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LUNEDI 5 AGOSTO 2024
GIORNO #10 DELLE OLIMPIADI
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
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IN CIMA AI PENSIERI
La rimonta è finita, il sorpasso è compiuto. La giornata-10 delle Olimpiadi, sulla soglia della seconda settimana, comincia con gli USA finalmente arrivati in testa alla classifica del medagliere. Hanno 19 ori come la Cina, ma più argenti [26 a 15 ] e più podi complessivi [71 a 45]. La Francia difende il suo terzo posto dall’Australia, a parità di ori [2] fa affidamento su più argenti [14 a 11] e più medaglie complessive [44 a 31].
Le posizioni si vanno consolidando. Gli altri due giganti asiatici, Corea e Giappone, sono nel G-7 e l’Italia si conferma all’ottavo posto, con 7 ori, 10 argenti e 5 bronzi, ottenuti finora in 10 discipline differenti.
GLI HIGHLIGHTS PRIMA DEGLI HIGHLIGHTS
Parte il programma del ciclismo su pista, nel giorno in cui salutiamo la ginnastica artistica e la superstar Simone Biles con il corpo libero e con la trave. Le semifinali di calcio maschile, le finali di basket 3×3, le finali di badminton. Potrebbero finalmente tenersi le finali di surf a Tahiti.
Nell’atletica leggera, la discobola statunitense Valarie Allman e il saltatore con l’asta Mondo Duplantis cercheranno di difendere i loro titoli, mentre la britannica Keely Hodgkinson e la keniota Faith Kipyegon sono le favorite per gli 800 e i 5000 metri.
IL RUGGITO DI MAMELI
Noi siam pronti alla morte con Alice Betto, Alessio Crociani, Gianluca Pozzatti e Verena Steinhauser nella staffetta di triathlon. Con la pistola automatica da 25 metri spara Massimo Spinella, con i fucili nello skeet a squadre miste le due coppie Diana Bacosi e Gabriele Rossetti, Martina Bartolomei e Tammaro Cassandro. Sports Illustrated dà i primi come favoriti per l’oro, ma dava per favorita all’oro Bacosi pure nell’individuale. Nella finale della trave e del corpo libero avremo Alice D’Amato e Manila Esposito, Giovanni De Gennaro e Stefanie Horn slalomeggiano in kayak. Daisy Osakye scaglia il disco nella finale di stasera e Nadia Battocletti chiude la giornata mamelica sui 5mila metri.
ARTEFICI
I millesimi di Noah Lyles
Nel giorno in cui un americano ha perso l’oro nel tiro con l’arco per tre millimetri, un altro americano ha vinto i 100 metri per cinque millesimi di secondo: a quella velocità fanno 5,1 centimetri Non c’è confronto. Questo è l’oro della gara regina, questo è l’oro che la Grande America non vinceva dal 2004. Noah Lyles è andato a prenderselo lavorando su questa distanza come un’ossessione, con l’obiettivo di vincere quattro corse in una stessa Olimpiade. Non aveva mai corso in meno di 9.80, il tempo dell’oro di Tokyo. L’ha fatto nella sera giusta, quando con un tempo di 9.85 si resta non solo fuori dal podio, ma neppure fra i primi quattro.
Il mondo corre, questa è la lezione che Marcell Jacobs porta via da Parigi, mentre lui è stato troppo tempo fermo in questo triennio. Il 9.85 sulla pista viola dello Stade de France è il migliore mai fatto dopo Tokyo. Conferma la sua propensione all’agonismo nelle grandi manifestazioni, ma nel riconoscergli l’eccezionale risultato di una seconda finale consecutiva, entrambe corse sotto 9.90, allo stesso tempo invita a farsi due domande sulla gestione di un campione olimpico fra Tokyo e Parigi.
Due primati nazionali: Akani Simbine per il Sudafrica [9.82] e Letsile Tebogo per il Botswana [9.86], un primato personale, due migliori prestazioni stagionali, una delle quali per Fred Kerley, anche lui protagonista di un 9.81 nel momento del bisogno.
| FIGURINE NOAH LYLES Quando Gianmarco Tamberi si imbarcò per Tokyo, ebbe la lucidità di mettere in borsa un oggetto che aveva conservato per anni, il gambale di gesso che portava nei giorni dei Giochi di Rio a cui aveva dovuto rinunciare. Noah Lyles ha avuto la stessa costanza. Ha tenuto da parte il bronzo vinto in Giappone, un feticcio che i medaglieri contavano come un premio e che lui avvertiva come un simbolo di sconfitta. Lo ha messo in valigia e ieri sera l’ha portato allo Stade de France, alzandolo – stavolta sì – come un trofeo quando ha parlato dopo la gara.
È la medaglia all’origine di questo suo oro, il primo in una missione che ne prevede quattro. Stamattina Lyles è di nuovo in pista per le batterie dei 200 metri, l’evento in cui vince da 27 gare consecutive. È il favorito assoluto e sarà pure uno degli staffettisti della 4×100. Se farà tutto per benino, diventerà il primo uomo dopo l’Usain Bolt annata 2016 a vincere tre ori nello sprint in una sola Olimpiade. Il quarto che sogna è quello della 4×400. Ma quest’uomo che oggi si prende le luci e la gloria è lo stesso che in pandemia, come dice il Washington Post, è precipitato. Ha iniziato a prendere degli antidepressivi, ha smesso solo prima dei Trials del 2021. “Una volta a Tokyo, atmosfera e protocolli lo hanno fatto ricascare negli incubi. Sua madre, Keisha Caine Bishop, la sua roccia personale e la sua manager, non poteva stargli accanto. Lo stadio vuoto gli ha prosciugato le energie. Quando si è trovato dietro i suoi blocchi prima della finale dei 200, ha pensato: – Non è divertente. Non è questo che sognavo. È arrivato terzo, il suo peggior risultato da professionista”.
