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MERCOLEDÌ 18 SETTEMBRE 2024
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«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
EUROGOL
La Champions XXL ha fatto esonerare De Rossi
La prima serata della nuova Champions è finita come in genere finivano quelle antiche. Le squadre più forti hanno vinto. Succede. Il calcio lo fa. Nessun pareggio, nessuna partita sotto i due gol di scarto, un 9-2 che non è stato proprio un indizio di un nuovo equilibrio e di competitività. Ma non è questo l’obiettivo del torneo e in fondo è presto per trarre conclusioni, prestissimo, la batteria si è scaricata appena del 3 percento, 6 partite sulle 189 che rimangono prima di assegnare la Coppa.
Cosa è presto e cosa no nel calcio: che grande mistero. La prima giornata di Champions si espande per una volta fino al giovedì, Europa League e Conference inizieranno più in là. Così, senza vigilie europee da gestire, la Roma poco fa ha potuto annunciare l’esonero di Daniele De Rossi. La presenza dei Friedkin in città ieri aveva innescato una serie di indiscrezioni, alle quali Trigoria aveva risposto con una smentita alle agenzie, evidentemente di circostanza. Ci sarà tempo in giornata per capire come mai il futuro di Capitan Futuro sia finito qui, a meno che non vogliamo stabilire che i risultati di quattro partite di campionato possano definire il licenziamento di un allenatore. No, perché altrimenti vale tutto, anzi: è finito tutto.
I rumori della Champions
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Questo Thiago Motta non è più così male come tre giorni fa
Il calcio è quel posto buffo dove un allenatore che non ha ancora perso una partita ufficiale e che ne ha vinte tre su cinque, viene atteso al varco del primo 0-0 per rimproverargli la colpa di avere alcuni princìpi di gioco assai diversi da quelli del suo predecessore. Sono princìpi che in buona sostanza hanno portato in Coppa dei Campioni dopo sessant’anni il Bologna. Le idee del predecessore si risolvevano sostanzialmente in una: non prendere gol. Neanche Thiago Motta ne ha presi mai in campionato, e il primo della stagione l’ha subito ieri alla quinta partita quando già vinceva per 3-0, esordio in Champions League contro la capolista a punteggio pieno del campionato olandese. Ma dentro il processo di costruzione di una squadra, “all’alba di un ciclo, ancora alla ricerca di ottimizzazioni ed equilibri” [Antonio Barillà, La Stampa], un paio di uscite imperfette con la Roma e con l’Empoli sono state l’occasione giusta per un agguato ideologico.
Il calcio è quel posto buffo dove si sono creati due fronti e dove ciascuno commenta con la lente delle proprie convinzioni, tifoso solo di quelle, tifoso dell’idea di mostrarsi più competente di altri, meglio se in solitudine contro il resto del mondo. I fatti allora non contano più. I fatti servono solo a essere piegati a piacimento per le nostre più esibite certezze. Perfino quando ci smentiscono, riusciamo a trovare un modo per sentirci dalla parte della ragione, preferibilmente vestiti da fieri difensori della parte del torto. Va così. È la dura legge dei follower, e non puoi farci niente.
Eppure sarebbe semplice, basterebbe riconoscere che può esserci bellezza in ogni maniera di giocare a calcio, anziché costringersi a mangiarne solo mezza porzione. Può esserci bellezza in una grande partita di strategia difensiva, di parate del tuo portiere, di rimessa e contropiede quando sei inferiore all’avversario, quando sei stato messo sotto; oppure può esserci bellezza in una scintillante partita di dominio del campo, di architetture sublimi se tira l’aria giusta per imporsi a quel modo. Il problema, casomai – ecco quando ci si espone alle critiche – è avere giocatori migliori e scegliere di stare al mondo come chi ne è privo.
Emanuele Gamba su Repubblica ricorda che alla Juventus ci sono state “troppe vecchie tristi partite di Champions (spesso tristi persino quelle vinte)” e che stavolta Yildiz ha finalmente soffiato via la polvere: “Yildiz sembra Del Piero, ne è una sorta di discendente visto che da ieri è suo il gol europeo più giovane della storia della Juventus (fino all’altro ieri era proprio di Ale), festeggiato con la lingua di fuori, il 10 sulla schiena e la magia di quel tiro che carezza il palo, struscia la rete, mette allegria. Soprattutto, la Juve di Yildiz certe volte sembra la Juve di Del Piero, quella che in qualche momento del passato in coppa aveva fatto scuola”.
