di solito le partite le vince, stavolta ha dato un serio contributo a perderla. Certo, una volta l’anno di solito succede, ma siamo solo al quinto turno e il mister s’è già giocato il suo personalissimo blackout stagionale

Le mura di Bergamo riferiscono che fra i due esiste qualche ruggine, Serina aggiunge che Gasperini stavolta ha scelto di non cambiare mai l’assetto della squadra nonostante il 4-4-2 del Como (4-2-3-1 in fase offensiva) lo mettesse in grande difficoltà. Lui non si è mosso dalla difesa a tre, di conseguenza non è riuscito a organizzare i suoi abituali uno contro uno in giro per il campo e il Como l’ha messo sotto 

  TITOLI

▥   Libero: Le balle su Motta. Dopo i tre 0-0 consecutivi in campionato sono iniziati i paragoni con la gestione Allegri. Ma il tecnico ha dato solidità in poco tempo e sa come schivare le trappole dei “nemici”  ➔   Fabrizio Biasin ha scritto: La corsa (già ampiamente iniziata!) a voler far passare Thiago Motta come un altro Pirlo, un nuovo pirla, un vecchio Allegri «ma peggio» o altro, andrebbe studiata. Anzi no, è chiarissima e ve la spieghiamo. Il nuovo tecnico della Juve è arrivato da una manciata di settimane e sta facendo cose più che buone. Il paragone con Max è certamente il più ricorrente …  il motivo è presto detto: far passare per fesso l’ultimo arrivato per dare sostanza al suo predecessore. Allegri nella sua seconda esperienza in terra sabauda ha portato i punti necessari a disputare la Champions oltre a un’ottima Coppa Italia e, infatti, non se n’è andato tra le pernacchie della gente, tutt’altro. E però che senso ha paragonarlo con l’ex allenatore del Bologna? Nessuno

RUOTE

Il senso delle doppiette di Grace Brown e Remco Evenepoel

  Non è una coincidenza che Grace Brown e Remco Evenepoel vincano le loro gare in modo simile. Attaccano, scappano, difendono il vantaggio, arrivano. C’è una quota di strategia e di abilità tattica, c’è una sfacciata propensione all’esercizio solitario, la capacità di tenere a bada un gruppo di inseguitori affamati è dovuta alla loro abilità nelle prove a cronometro. Lo scrive la rivista Rouleur a metà della settimana dedicata ai Mondiali di ciclismo su strada. 

Le cronometro individuali – si legge – sono considerate la gara della verità. È la prova di una persona che lotta contro il tempo e contro sé stessa, una battaglia mentale e fisica. Bisogna essere in grado di superare i limiti senza avere nessuno contro cui gareggiare. È potenza pura: il ciclismo nella sua forma più cruda e difficile. L’aerodinamica e le strategie giocano un ruolo, ma il vincitore di una cronometro individuale non può fare affidamento su tattiche o astuzia. Deve essere il più forte

Grace Brown e Remco Evenepoel lo sono da due mesi. Tutt’e due hanno vinto l’oro olimpico e adesso la maglia iridata mondiale, confermando la capacità di mantenere la forma e di restare concentrati anche dopo i successi di Parigi: una testimonianza di forza mentale.

I loro stili sono simili, le loro prospettive sono divergenti. L’australiana sta per lasciare, al termine di una stagione in cui ha vinto anche una Liegi battendo in volata Elisa Longo Borghini e Demi Vollering dopo 70 km in una fuga a sei. È la Grace d’oro, la Grace arcobaleno, la donna che si ritirerà al top della sua forma

Al contrario, il secondo titolo mondiale a cronometro di Evenepoel è un minaccioso avvertimento – scrive Rouleur – per il resto del gruppo. Evenepoel ha solo 24 anni e la sua carriera è ancora agli inizi. Sono passati meno di cinque anni da quando ha firmato il suo primo contratto da professionista e ha già vinto due volte i Mondiali cronometro, una volta la corsa su strada, due medaglie d’oro olimpiche e la Vuelta a España. Il suo d.s. Lefevere ha detto che nel 2025 potrebbe pure passargli per la testa di tentare la doppietta Giro-Tour. 

Lefe’, facciamo prima una cosa alla volta. 