Pianse. Tornò a casa. Incontrò la sua terapeuta. Lei gli disse, sa signor Lyles, non credo che lei avrebbe dovuto vincere quella medaglia, oggi sarebbe più motivato. Era un invito a cercare energie dentro quella sua delusione.
Rachel Bachmann sul Wall Street Journal ha scritto che “Noah Lyles ha trascorso anni e anni a pavoneggiarsi e a pavoneggiarsi, con l’unico obiettivo di mettersi al centro dell’attenzione per la gara più importante, 10 secondi di tempo nel bel mezzo dell’estate parigina. Se tutto fosse andato a rotoli, sarebbe sembrato un matto. Ma domenica, quando i riflettori erano al massimo della loro potenza, Lyles ha fatto in modo che ne fosse valsa la pena”.
Il WSJ lo ricorda come il perfetto incrocio nella diatriba tra atleti e nerd. Lui è l’atleta più nerd. Mostra al via le carte di Yu-Gi-Oh !, la serie animata e a fumetti giapponese creata negli anni ’90, segue la moda, indossa calzini di C1-P8, il droide di Guerre Stellari. Detto così pare un simpaticone. In realtà è un grande trash-talker. È un fanatico dei giochi da tavolo e di recente ha pubblicato la foto di un’elaborata astronave fatta con i Lego, accompagnata dalla didascalia: – Devo proprio finirla. “Lyles – scrive il WSJ – ha avuto un’infanzia più simile a quella di Clark Kent che a quella di Superman. Soffriva di un’asma così grave che lo teneva sveglio di notte e a volte lo mandava in ospedale. Passava molto tempo a disegnare personaggi di anime giapponesi e amava i manga. Da bambino faceva ginnastica, ma dopo le Olimpiadi di Londra 2012 si è dedicato all’atletica leggera, una cosa di famiglia: i genitori avevano gareggiato alla Seton Hall University”.
È stata la prima gara di sempre con vento regolare finita con 8 uomini sotto i 10 secondi. Il Telegraph dall’Inghilterra mette l’accento sulla pista viola, non tanto per il colore, ma per la minuzia nascosta, le conchiglie mescolate agli altri materiali: conchiglie offerte da un’azienda ittica sarda alla piemontese Mondo. Jon Ridgeon, amministratore delegato di World Athletics, si aspetta che cadano 4 o 5 primati del mondo.
I singhiozzi di Djokovic
Non c’è più nulla che Novak Djokovic debba chiedere al tennis. Ha il record degli Slam, ha vinto la Davis, ha vinto anche l’oro olimpico per il suo paese, l’ultima ossessione da sanare. “In ginocchio, il volto distorto dalle lacrime, le mani tremanti, Novak Djokovic si è abbandonato per pochi secondi all’eternità. È appena entrato in un mondo in cui è solo, quello del campione assoluto, vincitore di tutti i titoli che contano e detentore di innumerevoli record nel suo sport. Dà libero sfogo alle sue emozioni al centro di un Philippe-Chatrier che non lo aveva mai applaudito così tanto” racconta Lucile Alard su L’Équipe. Sua figlia aveva un cartello sugli spalti: – Mio padre è il migliore. Lui ha raggiunto i bambini e ha singhiozzato fra le loro braccia.
“Per capire la sua gioia – dice il giornale francese .- bisogna rivisitare la sua rabbia di Tokyo. Indossare la maglia della Serbia è sempre stato speciale per un uomo che spesso ha giocato da solo e si è sentito incompreso dal mondo occidentale, un mondo che considerato più benevolo nei confronti di Roger Federer e Rafael Nadal. Il bambino dei Balcani, che da apprendista campione ha vissuto i bombardamenti della NATO su Belgrado nel 1999, è diventato un eroe in patria dove oggi vengono pubblicati francobolli con la sua immagine. Nel mezzo dei tumulti australiani del 2022, era stato espulso come un delinquente da Melbourne, dopo un periodo di detenzione per mancanza di vaccino contro il covid. Alla sua famiglia, che lo ha sempre sostenuto, Djokovic desiderava da tempo regalare l’incoronazione olimpica”.
Stefano Semeraro su La Stampa dice che “non stupisce allora il pianto dirotto, l’abbraccio strappacuore con i figli e la moglie in tribuna, l’inchino sul centrale che è sembrato quasi religioso, un prostrarsi ad una divinità interiore e feroce. Il demone della perfezione, la voglia di essere il numero uno non solo della propria epoca, ma di sempre“.