È una sovrapposizione che a Giulia Zonca su La Stampa suggerisce un’immagine. “Pare davvero un film, messo insieme con sequenze a incastro che mischiano il tempo, come nelle regie di Christopher Nolan, come nei suoi thriller o nella biografia di Oppenheimer, come nei sogni”.
Massimiliano Nerozzi ha scritto sul Corriere della sera che è stata “una serata da Thiago «Merlino», che ha manipolato l’assetto — rispolverando il 4-1-4-1 — e pescato dal garage dell’usato l’americano, invece di Thuram o Douglas Luiz, la Rolls ancora parcheggiata in panchina. la Juve ha tempo e talento per crescere e costruire, migliorare insomma: con 25 anni e 149 giorni, ieri sera Thiago Motta ha assemblato la formazione bianconera titolare più giovane, in un duello di Champions. È un numero, ma non un dettaglio”. In effetti Thiago Motta vive come la gioventù quel che Allegri subiva come una costrizione. Non lui direttamente, ma certe analisi che davano corpo e voce al suo flusso di coscienza.
La tesi di Fabio Licari sulla Gazzetta, il suo “bellissimo sospetto” è che “la Champions, almeno sotto la cifra di Real, City e compagnia top, possa essere più compiacente: perché si corre, si attacca, ci si sbilancia, e in questo scenario tattico la Juve va a meraviglia. Messaggio per chi volesse ingabbiarla: va soffocata”. Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio considera: “Ora, le cose sono due: o questo allenatore ha una fortuna che rispetto a lui Gastone, il cugino di Paperino, è un dilettante, oppure è un allenatore che ci vede e ci vede bene. In tutta franchezza propendiamo per questa seconda ipotesi. Thiago Motta ne pensa una dietro l’altra, non dà mai una certezza ai suoi e tanto meno agli avversari. Non bada al valore economico, all’età, alla fama, Douglas Luiz è costato 51 milioni e mezzo di euro, McKennie praticamente è gratis (ingaggio a parte), ma siccome la prima necessità (dopo il grigiore di Empoli) è quella di riempire l’area avversaria con più uomini, gioca il texano e in panchina va il brasiliano”
Il pensiero di Unai Emery
Unai Emery ha dedicato la vittoria in Svizzera a Gary Shaw, morto lunedì all’età di 63 anni. Era stato uno die protagonisti della Coppa dei Campioni vinta nel 1982 in finale contro il Bayern Monaco, con il suo caschetto biondo una delle figure più leggendarie nell’immaginario collettivo dei lettori sedicenni del Guerin Sportivo d’allora [o forse era un immaginario individuale, chi lo sa]. Un infortunio al ginocchio gli ha rimpicciolito la carriera. Non è mai stato in Nazionale, se ne andò a giocare in Danimarca e in Austria. Dopo aver smesso, ha fatto l’analista-statistico. Negli ultimi anni lavorava per Opta [letta sul Guardian].
Fonseca tra poco raggiunge De Rossi
A Milano si vanno cucinando Paulo Fonseca a fuoco lento. L’acqua nel pentolone era pronta fin dal suo arrivo. I pregiudizi sono stati messi a bollire con largo anticipo, prima ancora di veder battuta la prima palla al centro, come con Rangnick, come con Lopetegui. Con il suo pre-campionato [vittorie su Manchester City e Real Madrid, pareggio con il Barcellona], in condizioni normali si campicchia su una discreta apertura di credito almeno fino al 30 settembre. Non Fonseca, bersaglio di un accanimento fuori scala che lo ha reso vulnerabile già nella prima decina del mese. Eppure, se i problemi del Milan hanno una natura simile a quelli dell’anno scorso, esisterà qualche carenza strutturale.