  MAPPE  Nuovi spagnoletti in arrivo

La maglia iridata machile a cronometro Under-23 è andata invece allo spagnoletto Iván Romeo, un ragazzo di 21 anni compiuti ad agosto, a 25 di distanza da quando Iván Gutiérrez vinse a Treviso. Carlos Arribas su El Pais ha scritto che arriva nella scia della tradizione di altri maestri spagnoli delle cronometro, Miguel Indurain o Abraham Olano. È alto quasi 1,90, ed è il nuovo tipo di ciclismo in cui i più giovani stanno migliorando. Il trionfo di Romeo – parole di Arribas – è lo specchio del cambiamento del ciclismo spagnolo. Suo padre si è preso una settimana di ferie per stare con lui a Zurigo, aiutandolo in tutto, seguendolo negli allenamenti, nella ricognizione del percorso, e anche stando al suo fianco, dietro le telecamere quando sedeva sulla sedia dove i tre migliori in via provvisoria seguono lo svolgimento del resto della prova

  REWIND  |  CERTI ARCOBALENI ITALIANI

Francesco Moser 

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Il Moser che ieri ha battuto Thurau, suo valoroso compagno di avventura, sembrava perfettamente eguale al Moser che un anno fa, in circostanze che parevano identiche, si era schiantato alla ruota di Maertens al termine di una volata invincibile. In realtà una differenza c’era ed era una differenza fondamentale. Questa volta Moser aveva perfettamente indovinato la scelta, perché aveva avuto il merito e l’arroganza di imporla. […] Il campione ha fatto strada all’uomo, lo ha reso simpatico al mondo, lo ha fatto applaudire da tutti. Ogni analisi tecnica della sua giornata, cede spazio e sentimento a questa conclusione. Possiamo scrivere che ha vinto il più forte e che il più forte è uno dei nostri, un montanaro del Trentino al quale più nessuno conterà i giorni– di bruno raschi, la Gazzetta dello sport, 5 settembre 1977

 Un italiano in Venezuela

Un italiano, in un centro sperduto delle Ande, diventa campione del mondo dì ciclismo: è Francesco Moser, ex contadino di Palù di Giovo, un paesetto nel Trentino che conta 600 abitanti. Quando Moser lasciò la vanga e cominciò a pedalare, sua madre scosse la testa e disse: «Forse in famiglia abbiamo trovato un campione; sicuramente abbiamo perso due braccia buone per lavorare». Il campione adesso c’è davvero, Moser è l’erede di Gimondi, che in una magnifica giornata di sole, quattro anni fa a Barcellona, batté tutti, persino il grande Eddy Merckx. Moser trionfa a ottomila chilometri di distanza da casa sua, eppure non si sente tanto lontano da casa: perché qui è pieno di italiani, sono una forza viva di lavoro, e domani nelle fabbriche e nei bar potranno dire di aver vinto anche loro– di maurizio caravella, la Stampa,5 settembre 1977

 L’avversario di quel giorno

[SDietrich Thurau. La sua ferocia veniva mascherata dietro il nomignolo di Didi. Aveva vinto l’estate prima tre tappe al Tour, aveva tenuto la maglia gialla per 18 giorni e alla fine in classifica s’era piazzato quinto. Un tedesco. La Germania nel ciclismo non aveva il rispettabile peso di oggi. Nel giorno in cui a San Cristobal, Venezuela, 4 settembre 1977, Didi Thurau si trova a 3 km dal titolo mondiale, la sua nazione aveva avuto solo una volta un corridore fra i primi tre al Tour (Kurt Stoepel nel ’34), nessuno al Giro e un solo vincitore in 75 Parigi-Roubaix, il primo, Josef Fischer, noto soprattutto per le sue sfide contro i cavalli. I due campioni del mondo partoriti fin lì dalla Germania, Heinz Müller nel ’52 e Rudi Altig nel ’66, nella loro eccezionalità parevano finanche uno sproposito. Thurau non era il frutto di un movimento. Thurau era un regalo del cielo alla Germania. 

 Buttarla in politica

Comincio a temere che quelli della Repubblica federale tedesca se la prenderanno con noi, nella convinzione che noi ce l’abbiamo con loro. Temo che siano indotti a pensare che noi vogliamo vendicarci dell’umiliazione che ci hanno inflitto col caso Kappler. – di kim, l’Unità, 5 settembre 1977

    Una squadra tutta per lui

Bitossi ha corso per Moser ed anche per se stesso, nel finale ha cercato la medaglia di bronzo con tutte le forze che gli rimanevano, e non erano poche, nonostante i suoi trentasette anni; Gimondi ha corso con altruismo, e non è la prima volta; Saronni, che rappresenta il domani del nostro ciclismo, si è battuto col coraggio di un ventenne che non ha nulla da perdere e molto da guadagnare; poi, disciplinatamente, ha accettato il gioco di squadra, facendo il gregario, come tutti. Possibile che gli azzurri abbiano messo da parte rivalità, litigi, polemiche? – di maurizio caravella, la Stampa, 6 settembre 1977

 

|   Mi sarebbe piaciuto arrivare da solo | Francesco Moser

 

I commenti all’estero

▥   Il titolo è andato a uno stradista di classe, dotato di tenuta e di coraggio [l’Équipe, 5 settembre 1977]