Nella sua rubrica quotidiana sul giornale francese, nel vedere i singhiozzi di Djokovic, Vincent Duluc dice che “abbiamo sempre pensato, alla nostra età, che il golf e il tennis fossero passeggeri dimenticabili di un evento che li supera e di un treno olimpico che li accoglie per opportunismo. Abbiamo sempre contrapposto chi prepara l’evento per quattro anni a chi lo prepara negli ultimi quindici giorni. Quelli che sognano di diventare campioni olimpici ogni mattina radendosi da quando sono comparsi i primi peli da adolescenti a quelli che pensano alle Olimpiadi forse per un mese in tutto, e che non conosceranno né il vuoto che subentra dopo una vittoria né la depressione che arriva dopo la sconfitta, dal momento che la loro vita sportiva ruota attorno ad altre competizioni, sempre nuove, ad altre fortune e ad altre mitologie. Lo abbiamo sempre pensato per tennisti e golfisti, ma poi è arrivata questa bella domenica d’agosto, dal Roland-Garros al Golf national de Saint-Quentin-en-Yvelines, da Novak Djokovic a Scottie Scheffler, due incoronazioni di due stelle, il giorno dopo il titolo di ciclismo su strada per Remco Evenepoel alle pendici di Montmartre. E allora possiamo dircelo che quel ragionamento non ha senso, o almeno non vale per tutti”.
Marco Imarisio sul Corriere della sera dice: “Quando l’adorante ed emozionato giornalista americano gli ha recitato la poesia che Walt Whitman dedicò alla memoria di Abramo Lincoln, un Novak Djokovic in piena tempesta emotiva si è commosso nuovamente. Novak Djokovic è il più grande di sempre. Da ieri, non si tratta più di un’opinione. Ma di un dato oggettivo”.
La signora Katie Ledecky
Il Wall Street Journal celebra Katie Ledecky, il suo record di ori che la pone accanto a Larissa Latynina in cima alla classifica di tutti i tempi, il suo bottino di 14 medaglie complessive che la rende la donna più decorata nella storia del nuoto USA. La sua vittoria negli 800 metri stile libero è arrivata esattamente 12 anni dopo aver conquistato il primo titolo a Londra 2012. “Ora, la domanda che si pone alla più grande nuotatrice di lunga distanza che questo sport abbia mai visto è: quanto a lungo potrà resistere? A differenza delle gare di velocità, in cui i quarantenni vincono medaglie, gli 800 e i 1500 metri stile libero appartengono alle adolescenti, come lei stessa era a Londra. Ariarne Titmus ha dimostrato che il vantaggio negli 800 si sta erodendo. Ledecky ha detto di voler gareggiare fino al 2028, quando avrà 31 anni, la stessa età che aveva Michael Phelps nel momento del ritiro. “Non è impossibile – secondo il WSJ – che Ledecky possa arrivare anche oltre, al 2032”. «Questo sport è cambiato, le atlete più anziane competono ancora ad alto livello», dice Anthony Nesty, il suo coach presso l’Università della Florida.
I record del mondo in piscina, ancora USA vs Cina, un bilancio
Nel record del mondo dei 1.500 stile libero che Bobby Finke ha tolto al cinese Sun Yang, c’è in controluce tutta la guerra fredda dell’antidoping che da mesi gli USA conducono contro la Cina. Una zizzania che si affaccia qua e là sotto molteplici forme e in molteplici contesti. La staffetta 4×100 misti, per esempio. Gli USA venivano da una serie di 10 ori consecutivi nella specialità, la più lunga serie di medaglie d’oro per una nazione in una gara a squadre nella storia delle Olimpiadi. Hanno perso. Hanno perso tutto nell’ultima frazione a stile libero, quando dai blocchi è partito Pan, il primatista del mondo che l’altra sera infiniti lutti addusse ai rivali nei 100 metri, abbassando il record di 4 decimi [46.40] e dando un metro di distacco a tutti. Dopo una frazione a rana in cui Marchand aveva lanciato gli USA e Adam Peaty la Gran Bretagna, Pan ha nuotato un 45.92 lanciato e fine dell’egemonia americana.
I giornali americani dicono che gli 8 ori hanno riportato gli USA davanti all’Australia, un controsorpasso dopo lo shock dei Mondiali scorsi, gli sfottò oceanici sui campanacci che gli USA suonano, le permalosità, le polemiche, eccetera eccetera. Nella 4×100 misti femminile, nella frazione a rana, Lilly King ci ha messo tutta sé stessa per fare la differenza e staccare di 3 metri l’Australia, rendendo imprendibili le USA e volando verso il record mondiale con Regan Smith, Gretchen Walsh e Torri Huske nelle altre frazioni [3:49.63].
In realtà, come fa notare El Pais nel bilancio di fine Olimpiade per il nuoto, la squadra americana di nuoto non era mai stata così marginale dal 1956, quando vinsero il 15% degli ori del nuoto, “il livello più basso di un’egemonia. Un Paese che da allora ha conquistato più del 30% delle medaglie d’oro ogni volta, una percentuale che ha superato il 50% in diversi eventi olimpici, stavolta si è fermato al 29%, insidiato da Australia [7 ori], Francia [4, tutti di Marchand], Canada [3], Italia, Ungheria e Cina [2]. Otto su 34, il peggior raccolto in più di mezzo secolo, il secondo peggiore nella storia. Se non fosse apparso Bobby Finke, avrebbe chiuso la missione francese senza ori maschili individuali. Gulp.
Stamattina abbiamo anche un bilancio più definitivo sul conto della famosa piscina lenta, veloce, boh, vai a sapere. Diego Torres ancora su El Pais fa notare che l’organizzazione dei Giochi di Parigi e il produttore di piscine Myrtha, la stessa azienda che ha realizzato le piscine più profonde e veloci della storia, hanno presentato a La Défense una vasca relativamente bassa, profonda cioè 2,2 metri, “qualcosa che è contrario ai regolamenti World Aquatics dal 2023 e che ha dimostrato di rallentare la propulsione dei nuotatori, soprattutto gli uomini”.