Anche insistere nelle critiche sul gioco che passerebbe da Maignan è un indizio del tenore e dello spessore ideologico dei rilievi. Il portiere ha toccato più palloni di Morata, certo, ma non è il segno specifico di nulla. Anche Courtois nel Real Madrid ha toccato più palloni di Mbappé, 52 contro 31, eppure è il portiere della squadra di Ancelotti, uno degli allenatori che più spesso affiora come modello sulla bocca di chi avversa lo spirito del tempo. Courtois è stato anzi il terzo giocatore con più tocchi del Real, Maignan almeno il settimo nel Milan con un paio di centrocampisti [Fofana e Pulisic] più coinvolti di lui. Nel Real, più di Courtois, sono stati coinvolti solo Carvajal e Rüdiger, i due difensori centrali, orrore. Nelle pagelle del Corriere della sera, Carlos Passerini ha dato a Fonseca il voto più basso eccetto che a Calabria [4.5]. È stato peggiore di : “Se era un controesame, e lo era, il Milan l’ha fallito in pieno. Manca tutto: gioco, equilibrio, carattere. La luce è lontana. E domenica c’è un derby da brividi”.
Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta dello sport punge Ibrahimovic, ieri in tv a Sky nella sua versione più testosteronica: “Anziché parlare di sé come di un boss che comanda e al quale tutti devono essere devoti, farebbe meglio a spiegare perché il Milan non ha provveduto a ingaggiare un portiere di riserva d’esperienza e livello, visto che Sportiello si è fatto male prima della chiusura del mercato. Credito esaurito, per tutti”. Giusto. Ma se Lorenzo Torriani, anni 19, viene lanciato in prima squadra dall’Athletic Bilbao, gli spagnoli son bravi invece noi.
The Athletic [non Bilbao] racconta invece cosa c’è dietro i due gol simili segnati dal Liverpool a San Siro e lo fa enfatizzando la figura di Aaron Briggs, aggiunto allo staff tecnico di Arne Slot all’inizio di luglio. Con i tre analisti della squadra [Dan Spearritt, Joel Bonner e Jansen Moreno], con l’analista delle squadre avversarie [James French] pare che avessero individuato una debolezza in Mike Maignan, “lento a uscire dalla sua linea sui calci piazzati. Il piano era sfruttare quella vulnerabilità mettendo palloni nell’area di rigore per attaccare i difensori fermi. Perfezionare le routine dei calci piazzati è una specialità di Briggs, la cui aggiunta si sta dimostrando una scelta astuta”. Pedro Marques, che è il nuovo direttore dello sviluppo calcistico del Fenway Sports Group da questa estate, in sostanza l’anello di collegamento tra le giovanili e la prima squadra, lo ha voluto fortemente nel gruppo di lavoro. Briggs è stato al Monaco e al Wolfsburg. Konate non segnava dalla vittoria in semifinale di FA Cup contro il Manchester City a Wembley nell’aprile 2022, Van Dijk da febbraio.
Jonathan Liew sul Guardian scrive che di Arne Slot possiamo dire qualunque cosa, ma almeno conosce la storia. In quello stadio di San Siro reso così glorioso dagli olandesi degli Anni Ottanta, ha scatenato i suoi. “Le prestazioni più degne di nota sono state quelle di Cody Gakpo sull’ala sinistra e Ryan Gravenberch a centrocampo. Gakpo è stato una minaccia totale: imprevedibile nei suoi movimenti, inarrestabile sulla palla, ha tagliato a fette il Milan con le sue corse in attacco. Gravenberch è stato il nucleo della rimonta: raccogliendo la palla in profondità, recuperandola alto, giocando un paio di deliziosi passaggi per spostare l’inerzia. Forse non è una coincidenza che entrambi siano stati acquisti tardivi nell’era di Klopp, fino a oggi schiacciati in ruoli già ampiamente coperti dai loro predecessori” ma liberati da quel giogo con l’arrivo di Slot. Con Slot, scrive Liew, “il Liverpool è felice di avere la palla ed è felice di non averla”.
