Non lo hanno mandato via alla fine del campionato. Non lo hanno mandato via durante la sosta per le Nazionali. Lo hanno mandato via dopo il miglior primo tempo giocato dalla Roma e il peggior secondo tempo, con un gol preso al 96esimo usato come detonatore. Ma la Roma ha mandato via Daniele De Rossi lasciandoci con la sensazione che non ci fosse alcun bisogno di farlo, neppure «nell’interesse della squadra per riprendere il percorso auspicato» come dice la nota.
Tra i commenti e le ricostruzioni che girano oggi, ne scegliamo tre. La prima è sul Corriere della sera, a cura di Luca Valdiserri: “Molti tifosi della Roma si lamentano perché i Friedkin non parlano mai. In compenso usano il bisturi come fossero chirurghi. Nessuno può credere che passare in otto mesi da José Mourinho a Ivan Juric sia un upgrade. Al di là dei risultati — una sola vittoria nelle ultime 11 partite — De Rossi paga però tre cose: la perdita di feeling con la Ceo Lina Souloukou; il caso-Dybala che ha sconvolto il mercato e lo ha costretto a cambiare l’idea di giocare con il 4-3-3; il modus operandi dei Friedkin, che si fidano ciecamente dei report fatti dai dirigenti che hanno messo a capo del club. Non ci sono stati litigi splatter, ma le incomprensioni si sono sedimentate. De Rossi lascia da signore, come aveva fatto a Marassi, dove non si era lamentato di un rigore clamoroso non fischiato ai danni di Dybala. Con questa mossa fragorosa, i Friedkin tagliano una volta per tutte il cordone ombelicale tra i tifosi della Roma e la storia della loro squadra. Il licenziamento di De Rossi (616 partite e 63 gol in maglia giallorossa) è il fallimento di un progetto solo presunto che coinvolgeva Capitan Futuro. Adesso fanno ancora più rumore le parole di Francesco Totti, pochi giorni fa, che parlavano dell’amico De Rossi come «parafulmine» per l’esonero di Mourinho. La parola passa al campo, non ai sentimenti”.
La seconda viene da Ultimo Uomo, dove Lorenzo Baldini ha scritto una lunghissima analisi per un esonero che giudica una mossa incomprensibile, “un colpo al cuore” per tanti tifosi “vedere una leggenda del club masticata e risputata senza premura”. Tuttavia evidenza che “De Rossi in questi mesi è stato amato con qualche ambiguità, strana per un tifoso della Roma. Sono state apprezzate le sue doti comunicative, le sue conferenze brutalmente oneste, la vittoria nel derby, la sua corsa sotto la curva. Il suo equilibrio, la sua professionalità, nonostante tutto. Però per molti c’era sempre la sensazione che no, Daniele De Rossi non era davvero un allenatore. L’ombra di Mourinho, come sempre, era lunga e ingombrante. Tanti tifosi continuano a non perdonare il suo esonero: lo avrebbero tenuto a vita, “Con Mourinho fino all’inferno”. Ogni partita, ogni statistica veniva usata per confrontare De Rossi e José e dimostrare una cosa: esonerare Mourinho è stato sbagliato. Una tesi fomentata anche in ambienti extra-romanisti, inserita nel calderone incandescente del discorso Allegri-Mourinho contro il nuovo nel calcio”.
È un passaggio chiave per capire dove ci stiamo avvitando, di quale dibattito del tutto insensato riempiamo i talk e i giornali, e non riguarda solo Roma. In questa storia di Roma c’è più di una cisti del genere, c’è un intreccio di faide e di rettili, così dice Ultimo Uomo che “l’esonero finisce invece per confermare una narrazione in giro a Roma da mesi, che i più ottimisti cercavano di smentire: che De Rossi, cioè, fosse solo un parafulmini, l’ennesima scelta populista dei Friedkin, che in questi anni sono sembrati interessati soprattutto a dialogare con la pancia della tifoseria”.
Infine Matteo Pinci su Repubblica, dove spiega come “la cosa più importante per Lina Souloukou, 41enne amministratrice delegata arrivata ad aprile del 2023, è mantenere il controllo: quando ha ascoltato l’intervista di Totti a Sky, poco più di una settimana fa, ha creduto che qualcuno volesse toglierglielo dalle mani. Agli occhi della manager greca, la frase «Daniele è un parafulmine» l’avrebbe ispirata proprio De Rossi: è questo che ha contestato all’allenatore, prima ancora dei risultati deludenti della sua Roma. Senza capire invece che quelle parole, il paragone con l’innominabile («Rischia di fare la fine di Mourinho») sono state il primo colpo alla credibilità stessa di De Rossi. La cosa più difficile è capire cosa animi le scelte. Persino le frenetiche strade di Roma avrebbero avuto più pazienza, di fronte al mito. Ma è difficile rendersene conto per proprietari che, da quando hanno preso la Roma, non hanno mai ascoltato nessuno: né dentro, né fuori”.
Ora tocca a Juric – che da allenatore del Torino ha acceso più di un falò dentro casa [“intemperie comunicative” le chiama Ultimo Uomo definendo mediocre la sua esperienza granata]. Una sera disse a Marco Cattaneo su DAZN che gli mancava un giocatore d’amore [forse la formula usata fu questa], intendeva dire un giocatore a cui il sentimento popolare si lega anche quando non hai una grande squadra, uno per il quale ti viene voglia di spendere i soldi del biglietto, mettere l’impermeabile se piove e andare allo stadio. La Roma gliene darà, ma probabilmente non sono così adatti a lui, alla sua visione del calcio. È un altro passaggio della riflessione che si legge su Ultimo Uomo, dove Juric è un allenatore che “in carriera ha sempre valorizzato i giocatori atletici e ha combinato poco con quelli tecnici. La Roma, a generalizzare, si può dire sia una squadra tecnica ma con pochi valori atletici. Tutto il reparto offensivo sembra inadatto al suo 3-4-2-1, dove i giocatori devono sgobbare tanto in pressing. Dovbyk non sembra un centravanti buono per lui, che avrebbe bisogno di uno che fa tanto lavoro atletico in pressing e nella gestione dei lanci lunghi. Dybala, Le Fée, Pellegrini, El Shaarawy non sembrano avere il livello atletico adeguato. Il centrocampo sembra troppo compassato, così come gli esterni. La Roma è una squadra costruita per controllare i ritmi col pallone, e ora ha preso un allenatore che non vuole il pallone. Un allenatore che ama il caos, i lanci lunghi, i duelli aerei. Quella di Juric sembra una scelta dettata dal panico, o nemmeno: una scelta qualsiasi”.
Pinci su Repubblica concorda: “Scegliendo Ivan Juric dopo gli anni sbiaditi al Toro è come ammainare, dopo la bandiera del cuore, anche quella dell’ambizione”.