È finita con 16 record olimpici e 4 mondiali. A Tokyo furono battuti 25 record olimpici e 5 record mondiali. A Rio 15 olimpici e 8 mondiali. A Londra 16 olimpici e 8 mondiali. Pechino, Atene e Sydney non fanno testo perché c’erano ancora i costumoni. “La media – continua Torres – segnala che Parigi ha fatto registrare le gare più lente del secolo. Il fatto che in questo scenario Pan Zhanle abbia nuotato sotto i 46 secondi gli ultimi 100 stile libero della staffetta accentua la dimensione del segno lasciato sulla gara”.
Adam Peaty invece dice che non accentua un bel niente, anzi, dice che la WADA farebbe bene ad aprire gli occhi, oppure lui smette di nuotare.
ITALIANISMI
E Jacobs?
Gaia Piccardi, Corriere della sera: “Finisce qui, sul traguardo di Parigi. Dopo tre anni e cento metri la velocità non parla più italiano, non è cresciuta a Desenzano del Garda, non ha il sorriso dolce e i tatuaggi da finto spaccone di Marcell Jacobs. L’Italia dei cinque ori — tre evaporati in 72 ore, ahinoi — è rimasta in Giappone, dove ci lasciò a bocca aperta; il mondo invece non ha smesso di correre, e va fortissimo. solo Lewis e Bolt sono stati capaci di conquistare due ori olimpici consecutivi c’è un motivo. Due mostri, noi invece apparteniamo alla categoria degli umani“.
Emanuela Audisio, Repubblica: “Asfaltato, ma a testa alta. La corsa di Jacobs continua. Dove era iniziata tre anni fa. In una corsia olimpica. Allora oro, adesso quinto posto, 9”85, miglior tempo stagionale. È stato allontanato dalla cima, ma non ghigliottinato. A 6 centesimi dall’oro e a 4 dal bronzo. Infortuni, malanni, segreti. Un campione fragile, nulla di male. Ma dai proclami contraddittori: ora faccio vedere a tutti chi sono. Anche se con modi non ortodossi ha aperto un mondo, ha stappato l’atletica azzurra, ha portato l’Italia in alto dove non era mai stata, ha fatto capire che era non più Little Italy e che yes we can run and win. Non era più un sogno, ma realtà. E che una volta in cima, si scende, ma si può sempre risalire. I campioni ci sono per quello: per indicare una via. Anche agli altri”.
Giulia Zonca, La Stampa: “L’Italia sta in mezzo a questa bellezza, il campione uscente si piazza quinto in 9″85 che è il suo miglior risultato stagionale, un cronometro migliore lo ha visto solo nella perfezione di Tokyo dove lui è stato stellare (9″80), ma la sfida meno”
Aldo Cazzullo, Corriere della sera: “Visto da vicino, Marcell è molto diverso da come appare in tv. Intanto, è più giovane: la tv lo invecchia”
Errani e Paolini
Marco Imarisio, Corriere della sera: “Ci sono voluti un secolo e un sorriso, per vedere quelle racchette che volavano in aria. Poco importa se lo Chatrier era mezzo vuoto, Anche questo è oro, il primo nella storia del nostro tennis. Sara Errani e Jasmine ce l’hanno fatta, con le unghie e con i denti, battendo di testa e voglia l’inedita coppia russa composta da Mirra Andreeva e Diana Shnaider, che hanno infine ceduto sotto il peso di uno stadio per pochi intimi ma schierato con le nostre atlete”.
Aldo Cazzullo. Corriere della sera: “Il sangue ghanese ingentilisce i gesti e il volto di Jasmine Paolini — cosa c’è di male a dire che è un volto bellissimo, o a dire di Tommaso Marini che è un bellissimo uomo? —, come il suo sangue polacco (il sangue polacco è citato nell’inno di Mameli, l’Italia è citata nell’inno della Polonia) e come quello toscano”.
La medaglia che non si vede e che nessuno ci toglie
C’è una medaglia in più, per giunta una medaglia d’oro, che nel medagliere italiano non appare. Nel lancio del vittimismo non ci batte nessuno. Maschile, femminile, misti, non ci prendono più, non ci prendono più. Il direttore tecnico del nuoto Butini ha fatto sapere attraverso i canali della federazione che «è stata sicuramente un’Olimpiade difficile non soltanto sotto l’aspetto tecnico e prestativo, ma anche e soprattutto logistico».
Ora, sorvolando su prestativo, bisogna prestare ascolto a Butini [o forse bisogna prestativare ascolto, chi lo sa]. «Tra gli aspetti negativi – dice – i trasporti sicuramente sono stati i peggiori. Non avevano l’aria condizionata e spesso non erano in numero adeguato per garantire posti a sedere per tutti. Avevamo mediamente tre ore e mezza di pullman al giorno».
Se uno si domandasse come mai all’Italia fosse toccato questo disagio, per quale dispetto, quale cattiveria da parte dei francesi, Butini risponderebbe come in fondo ha risposto: «Questo rappresenta certamente una difficoltà per tutti ma qualcuno ne ha risentito di più degli altri».