Il Real Madrid se la cavicchia sempre in qualche modo
Santiago Segurola su As ieri parlava di uno sconcertante Real Madrid che si prepara a entrare nella nuova versione della Champions League fra le lamentele di Rodrygo, una versione terrena di Vinicius e tanta nostalgia per Kroos, insomma con più ostacoli del previsto. Ne ha trovati anche ieri contro lo Stoccarda. Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta ha scritto: “Le manone di Courtois, il testone di Rudiger, la storia di Endrick. E il gioco dello Stoccarda, che tornava in Champions dopo 14 anni e a lungo ha intimorito il Bernabeu con le sue armi: sfacciataggine, qualità e velocità. E se ne va con una sconfitta prevedibile ma immeritata: il Real Madrid inizia la difesa del titolo e la caccia alla sedicesima Champions League vincendo 3-1 ma il migliore dei blancos è quello con la maglia azzurra, Thibaut Courtois, autore di 5 belle parate contro una squadra che ha confezionato addirittura 16 tiri, 8 nello specchio compreso uno sulla traversa. Tanto lavoro per Ancelotti, che ha confabulato a lungo con suo figlio Davide, è parso evidentemente nervoso (ammonito come 4 dei suoi uomini) e a lungo insoddisfatto”.
Alfredo Relano elogia su AS quell’Endrick “entrato molto tardi. È straordinario questo ragazzo. Ha la furia di un torero e un cannone nella gamba sinistra. Ancelotti ce lo sta porgendo poco a poco, ma sembra che non ci sia nessuno a fermarlo”
I nove gol del Bayern
È la prima squadra nella storia della Champions League a segnare così tanto, l’ultima squadra a riuscirci in una partita di Coppa dei Campioni era stato il Real Madrid nell’ottobre 1990 [9-1 contro l’FC Wacker Innsbruck]. Harry Kane è diventato il primo giocatore a segnare una tripletta su rigore in una partita questo torneo e il primo inglese a farne quattro dai tempi di Alan Smith per l’Arsenal contro l’Austria Wien nel 1991. La Dinamo Zagabria ha perso la 18esima trasferta europea delle ultime 19. Thomas Müller è entrato in campo dalla panchina per la sua 152esima presenza in Champions con la maglia del Bayern, il maggior numero di partite mai disputate da un giocatore per un singolo club nella storia della competizione, superando le 151 di Xavi con la maglia del Barcellona.
Le partite di stasera
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A proposito di ideologia. Leonardo Micheli spiega benissimo su Rivista Undici che la costruzione dal basso altro non è che un’alternativa al dribbling. È la supplenza all’uno contro uno. La prosecuzione dell’antica ricerca della superiorità numerica e dello spazio dietro la linea della difesa con altri mezzi. Quando pensa all’Inter di Inzaghi, Micheli scrive su Undici che negli ultimi anni la costruzione bassa è diventata “qualcosa di più profondo di una semplice strategia tattica, di uno strumento per squarciare le linee avversarie”, Inzaghi l’ha fatta diventare “il proprio laboratorio, un luogo dove regnano complesse formule matematiche da cui traggono origine nuove invenzioni”. Succede perché da quando è a Milano Inzaghi ha dovuto fare a meno dei dribblatori, gli ultimi sono stati Perisic e Banega. L’Inter è la squadra di Serie A che ha tentato meno dribbling nelle ultime tre stagioni “E allora l’imprevedibilità dell’Inter – si legge su Undici – ha un’altra natura, nasce in una fase di costruzione sofisticata, da un intricato sistema di movimenti coordinati che trascina gli avversari in uno stato di smarrimento”.
Aspettando il Manchester City, Paolo Tomaselli dice sul Corriere della sera che “non possono bastare un paio di trasferte poco convincenti per togliere il credito a una squadra che in 17 mesi ha regalato vittorie e grande gioco al suo popolo. E Istanbul resta un riferimento anche per chi non c’era, come Sommer, che l’anno scorso è stato il portiere di Champions con la maggior percentuale di parate (86%) e stasera dovrà fermare Erling Haaland, 9 gol in 4 partite stagionali e soprattutto 99 in 103 gare col City, a una sola tacca dal record”. Tomaselli considera che sabato contro il Brentford, Guardiola ha dimostrato di non avere una squadra “in condizione ottimale e omogenea, con i reduci dalla finale dell’Europeo (Rodri, Foden, Walker e Stones) ancora lontani dalla forma migliore”.