▥   È finito il nostro dominio? È finita la supremazia del Belgio nello sport della bicicletta? [Le Soir, 5 settembre 1977]

 

La famiglia e il paese

Mamma Cecilia si era coricata tranquilla, dopo aver avuto, come ci ha confessato, dei segni premonitori che sarebbe stata la volta buona. Ma il dolce sonno della “Cila” — così la chiamano i compaesani — è durato, sì e no, un paio d’ore. All’annuncio della conquista del titolo di campione del mondo da parte del figlio Francesco, centinaia e centinaia di tifosi hanno assediato casa Moser, vincendo, per l’occasione, la proverbiale riservatezza e quella compostezza tutta montanara che all’estraneo possono apparire affettazione o addirittura superbia. Il singolare concerto è durato tutta la notte, mentre sulla piazza del paese cuoceva una gigantesca polenta, e mentre nelle fornitissime cantine di Palù il Nosiola e lo Schiava gentile scorrevano a fiumi. – da La Stampa, 6 settembre 1977

I gelati dello sponsor

La Sanson, industria produttrice di gelati, con un fatturato di venticinque miliardi all’anno, metterà sul mercato un nuovo gelato. Si chiamerà Moseriride, sarà un ghiacciolo che costerà cento lire, di quelli con lo stecchino, al gusto di menta, limone e arancia. L’involucro di carta cellofanata avrà l’immagine di Moser mondiale– di giuseppe romanelli, Corriere d’informazione, 6 settembre 1977

 

TENNIS

Ritirarsi dopo la Davis: gli indizi intorno a Rafa Nadal

  All’improvviso l’orizzonte di Rafa Nadal si rischiara, sembra tutto più facile da capire. Giocherà le finali di Coppa Davis con la Spagna, e quello – adesso si capisce – potrebbe essere l’ultimo passo. Lo scrive El Confidencial ricordando che ci sono indizi e tracce di un progetto del genere nella sua biografia del 2011. Rubén Rodríguez ha scritto che sono diversi i tornei che hanno segnato la carriera di Nadal, il Roland-Garros davanti a tutti, ma pure Roma, Monte-Carlo o Barcellona.

Eppure la Coppa Davis costituisce una porzione speciale di carriera. Per il miglior atleta della storia del nostro Paese, indossare la maglia spagnola è stato l’orgoglio più grande. El Confidencial recupera certe dichiarazioni pregne di hispanidad [«Sono spagnolo e sono felice di esserlo. Ho avuto la fortuna di nascere in un Paese dalle tante virtù che ha mi ha dato una bella vita»]  e ripesca un passaggio del libro scritto con John Carlin tredici anni fa, dove dice: Il momento clou del 2004 è stato rappresentare il mio Paese in Coppa Davis, l’equivalente tennistico dei Mondiali di calcio. Ho esordito contro la Repubblica Ceca all’età di diciassette anni e mi sono subito innamorato della competizione. Innanzitutto perché sono orgoglioso di essere spagnolo, può sembrare banale ma non lo è, in Spagna molte persone nutrono sentimenti ambigui nei confronti della propria identità nazionale e credono di dover essere fedeli, prima di tutto, alla loro regione di origine. Maiorca è la mia casa e sempre lo sarà. Dubito fortemente che l’abbandonerò, ma mio padre la pensa esattamente allo stesso modo e la prova è che siamo entrambi tifosi entusiasti del Real Madrid. L’altro motivo per cui amo la Coppa Davis è perché offre l’opportunità di recuperare quel sentimento di appartenenza a una squadra che ho perso, con non piccolo rammarico, quando a dodici anni ho lasciato il calcio per il tennis. Sono una persona socievole, ho bisogno di persone intorno a me ed è ironico che il destino mi abbia indotto ad abbracciare uno sport così solitario come professione

Tutti questi elementi, insieme a qualche altra indiscrezione che El Confidencial deve aver raccolto – in coerenza con il nome della testata – fanno scrivere che tutti gli elementi si sono disposti nella stessa direzione per convergere su Malaga. Prima che la Spagna si qualificasse per la fase finale, Nadal aveva già detto al cittì Ferrer quali fossero le sue intenzioni. Ha rinunciato alla Coppa Laver perché sa che la sua benzina è quella che è, giocare l’altro grande torneo a squadre avrebbe potuto incidere sulla sua condizione fisica e costringerlo a saltare la Davis. Per questo motivo ha insistito sul fatto che non si trattava di un problema fisico”. Ferrer ha scansato ogni commento: «È una cosa molto personale, ognuno si ritira come vuole. Non so dire quale sarebbe il ritiro perfetto per Nadal, ma finché Rafa è felice, a me va bene».



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