Noi. E chi poteva risentirne? Quando nella seconda porzione del programma, l’aspetto prestativo ha smesso di portare qualche podio messo in conto [Simona Quadarella], ecco la spiegazione esatta, precisa, scientifica. I trasporti dei francesi. Che certamente non avranno brillato, chi lo sa. Bisognerebbe essere là per dirlo. Ma a chi viene in mente di usarli come una spiegazione? In corsia quattro: l’Italie.
È buffo, perché qui ricordavamo le molte chiacchiere e i tanti ragionamenti su Benedetta Pilato campionessa del mondo e primatista del mondo nonostante tutti i giorni dovesse farsi in macchina da Taranto a Bari per allenarsi, prima di trasferirsi a Torino. Non è che il suo aspetto prestativo ne avesse risentito. Anzi. In genere funziona proprio così. Se arriva una vittoria, le difficoltà hanno forgiato, temprato, eccetera eccetera. Se arriva una sconfitta, l’aspetto prestativo ne ha risentito.
Anche il povero Leonardo Fabbri, maledizione. Colpa dei francesi, pure per lui. Quella pedana fradicia, e su. Hanno rovinato proprio la nostra gara, dilettanti, presuntuosi, arroganti, incompetenti, lo hanno visto tutti, tutti, tutta quella gente che era allo stadio, lo stadio pieno, pieno pure al mattino per le qualificazioni. Invece noi, invece noi siamo impeccabili, quando agli Europei di Roma le pistole dei nostri starter non funzionavano, quando i cronometri hanno fatto i capricci e non erano attendibili, allo stadio non c’era nessuno che se ne potesse accorgere, siamo stati scaltri e non riempirlo, l’Olimpico, così almeno chi le ha viste tutte queste cose.
Ogni tanto però ti capitano fra i piedi gli atleti, che sono sempre la parte migliore di questo mondo. Arrivano e ti smontano le scuse. Così Gregorio Paltrinieri [“Riduttivo chiamarla voglia di vincere, banale parlare di cattiveria”, Arianna Ravelli, Corriere della sera] non aveva aspetti prestativi da farsi perdonare dopo un 1.500 condotto a ritmo di record del mondo fino a 250 metri dal traguardo. Alla fine ha detto bello, bello, sono contento che Bobby Finke abbia battuto il record del mondo, se lo meritava. Così Leonardo Fabbri non dice una sola parola sulla pedana per spiegare la sua Olimpiade al di sotto delle attese. E gli arbitri? E i giudici? Vergogna, sì, bisogna dirlo, gridiamolo, vergogna. Ci hanno tolto una medaglia, due, dieci, cento, chi lo sa, ce le hanno tolte nella boxe, nel judo, nella scherma. Sempre a noi, solo a noi.
A guardar bene, in fondo è tutta colpa della federazione pallavolo. Sono andati a riprendersi Julio Velasco, togliendolo dal mercato. Velasco avrebbe fatto comodo in queste ore alla guida tecnica della federazione nuoto per spiegare come mai la 4×100 stile libero con due ori individuali non si è qualificata per la finale. Scommettiamo che non avrebbe parlato delle navette e dell’aria condizionata? Avrebbe fatto comodo alla federazione judo, alla federazione scherma, alla federazione pugilato, avrebbe fatto comodo e farebbe comodo – che so – alla presidenza del CONI. Potrebbe raccontarci come ogni tanto fa il motivo per cui si perdono tante partite di pallavolo.
«Molte volte, questo è un problema che ancora devo risolvere, l’attaccante schiaccia fuori perché la palla non era alzata bene. Allora cosa dice? La voglio un po’ più alta e più vicina alla rete. Il palleggiatore, allora, si gira verso il ricevitore e dice: ragazzi voglio la palla qua. Perché se voi non ricevete bene, io non posso essere preciso. Lui schiaccia fuori perché io non gliela do come vuole lui, ma io non gliela do come vuole lui perché voi la ricevete male. A quel punto i ricevitori si girano a trovare su chi scaricare. Ma i ricevitori, ricevono la battuta avversaria, non possono dire all’avversario: batti facile, così io ricevo bene, lì finisce la catena. Il ricevitore che non si può girare verso nessuno, dice: c’è quella luce che mi dà nell’occhio. Conclusione: dovevamo chiamare l’elettricista per risolvere il problema. È lui il vero responsabile della squadra che perde»
Gaia Piccardi sul Corriere della sera su Fabbri: “È la notte dei giganti bianchi di polvere di magnesio, è la notte in cui Leonardo Fabbri è di panna. Evapora una medaglia che sembrava solo da raccogliere nell’erbetta dello stadio olimpico”
Emanuela Audisio su Repubblica dice: “Il colosso non è nostro. Le mutande viola, come la pista e la sua squadra del cuore, la Fiorentina, non hanno portato bene. Leonardo Fabbri, campione europeo, scivola sotto la pioggia. È quinto. E scivola pure l’Italia. Per l’atletica azzurra un peso enorme che doveva affondare il mondo e invece cola a picco l’Italia. In una serata da Titanic. Fabbri si mette le mani sul viso, non ci può credere, tutto è andato storto, anche il peso. Doveva mettere paura agli americani, era la certezza di una medaglia, aveva battuto a giugno il “cannone” Crouser, non ci era riuscito nessun europeo. Invece il podio sicuro è diventata un’illusione, spazzata via come una foglia morta”
POPOLI
La prima medaglia dei Rifugiati
Cindy Ngamba ha superato i quarti di finale del torneo di boxe, categoria dei 75 kg, garantendo almeno un bronzo, la prima medaglia nella storia dell’EOR. la squadra olimpica dei rifugiati che quando nacque aveva un acronimo dall’inglese, ROT, Refugee Olympic Team. È il team nato ai Giochi di Rio 2016, quando era composto da due nuotatrici siriane, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, sei corridori provenienti da Etiopia e Sud Sudan. Cindy ha 25 anni, nata e cresciuta in Camerun, all’età di 11 anni con suo fratello Kennet ha raggiunto il papà in Inghilterra. A scuola era vittima di bullismo per il suo inglese poco fluente e per i suoi chili. Due insegnanti di ginnastica – secondo la scheda del CIO sono la signora Park e la signora Schofield – le fecero da madri e la avvicinarono allo sport. Cindy è stata anche in carcere a Londra, appena maggiorenne si è dichiarata gay. In Camerun l’omosessualità è illegale. Studia criminologia e si allena con la squadra britannica. Forse un giorno avrà il loro passaporto.