C’è però un Haaland a un passo dal centesimo gol in maglia azzurra, e “gliene manca una per diventare il più giovane della storia a raggiungere quota cento in un club, cancellando Cristiano Ronaldo” fa notare Luigi Garlando sulla Gazzetta. “Ma contro il City, capolista di Premier a punteggio pieno, che ha vinto 11 delle ultime 12 partite casalinghe nei gironi di Champions (un pari), l’Inter non parte certo battuta. Lo stesso Pep si aspetta una partita combattuta ed equilibrata”
Rieccola allora Bologna vicina all’Europa, Bologna che ride e si diverte, ma sempre con quel suo filo di disincanto e di distacco, autoironia, stupore mascherato da cinismo. Stefano Semeraro su la Stampa racconta che “da mesi ogni negozio che si rispetti, in centro e fuori le mura, esibisce in vetrina bandiere e maglie firmate, foto d’epoca con formazioni mitiche e sbiadite, un calzino farlocco di Bulgarelli, una canottiera di Savoldi. I bolognesi più arcaici, con il ciglio umido, balbettano ricordando la monetina che li eliminò nel ’64 al primo turno di Coppa, nella “bella” con l’Anderlecht. I più moderni, alle prese con i mille cantieri che sventrano la città, in campionato stanno vivendo la marea calante del post-Thiago Motta e si dividono in due tribù”. Ci sono quelli che vogliono godersi questo momento “ma, un filo delusi dal calendario interno che come piatto forte offre il rispettabile ma non imprescindibile Borussia Dortmund, hanno già affittato per due mesi un bilocale a Lisbona o progettano improbabili trasferte multiscalo Bologna-Monaco-Rejikiavik-Dublino-Londra con il rischio di trovarsi senza biglietto a guardare i Reds in un pub ostile fuori Anfield” e gli altri “insoddisfatti cronici da bar”.
Matteo Pinci su Repubblica ha intervistato il numero 10 dello Shakhtar, Georgiy Sudakov. Una sua foto ha fatto il giro del mondo. Era nascosto in un bunker mentre abbracciava la moglie incinta durante i bombardamenti a Kiev. «Ci siamo nascosti dai missili russi in un rifugio antiaereo con lei e i suoi genitori. Ma ero molto preoccupato per mio fratello minore, che era solo alla Metalist Academy di Kharkiv, e per i miei genitori, soli nel Cherkasy. Emozioni impossibili da esprimere. I giorni più terrificanti della mia vita. Se nel 2014 la Russia mi ha rubato le emozioni dell’infanzia, nel 2022 mi ha portato via il sogno del calcio. Pensavo che non sarei più stato in grado di giocare, che sarei diventato un camionista o avrei lavorato in un autolavaggio. Invece, dopo un po’, siamo andati a giocare le prime partite di beneficenza. Ero felice di poter fare semplicemente ancora ciò che amo davvero».
Cosa sarà del PSG senza Kylian Mbappé? È la domanda che si pone The Athletic con Peter Rutzler: “Nel giro di due stagioni, la composizione della squadra è cambiata radicalmente. Grandi nomi se ne sono andati e sono arrivati 20 nuovi giocatori. Oltre a un aspetto più giovanile, il reclutamento del PSG si è concentrato su giocatori in grado di occupare più di una posizione. È un obiettivo dichiarato da Luis Enrique, che cerca di far evolvere la sua squadra tatticamente migliorando le rotazioni nelle posizioni centrali per il dominio del possesso palla”.
El Pais racconta che mille persone sono partite dalla Catalogna in direzione Parigi per il debutto del Girona in Champions. “Coesione. Connessione. Costruzione. Un sistema nervoso che si innerva da tutto il campo, senza pietà per l’avversario. Questo era il Girona un anno fa, un modello che Míchel confidava di riproporre. In realtà, il club non ha potuto trattenere più di una decina di giocatori, in un mercato complicato e largo, secondo le parole di Quique Cárcel”.
