La lotta di classe dei calciatori non può esistere: perché i calciatori non sono una classe

Ce li vedete Rodri e Haaland con i cartelli in mano mentre sfilano per le vie del centro, un qualunque centro, per chiedere meno partite, meno calcio, loro che di partite e di calcio vivono? In effetti è una visione assai improbabile, e improbabile la trova Jonathan Liew, editorialista del Guardian che dice le cose con la forza sottovalutata dell’ironia e del sarcasmo. Ora, a parte l’evidenza dei fatti – il controllo da parte di Infantino e Ceferin di qualche leva che innesca una magia nera sui legamenti di chi minaccia lo stato delle cose – ora, a parte tutto questo, il Guardian giudica davvero strana la minaccia di uno sciopero annunciata da Rodri poco prima di sfasciarsi e dover stare fuori un anno. La minaccia di uno sciopero e uno sciopero effettivo, scrive Liew, sono fenomeni radicalmente diversi, intanto perché un’azione vera e propria si troverebbe quasi certamente a dover sfidare una temibile serie di azioni legali da parte di organizzazioni, sponsor, televisioni. Ma soprattutto, analizza l’editorialista del Guardian, “perché uno sciopero richiede tre condizioni di base: i mezzi con cui organizzarsi e unirsi; una causa comune di massa; e un senso di urgenza o disperazione. In questa scheda di valutazione, i calciatori della Champions League che chiedono meno calcio sono – secondo la stima più generosa – a 0,5 punti su tre”. 

In effetti, aggiunge Liew, esiste un quarto parametro: l’esistenza di una storia o di una cultura di azione collettiva. Ma nella storia del calcio quando i giocatori hanno minacciato uno sciopero, non c’è stato affatto uno sciopero. Il nocciolo della storia, si legge sul Guardian, è che stiamo parlando di una categoria difficile da far diventare categoria. Prendiamo la congestione delle partite, un problema reale. Escludendo gli allenamenti e i viaggi, l’anno scorso Julián Álvarez ha giocato 75 volte per il suo club e per la nazionale, Phil Foden è arrivato a 72. Rodri a 63. Ma si tratta di un problema per i giocatori che fanno parte dell’élite, quelli che hanno contratti solidi, lunghi, sicuri, con gli stipendi più alti, negoziati dai migliori agenti del mondo. Uno studio recente dell’International Centre for Sports Studies ha scoperto che però solo lo 0,31% dei giocatori ha giocato più di 60 partite a stagione, e meno del 10% arriva oltre le 40. Come la mettiamo? Scrive Liew: “A meno che i giocatori migliori non stiano pianificando di orchestrare il loro sciopero tramite un gruppo WhatsApp, l’unico vero strumento per un’azione collettiva sarebbe un sindacato: la Professional Footballers Association in Inghilterra e Galles, la Fifpro a livello globale. E per definizione, un sindacato coinvolge tutti”.

Ecco dove spunta l‘inghippo, secondo il Guardian. “La solidarietà tra lavoratori è per definizione un rifiuto del libero mercato senza vincoli. Eppure gli stessi giocatori che parlano di sciopero hanno ottenuto risultati straordinari proprio dal libero mercato senza vincoli. Più in basso si scende nella piramide, più ci sono migliaia di giocatori che dipendono dai bonus presenze per integrare i loro modesti stipendi, senza alcun interesse a obiettare qualcosa contro il volume di calcio giocato. Come si fa a conciliare questi interessi così distanti, queste esperienze di vita così disparate?”. 

Come succede nel finale di Dicitincello vuje, Liew dice che bisogna gettare la maschera e dire la verità [QUI nella versione di Mina]. “Quando giocatori e allenatori di club d’élite parlano di congestione di partite, c’è un sottotesto non detto. Non intendono tagliare la Champions League o la Premier League, o la vertiginosa giostra dei tour pre-stagionali. Quel che intendono veramente tagliare sono le ripetizioni della Coppa d’Inghilterra, la Coppa di Lega, le amichevoli internazionali. In altre parole vogliono tagliare le porzioni di calcio che redistribuiscono il calendario, le parti che finanziano i club delle leghe inferiori e il calcio di base. A lungo termine si tratta della soluzione più probabile: un accordo sui carichi di lavoro e sui periodi di riposo obbligatori che miracolosamente consentirà alle competizioni più ricche di prosperare senza controllo. Ma proviamo a sognare un po’ più in grande. Spesso si sente ripetere che i giocatori di punta sarebbero disposti ad accettare un taglio dello stipendio, come se questa fosse l’unica fonte di denaro disponibile per loro nel calcio. Cosa succederebbe invece se i calciatori smettessero di contrattare su cose come i calendari delle partite e le finestre di riposo? Cosa succederebbe se usassero il loro potere collettivo per sfidare i pilastri finanziari su cui si fonda lo sport, per sfidare i proprietari che gestiscono i club come veicoli di investimento e ne drenano i profitti?”. 

Quando Jonathan Liew fa Jonathan Liew, uno vorrebbe prendere un aereo, volare in Inghilterra e dargli un bacio sulla fronte [QUI Je te vurrìa vasà, sempre Mina]. “Un nuovo accordo finanziario per il gioco del calcio, guidato dal potere delle star e sostenuto dai grandi numeri della base – si legge sul Guardian – potrebbe essere trasformare il sistema. Potrebbe far crescere gli stipendi in generale, consentire al centrocampista della serie D di assumere un nutrizionista personale, consentire all’ala del campionato femminile di comprarsi una casa. Potrebbe fare pressioni sulle istituzioni e avrebbe alla fine l’influenza per dettare il calendario, non semplicemente lamentarsene. È la visione di uno sport con gli stessi soldi in gioco, ma più equamente distribuiti. Ma qui ci si imbatte in un altro problema. Se sei l’agente di un calciatore d’élite, forse di decine di calciatori d’élite, quelli che scroccano la crema per la propria avidità, qual è il consiglio che dai in questo caso? Dove risiedono i tuoi interessi?”.

Non c’è una via d’uscita, non esiste una categoria calciatori, non esiste lo spazio politico per uno sciopero: questa è la conclusione del Guardian. “Per decenni, e praticamente dall’alto in basso, il calcio è stato uno sport basato sull’interesse personale, il tribalismo, la competizione interna, l’acquisizione personale. La disuguaglianza salariale è salita alle stelle. Non è un bug del sistema. Questo è il sistema. Una visione del capitalismo in cui la distribuzione ineguale del bottino è il punto centrale. Ci sono tante cose che si potrebbero ottenere se i calciatori fossero preparati ad agire di concerto. La Nazionale maschile della Danimarca ha rifiutato un aumento di stipendio in modo che la Nazionale femminile potesse essere ricompensata equamente. L’azione collettiva delle giocatrici internazionali ha sbloccato milioni di bonus dalla Fifa, sebbene non ancora un impegno a pareggiare i premi della Coppa del Mondo entro il 2026-27. Ma questo richiederebbe ai giocatori dell’élite di riconoscere che la loro lotta è anche la lotta degli altri, riconoscere che la megastar da 300.000 sterline a settimana e il terzino sinistro da 300 sterline a settimana che si cambia in uno spogliatoio non riscaldato sono in realtà intrappolati nello stesso sistema di sfruttamento e di privazione dei diritti. Che la solidarietà tra giocatori può essere più di una fantasticheria surreale. Potremmo arrivarci prima o poi. Ma con le tendenze attuali, ci vorrà molto più di un po’”. 

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