Kaylia Nemour, 17 anni, è la prima donna africana ad aver vinto una medaglia d’oro nella ginnastica. È algerina. Come la pugile Imane Khelif. Con il suo corpo ha inventato gesti ed elementi per arrivare al successo nelle parallele asimmetriche. Chi ne sa, dice che si tratta di combinazioni particolarmente complesse: il rilascio della sbarra superiore a corpo teso, un Tkatchev, seguito da uno Stalder serrato, qualunque cosa voglia dire. Nemour ha ottenuto nove dei migliori 10 punteggi mondiali nell’ultimo anno a quest’attrezzo. È stata impeccabile anche a Parigi. Ha chiuso con un punteggio di 15.700. Tre anni fa era stata vittima di una grave osteocondrite e costretta a sottoporsi a delle operazioni a entrambe le ginocchia. È cresciuta in Francia, a Beaumont-en-Véron (Indre-et-Loire), un posto dove ha sede una scuola che L’Équipe considera molto impegnativa, forse anche troppo, aggiunge. “Qui le ginnaste si allenano molto di più delle altre ragazzine di altre nazioni, anche la federazione è preoccupata per questo clima”.
È così preoccupata che nella sua funzione di controllo ha mandato un’ispezione, nella primavera del 2022. La commissione disciplinare ha ammonito il club e gli ha tolto la licenza di formazione. Ma ha scagionato la coppia di allenatori Marc e Gina Chirilcenco alla fine di un’indagine locale che ha coinvolto 47 persone. È tuttora in corso un’indagine della polizia. L’Equipe si è interessato della storia nel 2023 con un reportage giornalistico, raccogliendo testimonianze di famiglie di ex atlete che confermavano i timori della federazione e un clima di paura.
“È in questo contesto – racconta il giornale francese – che si è posto il problema di Kaylia Nemour. In vista dei Giochi, la federazione di ginnastica, come quella di judo o di scherma, intendeva riunire i migliori ginnasti nei centri di Saint-Étienne o all’INSEP. Una possibilità offerta anche alla giovane Kaylia, che ha rifiutato preferendo restare nel suo fortunato ecosistema”. Così si è aperto un braccio di ferro che per un po’ ha prodotto il mancato via libera al ritorno alle competizioni dopo l’intervento chirurgico. Tra le righe, la Francia premeva perché Nemour gareggiasse per loro. È allenata nel suo club da un direttore tecnico statale pagato dal ministero dello sport. La madre di Kaylia si è rivolta all’Algeria. È rimasta ferma un anno. Per ironia della sorte, in quel periodo senza gare, Nemour ha lavorato sul movimento che le ha permesso di diventare campionessa olimpica. Lo stallo burocratico-amministrativo è stato sbloccato dalla ministra Amélie Oudéa-Castera.
Tra gli interventi su Imane Khelif anche quelli di Francesco Merlo su Repubblica. Nella rubrica delle Lettere. Sabato ha scritto che il pugilato femminile non gli piace, lo sport che gli piace di meno, diceva. Uno pensa vabbè, ci sta, mica deve piacere a tutte e tutti. Però Merlo ne vuole scrivere. Lo stesso. Su Repubblica. Curioso. Ieri mattina ha accolto la lettera di Salvatore Siddi che gli portava solidarietà, gli diceva diceva “anch’io, caro Merlo, non amo il pugilato femminile” e gli chiede “nel farlo diventare popolare quanto ha contribuito il film di Clint Eastwood “Million Dollar Baby”.
Così il povero Merlo non si è potuto sottrarre dal doversi occupare di nuovo di una cosa che non gli piace. Lo ha costretto il signor Siddi. Risponde così che le pugili sono state “rovinate da Hollywood”. Chissà quante povere figlie di mamma hanno cominciato imitando Hilary Swank e sono finite a misurarsi il testosterone. Allo stesso modo, nella mafia esistevano il capo, il don, lo zio… ma non il padrino. Chissà quanti malacarne si sono messi a imitare Marlon Brando. E però anche lo sguardo di Messina Denaro rimase quello inebetito dei macellai”.