CALCIO ITALIANO
Il primato di monsieur Thauvin
Chi è questo allenatore seduto sulla panchina dell’Udinese di nuovo in testa al campionato dopo tredici anni. Si chiama Kosta Runjaic e un ritratto lo ha disegnato stamattina Antonio Barillà su la Stampa. Attacca così:
“Che Kosta Runjaic fosse un allenatore capace di stupire, il popolo dell’Udinese l’ha compreso già in ritiro, mentre l’incredulità per l’investitura dei Pozzo sfumava nella curiosità della scoperta. A Bad Kleinkirchheim, in Carinzia, spuntarono i palloni giganti per cementare il gruppo e le partite di beach volley per abituare all’imprevedibilità del rimbalzo, i video motivazionali e le scritte sulla lavagna: non solo appunti tattici, ma anche riflessioni e aforismi. Oggi stupiti siamo tutti, osservando i friulani solitari in cima alla classifica, tranne forse lui, classe 1971 tedesco nato a Vienna e d’origini slave – i primi anni ha vissuto con la nonna vicino Belgrado -, che al primato non osava pensare ma si fidava ciecamente di se stesso e della squadra: «Quando il presidente Kennedy – ricordò presentandosi – disse nel 1958 che in dieci anni l’uomo sarebbe sbarcato sulla Luna, nessuno gli credette. Nella vita possiamo sognare in grande»”.
TENNIS
La crepa di Vavassori
La prima immagine rivelatrice di Jannik Sinner e della costruzione del suo tennis resterà per sempre quella descritta cinque anni fa da Gaia Piccardi sul Corriere della sera. “On. Off. On. Off”: così cominciava cinque anni fa il pezzo che raccontava di un ragazzino addestrato a spegnere e accendere l’interruttore della luce colpendolo con una pallina da tennis. Stamattina arriva invece l’immagine dell’infanzia di Andrea Vavassori, doppista da Davis con Bolelli, dopo il titolo in Slam a NY nel doppio misto con Sara Errani. Si racconta ad Alessandro Nizegorodcew in una intervista per il Corriere dello sport-stadio. Inizia così: «Sono cresciuto su un campo in asfalto costruito da mio nonno, che osservava ogni mio allenamento. Su quel campo, che negli anni abbiamo trasformato in erba sintetica, vi era una crepa. Mio papà mi seguiva soprattutto durante i weekend e ricordo che, avrò avuto 5 anni, gli chiedevo a che punto fossi di quella crepa. Ero impaziente, guardavo al futuro e sognavo già di diventare un tennista professionista. Di strada ne abbiam fatta, io e papà. Condividere con lui l’esperienza in Nazionale è stato speciale».
TITOLI
▥ L’Équipe: “Assente dai campi, Nick Kyrgios trionfa al microfono: «Sarò sempre un opinionista schietto». Nick Kyrgios non gareggia da più di un anno. Ma tra le sue uscite su X, il suo ruolo di consulente-intervistatore durante gli US Open e i suoi tornei di esibizione, raramente è stato così sotto i riflettori. [QUI]
«Luca, mai come quest’anno ci siamo dati battaglia. Ogni gara, un testa a testa. Ne avevamo ancora due davanti a noi, ma per me il campionato finisce qui. Non ha senso continuare senza di te, senza la tua grinta e il tuo talento. Questo titolo è tuo, te lo sei guadagnato con merito. Avrei voluto festeggiarti in modo diverso, stringerti la mano e dirti di persona che sei stato il migliore. Questo campionato è tuo e lo sarà per sempre. Grazie per ogni momento vissuto insieme. Ti voglio bene».
Così ha scritto Filippo Rovelli. Non correrà dopo la morte dell’avversario Luca Salvadori per non sorpassarlo in classifica
Massimo Gramellini sul Corriere della sera: “Ci sono gesti che parlano da soli, commentarli significherebbe sciuparli. Si rivolgono a qualcosa che sta rintanato dentro di noi, nel profondo, qualcosa di immateriale e di immortale”.
Di Luca Salvadori ha scritto così Guido Meda sul sito di Sky Sport: “Non aveva né durezze né morbidezze comunicative. Aveva le sue idee e non ci rinunciava, anche quando agire comportava delle complicazioni per la sua vita felice. Il suo linguaggio fresco, la sua follia in certi casi smodata e il suo parlare dritto al bersaglio piacevano ai giovani. Aveva intuito e talenti, sviluppatissimi, per la guida, per la creazioni dei contenuti video, per l’umanitá. Era elegante e perbene, consapevole di esserlo, tanto da lasciarsi soprannominare “like a Sir”. Sì, ma un Sir che a un certo punto fa da solo, imboccando la strada della creazione di contenuti per Youtube in un crescendo di follia, ironia, buonsenso, tenerezza, durezza, autorevolezza”.
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