Andy Murray e la crudeltà del tennis, nessuno può scegliersi il ritiro perfetto

Il tennis è il più crudele dei mondi. Serena Williams potrebbe scrivere un saggio. Senza dirlo, aveva scelto New York come il palco giusto per l’addio, salvo scoprire strada facendo che non esiste un palco giusto, non esiste il giorno giusto, non esiste la patita giusta. Una  tennista non lo sa quando sta per finire la carriera. Gioca un quindici e ce n’è un altro, oppure spera di passare il turno e invece turni non ce ne saranno più.

Se quel saggio Serena l’avesse scritto, dovrebbe leggero Andy Murray. Pure lui vuole smettere, ma non riesce a dire quando sarà, né dove. È un momento che ha paura di contemplare, ha scritto il Telegraph dinanzi alla prospettiva che avrebbe salutato tutti a Wimbledon, dove la collina di fianco al Campo numero 1 ha preso il nome suo, il Murray Mould, dopo essere stata negli Anni Novanta la Henman Hill. 

È un bene che Andy Murray non abbia formalmente indicato nessun torneo come l’ultimo, sostiene Simon Briggs, la firma del tennis del quotidiano inglese. Il tennis – dice – è per sua natura volubile, trama contro le conclusioni definitive

Quando nel 2019 Murray disse che il dolore all’anca era diventato insopportabile, la fretta di rendergli omaggio con il giusto saluto lo tenne in campo a guardare un video-tributo dopo la sconfitta al primo turno dell’Australian Open. Nove mesi dopo, con un’anca ricostruita, un’anca che secondo i medici sarebbe servita al massimo a giocare occasionalmente qualche doppio, Andy se ne andò a vincere il suo 46esimo titolo ATP nella città di Anversa. 

E chi lo sa quando finisce davvero un percorso. Wimbledon potrebbe sembrargli il punto più logico per smettere. Tutto cospira affinché Murray la faccia finita: i legamenti della caviglia, la schiena, soprattutto i risultati. Non ci sarebbe posto migliore del Campo Centrale per un ultimo saluto, il campo sul quale spezzò la lunga maledizione britannica nel 2013.

All’età di 37 anni, con un corpo così martoriato da meritare di essere presentato sulla rivista scientifica The Lancet – scrive il Telegraph – Murray sta scoprendo che mentre lo spirito è pronto, la carne è debole

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Il fatto è che un recupero completo e prudente dopo la sua ultima operazione, questo dice chi ne sa, richiederebbe di saltare non solo Wimbledon com’è stato annunciato oggi, ma pure le Olimpiadi di Parigi. Eppure sulla carta era l’accoppiata emotiva perfetta, perché Murray ha vinto l’uno e l’altro. Ma il tennis – dice il Telegraph – ha l’abitudine di rovinare queste simmetrie anche ai più grandi. Roger Federer ebbe un’occasione meravigliosa per andarsene, poteva uscire da Wimbledon con la Coppa e uscire per sempre dalle nostre vite, l’avrebbe fatto se avesse trasformato i due match point contro Novak Djokovic in quel luglio del 2019, ma né lui né noi potevamo sopportare l’idea che il suo ultimo colpo sarebbe rimasto un dritto steccato – dopo tanta gloria e tanta bellezza. Due anni dopo, quando fu tradito dal ginocchio destro, dovette rassegnarsi a un destino perfino peggiore, perdere il suo ultimo set sull’erba di casa sua per 6-0 contro Hubert Hurkacz, l’unico 6-0 della sua carriera all’All England Club. 

Niente a che vedere con Pete Sampras, che riuscì a battere Andre Agassi nel 2002 in finale agli US Open, prese il suo quinto trofeo, si mise in macchina, tornò in California e non giocò mai più. Raramente lo sport concede un tale dono – dice il Telegraph – soprattutto mai lo concede a chi ha già annunciato il ritiro. Flavia Pennetta infilò il discorso d’addio durante quello di ringraziamento e di saluti per la Coppa vinta a Flushing Meadows.

Aveva anticipato qualcosa all’orecchio di Roberta Vinci alla fine della partita, sei seria le chiese l’amica, era seria, e se ne andò. Fuori dal tennis l’ha fatto Nico Rosberg, diventò campione del mondo di F1 nel  e decise che era meglio sparire dalla circolazione così, lasciandoci con quel ricordo e con una frase chiave in un’intervista con Marco Mensurati per Repubblica. Disse che era stanco di fare il criceto che gira sulla ruota. 

Ora il povero Andy deve fare i conti con quel famoso momento che tutti hanno paura di contemplare. Come riempirà il vuoto? Allenerà, come il suo ex mentore Ivan Lendl è stato sporadicamente tentato di fare? Gestirà un torneo come suo fratello Jamie al Queen’s? Accetterà i soldi facili di una vita sul divano degli opinionisti? È stato interessante vederlo disdegnare tale prospettiva in una recente intervista, quando ha sostenuto che preferisce la natura contraddittoria dell’analisi calcistica a quei consensi alla vaniglia che si sentono nel tennis. Oppure potrebbe dedicarsi ai quattro figli piccoli.

Qualunque cosa decida, Murray dovrebbe avere la possibilità di uscire dal campo centrale – dice Briggs – nel modo in cui desidera. Ma lo sport, alla fine, non deve nulla nemmeno ai suoi migliori atleti. Il finale da sogno raramente si materializza. A un certo punto, desideri solo che un campione avesse visto arrivare la fine un poco prima

Oppure come disse quel tipo all’Olimpico, vorresti non esserci tu, volevi mori’ prima. 

 

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