AVREMO SEMPRE PARIGI
La verità sulla Senna, per favore
L’audacia delle gare nella Senna non conosce ostacoli né vuol sentire obiezioni. La qualità dell’acqua continua a essere oggetto di discussione. L’allenamento domenicale per la staffetta mista è stato cancellato, ma non la staffetta mista andata in scena regolarmente alle 8 di stamattina. In scena sì, ma con il ritiro del Belgio. La gara fatevela voi, hanno detto quando Claire Michel, 35 anni, 38esima nell’individuale, è passata dalla clinica medica del Villaggio a farsi visitare. Non è vero che sia ricoverata. È tornata in camera più tardi nel corso della giornata e i medici non collegano il suo malore all’evento. Tuttavia, si sa, la slavina è partita e due più due fa quattro, deve seguire gli schemi che ci siamo dati, anche se non sappiamo nulla, come sempre. Il quotidiano belga De Standaard ha parlato di una possibile infezione da Escherichia coli, ma non ci sono altre conferme. La Svizzera invece ha dovuto rimpiazzare Adrien Briffod, si è sentito male per via di un’infezione gastrointestinale. Il comitato ha fatto sapere che non è stato possibile dire se il malore sia collegato alla qualità dell’acqua della Senna. Al suo posto: Simon Westermann.
I francesi tirano dritto nonostante le richieste di altri team di rinviare la gara. Le squadre hanno almeno chiesto di poter sapere in anticipo, e non alle 3 del mattino, se la Senna è pulita o no. Lo è stata pure stavolta. Nell’imminenza delle gare, ha sempre smesso di essere inquinata. I valori di Escherichia coli erano troppo alti ieri per gli standard di World Triathlon. Due giorni di pioggia nel primo weekend dei Giochi hanno sovraccaricato le fognature della città con deflussi abbondanti nel fiume. Ma Tony Estanguet ha dato il via libera alla gara sulla scorta di certe previsioni e certi parametri, boh, vai a sapere. È andato a dirlo a France Télévisions, tutto bene, i risultati delle ultime analisi confermano che la qualità dell’acqua è migliorata nelle ultime ore.
Chi non si ritira, prova a scherzarci sopra. L’americana Taylor Knibb si è offerta di prestare una tazza ai giornalisti, se qualcuno avesse voluto fare un sorsetto di quelle acque. Il suo compagno di squadra Seth Rider ha detto che si è preparato a nuotare nella Senna alzando la sua soglia di Escherichia coli e smettendo di lavarsi le mani dopo essere andato in bagno. Bleah. Poi ha detto che stava scherzando. “Tanta confusione prima della staffetta” è il titolo de L’Équipe stamattina.
L’irresistibile tentazione di dir qualcosa sulla cerimonia
Oh, parliamo un po’ di questa cerimonia, va’. No, non quella di chiusura che dista solo sei giorni in avanti, per fortuna, resistiamo, resistete. Parliamo invece un po’ di quella d’apertura che dista nove giorni all’indietro, sono di più ma cosa fa. In certi ambienti deve essere parsa come passata sotto silenzio. In fondo c’è un silenzio irreale nel resto del mondo, non ne parla nessuno, non gliene frega più niente a nessuno dopo averne detto in prevalenza bene, altri benissimo, perciò facciamoci carico di questa sofferenza, pensiamoci noi.
Repubblica stamattina parla di pressioni giunte da Erdogan e conservatori: “Ecco perché il Vaticano ha attaccato la cerimonia dopo una settimana”. Sono i nostri vicini di casa, potevamo ignorarli e andare avanti? Eh no, i vicini non vanno fatti dispiacere, magari una sera rimani senza basilico o senza prezzemolo, ecco, il prezzemolo, e finisce che devi chiedere a qualcuno.
Stamattina interviene pure la scrittrice Susanna Tamaro sul Corriere della sera. Una pagina. Ci saranno novità, uno immagina. E niente, il titolo all’intervento di Susanna Tamaro ci svela che la cerimonia è stata “offensiva e ideologica”. È stato “il rito delle banalità”. Uomini e donne di buona volontà si sono lanciati lo stesso nella lettura. Alla riga – boh – dieci, undici, dodici, Susanna Tamaro ci avverte però che venerdì scorso, cioè, non quello scorso, quello scorso-scorso, l’altro, due venerdì fa, lei si è collegata tardi [dice così: “collegata”], “dato che ero fuori a cena” spiega. Ha dato un’occhiata, ma poi “annoiata da tanta offensiva e ideologica banalità – ci fa sapere – ho spento e sono andata a dormire”.
Ora, con tutto il rispetto per Susanna Tamaro, scrittrice acclamata, di successo, se la sua attesa per l’Olimpiade era tale da spingerla a uscire a cena proprio la sera della cerimonia – che si tiene una volta ogni quattro anni; se una volta rientrata si è annoiata e ha spento, è andata a dormire, ecco, sia detto con garbo e con rispetto, perché dopo nove giorni ci offre allora in lettura una pagina sul Corriere della sera? Il pezzo si chiude con una frase in francese: “La realtà c’est moi”.
ATTESE
Il nuoto artistico aperto agli uomini ma senza uomini
Cose necessarie per fare una squadra di nuoto artistico. “Resistenza, potenza, grazia leonina, gel per i capelli, lezioni di danza, padronanza di eggbeater, flamingo, scull e rocket split, allenamenti giornalieri di sette ore, elasticità, addominali di granito, un controllo eccezionale del respiro, tappi per il naso. Ogni tanto hai per compagni di viaggi dei lividi e occasionalmente commozioni cerebrali”. Tutto, tutto questo, dice il Washington Post, mai un uomo.
