La collaborazione silenziosa tra i paralimpici e le loro guide

Mestiere: guida. Il rally li chiama da sempre navigatori, nei modi di dire in Italia stanno di fianco ai santi e ai poeti. Sono navigatori anche adesso che siamo nell’età digitale, quando le cartine non si sfogliano, ma si scaricano, anzi si downloadano. 

Fra i secondi che affollano lo sport sono i più ortodossi. Stanno al servizio, e basta. Sul loro sedile. Senza svolazzi, senza nessuna possibilità di far le scarpe al capitano, come ogni tanto succede fra gregari e leader nel ciclismo. Qualche anno fa, Franco Esposito e Dario Torromeo hanno pubblicato un libro dedicato alle spalle dal titolo Dentro i secondi (Absolutely Free) e nella prefazione Emanuela Audisio scrisse che “i Sancho Panza sono oscuri, invisibili, ma fondamentali. Sono compagni di vita e di avventura che non si lasciano disarcionare. E che permettono di cavalcare i sogni. Ognuno ha il suo motivo conscio o inconscio per essere scudiero e non cavaliere. Per dare agli altri invece di trattenere per se stesso. E per non fare parte del lato A. Forse è un’assenza di vanità, troppo poco amor proprio o eccessiva consapevolezza”. 

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Il calcio assegna il compito ai mediani, il canottaggio si affida ai timonieri. sul ring ci sono gli sparring partner, nell’atletica i record si battono ancora con le lepri, sebbene le lucette verdi a bordo pista stiano cancellando posti di lavoro, e del resto ci sono mestieri che gli italiani non vogliono fare più. Hollywood impiegò otto anni di storia degli Oscar per accorgersi che meritavano una statuetta l’attore e l’attrice non protagonista, ma oggi i cameo al cinema sono colpi di tacco di cui vantarsi quanto un grande ruolo. Qualche anno fa su questa storia ci siamo appassionati più diffusamente

Eppure, da quel resoconto erano rimaste fuori le figure che in questi giorni sono in tv quando appare la para atletica. Mestiere: guida. Gli assistenti. “Tra partner che condividono un obiettivo comune, il contatto visivo o un semplice tocco possono essere tutto ciò che serve per comunicare”. Nella meravigliosa arte del silenzio si realizza la migliore intesa. 

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“Durante la gara cerchiamo di non parlare troppo, solo quando strettamente necessario”, ha detto la brasiliana Jerusa Geber dos Santos del suo rapporto con la guida Gabriel Garcia. Geber dos Santos ha 42 anni. Ha perso la vista da adolescente, detiene il record mondiale femminile nei 100 metri piani della sua categoria (11,83 secondi). Quando va in pista con Garcia, lui corre alla sua sinistra tenendo un laccio nella mano destra mentre lei regge l’altra estremità. È importante che rimangano insieme fino al traguardo: un maratoneta australiano è stato privato della medaglia di bronzo sabato scorso perché ha mollato il laccio troppo presto.

Al ruolo della guida paralimpica ha dedicato un pezzo il New York Times, spiegando che non è consentito ottenere da esse un vantaggio competitivo, ma il loro contributo va spesso oltre il campo di gioco. Aiutano a scegliere il design della mascherina con cui gareggiare, rompono la monotonia delle giornate di allenamento portando un atleta ipovedente ad allenarsi su strade aperte anziché su una pista al chiuso. Dal 2012 anche le guide ricevono la medaglia. Garcia è stato campione brasiliano nei 200 metri e oggi dice di preferire questo ruolo da guida ai giorni in cui era lui un atleta olimpico.  Skyler Espinoza è la guida della ciclista Hannah Chadwick, e racconta che nel suo ruolo non ci si allena mai per sé stessi ma anche per gli altri. Si esce felici insieme, ci si scambia insieme un sorriso rassegnato dopo una sconfitta. 

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