In base alla nuova normativa, i Giochi di Parigi sono i primi a consentire loro di essere in gara nella prova a squadre. Dal 2015 possono partecipare ai Mondiali e altre competizioni di livello inferiore. Ma non ce ne sono. Nessuno ne ha convocati. Ottanta posti, ottanta donne. “Con grande sgomento per World Aquatics” dice Le Monde. Adam Andrasko, amministratore delegato di USA Artistic Swimming, spiega che non ce ne sono all’altezza delle donne, non sono pronti a competere, neppure il leggendario e ormai 45enne William May, che a lungo si è allenato con le ragazze USA. Neppure Giorgio Minisini, che in preda a una delusione profonda ed esibita, ha annunciato l’addio parlando dell’Olimpiade come di un’ossessione. «È una falsa apertura. Le squadre sono formate da molto tempo, quindi nessuna nazione avrà voglia di puntare su un ragazzo meno preparato», aveva profetizzato a gennaio il francese Quentin Rakotomalala, bronzo nel 2022 agli Europei di Roma.
Sylvie Neuville, responsabile tecnica della federazione francese, spiega a Le Monde che «i ragazzi hanno avuto accesso al massimo livello di preparazione solo dal 2015. Hanno un ritardo tecnico che rischia di penalizzare e nessun paese ha voluto correre questo rischio. Non c’era alcuna volontà di escluderli deliberatamente da parte dei selezionatori. Al contrario, non appena lavoriamo con i ragazzi, è come con yin e yang, sentiamo una migliore armonia in una squadra». Se ne parla a Los Angeles 2028.
Ma mentre i nostri occhi si posavano sulla chance per gli uomini di gareggiare, “sullo sfondo si stava svolgendo una storia più importante, sulla natura stessa del nuoto artistico e sul suo crescente atletismo, i rischi della sua pratica” racconta il Washington Post. Negli ultimi tre anni, secondo Anita Alvarez , 27 anni, l’unica USA che era a Tokyo, questo sport è cambiato parecchio. Il giornale dice che è diventato uno sport di contatto. “Le scenografie sono diventate più complesse e impegnative, i lanci sono più alti e il tempo trascorso in apnea è più lungo. Le attuali nuotatrici hanno un aspetto diverso, una massa muscolare più magra e meno enfasi sul mascara resistente all’acqua rispetto agli anni passati. Le loro routine includono un evento nuovo per le Olimpiadi, chiamato acrobatica, e richiede di sollevare e lanciare le cosiddette fliers, compagne che si alzano, si attorcigliano, si girano e si lanciano verso la superficie. Nessuna tocca il fondo della piscina”.
«È diventato uno sport folle – ha detto Andrea Fuentes, allenatrice capo della squadra USA e lei stessa tre volte ai Giochi per la sua Spagna – quello che fanno è quasi impossibile, ma lo fanno e lo fanno sembrare pure facile». L’evoluzione di questo sport – scrive il Washington Post – potrebbe offrire “una vetrina per atlete più moderne, grintose, potenti, seducenti, anche se sono a testa in giù, sott’acqua e incapaci di respirare”.
Storia delle scuse che Mélina Robert-Michon trova per non smettere
Adesso ci manca solo che Mélina Robert-Michon vinca una medaglia nel lancio del disco. Sta andando tutto così bene, così oltre le previsioni per la Francia, che l’eventualità sarebbe fantastica. Così dice Libération nel disegnare il ritratto della portabandiera sulla Senna insieme con Florent Manaudou [“durante una cerimonia di apertura che resterà impressa a lungo nella memoria collettiva“]. Sarebbe per lei “l’apice di una carriera fatta di alti e bassi, di perseveranza e resilienza“.
MRM dice che i Giochi di Parigi sono per lei un’esperienza unica, mai i suoi genitori, mai i suoi fratelli sono andati a vedere una sua gara, «questa è l’occasione per mostrar loro il mio mondo, il mondo in cui sono cresciuta, cosa ha guidato la mia vita, fargli capire definitivamente perché è stato così importante per me, perché siamo così drogati».
Mèlina è cresciuta in una fattoria e aveva cominciato a lavorare nell’ufficio comunicazioni dell’esercito. Gareggiava part-time. Dopo la nascita di sua figlia Elyssa nel 2010, era pronta per i Giochi di Londra, determinata a concludere la sua carriera in Inghilterra dopo la terza epopea olimpica. Ma è arrivato quinta, vicino a un traguardo. Si è detta che poteva riprovarci, rimandando ancora l’intenzione di riprendere gli studi e dedicarsi alla famiglia. Ai Mondiali di Mosca 2015 ha vinto un argento e allora ha iniziato a pensare a Rio [argento], e dopo Rio era di nuovo incinta, altrimenti dice avrebbe smesso, avrebbe lasciato. La nascita di una seconda figlia le ha ridato energia. «Le gravidanze mi hanno permesso di prendermi delle pause, di fare un passo indietro. Il problema dello sport di alto livello è tenere legate le stagioni. Avevo perso il filo della passione. Avere questo anno e mezzo di prospettiva mi ha permesso di vedere cosa mi mancava e capire quanto sono stata fortunata. Mi ci è voluto molto tempo per riuscire a guadagnarmi da vivere con il mio sport e mi sono detta che volevo trarne vantaggio». È arrivata fino a Tokyo e la nuova scusa per andare avanti è stata che quelli erano dei Fake Games. Ora ha 45 anni, e sì, ci manca solo che vinca una medaglia stasera.
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